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Lo scrivere un saggio su un argomento a scelta della filosofia indiana è parte fondamentale dell'esame di FILOSOFIE DELL'INDIA E DELL'ASIA ORIENTALE (A-L). Ecco un esempio di saggio.
Tipologia: Tesine universitarie
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vi è una dottrina dualista che distingue due principi, entrambi eterni, reali e
inconscia, attività pura, ma inconsapevole.
Il termine purusa indica il “Sé”, la pura coscienza. Secondo il Samkhya, il purusa non è uno: esiste infatti una pluralità infinita di purusa coscienti, eterni, immutabili e privi di attributi. Essi non agiscono né sono soggetti al cambiamento: non creano, non distruggono e non interagiscono con il mondo. La coscienza del Purusa è condizione necessaria per l’esperienza, ma da sola non può generare l’attività o il cambiamento.
Il termina indica la natura materiale, il principio non cosciente che da immanifesto da origine a tutto ciò che è manifesto. A differenza della purusa è
La Prakrti è dinamica per sua natura, tuttavia, in assenza di un fine, essa rimarrebbe in uno stato di equilibrio potenziale. È solo in presenza del Purusa che si attiva e inizia la manifestazione del mondo.
La relazione tra Purusa e Prakrti viene spesso paragonata a quello tra una ballerina e uno spettatore. Il mondo si muove, agisce, cambia mentre la coscienza rimane stabile, ma consente che lo spettacolo sia “visto”. Questa interazione tuttavia è solo apparente, la Purusa non agisce né modifica Prakrti e viceversa. Tuttavia, la presenza del Purusa provoca una “perturbazione” nella Prakrti, spingendola a muoversi e a manifestarsi. Si deduce per cui una condizione di dipendenza tra i due principi, condizione che implica che, se, per ipotesi, uno dei due cessasse di esistere l’altro non potrebbe mai adempiere al proprio scopo.
Il processo creativo (sarga), infatti, è causato dall’ “associazione” (samyoga) o compresenza dei due caratteri, associazione che è paragonabile ad uno zoppo (il purusa, immobile) e un cieco (la prakrti, priva di coscienza). Questo processo dal punto di vista cosmologico, vede la Prakrti, in presenza
(manas). Si tratta di un’evoluzione di che prevede un susseguirsi di elementi a partire da quelli “sottili” (es. il Buddhi) a quelli “grossi” (es. aria, terra, fuoco, acqua). Il fine ultimo di questo processo è la fruizione (bhoga) e la liberazione (apavarga) del Purusa. Il mondo infatti secondo il Samkhya, esiste per servire il Purusa: il piacere e il dolore dell’esperienza hanno il compito di portare il Sé alla consapevolezza del suo errore d’identificazione, conducendolo infine al distacco e alla liberazione.
Si tratta di una teoria della causalità necessaria per giustificare il processo di trasformazione della Prakrti, in quanto, (come viene riportato nel libro “Filosofie dell’India e dell’Asia orientale” di Saverio Marchignoli), afferma che: “ Tutto ciò che si produce preesiste allo stato latente nella sua causa materiale, dato che (a) non si può produrre ciò che non esiste già, (b) per produrre un vaso si deve ricorrere all’argilla, e (c, d) dal chicco di riso non nasce qualcosa di diverso dal riso, ad es. il grano. L’effetto è sì “reale”, ma (e) non è essenzialmente diverso dalla sua causa (materiale).” Preso ciò per vero, si può affermare che tutti i derivati della prakrti, sono preesistenti eternamente in essa. Non vi è dunque bisogno di individuare un’entità creatrice o altre cause, né di attribuire alcuna causalità alla purusa.
individuata nella “teoria del mutuo riflesso”, che prende in analisi il rapporto tra buddhi e purusa. Questo rapporto ha un’importanza determinante anche nel processo di liberazione, in quanto come viene riportato nel Sāṃkhyakārikā, questo avviene nella buddhi e non nel purusa. Per riprendere l’esempio della ballerina (la prakrti), che agisce in favore dello spettatore (il purusa): quando la ballerina “sa” di essere “vista”, ovvero quando