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Riassunto: L’educazione popolare un capitolo mai chiuso di Elena zizioli, Schemi e mappe concettuali di Pedagogia

riassunto del libro: scuole popolari: L’educazione popolare un capitolo mai chiuso di Elena zizioli. pedagogia professionale corso: scienze dell'educazione per educatori e formatori

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

Caricato il 23/01/2025

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I. L’educazione popolare un capitolo mai chiuso di Elena zizioli
1. Brevi cenni per una contestualizzazione
Combattere l'analfabetismo degli adulti, complementare listruzione primaria, essere di guida
di orientamento e giovani nel loro avviamento professionale: era la finalità della scuola
popolare.è dovere di ogni governo democratico dimostrare i vivo interesse e sviluppare in
tutti modi la preparazione intellettuale, morale e professionale dei cittadini .così affermava
Guido Gonella nella presentazione del corposo manuale di educazione popolare pubblicata
dall’Istituto poligrafico dello Stato nel 1950 a seguito del decreto legislativo n. 1599 del 17
dicembre 1947 che istituiva corsi gratuiti, diurni o serali indirizzati a coloro i quali avessero
superato i 12 anni di età.erano gli anni della ricostruzione segnati dalla piaga
dell’analfabetismo nelle sue diverse forme e l’Italia uscita non solo dalle miserie e dalle
difficoltà di una guerra dove affrontare molteplici sfide in primis quella democratica che
rappresentava non solo l’ideale ma anche il cammino da intervenì perché ogni aspetto del
vivere civile ne fosse il riflesso.senza entrare nel merito delle scelte politiche di quegli anni è
chiaro che la situazione attraversata dal paese richiedesse un’istruzione educatrice per dare
a tutti i cittadini gli strumenti culturali essenziali per esercitare liberamente, autonomamente,
consapevolmente la propria sovranità.è per questo che gli interventi dovevano comprendere
tutte quelle forme di educazione che si potevano considerare diritto fondamentale di ogni
cittadino.si contribuiva così a combattere non solo l’analfabetismo strumentale ma anche
quello spirituale.il provvedimento ministeriale era maturato in seguito a una sperimentazione
realizzata a Roma nell’anno scolastico 1946 1947 e in un momento storico particolarmente
caldo per la capitale che nel giro di pochi anni vedrò aumentare la popolazione.
Istituire una scuola popolare era stata una scelta dettata dall’emergenza età ragioni di ordine
pratico e cioè arginare la disoccupazione di migliaia di maestri ma anche dalla volontà di
integrare quanto fatto e quanto avrebbero potuto fare le associazioni di natura solidaristica,
spesso legate al movimento operaio e al volontariato laico cristiano. E difatti i corsi erano per
la maggior parte frequentati da adulti che non avrebbero avuto altrimenti occasioni di riscatto
per questo si precisava che le attività di educazione popolare dovranno dunque essere
vaste, molteplici, capillari e si svilupperanno non solo attraverso i corsi di scuola popolare
ma anche attraverso quelle attività che si potranno organizzare.chiari sono gli intenti, la
strada da seguire per dare corpo ai principi costituzionali in particolare all’articolo tre
rimuovendo gli ostacoli per consentire il pieno sviluppo della persona umana e promuovere
attraverso le istruzioni la piena consapevolezza di essere cittadini titolari dei diritti.non è
certo questa la sede per riflettere i suoi limiti del modello pedagogico proposto dalla scuola
popolare, ma come rileva Roberto Sani questo obiettivo promuoveva una cittadinanza
democratica fondata sulla responsabilità ossia sulla diretta e consapevole partecipazione dei
cittadini alla vita politica.non stupisce pertanto che ha integrazione del provvedimento
ministeriale si registrò una vivacità di iniziative significative nel contribuire alla costruzione e
al consolidamento di pratiche finalizzate a fare della conoscenza uno strumento di
promozione umana.basterebbe citare in proposito il rinnovato impegno di associazioni che
dopo l’parentesi del fascismo poterono riprendere il loro attività o la formazione di nuove.si
può pensare al movimento di collaborazioni civica, al movimento comunità, ai centri di
orientamento sociale fondati da Aldo tini nel luglio 1944 e aggettivi nel periodo della
resistenza per favorire la partecipazione popolare allo sviluppo della cultura e la promozione
della cittadinanza attiva.degni di nota furono soprattutto gli sforzi profusi dell’unione
nazionale per la lotta contro l’analfabetismo fondata il 5 dicembre del 1947 la quale intuì che
dove la scuola era assente nel borghi e nei paesi sperduti del sud a partire dalla Sicilia era
necessario un faticoso lavoro di semina della cultura per liberare il ceto popolare per la
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I. L’educazione popolare un capitolo mai chiuso di Elena zizioli

