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vita di Quintiliano e commento institutio oratoria
Tipologia: Appunti
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nella Spagna settentrionale. Il padre, un retore che aveva esercitato l'avvocatura a Roma, mandò anche il figlio a studiare nella capitale con i migliori maestri. Rientrato in patria intorno al 60 per esercitare l'avvocatura, Quintiliano tornò nuovamente a Roma nel 68, richiamato dall'imperatore Galba che, da governatore della Spagna, lo aveva conosciuto e apprezzato. A Roma, oltre a svolgere l'attività di avvocato, Quintiliano cominciò a insegnare retorica. La sua professionalità fu molto apprezzata da Vespasiano, che gli assegnò la prima cattedra pubblica di eloquenza, riccamente retribuita. Il maestro di retorica divenne così un punto di riferimento per i giovani esponenti dell'élite: tra i suoi allievi ci furono Plinio il Giovane e, forse, Tacito. Intorno al 90, si ritirò a vita privata per dedicarsi unicamente agli studi e alla composizione della sua opera più impegnativa, l' Institutio oratoria ("La formazione dell'oratore"), ma nel 94 Domiziano gli affidò l'educazione dei suoi nipoti, eredi designati al trono imperiale, e lo ricompensò con gli onori consolari. La sua morte avvenne dopo il 95.
L'opera più importante di Quintiliano è l' Institutio oratoria , un trattato in dodici libri in cui il celebre maestro di retorica riversava la sua esperienza, esponendo nel dettaglio il programma di formazione culturale e morale proposto ai giovani allievi della sua scuola. Sembra che Quintiliano si fosse deciso a redigere il manuale per sostituire le dispense delle sue lezioni che gli studenti facevano circolare senza autorizzazione. Dedicato al senatore Marcello Vittorio, il trattato delinea il percorso formativo dei futuri oratori procedendo passo dopo passo, dalle attività da svolgere nell'infanzia fino agli esercizi retorici più complessi. Libri l-II: Nella prefazione, dopo la dedica dell'opera a Marcello Vittorio, un alto funzionario imperiale protettore della cultura, Quintiliano affronta in via preliminare alcune scelte fondamentali: il modello culturale, il tipo di scuola, il metodo pedagogico. Nel libro I prosegue trattando dell' istruzione elementare , dall'alfabeto alle parti del discorso, fino alla flessione e all’etimologia. Il libro II costituisce un'introduzione alle scuole di retorica, e si sofferma sui doveri del maestro e sui metodi di insegnamento. Libri III-IX: Con il libro III inizia la trattazione specifica: vi si accenna alla storia della retorica e si delineano le caratteristiche dei principali generi oratori : celebrativo (la conferenza o la prosa d'arte), deliberativo (l'eloquenza politica propria delle assemblee) e giudiziario (l'arringa di accusa o di difesa). Si affrontano le parti canoniche della costruzione di un discorso : si parla dell'inventio, il reperimento degli argomenti che servono a produrre la convinzione in chi ascolta; della dispositio, cioè l'ordinamento degli argomenti nella forma più appropriata; dell'elocutio, cioè l'elaborazione stilistica del discorso. Libro X: Quintiliano si sofferma sulle letture utili per la formazione del gusto e della cultura dell'oratore. Hanno rilievo i paragrafi dedicati al modello perfetto di oratoria , Cicerone, in contrapposizione a Seneca, il cui stile Quintiliano stigmatizza, soprattutto per la sua sistematica ricerca di "effetti speciali", al fine di ottenere un facile successo sul pubblico più sprovveduto. Queste pagine esprimono bene il tradizionalismo stilistico di Quintiliano e il suo rifiuto per gli elementi che più caratterizzavano la cultura dell'età precedente. Libro XI: Nel libro XI riprende la trattazione delle parti della retorica: sono esposte la tecnica di memorizzazione del discorso e i modi dell’esposizione. Libro XII: Infine, il libro XII traccia un ritratto ideale del buon oratore , identificato nel modello catoniano del vir bonus dicendi peritus.
