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Sbobinature di ragioneria con la Prof.ssa Greta Cestari sui seguenti argomenti: - ammortamento, criteri di ammortamento; - svalutazione delle immobilizzazioni; - partecipazioni; - criterio del costo storico; - criterio del Patrimonio Netto (PN); - l'attivo circolante; - criteri di valutazione delle rimanenze; - prestito obbligazionario con costo ammortizzato. Il materiale è completo, semplice, ottimo e completamente sostitutivo del libro, pensato per chi non ha alcuna base e per preparare l'esame in poco tempo e in maniera brillante. Esame superato con 29/30.
Tipologia: Appunti
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Quando un’azienda acquista un impianto, questo impianto si “trasforma” in denaro in un arco temporale più lungo di 1 anno perché i prodotti che si ottengono grazie a quell’impianto sono quelli che generano i ricavi che sono necessari per “riprendersi” i soldi dell’impianto stesso e questo processo “dura” per più di un esercizio. Supponiamo che nel 2010 ho acquistato un impianto e l’ho pagato 100.000 euro e supponiamo che questi 100.000 euro li ho “tirati fuori” finanziariamente nello stesso 2010, la domanda è: “Ma è giusto che il 2010 si deve sobbarcare l’intero costo dell’impianto (cioè i 100.000 euro) anche se quell’impianto serve per produrre prodotti che saranno venduti anche negli anni successivi?”. Dal punto di vista contabile, è: NO! Non è giusto che il 2010 si deve caricare l’intero costo dell’impianto, e che gli anni successivi non si accollano alcun costo per quell’impianto, pur beneficiandone. E quindi è corretto (contabilmente e finanziariamente) effettuare la “ripartizione del costo pluriennale in più esercizi”. Ma come si effettua questa ripartizione del costo pluriennale? Con il calcolo dell’ammortamento ossia un procedimento di tipo contabile che divide il COSTO STORICO dell’impianto per il numero degli anni di durata dell’ammortamento. E chi è che definisce il termine di durata dell’ammortamento? Noi in base a quanto pensiamo di utilizzare il bene all'interno della nostra azienda, individuando la c.d. QUOTA DI AMMORTAMENTO. Il COSTO STORICO è il costo di acquisto dell’immobilizzazione (nel nostro esempio: 100.000 euro) e la quota di ammortamento è il costo di esercizio che deve attribuito nel conto economico dell’esercizio in cui c’è stato l’acquisto (cioè il 2010) più i quattro esercizi successivi (e cioè: il 2011, il 2012, il 2013 e il 2014). Cosa accade con questa “ripartizione del costo pluriennale in più esercizi? Accade che ogni esercizio si trova “caricato”, tra i costi, il costo di ammortamento dell’impianto, di modo che ogni esercizio contenga la sua parte di costo pluriennale. Siccome l’intera uscita finanziaria dovuta all’acquisto dell’impianto (100.000 euro) è avvenuta nel 2010, questo vuol dire che negli anni successivi questa uscita finanziaria non c’è e non ci sarà, poichè c’è già stata (nel 2010), pur essendo iscritta tra i costi dei conti economici. Allora accade che nel conto economico di tutti gli esercizi c’è un costo (che è la quota di ammortamento) che concorre all’abbattimento del reddito cioè a ridurre il reddito che poi risulterà al Fisco per pagare le imposte perché comunque il costo c'è stato nel 2010 ma lo si sta solo spalmando nel tempo, ma dal punto di vista finanziario nei vari esercizi non abbiamo alcuna uscita monetaria/di moneta. L'uscita di moneta la abbiamo avuta solo quando abbiamo acquistato al tempo il macchinario. Ecco perchè, infatti, l’ammortamento è considerato uno dei tanti COSTI NON MONETARI della gestione!! RICAPITOLANDO: Nel momento in cui l' azienda acquista delle immobilizzazioni materiali o immateriali sostiene dei costi pluriennali , cioè dei costi che sono destinati a cedere la loro utilità nel corso di più esercizi. I costi pluriennali sono, dunque, dei componenti attivi del capitale e possono essere: dei beni materiali come fabbricati, macchinari, attrezzature, autoveicoli, ecc.. ; degli elementi immateriali come diritti di brevetto, spese di impianto, diritti di concessione. Proprio perché il costo sostenuto non cede la sua utilità nel corso di un solo esercizio esso non può concorrere alla formazione del reddito del solo periodo in cui si è avuta la manifestazione finanziaria.
Tale costo deve essere, invece, ripartito in più esercizi: in tutti quelli nei quali esso darà la propria utilità all'impresa. Esempio: l'impresa acquista nell'esercizio x un macchinario di 10.000 euro. Essa paga tale prezzo al momento dell'acquisto. L'impresa però pensa di poter utilizzare il bene per 10 esercizi. Il costo di 10.000 euro non può essere fatto gravare interamente sull'esercizio dell'acquisto, nel quale si è avuta la manifestazione finanziaria, ma deve essere ripartito nell'arco dei 10 esercizi durante i quali il bene sarà utilizzato dall'impresa. L' ammortamento è il procedimento tecnico-contabile con il quale un costo pluriennale viene ripartito tra più esercizi facendolo concorrere, per quote, alla formazione del reddito dei singoli esercizi nei quali tale costo cederà la sua utilità. La quota di costo relativa ad ogni esercizio prende il nome di quota di ammortamento ed esprime la partecipazione dell'immobilizzazione alla formazione del reddito del singolo esercizio e quindi quanto è servita l'immobilizzazione quell'anno nei processi produttivi dell'azienda. COME SI CALCOLA LA QUOTA DI AMMORTAMENTO? Per calcolare la quota di ammortamento occorre conoscere vari elementi: il costo storico , cioè il costo di acquisto nel caso si tratta di un bene acquisto da terzi, o il costo di produzione , nel caso si tratta di un bene prodotto direttamente all'interno dell'azienda. Tale costo comprende anche gli oneri accessori di acquisto come spese di installazione, spese di collaudo, ecc... .; il valore di presunto recupero (prezzo di vendita al termine della sua vita utile al netto dei costi di rimozione e dismissione cioè meno i costi sostenuti per rottamare il bene) , cioè il valore che si pensa di poter realizzare/ottenere dal bene al momento in cui si cessa di usarlo. Tale valore può essere il valore al quale si può cedere a terzi il bene (vendita) oppure, se si prevede che esso, una volta dismesso (finito di usare ed eliminato nel processo produttivo ad es tramite rottamazione), non possa essere venduto perché obsoleto, potrebbe essere il valore derivante dalla vendita del materiale di recupero ad esempio come ferro vecchio. Generalmente il valore di presunto realizzo viene considerato zero,perché le aziende acquistano cespiti per utilizzarli nella produzione e poi dismetterli/rottamarli una volta utilizzati. Il valore di presunto realizzo è una stima/previsione che facciamo noi, cioè quanto pensiamo di venderlo una volta finito di utilizzarlo. Molte volte inoltre, non è un valore rilevanti il prezzo di vendita per via degli eventuali costi di dismissione, cioè può capitare che quello che possiamo ricavare dal prezzo di vendita di questi beni sia inferiore ai costi che dobbiamo sostenere per magari disinstallare i beni ecc.
Gli oneri pluriennali sono costi/spese che non hanno una utilità limitata all'esercizio in cui sono stati sostenuti ma riguardano più esercizi. Per es sono oneri pluriennali i costi di impianto e di ampliamento cioè costi che sono necessari per rendere operativa l’impresa in termini di assetto organizzativo. Tra i costi di impianto , abbiamo i costi sopportati dall’azienda nella fase di costituzione e quindi ad es le spese notarili, imposte e tasse per la registrazione, iscrizione dell’atto costitutivo, le consulenze e gli adempimenti professionali, le spese di organizzazione interna, le spese per adattamento dei locali, spese relative a studi e progetti, per ricerca e addestramento del personale, avviamento impianti e produzione ecc. I costi di ampliamento sono invece tutti i costi sostenuti in un momento successivo alla costituzione dell’azienda indispensabili per il potenziamento dell’attività o incremento delle capacità operative dell’impresa. Si tratta ad esempio di costi della ristrutturazione interna, dell’ avvio di nuovi processi produttivi, dell’ ammodernamento locali, della sistemazione piazzali. Tali costi hanno quindi il requisito della durata nel tempo perché sono riferiti a servizi che danno la loro utilità in diversi esercizi. SVALUTAZIONE DELLE IMMOBILIZZAZIONI La svalutazione delle immobilizzazioni si ha quando le immobilizzazioni alla data di chiusura dell'esercizio, quindi in fase di compilazione del bilancio, ci accorgiamo che hanno avuto una perdita durevole di valore cioè quando hanno avuto una riduzione del loro valore. Deve essere una perdita durevole cioè non temporanea e quindi una perdita che non potrà essere recuperata neanche successivamente. Come facciamo a capire se abbiamo avuto una perdita di valore DUREVOLE a fine esercizio? L'OIC 9 ossia il principio contabile che si utilizza nel nostro paese per il bilancio, ci aiuta a capire come verificare se si sono manifestati indicatori di perdite durevoli di valore a fine esercizio (per es dice che possiamo capirlo se c'è stata una forte diminuzione del valore di mercato/prezzo di vendita dell'attività si è ridotto oppure quando risulta evidente l'obsolescenza o il deterioramento fisico del bene). Quando a fine anno si redige il bilancio, bisogna tenere conto di tutte queste cose perché altrimenti non starei scrivendo il vero nel bilancio. Quindi io ho questa immobilizzazione che ho acquistato per la mia azienda. La devo utilizzare tot anni. Io a fine anno devo sempre vedere se i costi che io ho sostenuto in anticipo poi riuscirò a recuperarli tramite la vendita, quindi l'OIC ci aiuta a capire se ci sono dei segnali che ci facciano capire che in futuro possa recuperare il costo o meno. Se non riesco a recuperare totalmente quel costo con una vendita futura che penso di avere, devo svalutare. Vedremo che si ipotizzeranno di avere una vendita futura chiamata fair value o di avere dei ricavi ottenuti con la vendita della produzione chiamata valore d'uso. E' tutto previsionale. La svalutazione dell'immobilizzazione cioè la sua riduzione deve essere fatta quando il suo valore contabile (cioè il suo costo storico – fondo ammortamento) che non è altro cioè il suo valore meno l'ammortamento accumulato negli anni e quindi il suo deprezzamento (=perché l'ammortamento oltre ad indicarti in quanti anni recuperi l'investimento, allo stesso tempo ti dice anche la perdita di valore del bene per il suo utilizzo deperimento perché ogni anno lo vai ad utilizzare. Infatti la quota di ammortamento ti dice quanto partecipa il tuo impianto nel processo produttivo). Quindi stavo dicendo che la svalutazione dell'immobilizzazione deve essere fatta quando il valore contabile del bene (COSTO STORICO-FONDO AMMORTAMENTO) è maggiore del suo valore recuperabile
perché in bilancio possiamo iscrivere solo valori recuperabili (cioè valori che possiamo recuperare con la vendita). Cioè se il valore delle immobilizzazioni non può essere recuperato tramite la vendita, non possiamo metterlo in bilancio con quel valore perché significherebbe non scrivere il reale. Queste sono regole imposte dall'OIC ossia dai principi contabili nazionali sui bilanci che segue il nostro paese. Ti faccio un esempio: una regola imposta è che le rimanenze in bilancio devono essere valutate al minore tra costi di acquisto o di produzione e valore di mercato/valore di vendita quindi: se io ho acquistato delle merci a 100 e queste merci le posso rivendere al prezzo di 120, significa che quel 100 lo posso recuperare con questa vendita e quindi posso iscrivere le merci per 100 in bilancio. Ma se io acquistassi le merci a 120 e le posso rivendere a 100, io devo svalutare di 20 e quindi indicare 100 in bilancio perché altrimenti non sarebbe un bilancio vero ma falso. Indicando il minore quindi, secondo la regola che ci dice il codice civile, noi andiamo con prudenza e questa prudenza ci permette di scrivere la verità nel bilancio. La regola quindi ci dice che dobbiamo svalutare se il valore contabile dell'immobilizzazione è maggiore del suo valore recuperabile. Quindi stesso discorso delle merci: se acquisto a un certo tot ma questo valore non lo posso recuperare con la vendita, devo svalutare e mettere il minore. Cos'è il valore recuperabile? Per valore recuperabile noi intendiamo il valore di importo più alto tra il fair value al netto dei costi diretti di vendita e il valore d'uso. Quindi se ad es il fair value è 5 e il valore d'uso 2, il valore recuperabile è il maggiore cioè in questo caso il fair value e quindi nel nostro caso andrai a fare un confronto tra il valore contabile dell'impianto con il fair value. Se il valore contabile è maggiore del fair value allora svaluti cioè riduci l'importo del bene di quanto è stata l'obsolescenza ecc. Attenzione che il valore recuperabile potrebbe essere dato anche dal valore d'uso e quindi dovrai confrontare il valore contabile con il valore d'uso. Dipende quale ha valore più alto.
- Che cos'è il fair value? Il fair value viene definito dai principi contabili internazionali IAS/IFRS come « il corrispettivo al quale un'attività può essere scambiata, o una passività estinta, tra parti consapevoli e disponibili, in una transazione tra terzi indipendenti ». Detto in parole semplici è il prezzo di vendita che un soggetto fa ad un altro soggetto senza conoscerlo perché altrimenti se si è amici non è un prezzo di vendita tra parti indipendenti e ci si fa sconti tra amici, tra parti consapevoli nel senso che entrambe sono disponibili/accettano/vogliono fare la transazione. Perché nella definizione parla di attività o passività estinta? Questa definizione la devi vedere o dal lato di chi paga colui che gli sta offrendo il prezzo di vendita e quindi sta estinguendo una passività cioè un debito; oppure lo vedi dal lato di colui che vende e quindi sta scambiando un'attività ossia un bene. - Che cos'è invece il valore d'uso? Il valore d'uso è invece il valore che si ottiene/che si può recuperare attraverso l'uso del cespite (io utilizzando il macchinario, ottengo dei beni che posso vendere. Questa vendita è il valore d'uso). In matematica finanziaria, per sapere ad oggi quale valore otterrò in futuro si fa il valore attuale cioè calcolo la differenza tra flussi in entrata e flussi in uscita ATTESI (quindi che penserò di ottenere) e li attualizzo cioè li porto ad oggi per stimare quanto potrebbe essere l'importo. Quindi sia il fair value che il valore d'uso sono due valori attesi di ciò che puoi ricavare. La regola ti dice: considera il tuo ricavo atteso più alto come valore recuperabile e lo confronti con il valore contabile della tua immobilizzazione per sapere se svalutare o meno. Il codice civile dice anche che se noi eseguiamo una svalutazione per perdite durevoli di valore e per qualsiasi motivo successivamente vengono meno le motivazioni che avevano portato ad eseguire la svalutazione (=perché magari poi in un secondo momento riusciamo a recuperare il valore o migliora la situazione), occorre eseguire un ripristino di valore del valore precedentemente svalutato cioè dobbiamo riportare il valore a come era prima quindi fare un incremento del valore dell'immobilizzazione. PARTECIPAZIONI Le partecipazioni rappresentano degli investimenti in quote effettuati nel capitale sociale di altre
perché il capitale sociale della società è frammentato fra molti azionisti oppure quando c'è un forte assenteismo nelle assemblee e quindi avere il 35% potrebbe essere tanto se in assemblea non vanno a votare altri azionisti). Quindi qui la società che ha maggioranza assoluta o relativa controlla l'altra società/la decide su come deve operare. Chi sono invece le società collegate? Le società collegate invece sono quelle società sempre che acquistano azioni da società e che questo investimento nella partecipata ha un certo peso nell'assemblea nonostante non si abbia la maggioranza assoluta o relativa. In particolare, la società collegata è quella società dove un'altra società possiede almeno 1/5 dei voti (cioè il 20%) oppure 1/10 dei voti (cioè il 10%) se la società ha azioni quotate in borsa. Quindi in questo caso, le società che hanno il 20% o il 10% non raggiungono il controllo dell'altra società ma si dice che sono collegate alla stessa perché comunque l'investimento fatto nella partecipata non è zero ma anche se non è tanto ha un certo peso per partecipare alla vita azienda. Quindi qui non la controlla l'altra società però vi partecipa. Praticamente la differenza tra controllate e collegate è data da percentuali di possesso di voto. Infine abbiamo le partecipazioni in altre imprese (che è una categoria residuale) dove con queste partecipazioni non si è né società controllate e né collegate, né controllanti cioè che controllano e decidono l'altra imprese perché magari l'altra società che ha acquistato l'azione/partecipazione all'interno della nostra società ha solo il 5%. quindi in questo caso si parla genericamente di partecipazione in altra impresa. Nessuno prevale sull'altro. Tutte queste sono partecipazioni immobilizzate perché le hai fatte con il fine di investire nel lungo periodo e non in tempo breve. Le partecipazioni immobilizzate possono essere valutate in bilancio dall'azienda secondo 2 criteri. Perché tu entri in società acquistando