  1. Brevi cenni per una contestualizzazione Combattere l'analfabetismo degli adulti, complementare l’istruzione primaria, essere di guida di orientamento e giovani nel loro avviamento professionale: era la finalità della scuola popolare.è dovere di ogni governo democratico dimostrare i vivo interesse e sviluppare in tutti modi la preparazione intellettuale, morale e professionale dei cittadini .così affermava Guido Gonella nella presentazione del corposo manuale di educazione popolare pubblicata dall’Istituto poligrafico dello Stato nel 1950 a seguito del decreto legislativo n. 1599 del 17 dicembre 1947 che istituiva corsi gratuiti, diurni o serali indirizzati a coloro i quali avessero superato i 12 anni di età.erano gli anni della ricostruzione segnati dalla piaga dell’analfabetismo nelle sue diverse forme e l’Italia uscita non solo dalle miserie e dalle difficoltà di una guerra dove affrontare molteplici sfide in primis quella democratica che rappresentava non solo l’ideale ma anche il cammino da intervenì perché ogni aspetto del vivere civile ne fosse il riflesso.senza entrare nel merito delle scelte politiche di quegli anni è chiaro che la situazione attraversata dal paese richiedesse un’istruzione educatrice per dare a tutti i cittadini gli strumenti culturali essenziali per esercitare liberamente, autonomamente, consapevolmente la propria sovranità.è per questo che gli interventi dovevano comprendere tutte quelle forme di educazione che si potevano considerare diritto fondamentale di ogni cittadino.si contribuiva così a combattere non solo l’analfabetismo strumentale ma anche quello spirituale.il provvedimento ministeriale era maturato in seguito a una sperimentazione realizzata a Roma nell’anno scolastico 1946 1947 e in un momento storico particolarmente caldo per la capitale che nel giro di pochi anni vedrò aumentare la popolazione. Istituire una scuola popolare era stata una scelta dettata dall’emergenza età ragioni di ordine pratico e cioè arginare la disoccupazione di migliaia di maestri ma anche dalla volontà di integrare quanto fatto e quanto avrebbero potuto fare le associazioni di natura solidaristica, spesso legate al movimento operaio e al volontariato laico cristiano. E difatti i corsi erano per la maggior parte frequentati da adulti che non avrebbero avuto altrimenti occasioni di riscatto per questo si precisava che le attività di educazione popolare dovranno dunque essere vaste, molteplici, capillari e si svilupperanno non solo attraverso i corsi di scuola popolare ma anche attraverso quelle attività che si potranno organizzare.chiari sono gli intenti, la strada da seguire per dare corpo ai principi costituzionali in particolare all’articolo tre rimuovendo gli ostacoli per consentire il pieno sviluppo della persona umana e promuovere attraverso le istruzioni la piena consapevolezza di essere cittadini titolari dei diritti.non è certo questa la sede per riflettere i suoi limiti del modello pedagogico proposto dalla scuola popolare, ma come rileva Roberto Sani questo obiettivo promuoveva una cittadinanza democratica fondata sulla responsabilità ossia sulla diretta e consapevole partecipazione dei cittadini alla vita politica.non stupisce pertanto che ha integrazione del provvedimento ministeriale si registrò una vivacità di iniziative significative nel contribuire alla costruzione e al consolidamento di pratiche finalizzate a fare della conoscenza uno strumento di promozione umana.basterebbe citare in proposito il rinnovato impegno di associazioni che dopo l’parentesi del fascismo poterono riprendere il loro attività o la formazione di nuove.si può pensare al movimento di collaborazioni civica, al movimento comunità, ai centri di orientamento sociale fondati da Aldo tini nel luglio 1944 e aggettivi nel periodo della resistenza per favorire la partecipazione popolare allo sviluppo della cultura e la promozione della cittadinanza attiva.degni di nota furono soprattutto gli sforzi profusi dell’unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo fondata il 5 dicembre del 1947 la quale intuì che dove la scuola era assente nel borghi e nei paesi sperduti del sud a partire dalla Sicilia era necessario un faticoso lavoro di semina della cultura per liberare il ceto popolare per la