Quintiliano pedagogista L'Institutio è un documento di grande interesse, non solo per la storia della retorica, ma anche della pedagogia. I primi libri, dedicati alla formazione del bambino, sono per certi aspetti la parte più originale dell'opera: infatti, non sono basati su documentazione precedente, ma sull'osservazione diretta che Quintiliano, come maestro, aveva condotto sui suoi allievi più giovani. Nella convinzione che la prima infanzia sia un momento cruciale per lo sviluppo della personalità, l'autore sottolinea la necessità di scegliere con cura le figure educative con cui i bambini entrano in contatto nei loro primi anni di vita; i genitori, dunque, dovranno selezionare nutrici e maestri competenti e moralmente irreprensibili, ma anche tenere un comportamento adeguato in presenza del bambino. Alcune scelte di Quintiliano anticipano la pedagogia moderna: il rifiuto delle punizioni corporali, che erano largamente praticate nell'educazione antica; il riconoscimento dell'importanza formativa del gioco che consente al bambino di esprimere liberamente le proprie potenzialità, facilitando l'apprendimento. Centrale è anche la figura dell'insegnante: il buon maestro deve essere dotato delle qualità morali dell’'amore per lo studio e del rispetto per gli altri, che deve trasmettere ai suoi allievi; inoltre, nell'impartire i suoi insegnamenti non deve opprimere la personalità degli allievi, ma renderli partecipi stimolando in loro consapevolezza e responsabilità. La crisi dell’oratoria: L'Institutio vuole essere una risposta alla crisi dell'oratoria, un problema su cui Quintiliano aveva scritto un trattato specifico, il perduto De causis corruptae eloquentiae ("Le cause della decadenza dell'eloquenza"). L'idea che l'oratoria non fosse più all'altezza della grande tradizione repubblicana, incarnata da Cicerone, era ampiamente diffusa nella prima età imperiale. Un sintomo evidente di decadenza veniva individuato nelle declamazioni , i discorsi fittizi nati nelle scuole di retorica come esercizio propedeutico all'arte oratoria e successivamente evoluti in una vera e propria forma di spettacolo. Delle declamazioni si deploravano sia la forma sia i contenuti:
Quintiliano, come già Marziale e Giovenale, è autore di una poetica finalizzata al miglioramento sociale. Quintiliano vive in un’epoca in un cui l’educazione e l’istruzione, a Roma, non si svolgono più solo nell’ambito della f amilia, come avveniva i n epoca arcaica secondo la tradizione che delegava questo compito ai genitori e servi acculturati. La famiglia era considerata infatti, anche dalle istituzioni, il migliore serbatoio dei valori tradizionali. Ma Quintiliano vive in un’epoca in cui anche la scuola e l’educazione sono cambiate rispetto al passato, essendo ormai profondamente influenzate dalla cultura della Grecia e dell’Oriente ellenistico. Già dal II sec. a.C. l’educazione dei figli esce dal ristretto circuito della famiglia e addirittura dal I sec. d.C. esiste a Roma anche la scuola pubblica. Quintiliano visse durante il periodo della dinastia Flavia (69-96 d.c); questa mostra una particolare attenzione verso la scuola, cercando di restituire importanza e autorevolezza il suo ruolo. Vespasiano fu il primo a finanziare la scuola pubblica. Quintiliano era profondamente coinvolto nel problema dell'educazione e nella sua organizzazione sociale. Fu proprio per Quintiliano, nel 78 d.C., che Vespasiano istituì una pubblica cattedra di eloquenza , sontuosamente retribuita: si trattava del primo esempio di una simile istituzione in Roma. È dunque comprensibile che il retore spagnolo si schieri con gli illustri fautori dell'educazione collettiva. A Roma, allora, erano diffuse due tendenze opposte: alcuni preferivano che il fanciullo fosse istruito in casa da un maestro che si dedicasse esclusivamente a lui, in modo che fosse sottratto alle cattive influenze del comportamento dei compagni, mentre altri credevano che i giovani dovessero essere mandati da un praeceptor che raccogliesse diversi allievi nella sua scuola. Alcuni ritengono che nella scuola pubblica il fanciullo metterebbe a repentaglio la propria integrità morale e il maestro, costretto ad occuparsi di molti altri allievi insieme, non potrebbe dedicargli molto tempo. Quintiliano inizia la discussione della scelta tra educazione domestica ed educazione collettiva, criticando la pretesa che un’istruzione impartita esclusivamente tra le mura domestiche possa essere più efficace per tenere il fanciullo lontano dalla corruzione morale. La degradazione morale può insinuarsi dovunque, sia nello stesso domesticus praeceptor, sia negli schiavi di casa, che il ragazzo non può evitare di frequentare. Spesso la corruzione dei costumi nasce addirittura dai genitori, che viziano i loro figli quando sono piccoli e li espongono a spettacoli indecorosi nei banchetti e in molti altri ambiti della loro vita privata.
