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Riassunto libro e commento finale
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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La figura dell’Educatore è esistita sin dall’antichità ed è proprio grazie a questa figura che si andava formando, ieri così come oggi, lo sviluppo equilibrato della persona. Il compito primario dell’educatore è quello di formulare progetti educativi che diano, alle persone con difficoltà o con disabilità, la possibilità di inserirsi nel contesto psico- sociale. Oggi l’educatore si pone principalmente come un “agente di cambiamento” visto però all’interno di un’ottica professionale, e non più vocazionale, dove la formazione rappresenta la base dell’azione educativa utile all’inserimento nella nostra società. Si è passati così da un agire mirato all’isolamento dei diversabili in istituti e manicomi a un agire improntato all’integrazione dei disabili nella realtà sociale. Da un lato possiamo notare che, oggi, la figura dell’educatore è presente a vari livelli nei Servizi, sia di tipo sanitario che sociale; dall’altro lato però vi è anche una grande situazione di precarietà legislativa che sfortunatamente regolamenta solo gli educatori in ambito sanitario senza dar loro alcun riconoscimento giuridico a livello sociale. Un altro rilevante aspetto del testo si basa sulle competenze specifiche che un Educatore Professionale dovrebbe possedere che vanno dalle conoscenze cognitive a quelle pedagogiche, psicologiche, antropologiche, sociologiche, riabilitative, animative, di legislazione sociosanitaria ecc. Si parla anche di competenze personali dell’educatore in quanto, quest’ultimo, non può avvalersi solo di competenze e saperi tecnici ma deve anche essere in grado di relazionarsi con l’altro e instaurare con esso un sentimento di fiducia. Introduzione La storia delle Scienze dell’Educazione inizia alla fine degli anni Sessanta ma si sviluppa maggiormente nei giorni nostri. Difatti negli ultimi decenni vi sono stati cambiamenti sorprendenti che hanno costruito modelli non più statici o universali o ideologici ma sempre in movimento e in trasformazione. Tutto ciò è dovuto al fatto che la società contemporanea è evolutiva, complessa e mette in discussione e ristabilisce, costantemente, i valori tradizionali. Capitolo I: La Formazione La storia e la legislazione Nacque tutto all’inizio degli anni Settanta quando, dopo il boom economico degli anni Sessanta, si sviluppò, con l’impegno sociale, la speranza di poter abbattere le ideologie antiquate, reazionarie e classiste della vecchia Società. Anche se la rivoluzione in sé e per sé non si era realizzata si poteva comunque fare qualcosa per ridurre le differenze sociali, sia dal punto di vista economico che da quello umano, in modo tale che la nuova Società riconoscesse e ampliasse i diritti di tutti i cittadini. Difatti cominciarono a nascere diverse associazioni di volontariato e nel 1977 fu emanata la legge 517 che eliminò l’istituzione delle classi differenziali aprendo ai bambini diversabili l’accesso alle classi dei bambini normodotati. Questa legge ridefinì i concetti di “diversità” e “normalità”. Nascere con un deficit non avrebbe più voluto dire essere discriminato fin dall’infanzia, rinchiuso in luoghi riservati, creati appositamente per nascondere ed emarginare. Nell’arco di pochi
anni le scuole iniziarono dunque ad accogliere tutti coloro che per secoli erano stati rifiutati, ghettizzati e anche eliminati fisicamente. Non bastò tuttavia “inserire” il diversabile nel contesto scolastico, fu necessario anche “integrarlo” all’interno e al di fuori della scuola, nel mondo delle relazioni, del lavoro e della società. Eliminando gli ospedali psichiatrici e i manicomi si andarono creando, in tutte le Unità Sanitarie Locali, una rete di servizi quali strutture residenziali e semiresidenziali in grado di fornire un intervento integrato alla riabilitazione e alla gestione delle crisi. La legge 833\77 (1978) sancì l’obbligatorietà della gestione integrata dei Servizi Sociali con quelli Sanitari. Si sviluppò così l’idea che lo Stato doveva preoccuparsi, in primis, dei cittadini più deboli, cominciando ad utilizzare l’espressione Welfare ossia benessere, o per meglio dire Welfare State cioè Stato del benessere. Lo stato avrebbe dovuto tutelare i cittadini dai rischi della vecchiaia, della malattia, degli infortuni, della disabilità, della discriminazione sociale, investendo una parte dell’economia nazionale per la protezione di questi cittadini. Tuttavia è piuttosto chiaro che negli anni Ottanta l’Ente pubblico “delegasse” piuttosto che gestire direttamente, soprattutto in alcune aree di intervento come la realtà della diversabilità che fu la prima ad essere scaricata dalle Unità Sanitarie Locali e dai Comuni. Negli anni Novanta lo Stato italiano dovette comunque iniziare a regolamentare realtà operanti già di fatto, come le Cooperative sociali che si erano enormemente diffuse nel decennio precedenti ma senza alcuna collocazione nello stesso ambito del mondo cooperativistico. Per la Camera di commercio la cooperativa sociale rientrava fra quelle cosiddette “miste” perché non inquadrabile