maggior parte formato da contadini.nel 1949 seguì l’emanazione dei centri di cultura popolare dove per i giovani per gli adulti analfabeti l’incontro con gli insegnanti diventavano occasione di crescita umana.si partiva dalle condizioni di vita e di lavoro e della valorizzazione dei saperi posseduti per far maturare nei soggetti una nuova interpretazione della realtà. Aldilà della specificità delle singole iniziative con l’avvento della Repubblica l’educazione popolare fu il territorio privilegiato dell’incontro delle istanze tutori fra la chiesa e la burocrazia ministeriale democristiana. il nostro paese vanta una forte tradizione filantropica ben prima del novecento e fini primi primi anni del secolo scorso caratterizzata da una molteplicità di esperienze che sarebbe impossibile restituire in poche pagine in tutta la loro ricchezza. si pensa ad esempio all’impegno dell’associazione associazione nazionale per gli interessi del mezzogiorno di Italia per il 1910 il 1945 chi attivò scuole serali e festive biblioteche case per l’infanzia e così via.è solo però con la costituzione repubblicana che si realizza il vero e proprio superamento del modello scolastico di stampo cristiano gentiliano.il passaggio tra la scuola legale e quella reale fu a dir poco complesso.tra gli ostacoli si registrarono la resistenza da parte della burocrazia ministeriale e una dirigenza scolastica formatesi larga misura in epoca fascista nonché la mancata diffusione di una visione della scuola e del ruolo dell’insegnante alternativa a quella di stampo gentiliano.furono pochi infatti quelli che possiamo definire i maestri di frontiera capaci cioè di operare realmente contro i disuguaglianze con un approccio pionieristico. di loro si aderirono al movimento di cooperazione educativa che propose un’educazione attiva fortemente orientata a idealità democratiche, espressione di una pedagogia popolare che rompeva la tradizione idealistica e con una scuola verbalistico, libresca, della cattedra del banco ma soprattutto della disciplina posta.si trattava di spezzare le tradizionali ritualità del tempo scolastico e di trarre dall’osservazione della vita nelle sue diverse manifestazioni gli stimoli fecondi per costruire una scuola a misura degli interessi e delle esigenze reali dei bambini e dei ragazzi.si potrebbero citare come esempi Mario Lodi e Albino Bernardini i quali si distinsero per un forte impegno etico è un approccio pedagogico nuovo.i maestri frontiera riuscirono invece ad dar voce a un mondo fino a quel momento taciuto offrendo quali occasioni di riscatto a chi altrimenti sarebbe rimasto ai margini provando anche a contrastare alcuni fenomeni come il lavoro minorile.va precisato infatti che tra i fattori che incisero sulla mancanza di una realizzazione piena degli ideali democratici vivono le condizioni ambientali a conferma che frequentare la scuola a seconda del contesto assume la significati molto diversi.il nostro paese fu infatti investito con gli anni da uno sviluppo economico senza pari, ma scomposto e disordinato fu un miracolo non governato che esasperò disuguaglianze culturali, economiche e linguistiche già presenti: tra il nord e il sud, tra i paesini e i randi centri… il processo di modernizzazione rivelava contraddizioni e resistenze; alle speranze sia accompagnarono i bisogni e la scuola non riuscì ad assolvere alle nuove richieste formative di una società in trasformazione. Le politiche di quegli anni si concentrarono sulle sulle urgenze del momento rinunciando a prospettive di più ampio respiro e il noto piano di sviluppo della scuola nel decennio 1959 1969, presentato nell’ottobre del 1958, che inaugurò una logica di programmazione riuscì solo in parte a soddisfare le accresciute esigenze.le indagini del periodo mostrarono che la scuola pubblica continuava a perpetuare le differenze sociali non riuscendo a essere strumento di mobilità come invece aveva richiesto la costituzione.alcune tappe del processo di democratizzazione furono indubbiamente fondamentali per rispondere a un bisogno reale di istruzione ma soprattutto soprattutto per passare dalla funzione selettiva a quella di promozione e comunque alcune questioni suscitarono contraddizioni e confusioni aprendo la