Corrumpi mores in scholis putant: nam et corrumpuntur interim, sed domi quoque. (I genitori) ritengono che i costumi vengono corrotti a scuola: infatti qualche volta sono corrotti ma può succedere anche in casa. Utinam liberorum nostrorum mores non ipsi perderemus! Infantiam statim deliciis solvimus. Mollis illa educatio, quam indulgentiam vocamus, nervos omnis mentis et corporis frangit. Oh se non rovinassimo noi stessi le abitudini dei nostri figli! Immediatamente rammolliamo l’infanzia con le delicatezze (viziandoli troppo). Quella forma di educazione fiacca, che chiamiamo indulgenza, spezza tutto il vigore della mente e del corpo. Gaudemus si quid licentius dixerint: verba ne Alexandrinis quidem permittenda delicis, risu et osculo excipimus. Nec mirum: nos docuimus ex nobis audierunt; nostras amicas, nostros concubinos vident; omne convivium obscenis canticis strepit, pudenda dictu spectantur. Fit ex his consuetudo, inde natura. Discunt haec miseri antequam sciant vitia esse: inde soluti ac fluentes non accipiunt ex scholis mala ista, sed in scholas adferunt? Ridiamo qualora abbiano detto qualcosa di troppo piccante (compartivo assoluto). Accettiamo con risa e baci le parole che neppure si dovrebbero permettere alle scurrilità alessandrine. E non c’è da meravigliarsi: siamo noi che gliele insegnammo, da noi le ascoltarono, vedono le nostre amiche, i nostri amanti; ogni banchetto di casa nostra echeggia di canti osceni, sono considerati vergognosi (anche solo) a pronunciarli. Da questi (comportamenti) deriva la consuetudine, poi l'abito mentale. I disgraziati imparano queste cose prima di sapere cosa sono i vizi; poi liberi e snervati, non ricevono dalla scuola codesti mali, ma ve li introducono. Ante omnia futurus orator, cui in maxima celebritate et in media rei publicae luce vivendum est, adsuescat iam a tenero non reformidare homines neque illa solitaria et velut umbratica vita pallescere. Excitanda mens et attollenda semper est, quae in eius modi secretis aut languescit et quendam velut in opaco situm ducit, aut contra tumescit inani persuasione: necesse est enim nimium tribuat sibi qui se nemini comparat. Prima di tutto, il futuro oratore, che è destinato a vivere (una vita politica) in una grande fama e sotto i riflettori dello stato, si abitui già da bambino a non temere gli uomini (a non avere paura degli altri) e a non impallidire in quella vita solitaria e per così dire umbratile. La mente deve essere sempre stimolata e elevata, che in solitudini di quel tipo la mente o si inlanguidisce posto al buio e fa per così dire la muffa, oppure al contrario si gonfia per una vuota convinzione: è ovvio che lo studente che non si confronta con nessuno attribuisca a se stesso troppo.