in nessuna categoria fino ad ora riconosciuta e regolamentata. Non vi era neppure un Contratto Collettivo Nazionale per i propri operatori che erano incastrati nei contratti più disparati, da quello sanitario al commercio o altro ancora. L’unico riferimento legislativo era quello riguardante la cooperazione del 1947 denominato Provvedimento per la cooperazione. In ogni caso era nato il Terzo Settore, detto anche Terza Dimensione, che in seguito verrà definito col termine nonprofit sector, ossia quell’insieme di organizzazioni che non appartenendo alla sfera pubblica né a quella privata erano orientate non al profitto imprenditoriale, ma al recupero del bisogno e del benessere, non in termini economici ma esistenziali, sociali terapeutici ed educativi. Volontariato, cooperazione sociale, interventi verso la marginalità, furono movimenti colmi di incertezze e mancanza di punti di riferimento anche sindacali. Per questo il legislatore si mosse verso due linee: quello del volontariato e della cooperazione sociale. La prima risposta normativa fu quella della legge 266\91 che riconobbe il volontariato una realtà non benefica e umanitaria ma sociale. Nel 1991 la legge 381\91 disciplinò una volta per tutte la vita del Terzo Settore e quello della cooperazione sociale. La legge quadro rimandava a normative regionali che avrebbero dovuto essere emanate dalle singole regioni destinatarie dei finanziamenti governativi. Il Terzo Settore si sviluppò in varie forme dando vita alle Organizzazioni del nonprofit che possiamo suddividere in cinque modalità: Associazioni non riconosciute, Organizzazioni di volontariato, Organizzazioni non governative, Associazioni riconosciute e Fondazioni. Si giunse così al 1977 definendo un nuovo soggetto fiscale che classifica gli Enti non commerciali in Organizzazioni non
apprenditiva inconsapevole, il condizionamento relazionale, il riferimento a contesti funzionali alla crescita e l’unità di senso che l’esperienza stessa evidenzia. Il pedagogista Massa sostiene invece che l’Intersoggettività (basata su scambi relazionali), la Proiezione verso il divenire (educazione come anticipazione del futuro), la Funzionalità, la Dimensione inconscia (educazione delle pulsioni libidiche, aggressive, transferiali), la Dimensione pragmatica (educazione che si fonda su azione e concretezza) e la Progettualità (educazione come ricerca di un fine) siano correlate l’una all’altra. Il professore di scienze dell’educazione Demetrio approfondisce il concetto di educazione-cambiamento dove il cambiamento è il centro di un processo costante che si basa sulla Temporalità, sulla Novità (irruzione casuale), sulla Spazialità (in ogni luogo), sulla Direzionalità (che ha uno scopo), sulla reversibilità (oltre ad aggiungere si toglie) e sull’Emozionalità. In ogni caso, centrale è il concetto di empatia. L’empatia rappresenta la capacità, dell’operatore sociale, di ascoltare, in maniera riflessiva, il soggetto diversabile con lo scopo di dargli l’opportunità di sperimentare un’unità complementare di comunicazione e, individuare un senso alle sue esperienze. Bisogna anche superare il concetto di un atteggiamento pedagogico autoritario, ridefinendo il concetto di educare come e- ducere, nel senso di trarre fuori non solo una mera operazione educativa ma anche un insieme di momenti significativi rivolti a chiari obiettivi e legati sempre al concetto di cambiamento. Ma il concetto di educazione non è comunque nuovo, si sviluppa da Rousseau (l’educazione migliora gli uomini) a Pestalozzi (educazione è elevazione dell’umanità) a Maria Montessori (la diversità non è un fattore negativo) fino a giungere a Mannoni, per la quale nel rapporto educativo non vi sono solo la mente e il corpo ma anche la relazione. Sono dunque l’inizio degli anni Settanta a ridefinire non solo teoricamente ma anche operativamente il concetto di educazione
istruzione, non più rivolta all’età evolutiva ma orientata a un sistema formativo integrato nel quale si coniugano le diverse dimensioni della vita del soggetto, da quella culturale a quella sociale in un processo di lifelong learning, a cui fa riferimento la pedagogia degli adulti. Le motivazioni Ciò che si è andato sviluppando col tempo è il concetto di lavoro in équipe. L’équipe non è solo uno strumento strategico, in quanto sono coinvolte più figure professionali, ma anche la dimensione in cui emergono le problematiche e le difficoltà del lavoro insieme. Il lavoro di gruppo implica difatti la capacità di adeguarsi alle esigenze e alle peculiarità altrui e, a volte, conduce alla competitività. La competitività innesca, in alcuni casi, meccanismi di difficile controllo come per esempio il Mobbing, termine che inizialmente fu utilizzato per descrivere l’attacco di animali più piccoli ad uno solo di taglia più grande, per poi essere utilizzato dal medico Heinemann che lo rivolse all’atteggiamento aggressivo verso un singolo bambino da parte di un gruppo di altri bambini. Un altro fenomeno diffusosi particolarmente in quest’epoca è il Burn out, una sindrome che può verificarsi in alcuni operatori sociali esposti allo stress di un rapporto diretto e comunicativo con una persona fortemente disagiata e problematica. Se aggiungiamo a ciò i contratti part-time, i contratti a progetto, i contratti determinati e i tagli che lo Stato opera a danno delle Regioni, potremo comprendere come la figura dell’operatore sociale sia particolarmente spinta da una “motivazione personale” a
