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breve schema per contabilità pubblica
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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1. Federalismo e Imposte locali Col Federalismo si è voluto responsabilizzare gli enti locali. Si è voluto eliminare il principio della “ Spesa storica ”, cioè chi più spendeva più risorse riceveva da Roma, senza neppure giustificare se le spese erano corrette o solo sprechi! Se un anno riceveva 100, l’anno successivo, tenuto conto anche dell’inflazione, si ricevevano 105, e poi l’anno dopo 118, e così via all’infinito, senza tener conto delle vere esigenze, del numero degli abitanti, senza che nessuno intervenisse a controllare se le spese erano necessarie. ecc. Con il, federalismo si dice agli enti locali: i soldi che vi servono ve li fate dare dai vostri cittadini tramite l’applicazione di imposte locali come Addizionali comunali e regionali, Imu, Tasi e Tari e la differenza che vi serve verrà accreditata da Roma. Però la quota assegnata da Roma dovrà essere controllata, infatti sono già stati trasmessi dei questionari ai Comuni i quali dovranno restituirli debitamente compilati con una serie di dati importanti, al fine di controllare come vengono spese le risorse assegnate e definire i “ Costi Standard ” delle singole funzioni svolte dal Comune. Prendendo a esempio il servizio di “ Anagrafe ”, che viene svolto da tutti i Comuni d’Italia, dovranno indicare quante persone sono addette a questa funzione, quali e quante attrezzature vengono utilizzate (PC, stampanti, fotocopiatrici, macchine da scrivere, ecc.) ed inoltre quali costi sono stati sostenuti come oneri per il personale addetto, per attrezzature, per cancelleria, ecc. Questi dati verranno poi rapportati al numero degli abitanti di ciascun Comune in modo di poter raffrontarli con quelli degli altri Comuni e scoprire se l’utilizzo delle risorse umane e finanziarie assegnate è stato corretto, se il suo operato ha dato origine a deficienze o a sprechi. In base a quanto emerge da questi controlli sarà possibile definire i costi standard e quindi allargare o stringere i cordoni della borsa. Inoltre i cittadini saranno in grado di capire come ha operato il proprio Comune e poi prendere le opportune decisioni in sede di elezioni. Con il federalismo italiano è mancato il coordinamento fra prelievo centrale e locale, e stiamo assistendo a un fenomeno “perverso” in cui lo Stato centrale taglia i trasferimenti ma aumenta il prelievo di sua competenza, e gli enti territoriali, per sopperire ai tagli dei trasferimenti, aumentano le aliquote dei propri tributi. La prima conseguenza è l’impoverimento del ceto medio che ha subìto in maggior misura l’aumento delle addizionali, delle imposte sulla casa, la riduzione dei servizi e l’aumento delle tariffe. Gli effetti distorsivi più rilevanti si hanno nella funzione redistributiva territoriale esercitata dalle addizionali. Infatti le aliquote sono molto differenziate e mediamente più elevate nel Centro Sud per effetto degli incrementi nelle Regioni con forti disavanzi sanitari. Si può creare un circolo vizioso in virtù del quale i territori con redditi medi più bassi, con economie già in grande difficoltà, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata, da servizi peggiori e da tariffe spesso più alte. I cittadini che vedono ridursi il reddito rallentano i consumi e si crea una spirale recessiva più grave. Il boom delle tasse locali e i tagli dei trasferimenti statali ha generato una pericolosa riduzione dei servizi ai cittadini. Può crearsi un “dumping” tra le imprese col rischio di delocalizzare produzioni e attività. La sanità allo sbando in mezzo Paese, il pozzo delle società partecipate che ingoiano perdite miliardarie. La Corte dei Conti ha ritenuto “particolarmente urgente” il completamento del Federalismo fiscale. Negli ultimi vent’anni l’imposizione fiscale è aumentata del 130% e contemporaneamente dal 2009 si sono avuti medie di 33 miliardi in meno di trasferimenti. Abbiamo poi le “scatole cinesi” delle partecipate, con perdite medie di 652 milioni che riguardano un terzo di esse, sono diventate poltronifici e aree clientelari, grazie alle quali gli enti locali hanno potuto eludere il Patto di Stabilità. In Italia non c’è una sola sanità pubblica, ve ne sono 20, è il prodotto di un regionalismo assurdo che garantisce diritti fondamentali diversi ai cittadini di uno stesso Stato che vivono in territori diversi. Al Sud c’è uno stato di cose inaccettabili e l’emigrazione dei pazienti verso il Nord è costante e continua con diseconomie per almeno un miliardo. Si deve intervenire anche sulle
migliaia di strutture private convenzionate. Il principio di autonomia regionale è solo “autonomia dello spreco e de disservizio. Come detto la Legge 42 del 2009 superava il criterio della spesa storica, secondo cui chi più ha speso in passato, più riceverà in futuro. Si intendeva passare a un riparto e a una perequazione basati su fabbisogni e costi “standard”: sì alla redistribuzione tra territori; no al finanziamento di sprechi e corruzione. Una svolta che pareva epocale , ma la svolta non c’è stata e il Federalismo è percepito come moltiplicazione dei livelli burocratici e delle malversazioni. Il decreto 56 del 2014 dà al governo Renzi 12 mesi di tempo per ridisegnare i rapporti finanziari tra centro e periferia. Con il Federalismo è stato dato il potere alle Regioni ed Enti locali di reperire le minori risorse concesse da Roma con le imposte e tasse locali: Addizionale Irpef Regionale Comunale, ICI, IMU, poi è nata la IUC (imposta unica comunale) che non è unica ma è formata dalla TARI e dalla TASI. Delibere che vengono emesse quando vogliono loro, scadenze diverse per ogni ente. Per alcune di esse arriva il C/C a casa con gli importi da pagare (TARI), per le altre si devono fare complessi calcoli o andare dal commercialista. Forse nel 2015 o 2016 ce ne sarà una sola! C’è una cosa che sta accadendo in maniera lenta ma inesauribile, la tassazione una volta monopolio dello Stato centrale, sta diventando sempre più un aspetto della vita dei cittadini che dipenderà sempre di più direttamente dai Comuni. Renzi ha spiegato che la sua idea è arrivare ad una tassa unica, la cosiddetta “ local tax ” che racchiude tutte le imposte locali. Si pensa di eliminare del tutto i trasferimenti erariali ai Comuni e andare verso un tributo unico immobiliare che consenta ai Comuni di finanziare integralmente le loro funzioni fondamentali. Sarebbe meglio avere un tributo unico che unifichi IMU, TASI e addizionale Irpef e lasci fuori la TARI. La Tari deve rimanere fuori dalla Local tax anche perché bisogna tener conto delle direttive europee che prevedono una tassazione commisurata alla quantità dei rifiuti prodotti. Con la Local Tax addio alle addizionali Irpef, ingloberà la IMU e la Tasi e trasferirà allo Stato il prelievo sui redditi. I Comuni per compensare i tagli utilizzano l’addizionale comunale che supera i 4 miliardi, poichè sarà assorbita dalla Local Tax i Comuni riceveranno la IMU che capannoni, alberghi e centri commerciali pagano allo Stato (7,6 per mille sui fabbricati di categoria D), però la pressione a carico dei contribuenti non si ridurrebbe perché quei 4 miliardi verrebbero recuperati nella tassazione nazionale. Si avrebbero però due vantaggi: 1. La Local Tax deve essere “tutta comunale” 2. Evitare di incidere a più livelli sulla stessa base imponibile. Essa dovrebbe raggiungere i 30 miliardi derivanti da IMU, TASI e una serie di tributi minori. Fuori rimane la TARI, tributo correlato alla quantità di rifiuti e che deve essere versata anche dagli inquilini. La TASI ha mostrato subito una serie di problemi, l’assenza di detrazioni ha spostato il carico fiscale verso le case di valore medio-basso e ha complicato enormemente i conti a causa delle infinite variabili introdotte a livello locale (oltre 100 mila.
2. IMU Questa imposta è stata introdotta nel 2011 nell’ambito del Federalismo fiscale. Le caratteristiche di questa imposta sono:
a mezzo del Modello F24 l’importo di 80 € con il codice tributo 3961. A dicembre si rifarà il calcolo con le aliquote definitive (perché il Comune ha la potestà di variarle) e si sottrarrà l’acconto. Pertanto il nostro contribuente dovrà pagare, come primo acconto per la IMU e la Tasi l’importo complessivo di 997 € (758 + 159 + 80). Vediamo alcune particolarità di questa imposta.
prevedere una detrazione fissa, come nella IMU. Pertanto, ogni Comune ha deciso in autonomia l’ammontare della detrazione subordinandola, in molti casi, anche all’ammontare della rendita catastale. Alcuni Comuni hanno previsto anche una detrazione per i figli a carico.
6. In caso di comproprietà come si calcola la TASI? La TASI va calcolata considerando la propria quota di possesso e la destinazione. In caso di comproprietà, il soggetto che lo utilizza come abitazione principale userà l’aliquota prevista per le abitazioni principali e la detrazione. Per l’altro comproprietario, non essendo la propria quota destinata ad abitazione principale, occorrerà utilizzare l’aliquota TASI prevista per gli altri immobili. 7. Cosa si intende per “Solidarietà passiva”? La solidarietà opera autonomamente con riferimento alle singole categorie “possessori” e “detentori”; pertanto il proprietario non potrà essere responsabile del mancato versamento da parte del detentore (inquilino). La solidarietà implica però che l’imposta non versata da uno dei possessori potrà essere richiesta dal Comune integralmente ad uno degli altri possessori. 8. Come si applica la TASI nel caso di fabbricato occupato sia dal possessore che dal detentore? Nel caso di fabbricato utilizzato oltre che dal proprietario anche da altri – quali la badante, il convivente, il coniuge e i figli non comproprietari – la TASI sarà dovuta solo dal possessore. Vediamo qualche caso pratico