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sintesi finale tirocinio online
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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RELAZIONE FINALE - Federica Cardamone
In questo esercizio, voglio analizzare una vicenda di un film che mi è capitato di vedere qualche tempo fa. Si tratta della vicenda di una coppia sposata da anni, che ad un certo punto scopre di non poter avere figli. La donna comincia a sostenere una serie di analisi e di esami per scoprire le cause dell’infertilità della coppia, mentre il marito si rifiuta categoricamente di sottoporsi a quegli esami. Nonostante le cure offerte alla donna, la coppia non riesce comunque a concepire. La colpa dell’infertilità viene data alla donna, che comincia a sentirsi sempre più infelice, fino a fuggire con un uomo molto più giovane di lei. Il marito si adira terribilmente e tenta di far tornare la moglie a casa, arrivando anche a minacciare lei e il nuovo amante. In seguito, l’uomo si rivolge a un medico per alcuni accertamenti e raccontandogli la sua vicenda. Dopo un esame, l'uomo scopre di essere sterile e la ex moglie rimane incinta del nuovo amante. In questa vicenda si evince una relazione basata sul controllo da parte dell’uomo, che cerca di riportare la moglie da lui. Il primo fallimento della collusione si ha nel momento in cui la coppia scopre di non riuscire ad avere figli. Di conseguenza la moglie si rivolge a un medico per tentare di risolvere la situazione, che però non viene risolta nonostante le cure. Il marito invece rifiuta di accettare la possibilità di essere sterile e rimane sulle sue convinzioni. La coppia stabilisce un nuovo equilibrio in cui vige una visione polisemica in cui la donna non è in grado di espletare il suo compito di aspirante madre e l’uomo, buono, le resta accanto lo stesso. La seconda rottura della collusione arriva, questa volta per il marito, nel momento in cui la moglie lo abbandona. Egli cerca attraverso il controllo e l’obbligo, di riportare la moglie da lui, facendo anche leva sul senso di colpa ricordandole di esserle sempre stato accanto.
Per migliorare la relazione sarebbe stato necessario superare la visione polisemica in cui la donna veniva vista come la causa dei mali della coppia, sopportata dall’uomo, nonché lavorare sulla neoemozione di obbligo che l’uomo prova per far tornare indietro la moglie. Riconoscendosi come estranei, i due avrebbero potuto instaurare una relazione di scambio in cui i bisogni di entrambi fossero compresi e ascoltati. In questo modo la donna avrebbe potuto riconoscere le motivazioni del suo bisogno di fuggire dalla coppia e l’uomo avrebbe potuto comprendere che le regole imposte, per cui la donna era obbligata a restare con il marito per riconoscenza, erano solo il frutto delle sue rappresentazioni interne.
Questa vicenda ha suscitato in me una sensazione di empatia nei confronti della donna che viene incolpata ingiustamente e etichettata come “malfunzionante”. La rabbia e la reticenza dell’uomo deriva da una frustrazione tipica di chi non è riuscito a mettersi in contatto con la propria fragilità e con la possibilità di perdere la sua “mascolinità”. Anche da questo si evince la visione polisemica che distingue l’idea di uomo e donna e l’idea di funzionante e non funzionante, buono e cattivo.
CASO 4.3. Una madre si annoia e vuole che il figlio si diverta.
Nel caso rappresentato in questa vignetta, una madre si presenta allo Psicologo, chiedendogli di intervenire affinché il figlio cambi il suo comportamento, da chiuso, ritirato ed introverso ad allegro, socievole e desideroso di vivere una vita sociale che al momento non sembra interessato a vivere. Si può evidenziare una dinamica agita a livello neo-emozionale: la madre si preoccupa e richiede dunque a un terzo, di intervenire affinché si ripristini lo stato collusivo da lei desiderato. Attraverso la narrazione della madre, scopriamo che nel “là e allora”, all’interno della sua organizzazione, che in questo caso è il suo nucleo familiare, vi è stata una rottura della collusione, dovuta dal mancato rispetto delle aspettative della madre, da parte del figlio. La madre si aspetterebbe che il figlio si comportasse secondo le sue rappresentazioni interne, in maniera socievole e propositiva nei confronti dei suoi coetanei. In più, questo andrebbe a soddisfare il bisogno della madre di avere persone intorno e in casa, mitigando probabilmente il suo senso di solitudine. Il fallimento della collusione avviene nel momento in cui il figlio rifiuta di comportarsi come la madre si aspetta e di affrontare un percorso psicologico, riportando di sentirsi a suo agio con il suo stile di vita e di non sentire il desiderio di cambiarlo. Nel “qui ed ora” la madre attiva una pretesa nei confronti del terapeuta e, attraverso l’agito della neoemozione della preoccupazione, gli richiede di intervenire al fine di ripristinare la collusione mancata. In questo caso la relazione potrebbe migliorare se la madre riconoscesse suo figlio come Estraneo, istituendo una convivenza basata sullo scambio e non sulla preoccupazoine e sulla pretesa che il figlio si comporti come lei si aspetta. In questo modo potrebbe comprendere i bisogni del figlio e rispettarli, riconoscendo allo stesso tempo come le sue pretese derivino da aspettative e bisogni emotivi interni a sé stessa. La committente presenta, infatti, un bisogno di socialità dovuto alla noia e alla solitudine, che pensa in qualche modo di soddisfare tramite il figlio. E’ importante che il terapeuta riesca a non colludere con le richieste emotive della madre, ma che le mostri una via per interpretare la sua preoccupazione e per attivare un intervento di sviluppo volto a riflettere sulle sue dinamiche emotive e a riconoscerle. In questo modo la madre potrà entrare in una relazione più equilibrata con il figlio, probabilmente avviando anche una comunicazione più efficace con lui, riconoscendo e ascoltando i suoi bisogni e le sue difficoltà.