svolgere questo lavoro. L’aspetto vocazionale di questa professione è infatti quasi sempre presente tra gli educatori. Capitolo II: I luoghi e gli attori dell’educazione La dimensione politica e gli investimenti Lo sviluppo del Terzo settore e della cooperazione sociale ha contribuito ad un aumento dell’occupazione degli educatori sociali. Il punto principale che si è creato sta nel costo del lavoro che si è trasferito dal pubblico al privato sociale, che ha messo a disposizione i propri operatori retribuiti e non (volontari), e un’offerta di servizi che richiedono un’ampia preparazione professionale e organizzativa. I vantaggi di queste imprese sono quelli di offrire organizzazioni sufficientemente stabili, una natura giuridica ma diverse dalle aziende con fini di lucro avendo il divieto della ridistribuzione degli utili che vanno, invece, in un fondo indivisibile per essere poi reinvestiti in altri servizi. Si sviluppano così diverse cooperative sociali ma anche l’aggregazione di cooperative in Consorzi o Associazioni Temporanee d’Impresa per meglio seguire l’evoluzione del Mercato alla quale gli Enti pubblici non sono in grado di soddisfare. La figura e il ruolo dell’educatore L’educatore professionale agisce principalmente in contesti extrascolastici e all’interno di situazioni di disagio cercando di formulare progetti che conducano la persona in difficoltà a sviluppare le sue potenzialità e alla reintegrazione di essa da uno stato di marginalità. Lo studioso Donati individua quattro ambiti in cui si muove l’educatore: sociosanitario, sociale, penitenziario e formativo. Nell’area sociosanitaria l’educatore si occupa della riabilitazione del soggetto operando in diversi settori d’intervento come psichiatria, neuropsichiatria infantile, dipendenze tossiche, diversabilità, anziani ecc. In campo sociale agisce nei settori d’intervento del disagio minorile, nell’educazione degli adulti, nella terza età, nell’integrazione multiculturale ecc. e lo fa attraverso Centri di aggregazione, Centri sociali, Comunità alloggio, Servizi di pronta accoglienza o Case di riposo. In campo penitenziario l’educatore lavora con gli adulti e i minori sottoposti a procedimento penale, riferendosi ai Servizi sociali per i minori e agli Istituti di prevenzione e pena per gli adulti. In quest’ultimo ambito gli obiettivi dell’educatore sono comunque sempre la crescita, la maturazione e la riabilitazione dei soggetti in difficoltà, in questo caso dei detenuti. Negli ultimi periodi si stanno formando anche progetti di reinserimento lavorativo e sociale nell’istituto di “messa alla prova”, progetti che vanno a sostituirsi alla detenzione. Per realizzare un progetto educativo l’educatore deve programmare, gestire e verificare lo sviluppo e il recupero delle potenzialità dei soggetti in difficoltà con lo scopo finale di far ottenere loro maggiore autonomia. Evidenziamo ora le funzioni principali che raffigurano il profilo professionale dell’educatore: 1. Funzione diretta: nella relazione educatore \ utente l’educatore deve stare attento non solo a come comportarsi col soggetto ma anche a ciò che il soggetto stesso percepisce durante l’azione; 2. Funzione indiretta: rappresenta l’insieme di quelle azioni come la progettazione e la programmazione che agiscono indirettamente sulla relazione educatore \ utente; Educare nel suo significato etimologico di “trarre fuori” non può dunque voler dire solo trasmettere modelli o nozioni all’altro ma tutt’al più vuol dire aiutarlo a crescere, a recuperare e sviluppare la sua identità. La chiarezza, la disponibilità, il giusto coinvolgimento, l’interesse per gli altri, la sensibilità, la fiducia, l’apertura, il rispetto e la pazienza sono solo alcune
rinnovato apprendimento. I cambiamenti che l’educatore attiva non riguardano quasi mai una singola persona ma coinvolgono anche l’insieme delle sue reti di relazione e i suoi spazi di vita, difatti ogni persona è definita dal rapporto con gli altri. Il significato di relazione implica il riferimento a una situazione tra due o più persone che sviluppano interazioni, è uno scambio non solo di informazioni ma anche di emozioni, affetti ed esperienze. L’ascolto è uno degli elementi principali da tenere in considerazione, per ascoltare in modo efficace è necessario prestare attenzione all’altro, non solo ai contenuti della comunicazione verbale ma anche alla sua dimensione corporea, affettiva ed emozionale. Per lo sviluppo delle relazioni u,amo la comunicazione rappresenta l’elemento indispensabile. È necessario sottolineare che la comunicazione può essere analogica (non verbale) o numerica (verbale). Queste due forme di linguaggio non solo coesistono ma sono anche complementari in ogni messaggio, il messaggio verbale comunica i contenuti, il messaggio non verbale i sentimenti e le emozioni. Ogni comunicazione lascia ai partecipanti un’influenza che produce effetti sul comportamento. Il comportamento del