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differenze fra Śaṅkara e Sāṃkhya
Tipologia: Esercizi
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Il Sāṃkhya è il più antico tra i sei sistemi ortodossi e classici della filosofia indiana. Il termine sanscrito sāṃkhya significa “enumerazione esauriente” o “elencazione sistematica” ed è una dottrina dualista. È così chiamata perché enumera i suoi venticinque principi costituitivi del reale ( tattva ), in cui il puruṣa (pura eterna coscienza, Spirito) e la prakṛti (Natura) sono i principi fondamentali eternamente distinti tra loro, mentre i rimanenti ventitré derivano dalla Natura. Il puruṣa è la coscienzialità pura, inattiva e non soggetta a modificazioni. La prakṛti è causa universale e materiale, unica, eterna ed è il principio che da immanifesto dà origine a tutto quanto è manifesto. Essa è dotata dei tre guṇa ( sattva, rajas e tamas ) che con il loro movimento incessante la rendono attiva. Il Sāṁkhyakārikā (“Strofe del Sāṃkhya”) di Īśvarakṛṣṇa è un’opera considerata normativa per quanto riguarda gli elementi essenziali della visione del Sāṃkhya. In questo testo l’autore ci fornisce il problema del dolore e descrive il «mezzo» per cessarlo. Tale mezzo non può essere né la via evidente della medicina, né la via non evidente dei veda poiché entrambi sono inadeguati e provvisori. Per superare il dolore occorre, quindi, la conoscenza discriminativa dell’osservatore, del manifesto e dell’immanifesto. L’osservatore è il puruṣa perché possiede il principio di coscienza, mentre il manifesto e l’immanifesto sono aspetti della prakṛti. Se, per ipotesi, i puruṣa non ci fossero, la prakṛti cesserebbe di essere attiva, dunque la presenza dei primi rende la Natura da immanifesta a manifesta. Questo graduale passaggio avviene tramite degli svolgimenti, evoluzioni, dei ventitré principi derivati dalla prakṛti. Il primo evoluto del Sāṃkhya manifesto è l’intelletto ( buddhi ), successivamente si evolve e svolge il senso dell’IO dal quale dipendono tutti gli altri elementi, fino ad arrivare alla terra, inclusa negli elementi «grossi». Īśvarakṛṣṇa è importante anche per la dottrina della preesistenza dell’effetto nella causa ( sakkhayavada ), secondo cui tutto ciò che si produce preesiste allo stato latente nella sua causa materiale. Dato che il manifesto è limitato, è necessario postulare l’esistenza della prakṛti come causa unica e infinita, senza postulare un Dio creatore o attribuire causalità o attività al puruṣa. La fine del sistema è tale solo nel momento in cui la generosa prakṛti isola il puruṣa. Questa rappresentazione, non essendo stata teorizzata in modo soddisfacente, ci viene fornita attrverso l’immagine della danzatrice e lo spettatore. Lo spettatore è il puruṣa e la prakṛti è la danzatrice della scena che manifesta tutto il mondo. Nella nostra esperienza ordinaria, la Natura danza a favore del puruṣa. Quando il buddhi matura la conoscenza del manifesto/immanifesto e la danzatrice si accorge di essere vista non ha più ragione di danzare, quindi cessa il suo ballo isolando il puruṣa, il quale riesce a sollevarsi dell’azione che sembrerebbe competergli, l’isolamento.
M. Saverio, L’India Filosofica , Bologna, 2015. R. Cesare, Introduzione al Sāṃkhya , Bologna, 1984.