Quest’opera genera in me due tipi di emozioni differenti. Da un lato, posso immedesimarmi nel senso di solitudine e nel bisogno di socialità della madre, essendo a mia volta una persona che ha un alto bisogno di socialità. Comprendo la difficoltà di una donna separata che ha necessità di sentirsi attorniata da allegria e spensieratezza e come possa essere complicato ottenerle dovendo occuparsi di un figlio ancora minorenne ed eventualmente della sua vita lavorativa. Dall’altro lato comprendo anche lo stato emotivo del figlio, che probabilmente sente la pressione e la non accettazione da parte della madre.
CASO 2.3. La classe buona e quella cattiva.
All’interno di questa vignetta, troviamo una psicologa che è stata chiamata da una scuola cattolica, senza che venga specificato chiaramente il contenuto della domanda. Il committente, in questo caso, è la scuola, che probabilmente richiede alla psicologa di effettuare un intervento osservativo e valutativo, senza richiedere la risoluzione di specifiche problematiche. E’ possibile che l’intervento di una psicologa scolastica sia semplicemente previsto a livello normativo all’interno dell’Istituto. La psicologa si trova davanti una situazione in cui le emozioni agite sono fortemente polisemiche. Vi è una dicotomia che divide due sezioni di una stessa classe in “brave ragazze” e in “cause perse”. In questa dicotomia le ragazze si identificano in maniera acritica, le prime sentendosi apprezzate ed elogiate e le seconde sentendosi bollate e denigrate. Questa situazione sembra essere in equilibrio, nonostante la sofferenza rassegnata delle ragazze identificate come “cattive”. Le docenti stesse, probabilmente, sono complici di tale visione dicotomica e mettono in atto agiti emotivi polisemici che identificano le allieve come buone o cattive, non lasciando loro scampo. A mio parere, posto che sia vero che il fatto che una figura psicologica all’interno della scuola sia prevista d’ufficio e non richiesta di fronte al riconoscimento di un problema effettivo, il fallimento della collusione potrebbe non essere ancora avvenuto. Non esiste una domanda di intervento specifica in cui il committente presenti il suo disagio. In questo caso la psicologa, intervenendo in maniera esplorativa, ma supponendo di poter riferire alle docenti che alcune allieve non si sentano apprezzate da loro, provoca in esse una reazione oppositiva. All’interno della scuola vi è una normatività basata proprio sul fatto di identificare allieve buone e allieve cattive sulla base, probabilmente, dei loro risultati scolastici. Vi è anche una forte tendenza a essere “le une contro le altre”, due schieramenti opposti che rafforzano la dicotomia.
Il ruolo della psicologa, in questa situazione, è molto complicato. Per migliorare la relazione, all’interno della scuola, è necessario portare tutti gli attori a superare il pensiero polisemico, dando loro una nuova visione della realtà e aiutandoli a comprendere le loro emozioni basate sul controllo e non sullo scambio. Probabilmente sarebbe utile far notare alle insegnanti la dicotomia del loro pensiero senza far notare loro, nell’immediato, la loro responsabilità, ma concentrandosi sui sentimenti delle allieve e su come far superare loro la dicotomia, incentivando attività che possano dare spazio anche alle allieve meno “dotate” e a dare loro la possibilità di sentirsi realizzate nel contesto scuola. Attraverso l’analisi, assieme alle docenti, della dicotomia del pensiero delle allieve stesse, sarebbe forse possibile far analizzare anche ad esse il loro stesso pensiero dicotomico.
Questa vignetta mi colpisce particolarmente, in quanto insegnante di sostegno e tirocinante in psicologia scolastica. Riesco a immedesimarmi bene nella difficoltà della psicologa di inserirmi in un contesto così profondamente normato e rigido, in cui i ruoli di potere sono distribuiti in maniera spesso irrevocabile. Ho sperimentato sulla mia pelle la difficoltà di far notare a un insegnante il bisogno di modificare un approccio per il bene degli allievi e ho conosciuto tanti allievi che, ritenendosi ormai “bollati”, rinunciavano al tentativo di migliorare il loro rendimento e il loro comportamento.