ricevente diventa un segnale importante per l’emittente che potrà regolare il proprio atteggiamento nei confronti dell’altro creando così un successivo effetto alla risposta ricevuta. La relazione educativa si differenzia dalle altre perché è caratterizzata dall’intenzionalità in quanto persegue degli obiettivi che possono essere di sviluppo delle potenzialità della persona. Seguire l’intenzionalità significa valorizzare la relazione con l’altro e valorizzare quello che si realizza nell’immediatezza, nell’irripetibilità di quello scambio. La relazione educativa inoltre è una relazione asimmetrica tra una persona che trasmette qualcosa e un’altra che accoglie quel qualcosa senza però percepire una posizione di superiorità o inferiorità. Tornando al lavoro di équipe dobbiamo ricordare che, in quest’ambiente, le attività devono essere concordate in maniera collettiva tramite rapporti di collaborazione. È fondamentale che ogni membro sviluppi un adeguato livello di coinvolgimento e d’appartenenza, senza il quale l’équipe multidisciplinare perde la sua motivazione, partendo dalla moltiplicazione delle risorse per arrivare all’ottimizzazione e all’individuazione di soluzioni creative che sarebbero inattuabili se ciascuna professionalità rimanesse confinata nella sua specifica competenza. È dunque fondamentale il pensare collettivo che può elaborarsi con lo scambio di opinioni e informazioni tra gli operatori. Tutto ciò conduce al lavoro di rete, una metodologia del lavoro sociale, che viene descritto da Folgharater come un approccio complesso, integrato e sistemico. Gli studiosi Cardini e Molteni distinguono le reti in primarie o naturali che corrispondono ai rapporti creati dalla famiglia, dalla parentela, dal vicinato in cui le componenti relazionali sono preponderanti e in reti secondarie che consistono in rapporti derivanti dal lavoro, dai partiti, dalle associazioni in cui le relazioni sono articolate in base all’organizzazione dei servizi e della dimensione organizzativa. Pensando in termini di “rete” non vi sono più gli individui da una parte e le comunità dall’altra ma entrambi sono nel sistema sociale e sono considerati interdipendenti. Il lavoro di rete è una mentalità che implica nell’educatore le seguenti condizioni: 1. Aprirsi culturalmente a considerare integrate in un’unica rete, sia le risorse istituzionali che quelle umane; 2. Non puntare principalmente sulle probabilità delle
terapie specialistiche rivolte al singolo, quanto a problemi sociali: 3. Non considerare gli utenti come soggetti che gravano sulle reti o sui servizi istituzionali, preoccupandosi solo dei loro deficit o carenze, trascurandone le potenzialità e le possibilità di autonomia individuale e sociale. Folgharater colloca gli interventi di rete su sette livelli: 1. Fra la persona e i suoi attuali altri significativi. È l’intervento che accosta l’educatore alle reti primarie del soggetto in cura, ponendosi come consulente, come ascoltatore o punto di scarico di tensioni e stress emozionali, come promotore di risorse interfamiliari per la soluzione di problemi. 2. Fra persone o nuclei familiari con analoghi problemi. L’educatore ha qui il ruolo di supervisore. L’educatore può fungere da facilitatore per lo sviluppo di nuove relazioni. 4. Fra volontari. Significa collegare persone che si facciano carico dei problemi di altre persone, creando attorno a ciascun volontario una rete di supporto. 5. Fra operatori all’interno dello stesso servizio, con diverse professionalità. Le riunioni di operatori possono fungere da rete di sostegno reciproco. In questa dimensione è necessaria la figura di un Supervisore, uno psicologo o a uno psico-pedagogista esperto di processi dinamici. 6. Fra operatori di servizi diversi, ad esempio quelli pubblici con quelli privati che si trovano a collaborare su un stesso territorio per la gestione di problemi. 7. Fra leader comunitari, operatori professionali, servizi formali. Il lavoro di rete serve per consolidare e migliorare le qualità dei servizi e dei progetti o la qualità della vita delle persone verso cui questi progetti sono rivolti. CAPITOLO III: LAVORARE CON I SERVIZI Le nuove sfide: infanzia e adolescenza Il mondo giovanile è senza dubbio una delle realtà più complesse all’interno della nostra società. Il suo focus sta nella ricerca dell’identità che coinvolge integralmente la persona e va dalla definizione della propria sessualità alla ricerca del proprio ruolo sociale, dei rapporti con la famiglia a quelli con le istituzioni. Un elemento di complessità degli insegnanti è quello di individuare strategie per affrontare le problematiche degli alunni legate a situazioni familiari, sociali, psicologiche, fisiche ecc. Per questo si va alla ricerca di interventi extrascolastici nell’ambito del nonprofit con figure professionali di educatori. L’educatore deve dunque entrare in relazione coi bambini e gli adolescenti e individuare i loro bisogni. È importante anche ricordare ai soggetti che non ci sono solo diritti ma anche doveri, invitandoli al senso di responsabilità e rispetto per gli altri. La difficoltà nel rapportarsi agli adolescenti sta nel fatto che oltre ai mutamenti del corpo si aggiungono nuovi disagi familiari e sociali che portano gli adolescenti ad atteggiamenti aggressivi, pericolosi per se stessi e per gli altri. L’educatore deve comunicare col genitore e riferire loro le modalità con cui agire. È fondamentale farsi capire dagli adolescenti, esprimersi con un linguaggio chiaro e semplice in modo tale da superare la rigidità che caratterizza il ruolo dell’adulto. La comunicazione dunque si concentra sul come svolgere l’azione educativa piuttosto che al cosa vuole essere trasmesso. Nascono le Comunità educative territoriali che hanno lo scopo di osservare i problemi e i bisogni dei minori, per dare la possibilità ai ragazzi accolti nelle strutture di accesso ai servizi scolastici, sanitari, culturali, ricreativi ecc. La comunità non deve però essere un’esperienza particolarmente lunga. Inizialmente l’educatore accoglie i problemi e le sofferenze del soggetto per poi indirizzarlo verso la ricerca della propria
deve essere un osservatore, un fucilatore delle relazioni e a volte deve anche assumere un ruolo normativo per far sì che gli accordi presi in fase preliminare vengano rispettati. Le tossicodipendenze Il lavoro dell’educatore all’interno di un programma destinato ai giovani consumatori di sostanze stupefacenti parla di “ri- educazione” dei ragazzi difficili. La differenza tra educazione e rieducazione consiste nel fatto che quest’ultima inizia in un momento spostato rispetto alla solita educazione di ogni individuo; pertanto l’intervento di rieducazione è molto più complicato quanto più il ragazzo ha raggiunto una sua struttura interiore. Il lavoro rieducativo non può partire del passato del ragazzo pretendendo che egli ne prenda le distanze; questo è semmai il punto di arrivo di un processo costruttivo, rivolto al futuro. Quando lo stesso ragazzo avrà iniziato a modificare i suoi valori e sarà mosso da nuove esigenze, solo allora avrà senso provocare un ripensamento del suo passato. Il significato della rieducazione è quello di essere una trasformazione attiva che non nega il passato ma rinnova la proiezione nel futuro. L’educatore deve essere consapevole del senso di vulnerabilità provato dal ragazzo nella prima fase dell’intervento educativo, la relazione asimmetrica spinge il soggetto in difficoltà a manifestare atteggiamenti aggressivi, apatici, remissivi, di chiusura ecc. L’origine della vulnerabilità si sviluppa dall’idea del ragazzo che l’operatore possa giudicarlo. L’educatore deve porsi dal punto di vista del giovane, deve comprendere le motivazioni del suo comportamento deviante per poterlo poi superare. L’educatore deve creare quindi una relazione basata sull’empatia, deve spingere il ragazzo a suscitare il pensiero di se stesso nel futuro considerando i propri limiti e le proprie capacità. Il progetto del sé deve venire dal suo profondo. Il soggetto dovrà dunque ripensarsi nel presente, comprendendo l’incompatibilità tra vecchio e nuovo schema di rappresentazione della realtà, cogliendo i vantaggi dall’assunzione di una nuova visione del mondo. In questa fase si supera il transfert e l’educatore diventa un interlocutore alla pari, un punto di riferimento. È importante anche ripensarsi nel passato non dimenticando o cancellando, poiché è in virtù di ciò che diventa consapevole di quello che è ora. Un settore parallelo è quello legato all’uso di alcol. Nel CAT (Centri alcolisti trattamenti) l’educatore conduce il primo colloquio e deve essere in grado di accettare l’alcolista e i suoi familiari creando un’atmosfera armoniosa. Per i nuovi membri e per le famiglie che entrano nel trattamento per la prima volta vi sono a disposizione le esperienze delle altre famiglie. Nella realtà di gruppo l’educatore impara ad ascoltare i membri del club, a comprendere i loro problemi e ad aiutarli nella comunicazione e interazione. I corsi di sensibilizzazione per la preparazione dell’educatore cambiano di continuo, l’educatore apprende questi cambiamenti nei vari corsi di aggiornamento. Uno dei temi più ricorrenti per l’educatore è quello della “ricaduta”. Le ricadute possono essere comportamentali e funzionali al mantenimento dell’astinenza e con il ritorno al bere. La ricaduta è un segnale di crisi ma, a differenza dell’approccio medico tradizionale, nel club questa non viene vista come un fallimento. Il percorso infatti è costituito da alti e bassi, da passi in avanti e indietro. La dimensione interculturale La legge Martelli mirava ad attribuire agli immigrati regolari gli stessi diritti civili, economici e sociali dei cittadini italiani, senza imporre, come prerequisito per usufruirne, l’acquisizione della
cittadinanza. Questa legge aveva anche definito un insieme d’interventi per favorire l’integrazione sociale e culturale degli stessi stanziando fondi per dare atto al diritto di educazione e all’abitazione; tuttavia delle proposte avanzate solo quelle relative all’emergenza e alla prima accoglienza furono attuate. Il successivo decreto del 1998 mirava alla realizzazione di una più efficace programmazione all’ingresso nel mondo del lavoro, all’aumento della prevenzione e della repressione dell’immigrazione illegale. Nel 1977 una direttiva prevedeva l’inserimento degli alunni stranieri nei normali corsi di studio, l’insegnamento della lingua e della cultura d’origine. Nel 1990 la legge 205 affermava che la scuola doveva mediare fra le diverse culture non assimilando, ma confrontando i diversi modelli, promuovendo la convivenza costruttiva, la comprensione e la collaborazione tra le varie identità. Anche in assenza di alunni stranieri la scuola deve comunque lavorare ad una comunicazione più aperta nei confronti delle culture diverse. La legge 40 richiedeva poi agli immigrati di conoscere la lingua e la cultura del paese ospitante per riuscire ad inserirsi positivamente nel tessuto sociale e lavorativo. Tra l’altro la scuola deve lavorare per il positivo inserimento dei bambini stranieri non solo nella classe ma anche nell’intera società. Per costruire una società multietnica è chiaramente necessaria una collaborazione tra scuola, enti locali e terzo settore. L’interculturalità rientra tra le priorità espresse dal Piano di Indirizzo per il diritto allo studio e alla formazione permanente così come il Piano Integrato Sociale Regionale attribuisce all’integrazione scolastica un importante ruolo nel contesto delle politiche d’integrazione della popolazione immigrata. A livello zonale questi due piani regionali diventano Progetto Integrato d’area e Piano Sociale Zonale. Con questi piani si può agire mediante l’erogazione di risorse destinate dalla programmazione sociale degli enti locali. Si va dunque espandendo una stretta correlazione tra scuola ed extrascuola. Un altro progetto è quello della costituzione di laboratori di Italiano, uno spazio di dialogo per le famiglie, servizi di documentazione e informazione, attività di aggiornamento e punti d’incontro. Uno di questi è il Centro di documentazione a livello provinciale che funge da punto di riferimento sia per il materiale sia per la formazione e l’aggiornamento degli operatori. L’educatore in carcere Nel 1975 la legge di riforma faceva riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e alla carta costituzionale avendo come obiettivo l’umanizzazione del trattamento nelle carceri e il recupero sociale dei detenuti. Si è aperto dunque un carcere in grado di custodire i soggetti privati della libertà, cercando di superare la loro totale segregazione. I soggetti detenuti sono stati percepiti sempre meno come malati da diagnosticare e curare e sempre più come persone da comprendere in senso esistenziale. La rieducazione era tradizionalmente concepita come risultato oggettivo di una serie di azioni nel campo dell’istruzione, del lavoro della riabilitazione a cui il detenuto era sottoposto più o meno obbligatoriamente. Sotto il profilo psicogiuridico oggi il trattamento penitenziario può essere dunque inteso come un modo di sollecitare un percorso di riflessione sulle norme socialmente riconosciute, nonché sulle conseguenze della trasgressione penale e sulla possibilità di attuare comportamenti alternativi al fine del proprio reinserimento nel tessuto sociale. Partendo da queste basi possiamo definire il profilo dell’educatore all’interno delle
l’educatore deve spiegarsi e interagire con la persona che ha di fronte, cercando di dialogare oppure tacendo. Lavorare nell’Ospedale pediatrico Il ruolo dell’educatore negli ospedali psichiatrici si interseca con diverse condizioni quali l’infanzia, l’adolescenza, la diversabilità da un lato, dall’altro si interseca alle varie figure professionali: medici, infermieri, logopedisti, animatori, volontari e insegnanti. Le varie figure hanno il compito di realizzare una totalità organizzativa. Nella pratica del lavoro quotidiano è necessaria la programmazione di incontri con cadenze regolari, atte a favorire il confronto e la comunicazione dei problemi relativi alle persone in cura. Le comunicazioni tra i vari membri si producono non solo con riunioni periodiche ma anche con la compilazione di documenti scritti (diari giornalieri), la creazione di una grande tabella murale nella quale indicare i nomi dei pazienti e i diversi impegni che hanno avuto con loro e la creazione di una lavagna individuale da appendere accanto al letto in cui ciascuno è libero di lasciare messaggi al personale. In questo contesto importante è la capacità di interagire con il soggetto per costruire momenti di socializzazione, oltre che di impiego del tempo e di svago. Uno degli aspetti più forti nella dimensione ospedaliera è la paura della morte. Contro di essa si creano meccanismi di difesa, negazione, rabbia, iperattività ecc. Il senso di colpa e di impotenza affluiscono nel momento in cui le cure non hanno alcun effetto. In queste situazioni l’educatore deve, inizialmente, aiutare il soggetto ad avviare un processo di adattamento alla malattia che si manifesta molto spesso con tristezza e ansia. In un secondo momento il paziente vive un adattamento emozionale entrando in gioco con la malattia, la morte e in particolare la sua futura morte. Questa fase richiede un profondo e complesso lavoro di elaborazione in cui l’educatore deve mostrarsi sempre presente e accanto al soggetto. In queste situazioni molto spesso è l’educatore stesso ad affrontare le stesse fasi del paziente. Bettelheim evidenzia infatti che lavorare coi bambini in difficoltà fa riaffiorare negli educatori tutti quei problemi personali che non sono ancora stati risolti, spingendoli ad affrontarli e risolverli. Il professionista impara molto più dal paziente di quanto egli stesso ne benefici. Solo col tempo il rapporto si equilibra e il bambino riceve maggiori vantaggi. Il pianeta «anziani» Secondo Gatteschi non si può considerare l’anzianità come una condizione uguale per tutti ma ogni persona va relazionata a diversi elementi come l’immigrazione, l’aumento dell’urbanizzazione, la trasformazione delle campagne, l’istruzione sociale, la condizione economica e la connotazione culturale. Ogni anziano vive la sua vecchiaia in modo diverso; la famiglia spesso non c’è più e quando si rimane soli è difficile trovare una dimensione accettabile, e in questi casi più che mai sono state importanti le risposte che la società del Welfare ha cercato di dare mediante i Centri per anziani. In questo caso l’educatore deve confrontarsi con diverse problematiche. La prima è la condizione fisica che rende il lavoro dell’educatore molto più complesso poiché lavorare con una persona non autosufficiente richiede molta più energia. L’educatore deve anche tener conto delle potenzialità e dei reali bisogni del soggetto che spesso la cultura tende a negare. CAPITOLO IV: COME LAVORARE NELLA DIVERSIBILITÀ La nascita dei Centri Diurni Il termine Centro Diurno recentemente viene usata per rappresentare i servizi che offrivano, in passato, i Centri di socializzazione o di
Performazione. Tutto ciò inizia dopo la legge 517\77 che aboliva le classi differenziali nella prospettiva dell’inserimento di tutti gli alunni nelle classi comuni della scuola pubblica italiana. Come detto già in precedenza si sviluppa negli anni Settanta il concetto di integrazione anche all’esterno della scuola in modo da poter dare a tutti i cittadini la propria dimensione di autonomia. L’autonomia si misura ovviamente in base alle capacità del soggetto che, se presenta deficit ha chiaramente bisogno di determinati ausili che possono essere educativi, sociali o psicologici. L’autonomia parte dunque da elementi basilari che sono la capacità di muoversi autonomamente, di acquisire capacità di sopravvivenza e giungere a scegliere cosa voler fare e cosa non voler fare. La sessualità alla base di tutto Parlando di autonomia è necessario soffermarci sulla dimensione profonda e intima di una persona che si sviluppa in primis nel contesto familiare e poi nel mondo esterno. Ma per un diversabile questo è possibile? Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo soffermarci sulla scoperta della sessualità che anche un diversabile vive, proprio come un normodotato. La sessualità si articola in un insieme di situazioni relazionali, affettive, empatiche e qualsiasi forma di contatto fisico acquista un’importanza comunicativa fondamentale. Ma come reagiscono alla sessualità i genitori dei figli diversabili? Solitamente si va dall’ignorare al tentare di soddisfare, per quanto possibile, i bisogni fisiologici dei figli. Gli atteggiamenti genitoriali sono comunque diversi tra ragazzi e ragazze, nei confronti delle ragazze la repressione è la modalità più seguita. Al ragazzo invece viene proposta la masturbazione o più raramente il ricorso ad una prostituta. In questo caso l’educatore deve essere chiaro e sincero col soggetto diversabile, deve eliminare i tabù ma anche evitare di creare false aspettative. Insieme alla famiglia Olson classifica la famiglia in tre dimensioni differenti: quella della coesione, dell’adattabilità e della comunicazione. La coesione si riferisce al legame emotivo che unisce i vari membri; l’adattabilità si riferisce alla capacità della famiglia di cambiare la sua struttura di potere, le sue relazioni, i ruoli e le regole in risposta agli eventi critici; la comunicazione si riferisce all’ascolto reciproco e al mutuo sostegno. È sul piano dell’adattabilità che la nascita di un bambino con deficit comporta un cambiamento molto doloroso, una riformulazione delle aspettative individuali e collettive e una riprogrammazione delle aspettative future. Molti genitori tendono a perdersi all’interno del mito ignorando i problemi del figlio e tendendo ad emarginarlo sempre più per poi rimanere disorientati al suo contatto col mondo esterno. Importanti sono dunque il livello di benessere economico della famiglia, la consapevolezza del grado del deficit del bambino, la disponibilità dei servizi socio- sanitari, l’accettazione della famiglia del problema, la comunicazione tra i familiari, il rapporto tra i coniugi, la consapevolezza delle risorse e dei limiti del proprio bimbo. Per Gargiulo vi saranno tre fasi. La prima è quella dello Shock seguita da dolore e depressione; la seconda è una fase d’ambivalenza, senso di colpa, aggressività, vergogna e imbarazzo; nella terza fase i genitori iniziano a svolgere azioni mirate al miglioramento del deficit e alla crescita del figlio attraverso forme di adattamento e accettazione. Uno dei punti più importanti da valutare in questo contesto è quello del rapporto tra i coniugi e delle loro responsabilità nei confronti del figlio. Difatti, molto spesso, il padre si distacca dal figlio spingendolo, inconsciamente, ad un
rende conto che la morte sia avvenuta davvero, non riesce ad accettarla emotivamente anche se è consapevole di ciò che è successo; si ha poi l’accettazione della perdita accompagnata da un forte dolore, senso di tristezza e a volte rabbia verso chi non è riuscito a impedire la morte o verso il morto stesso; l’ultima fase è di riorganizzazione e il dolore si attenua, vi è un distacco dalla persona amata e un riaffacciarsi alla vita, anche se in modo diverso. L’educatore come in tutte le altre situazioni deve stabilire un contatto col soggetto in difficoltà, ascoltarlo, stargli vicino agendo con delicatezza e discrezione. Il Manuale di psicologia di emergenza di Young, Ford, Ruzek, Friedman e Gusman spiega come comunicare a qualcuno il decesso di una persona cara: 1. Comunicare il decesso di persona mai per telefono; 2. Portare qualcuno che possa soccorrere un eventuale malore; 3. Presentarsi con garbo, rivolgersi al soggetto più vicino al deceduto, mai rivolgersi ad un bambino; 4. Parlare della vittima usando il suo nome; 5. Non dare la colpa alla vittima di quello che è successo anche se è così; 6. Offrirsi disponibili a rispondere a qualsiasi domanda e \ o richiesta dei cari; 7. Entrare in empatia con i familiari e amici della vittima. Tutti questi elementi ci mostrano come sia complesso per l’educatore avere a che fare in determinate situazioni che sono causa di un grande carico di stress. Stare vicino ad una persona che soffre ci coinvolge emotivamente anche quando siamo preparati ad accogliere il dolore. Commento: Andrea Mannucci, nel suo libro "Lavorare con le diversità", offre un prezioso contributo al dibattito sull'educazione alla diversità di genere. Il testo affronta il tema in modo approfondito e fornisce strumenti concreti per affrontare la complessità delle identità di genere nella pratica educativa. Mannucci mette in evidenza l'importanza di un approccio critico e consapevole alla tematica, sottolineando che la diversità di genere va oltre la semplice distinzione binaria tra maschile e femminile. Esplora le molteplici sfumature delle identità di genere e come queste si sviluppino e si manifestino nella società. L'autore suggerisce l'utilizzo di strumenti educativi basati sulla riflessione e sul dialogo, che incoraggiano gli insegnanti e gli educatori a mettere in discussione i preconcetti e gli stereotipi di genere. Propone inoltre l'importanza di un ambiente inclusivo e di una comunicazione aperta, che offra spazi di espressione e ascolto per tutte le identità di genere. Inoltre, Mannucci esplora anche il ruolo dei media e dei materiali educativi nell'influenzare le percezioni di genere. Sottolinea la necessità di analizzare criticamente i messaggi veicolati dai media e di promuovere un'educazione ai media che promuova una rappresentazione più equilibrata e inclusiva dei diversi generi. Il commento su "Lavorare con le diversità" è positivo, in quanto il testo offre una panoramica completa sulla tematica della diversità di genere e fornisce strumenti concreti per l'educazione al genere. L'approccio critico e riflessivo proposto dall'autore permette di affrontare la complessità delle identità di genere in modo inclusivo e rispettoso.
In sintesi, "Lavorare con le diversità" di Andrea Mannucci è un libro di grande valore per coloro che sono impegnati nell'educazione alla diversità di genere. Offre una prospettiva approfondita, strumenti concreti e spunti di riflessione per promuovere un'educazione al genere inclusiva e consapevole. Lavorare con le diversità è un elemento essenziale per costruire un ambiente di lavoro inclusivo e rispettoso. Andrea Manucci ha ragione nel sottolineare l'importanza di questo aspetto: oggi più che mai, le organizzazioni stanno riconoscendo il valore della diversità e stanno lavorando per creare spazi di lavoro che riflettano la ricchezza delle differenze presenti nella società. Ciò implica l'accettazione e l'inclusione di persone di diversi background etnici, culturali, religiosi, di genere, di orientamento sessuale, di età, di abilità e molto altro. Quando si lavora con le diversità, è importante mettere in atto politiche e procedure che promuovano l'uguaglianza di opportunità e il rispetto reciproco. Ciò può includere l'implementazione di programmi di formazione sulla sensibilizzazione alle diversità, l'adozione di politiche antidiscriminatorie, l'instaurazione di canali di comunicazione aperti e inclusivi, così come la promozione di un ambiente di lavoro inclusivo in cui tutte le opinioni e le prospettive sono ascoltate e considerate. Lavorare con le diversità porta numerosi vantaggi per le organizzazioni. Contribuisce a una maggiore creatività e innovazione, poiché diverse prospettive e punti di vista possono portare a soluzioni più ampie e complete. Inoltre, promuove un clima di lavoro positivo e soddisfacente, in quanto le persone si sentono riconosciute e valorizzate per ciò che sono. Andrea Manucci ha offerto uno spunto importante sull'importanza di lavorare con le diversità. Ora spetta a noi come individui e come società abbracciare e promuovere attivamente l'inclusione e il rispetto della diversità nei nostri ambienti di lavoro e nella nostra vita quotidiana.