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Come sostenere un dibattito in maniera efficace.
Tipologia: Dispense
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Capitolo 1: “su ogni cosa vi sono due punti di vista” Protagora (conosciuto come l’inventore dei dibattiti) era del parere che su ogni cosa vi fossero due punti di vista diversi ed in virtù di ciò insegnava “l’arte delle antilogie”, ovvero la contrapposizione di argomenti di forza uguale ma contraria affermando che nulla si poteva sottrarre alla controversia, che nulla era ovvio, indiscutibile, non criticabile e che da ottiche diverse producessero argomenti diversi. Per poter scegliere ragionevolmente una tra due interpretazioni di un discorso (poste a noi sotto forma di “detto” e “contraddetto” è dunque essenziale saper distinguere una argomento buono da quello cattivo, ma in questo caso la parola “buono” può significare sia valido (nozione logica) che persuasivo (nozione psicologica). Quattro sono le possibili combinazioni di validità e persuasività:
1. Valido e persuasivo: il caso ideale; 2. Valido e non persuasivo: consiste in una occasione persa, quindi con un rischio relativo; 3. Non valido ma persuasivo: condizione pericolosa perché un discorso del genere potrebbe trasformarsi in un ragionamento ingannevole. 4. Non valido e non persuasivo: non pone problemi di alcun genere. Le idee sottostanti al principio di Protagora sono principalmente due: A volte la pluralità delle interpretazioni è determinata da un puro e semplice errore, originata da un fenomeno equiparabile all’illusione percettiva, ma la realtà è una ed una sola. Si possono avere interpretazioni diverse perché uno stesso evento può essere visto da postazioni e da punti di vista diversi; ciascuna di queste visioni è reale e corretta, ma nessuna sarà imparziale ed esaustiva. Capitolo 2: “la tradizione dei discorsi duplici” Seneca il Vecchio fu autore di una raccolta di Controversiae (nome di un nuovo genere pedagogico di declamazione destinato alla formazione di futuri professionisti del foro e di politica, ma anche a cittadini senza pubbliche aspirazioni, poiché l’eloquenza può aprire la strada ad ogni altra arte). L’addestramento scolastico nelle controversiae doveva dunque servire a sviluppare le capacità inventive e dialettiche. La chiave di lettura di queste è la seguente: prima di invocare e di proclamare è bene esaminare. Gran parte dei problemi e delle controversie nascono infatti da un mancato accertamento dell’autenticità, da una mancata comprensione del senso esatto delle parole usate oppure da una mancata contestualizzazione o, infine, da un’indebita attribuzione di autorità a quelle che sono delle semplici opinioni. Insegnare ad argomentare e a dibattere spesso non significa altro che rendere consapevoli di ciò che si fa spontaneamente. Partendo dal presupposto che la capacità di discutere sia in gran parte un dono innato, un addestramento al dibattito consisterà essenzialmente nel correggere il modo in cui si dibatte, liberando la persona in questione da modi sbagliati di farlo, quantomeno il liberare da ciò che è banale, dogmatico, ininfluente e pericoloso. Gli opposti giudizi intorno ad un fatto non sono mai una ragione che si contrappone ad un torto, bensì due ragioni più o meno forti. Il problema che sorge allora è quello di stabilire non chi ha ragione, bensì chi ha più ragione/ragioni oppure sapere chi tra i due abbia meno torto.