azioni/partecipazioni e l'azienda deve contabilizzare prima nelle scritture e poi a bilancio questo fatto. Per contabilizzarlo, il nostro codice/legge dice che bisogna contabilizzarle o con il criterio del costo oppure con il criterio del PN. CRITERIO DEL COSTO STORICO Secondo il criterio del costo, la partecipazione immobilizzata deve essere iscritta al costo di acquisto comprensivo di oneri accessori (che possono essere spese bancarie, imposte di bollo, commissioni e consulenze relative ai contratti di acquisizione delle partecipazioni). Quindi se tu sei la persona che ha deciso di comprare l'azione/partecipazione e l'azienda te l'ha fatta pagare 100, l'azienda nel bilancio dovrà annotare che la partecipazione di te Tizio è di 100 quindi iscritta al costo di acquisto più tutte le spese sostenute che hai pagato per questa partecipazione (spese di pratica perché sono comunque dei contratti che vengono fatti). Questo costo della partecipazione però deve essere svalutato/ridotto quando alla data di chiusura dell'esercizio e cioè in sede di compilazione del bilancio risulta che il costo è maggiore del valore recuperabile cioè quando si è in presenza di perdite durevoli di valore del capitale sociale della partecipata per effetto di uno squilibrio permanente della situazione economico-finanziaria dell'impresa. Cosa vuol dire questo? Può capitare che noi che volevamo investire in altra società, questa società in cui abbiamo investito possa andare bene come possa anche andare male. Nel caso in cui vada male e quindi entri in default ad es (crisi economica), è necessario a fine esercizio modificare la nostra partecipazione cioè la partecipata non potrà garantirci la stessa percentuale di prima se è in crisi. Ad es, quando io investo compro il 30% e quindi mi garantisco che se la società avrà dividendi/utili, mi dovrà dare il 30% di questi utili. Se la società va male, non potrà più garantirmi lo stesso tanto di prima con cui sono entrata ossia il 30% ma la partecipazione dovrà essere modificata. Mi potrà dare meno, se non anche nulla. Se il capitale sociale della partecipata si riduce in maniera permanente/strutturale, il nostro investimento di partecipazione subirà una diminuzione di valore perché la partecipazione è l'investimento nel capitale sociale di un'altra impresa. Poi se la partecipata si dovesse riprendere dallo shock economico e quindi venissero meno le cause
della perdita durevole di valore, allora si rimodificherà la partecipazione a come era prima e quindi si fa un incremento del valore contabile della partecipazione immobilizzata. Il nostro codice ha stabilito che il criterio del costo è da applicare obbligatoriamente per le partecipazioni immobilizzate in altre imprese (quindi quelle né controllate, collegate o controllanti) mentre può scegliere se utilizzarlo o meno per le partecipazioni di controllo e collegamento perché per queste partecipazioni si sceglie tra metodo del costo o del PN. CRITERIO DEL PN Il criterio del PN può essere utilizzato solo per le partecipazioni in imprese controllate e collegate in alternativa al criterio del costo (questo è una regola stabilita dal codice civile). Il metodo del PN è un metodo che collega il valore/costo di acquisto della partecipazione con il PN della partecipata cui quella partecipazione si riferisce perché sappiamo che la partecipazione è l'investimento nel PN della partecipata. Con il metodo del PN, le partecipazioni IL PRIMO ANNO vengono iscritte/rilevate al costo di acquisto e poi questo costo di acquisto della partecipazione sempre il primo anno viene confrontato con la frazione acquisita di PN della partecipata. Nella realtà può succedere che si paghi un prezzo della partecipazione che coincida con il corrispondente valore del PN della partecipata oppure che paghi un prezzo superiore o inferiore rispetto alla corrispondente frazione del PN (ad es metti che il prezzo reale dell'azione sul mercato sia 10 euro. Se ad es il PN della partecipata è 1.000, significa che la partecipata stabilisce che comprando a 700 euro prendi il 70% del suo capitale cioè prendi 700 euro di capitale su 1.000 perché 1,000 *70%= 700 e questa sarebbe la situazione normale. Paghi in maniera coerente in base al capitale; oppure paghi 700 ma anziché prendere il 70% di esso ne prendi meno ossia il 50% del capitale sociale; oppure paghi 700 e prendi di più ossia ad es l'80% di capitale sociale della partecipata). Si possono avere 2 situazioni:
le rimanenze in bilancio devono essere valutate al minore tra costi di acquisto o di produzione e valore di mercato/valore di vendita perché se io ho acquistato delle merci a 100 e queste merci le posso rivendere al prezzo di 120, significa che quel 100 lo posso recuperare con questa vendita e quindi posso iscrivere le merci per 100 in bilancio. Ma se io acquistassi le merci a 120 e le posso rivendere a 100, io devo svalutare di 20 e quindi indicare 100 in bilancio perché altrimenti non sarebbe un bilancio vero ma falso. Indicando il minore quindi, secondo la regola che ci dice il codice civile, noi andiamo con prudenza e questa prudenza ci permette di scrivere la verità nel bilancio. Questo criterio del costo lo si utilizza quando i beni sono non fungibili. Che vuol dire? Per i beni non fungibili cioè quei beni che sono specifici e identificabili, si utilizzeranno i costi specifici cioè i costi specificatamente identificati con riferimento a quel particolare bene o beni (ad esempio ad un'impresa immobiliare che realizza degli immobili: ogni immobile è un bene specifico e identificabile perché il costo dei due immobili è facilmente identificabile perché abbiamo il personale che ha lavorato per l'immobile X e Y e le materie che sono state utilizzare per l'immobile X e Y). Per i beni fungibili cioè cioè beni esattamente identici, non identificabili vengono utilizzati i criteri di rotazione del magazzino FIFO e CMP, LIFO. Sono un esempio di beni fungibili le bevande: acquisto diverse tipologie di partite di bevande a prezzi diversi non riuscendo così a identificare se i beni che si hanno in rimanenza fanno riferimento al primo acquisto, al secondo e così via. Il FIFO (first in, first out) significa il primo che entra è il primo ad uscire, quindi in rimanenza rimangono i beni valorizzati a costi + recenti (costi correnti/+aggiornati). Con il LIFO invece (last in, first out) significa l'ultimo ad entrare è il primo ad uscire, quindi in rimanenza rimangono i beni più vecchi che hanno prezzi più bassi per cui andremo ad esprimere delle attività a valori non correnti. LA PROF dice che il criterio LIFO è un criterio più prudenziale in tempi di inflazione. Perché? Perché è più prudenziale a livello reddituale perché ottengo un valore dell'utile + basso in linea con il principio della prudenza dato che si vanno a contrapporre ai ricavi dell'esercizio recenti/correnti costi +recenti/+alti perché considero venduti i beni entrati per ultimo. Quindi RICAVI – COSTI PIU' RECENTI/ALTI = UTILE PIU' BASSO OK CON IL PRINCIPIO DI PRUDENZA Il FIFO invece crea degli effetti positivi a livello di SP perché c'è stata una valutazione corrente delle rimanenze a SP però crea delle distorsioni a livello di CE perché stiamo andando a contrapporre a ricavi recenti/correnti costi meno recenti/+bassi e questo porta a risultati meno prudenziali. RICAVI – COSTI MENO RECENTI/+BASSI = UTILE PIU' ALTO NON OK CON PRINCIPIO PRUDENZA Il FIFO è dunque un criterio meno prudenziale per quanto riguarda gli effetti sul CE PRESTITO OBBLIGAZIONARIO CON COSTO AMMORTIZZATO Il prestito obbligazionario è valutato con il criterio del costo ammortizzato (come anche i mutui passivi perché si tratta di debiti a medio e lungo termine): il titolo viene inizialmente (primo anno) iscritto al costo di acquisto, +l'ammortamento dell'anno dello scarto di emissione cioè della differenza tra il valore di emissione e il valore di rimborso calcolato sulla base del tasso di interesse effettivo (TIR). Quindi se per es acquisto un titolo a 95 con un valore nominale di 100 significa che man man che ci si sposta in avanti nel tempo verso la scadenza del titolo, il valore del titolo cresce fino ad arrivare al valore di rimborso 100 e quindi, matura lo scarto cioè la differenza che c'è tra 100
e 95 (matura 5). Con il costo ammortizzato quindi iscrivo inizialmente il titolo al valore di 95 e poi questo valore viene ammortizzato cioè corretto in aumento per tenere conto della quota maturata dello scarto. In questo esempio se il titolo scade tra 5 anni, alla fine del quinto anno varrà 100 per cui dovrò aumentare il valore del titolo man mano che lo scarto matura. Ecco perché c'è il + ammortamento dello scarto.