difettavano del capitale sociale necessario così come acutamente aveva messo il luce Bourdieu. Le bocciature erano ancora a livelli altissimi e troppi i ragazzi che non riuscivano a compilare il ciclo dell’obbligo.e questo lo scenario dove si diffondono le scuole popolari che rappresentarono anch’essiun vero e proprio movimento e che si contraddistinsero più per l’opposizione che per l’integrazione con le istituzioni pubblica.gli squilibri generali dello sviluppo economico scomposto andarono incidere sulle condizioni già precarie di alcune arie o nelle zone periferiche delle grandi città dove la mancanza di di more dignitose, di spazi verdi, di servizi concorreva ad aumentare il disagio.si pensi alla crescita disomogenea di Roma.i bambini e le bambine che frequentavano la scuola e che provenivano da questi contesti faticavano a tenere il passo e la maggior parte degli insegnanti faticava a realizzare autentici processi di inclusione non tutti riuscendo a essere dei maestri di frontiera.l’esperienze di scuole popolari offrirono un contributo importante nel soddisfare gli accresciuti e diversificati bisogni di apprendimento.è legittimo pensare che essi fossero un ruolo non trascurabile nei processi di modernizzazione del paese e che soprattutto concorsero a creare le condizioni per la maturazione e l’attuazione delle riforme succitate.queste iniziative approvarono pure a incidere sulle aree urbane tentando di attivare processi di rigenerazione, cominciando a costruire un diverso concetto di partecipazione e di rapporto con il territorio.si misero così in modo idealità e immaginari per non tradire quelle che erano le nuove legittime aspirazioni dei ceti popolari.Maria Luisa Torcello ha scelto appunto l’espressione il sogno di una scuola per significare quella spinta ideale che si tradusse nel diritto e dovere di cambiare il mondo e di opporsi alle perduranti disuguaglianze si può dire che molti casi ci si trova di fronte a pratiche del dissenso maturate in anni di forti tensione che espresso l’esigenza di una scuola diversa che fosse realmente inclusiva. Tra i promotori delle varie iniziative vi furono infatti diversi sacerdoti tra i quali oltre a Don Don Milani, Don mazzi Don Umberto sardella nonché volontari di diversi ordini religiosi, studenti, insegnanti, attivisti militanti che si distinsero per un impegno insieme personale e politico e per la radicalità Delle posizioni. le motivazioni che portarono all’avvio delle diverse esperienze spesso non possono prescindere dall’analisi contestuali e dalle specificità dei territori.in alcuni arie dove dominava una cultura del lavorismo l'istruzione non era mai stata una priorità: la maggior parte dei figli delle classi lavoratrici spesso rinunciavano a studiare per trovarsi un’occupazione. La richiesta di manodopera specializzata emerse la necessità di conseguire il diploma di terza media anche perché aveva abbandonato gli studi dell’obbligo; per cui i corsi di recupero e di sostegno rappresentarono una valida alternativa soprattutto per coloro che non potevano frequentare la scuola della mattina.l’esperienza è più nodi di cui quella di barbiana per il messaggio permesso.si critica l’utilizzo delle discipline come mezzo per selezionare ed escludere. Vengono inoltre criticate certe misure quali la pluriclasse o la limitazione del tempo perché ridotto non può essere adatto a chi a casa è il primo di stimoli culturali mettendo così luce e ragioni storico sociali nell’esclusione.bisognava cercare i ragazzi toglierli dai campi e dalle fabbriche per portarvi a scuola e accendere il loro la passione ferro studio che è un compito ineludibile perché carriera, cultura, famiglia, non dello scuola, bilancio per pesare i compiti.sono piccolezze. Un’altra scuola meritevole di essere ricordata e quella promossa da donne Enzo mazzi sul modello di quella di Barbiana nel settembre del 1967 nella parrocchia dell’isolotto a Firenze con una proposta di comunità aperta al quartiere di credito a coloro che ne avevano più bisogno. si evince che non si trattava semplicemente di un servizio culturale e sociale bensì politico per far scoprire una conoscenza e una cultura di classe.proprio in questa sede che si

scelse di svolgere il primo convegno delle scuole popolari dal tre al 4 luglio 1971 che registra la partecipazione di 200 rappresentanti di circa 50 scuole popolari e più tutta la penisola. Un modello originale è il centro di Partinico basato su un’educazione maieutica dove tutti possono esprimere i loro talenti e ricercare i sogni. l’azione Politico pedagogica interseca le diverse problematiche che vengono affrontate con un lavoro locali capillari per trasportare alla comunità e liberarle dai vincoli socioculturali che condizionano percorsi di emancipazione. Nella varietà delle esperienze si capisce l'importanza di provare nuovi metodi di insegnamento e far crescere una consapevolezza politica. Ad esempio, la lotta per la casa in città con le baraccopoli è un esempio di questo impegno. Alcuni esempi sono il lavoro di Don Roberto Sardelli e Don Lutte per migliorare la vita nelle zone marginali attraverso la scuola popolare. Un altro aspetto comune è il coinvolgimento della comunità nel cercare di cambiare le condizioni di vita. Spesso i ragazzi hanno esplorato queste situazioni con giornali e inchieste. La spontaneità, la diversità e la flessibilità sono punti di forza di queste iniziative, che non possono essere categorizzate in modo rigido. Le scuole popolari sono state una fase di fermento in tutto il paese, con una particolare presenza in alcune regioni come la Toscana e il Piemonte. Gli obiettivi principali erano l'educazione ai diritti e la lotta per strutture educative migliori, come laboratori e biblioteche. Questa cultura ha cercato di integrare partecipazione e cittadinanza, ma non sempre è riuscita. Le scuole popolari oggi devono affrontare sfide ed essere un punto di riferimento per una nuova educazione, inclusiva e aperta al cambiamento.