Capitolo 3: “forme e funzioni della disputa” Oltre ad essere un avvenimento pubblico di grande richiamo, la disputatio era un metodo per insegnare e ribadire la verità, ma le funzioni erano molteplici: Insegnare ad analizzare e a suddividere; Addestrare all’esposizione delle proprie tesi; Abituare a porre domande e a far fronte alle obiezioni; Affinare l’ingegno e a coltivare la prontezza nella replica; Dare fondamento argomentativo a cose già note. In aggiunta era concepita anche come un metodo per scoprire la verità seguendo una metodologia scientifica, la quale era mirata all’armonia della verità a partire dal conflitto. Una disputa si svolgeva secondo modalità rigorosamente codificate: i due personaggi si confrontavano e si scontravano, l’uno schierata pro e l’altro contro una tesi preventivamente annunciata. Iniziava così il cosiddetto defens, che aveva il compito di illustrare la tesi in discussione; a seguire la presentazione della prova principale della tesi. Il propugnatore conclude con una formula del tipo: “ritengo di avere provato la mia tesi, se restano dubbi sono pronto a rispondere ad ogni obiezione”. Prende così parola l’oppositore, il quale cercherà di controbattere con argomenti contrari. Le regole prevedono che il rapporto fra i due contendenti sia improntato a grande cortesia formale. Si potrà cercare di produrre una scissione nell’argomento tramite il ricorso al distinguo tra le parti del discorso dell’avversario; la procedura è piuttosto semplice, a partire da qualche coppia fondamentale che innerva qualsiasi sistema di pensiero ci si può creare una via di fuga o anche semplicemente prendere tempo di fronte ad una obiezione un po’ impegnativa difficile da contestare. La formula di transizione (“passo ad un altro punto”) viene normalmente utilizzata da una delle parti quando si trova con le spalle al muro e non può più sostenersi su quel dato punto. La disputa è stretta nelle rigide maglie del ragionamento sillogistico e lascia poco spazio ad atteggiamenti giocosi, non a caso ai fini della vittoria contano di più la disciplina e la capacità di rispondere seguendo sempre le regole di questa disciplina, le quali consistono principalmente nelle seguenti mosse procedurali: Oltre alla forma basata sul metodo sillogistico, esiste anche un’altra forma di disputa, basata sulla tecnica dell’interrogare: lo scopo è quello di provocare con opportune domande risposte contraddittorie da parte dell’interlocutore o di indurlo ad ammettere l’insufficienza della propria tesi. Nego: se si ritiene falsa l'affermazione. Concedo: se la si ritiene accettabile. Ammesso, ma non concesso: se si giudica l'affermazione non rilevante ai fini della tesi. Distinguo: se si individuano nel concetto sensi diversi. Nego la conclusione: se si rileva un vizio di forma. Nego il presupposto: se si ritiene che l'argomento si fondi su di una supposizione errata. Non crea problema: se si dimostra che l'obiezione non regge o non pone difficoltà. Passiamo ad altro: quando una delle parti ritiene di non avere più nulla da dire su quel dato argomento.
Le condizioni variabili che caratterizzano un dibattito sono: Situazione di partenza; Obiettivi generali del dibattito; Scopi particolari dei partecipanti; Mezzi impiegati; Credito riconosciuto all’interlocutore; Rapporto d’intesa con la controparte; Accordo sui fatti, regole e procedure; Possibile esito del dibattito; Manovre tipiche. Un altro utile possibile criterio di identificazione del tipo di dibattito è dato dall’individuazione di certi tipi di argomento come la presenza di fallacie; il prevalere all’interno di un dibattito di certe fallacie infatti segnala la natura dello scontro verbale in cui si è coinvolti.
I cinque modi di argomentare dibattendo sono: Polemica (ad es. scontro politico) Trattativa (ad es. negoziazione) Confronto (ad es. discussione critica) Indagine (ad es. ricerca scientifica) Colloquio (ad es. richiesta di informazioni) Situazione iniziale Conflitto antagonistico, disaccordo fattuale e procedurale. Conflitto di interessi e mutevoli possibilità di accordo o disaccordo fattuale e procedurale. Conflitto di opinioni su una questione controversa. Problematicità condivisa con accordo sulle procedure ma non per forza sui dati. Intesa, anche con asimmetria di conoscenze. Scopo Eliminare l’avversario. Trarne il massimo tornaconto possibile. Persuadere la controparte o almeno definire punti di accordo. Provare o smentire una tesi o definire le reciproche posizioni. Valorizzare una tesi. Rapporto tra interlocutori Ostilità, antagonismo e sfiducia. Riconoscimento reciproco ma con credito limitato. Antagonismo misto a cooperazione. Cordialità e piena cooperazione. Fiducia. Esito possibile Prevalenza di un contendente o rifiuto di recedere dalle posizioni iniziali. Parziale recesso dalle posizioni iniziali con valutazione comparata delle tesi, possibile appagamento per tutti i partecipanti. Comprensione delle posizioni lasciando all’uditorio il giudizio. Risoluzione concordata. Consolidamento di una tesi. Capitolo sesto: “il decalogo del perfetto polemista. Tecniche ed espedienti” Il perfetto polemista:
“actio” e comprendono il tono di voce, la gestualità e l’atteggiamento. L’intento è quello di suscitare quel tanto di irritazione che offusca e che genera un moto di stizza. Il buon polemista inoltre sa come guadagnare tempo in attesa della risposta giusta: una mossa che si può mettere in atto sempre senza controindicazioni è quella di imputare all’avversario un fraintendimento delle proprie posizioni. Tramite questa mossa si ottengono due vantaggi:
Risulterà vincitore di un dibattito chi: Confuta, anche apparentemente; Riesce a far dire all’interlocutore qualcosa di falso o da cui si possa derivare qualcosa di falso; Induce l’avversario ad affermare qualcosa in contrasto con quanto precedentemente sostenuto; Induce la controparte a dire spropositi o a commettere errori; Costringe il suo interlocutore a ripetersi avendogli fatto esaurire gli argomenti a disposizione. Dato che il vincitore del dibattito verrà deciso principalmente dall’uditorio, bisogna tenere a mente che esso è spesso attratto da una suggestione emotiva più che da una giustificazione razionale; a questo punto la strategia vincente è quella di ricorrere ad uno degli innumerevoli argomenti che tendono ad essere persuasivi senza essere consistenti o fondati, vale a dire una delle tante fallacie. Possiamo dunque osservare che sarà premiata più la capacità di difendere con successo la propria posizione rispetto alla capacità di attaccare con successo. Capitolo 9: “come dire il falso dicendo il vero” Uno degli strumenti di persuasione è la menzogna, la cui esistenza è legata alla stessa esistenza del linguaggio, che essendo sostitutivo delle cose rende possibile la simulazione; esiste una sana ipocrisia che garantisce a sua volta una accettabile convivenza. Anche comunicare mediante l’implicito offre una serie di vantaggi. Lasciare che sia l’altro a trarre le conclusioni anziché esplicitarle lo gratifica perché lo rende un complice solidale, ma poi rafforza la conclusione stessa perché uno si fida naturalmente maggiormente della propria capacità giudizio piuttosto che di quella altrui. Inoltre consente eventualmente di prendere le distanze dalle conclusioni suggerite ma non apertamente formulate. Altri modi di far passare una informazione falsa sotto ad una copertura di verità si realizzano con manipolazioni linguistiche come l’eufemismo o il tecnicismo. Capitolo 10: “come replicare” Quando una parte avanza una tesi, la controparte può scegliere varie opzioni:
1. Ignorarla: a. Ignoranza pura e semplice: non sempre vale la pena di replicare e non tutto ciò che la controparte afferma merita comunque una risposta; b. Tattica della sostituzione del problema: se non si ha avuto di sorvolare si può cercare di cambiare l’oggetto del contendere per far apparire l’avversario inadeguato e incapace di afferrare il vero punto della questione. È un modo per ignorare e accantonare senza creare troppi danni. 2. Accettare: chiedersi se non si possa sfruttare a proprio vantaggio ciò che sostiene l’avversario. Qualora non fosse possibile sfruttare questo dato a proprio favore allora si cercherà di demolirlo; in sintesi si simula accondiscendenza, benevolenza e accettazione per meglio assestare il colpo finale. 3. Accettare solo in parte: ammettere e accettare però incorporando o ridimensionando il tutto, quindi mediante integrazione o minimizzazione. 4. Chiedere ragioni o prove: modo per contrastare il proprio interlocutore, non per combatterlo; si dichiara la sua tesi non certa, e le sue ragioni non credibili revocando il tutto in dubbio. 5. Rifiutarla o confutarla: si può fare ciò attraverso tre modi: a. Puntando ai fatti : se è un’induzione;
Crea nell’uditorio un moto di simpatia e stabilisce un rapporto di complicità tra il pubblico ed il disputante spiritoso; È utile a trarsi d’impaccio in una situazione difficile; Contribuisce a sminuire l’avversario, magari ridicolizzandolo. Capitolo 12: “la manipolazione retorica” Può succedere di dire cose inadeguate o inopportune. Se l’errore è di poco conto occorre valutare se valga la pena procedere a rettifiche col rischio di sottolinearlo, o se non sia meglio lasciar correre augurandosi che lo scivolamento passi inosservato; ad ogni modo sarà possibile correggersi in seguito tramite due formule: Come possibili ordini di intervento ce ne possono essere di diversi: Esordi e conclusioni: una delle regole di un dibattito pubblico prevede che una parte lo apra e l’altra lo chiuda. In mancanza di un moderatore che assegni a ciascun interlocutore rispettivamente l’esordio e l’epilogo facendolo rispettare, subentrerà la scaltrezza dei singoli. Chi ha la parola per primo costringe chi replica ad adeguarsi, è però possibile sfuggire a questo obbligo di adeguamento ricorrendo all’enorme margine di libertà che consente la replica, è vantaggioso inoltre qualora si riesca a modellare il proprio argomento su quello dell’avversario. Chi dà avvio al dibattito ha una doppia chance:
Possiamo dedurne quindi che tutto ciò che è più discutibile, marginale e meno convincente vada ammassato nel mezzo, in posizione meno vistosa e rischiosa; ciò evita due possibili rischi: