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riassunto delle caratteristiche generali del sistema filosofico indiano Samkhya
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Il Samkhya èritenuto uno dei darsana più antichi, infatti tracce di un “proto-samkhya” possono essere trovate già nelle Upanisad, anche quelle più antiche. Il principale testo di riferimento è il Samkhyakarika (le strofe del Samkhya) di Isvarakrsna (IV-V sec d.C.) consiste in una sintesi e una rielaborazione delle dottrine a lui precedenti. Il commento più importante è la Yuktidipika, anonimo. (VII sec d.C. circa) Il termine Samkhya può essere tradotto con “enumerazione” o “calcolo” e fa riferimento alla classificazione dei suoi venticinque tattva, questi costituiscono una sorta di lessico comune delle dottrine indiane, molto dibattuta infatti è la questione su quali ambienti siano stati gli iniziatori di questa enumerazione. È una dottrina dualista e distingue due principi ontologici della realtà eterni e opposti tra loro: il purusa e la prakrti. Il purusa, che può essere tradotto con “spirito” o “anima”, è coscienzalità pura, non soggetta a modificazioni e inattiva. Non esiste un solo purusa ma una infinita pluralità, uno per ogni individuo. La prakrti, traducibile con “natura”, è attività pura, priva di coscienzialità, è il principio che da origine a tutto quello che è manifesto, intendendo anche la realtà psichica e mentale, non solo quella materiale. L'attività della prakrti è dovuta all'incessante movimento delle sue tre componenti fondamentali, i tre guna: il sattva, il rajas e il tamas. Infatti è l'alterazione dell'equilibrio di queste tre componenti che sta all'origine di ogni aspetto del mondo fisico e psichico. Il sattva è il bianco, il luminoso, indica la bellezza, l'armonia, il tranquillo, etc.; il rajas è il rosso, il dinamico e eccitato, indica l'energia e produce cambiamento, instabile, etc.; infine il tamas è l'oscuro, l'inerte, l'errore etc. Il processo creativo è causato dalla compresenza di questi due principi, infatti, se per assurdo, il purusa cessasse di esistere allora i tre guna rimarrebbero in un equilibrio inattivo portando la prakrti a cessare la sua attività. Gli evoluti della prakrti sono ventitre: la buddhi (intelletto), il senso dell'io (ahamkara), il sensorio comune (manas), le cinque facoltà di senso (gustare, udire, vedere, odorare, toccare), le cinque facoltà di azione (parlare, evacuare, muoversi, afferrare, procreare), i cinque elementi sottili (gusto, suono, forma, odore, contatto) e i cinque elementi grossi (etere, aria, fuoco, acqua, terra). Contando anche il purusa e la prakrti si arriva a venticinque principi della realtà (tattva). Nel Samkhya tutta la realtà è una trasformazione della prakrti, che è dunque la causa ultima di tutto e tutto ciò che si manifesta preesiste già in lei. L'effetto è reale perché non viene dal nulla ma preesiste nella sua causa. Questa è chiamata teoria della preesistenza dell'effetto nella sua causa e nel Samkyakarika viene formulata così: “Poiché non si dà
produzione di ciò che non esiste, poiché si dà selezione del materiale, poiché non si dà origine di qualcosa da qualsiasi altra, poiché la produzione dell'effetto possibile è propria di ciò che può produrlo, e poiché l'effetto ha la stessa essenza della causa: (per questi motivi) l'effetto preesiste nella causa” (Samkhyakarika, 9) Ma qual è il rapporto tra il purusa e la prakrti? “Sicché questo sforzo in quanto vien fatto dalla prakrti, a cominciare dalla mente fino agli elementi grossi specifici, avviene per liberazione di ogni singolo purusa, cioè a vantaggio di un altro” (Samkhyakarika, 56). Questo processo di liberazione del purusa avviene grazie a un atto conoscitivo attuato nella buddhi, non nel purusa. Infatti la prakrti viene vista come una danzatrice che balla (si trasforma come causa unica di tutte le cose) a favore del purusa, lo spettatore. La liberazione avviene quando la prakrti, attraverso la buddhi, capisce di essere vista e quindi cessa la sua danza lasciando il purusa nel suo definitivo isolamento “Nulla, a mio vedere, è più sensibile della prakrti;la quale, non appena è conscia di essere stata vista, non si sporge più allo sguardo del purusa” (Samkhyakarika, 61). Riferimenti bibliografici