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schema contabilità pubblica, Schemi e mappe concettuali di Contabilità Pubblica

breve schema per contabilità pubblica

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

Caricato il 08/03/2023

mimmi85
mimmi85 🇮🇹

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Dispensa n. 4
IMPOSTE LOCALI: IMU – IUC – TARI - TASI
1. Federalismo e Imposte locali
Col Federalismo si è voluto responsabilizzare gli enti locali. Si è voluto eliminare il principio della
Spesa storica”, cioè chi più spendeva più risorse riceveva da Roma, senza neppure giustificare se
le spese erano corrette o solo sprechi! Se un anno riceveva 100, l’anno successivo, tenuto conto
anche dell’inflazione, si ricevevano 105, e poi l’anno dopo 118, e così via all’infinito, senza tener
conto delle vere esigenze, del numero degli abitanti, senza che nessuno intervenisse a controllare se
le spese erano necessarie. ecc. Con il, federalismo si dice agli enti locali: i soldi che vi servono ve li
fate dare dai vostri cittadini tramite l’applicazione di imposte locali come Addizionali comunali e
regionali, Imu, Tasi e Tari e la differenza che vi serve verrà accreditata da Roma. Però la quota
assegnata da Roma dovrà essere controllata, infatti sono già stati trasmessi dei questionari ai
Comuni i quali dovranno restituirli debitamente compilati con una serie di dati importanti, al fine di
controllare come vengono spese le risorse assegnate e definire i Costi Standard delle singole
funzioni svolte dal Comune. Prendendo a esempio il servizio di Anagrafe”, che viene svolto da
tutti i Comuni d’Italia, dovranno indicare quante persone sono addette a questa funzione, quali e
quante attrezzature vengono utilizzate (PC, stampanti, fotocopiatrici, macchine da scrivere, ecc.) ed
inoltre quali costi sono stati sostenuti come oneri per il personale addetto, per attrezzature, per
cancelleria, ecc. Questi dati verranno poi rapportati al numero degli abitanti di ciascun Comune in
modo di poter raffrontarli con quelli degli altri Comuni e scoprire se l’utilizzo delle risorse umane e
finanziarie assegnate è stato corretto, se il suo operato ha dato origine a deficienze o a sprechi. In
base a quanto emerge da questi controlli sarà possibile definire i costi standard e quindi allargare o
stringere i cordoni della borsa. Inoltre i cittadini saranno in grado di capire come ha operato il
proprio Comune e poi prendere le opportune decisioni in sede di elezioni.
Con il federalismo italiano è mancato il coordinamento fra prelievo centrale e locale, e stiamo
assistendo a un fenomeno “perverso” in cui lo Stato centrale taglia i trasferimenti ma aumenta il
prelievo di sua competenza, e gli enti territoriali, per sopperire ai tagli dei trasferimenti, aumentano
le aliquote dei propri tributi. La prima conseguenza è l’impoverimento del ceto medio che ha subìto
in maggior misura l’aumento delle addizionali, delle imposte sulla casa, la riduzione dei servizi e
l’aumento delle tariffe. Gli effetti distorsivi più rilevanti si hanno nella funzione redistributiva
territoriale esercitata dalle addizionali. Infatti le aliquote sono molto differenziate e mediamente più
elevate nel Centro Sud per effetto degli incrementi nelle Regioni con forti disavanzi sanitari. Si può
creare un circolo vizioso in virtù del quale i territori con redditi medi più bassi, con economie già in
grande difficoltà, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata, da servizi peggiori e
da tariffe spesso più alte. I cittadini che vedono ridursi il reddito rallentano i consumi e si crea una
spirale recessiva più grave. Il boom delle tasse locali e i tagli dei trasferimenti statali ha generato
una pericolosa riduzione dei servizi ai cittadini. Può crearsi un “dumping” tra le imprese col rischio
di delocalizzare produzioni e attività. La sanità allo sbando in mezzo Paese, il pozzo delle società
partecipate che ingoiano perdite miliardarie. La Corte dei Conti ha ritenuto “particolarmente
urgente” il completamento del Federalismo fiscale. Negli ultimi vent’anni l’imposizione fiscale è
aumentata del 130% e contemporaneamente dal 2009 si sono avuti medie di 33 miliardi in meno di
trasferimenti. Abbiamo poi le “scatole cinesi” delle partecipate, con perdite medie di 652 milioni
che riguardano un terzo di esse, sono diventate poltronifici e aree clientelari, grazie alle quali gli
enti locali hanno potuto eludere il Patto di Stabilità.
In Italia non c’è una sola sanità pubblica, ve ne sono 20, è il prodotto di un regionalismo assurdo
che garantisce diritti fondamentali diversi ai cittadini di uno stesso Stato che vivono in territori
diversi. Al Sud c’è uno stato di cose inaccettabili e l’emigrazione dei pazienti verso il Nord è
costante e continua con diseconomie per almeno un miliardo. Si deve intervenire anche sulle
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Dispensa n. 4

IMPOSTE LOCALI: IMU – IUC – TARI - TASI

1. Federalismo e Imposte locali Col Federalismo si è voluto responsabilizzare gli enti locali. Si è voluto eliminare il principio della “ Spesa storica ”, cioè chi più spendeva più risorse riceveva da Roma, senza neppure giustificare se le spese erano corrette o solo sprechi! Se un anno riceveva 100, l’anno successivo, tenuto conto anche dell’inflazione, si ricevevano 105, e poi l’anno dopo 118, e così via all’infinito, senza tener conto delle vere esigenze, del numero degli abitanti, senza che nessuno intervenisse a controllare se le spese erano necessarie. ecc. Con il, federalismo si dice agli enti locali: i soldi che vi servono ve li fate dare dai vostri cittadini tramite l’applicazione di imposte locali come Addizionali comunali e regionali, Imu, Tasi e Tari e la differenza che vi serve verrà accreditata da Roma. Però la quota assegnata da Roma dovrà essere controllata, infatti sono già stati trasmessi dei questionari ai Comuni i quali dovranno restituirli debitamente compilati con una serie di dati importanti, al fine di controllare come vengono spese le risorse assegnate e definire i “ Costi Standard ” delle singole funzioni svolte dal Comune. Prendendo a esempio il servizio di “ Anagrafe ”, che viene svolto da tutti i Comuni d’Italia, dovranno indicare quante persone sono addette a questa funzione, quali e quante attrezzature vengono utilizzate (PC, stampanti, fotocopiatrici, macchine da scrivere, ecc.) ed inoltre quali costi sono stati sostenuti come oneri per il personale addetto, per attrezzature, per cancelleria, ecc. Questi dati verranno poi rapportati al numero degli abitanti di ciascun Comune in modo di poter raffrontarli con quelli degli altri Comuni e scoprire se l’utilizzo delle risorse umane e finanziarie assegnate è stato corretto, se il suo operato ha dato origine a deficienze o a sprechi. In base a quanto emerge da questi controlli sarà possibile definire i costi standard e quindi allargare o stringere i cordoni della borsa. Inoltre i cittadini saranno in grado di capire come ha operato il proprio Comune e poi prendere le opportune decisioni in sede di elezioni. Con il federalismo italiano è mancato il coordinamento fra prelievo centrale e locale, e stiamo assistendo a un fenomeno “perverso” in cui lo Stato centrale taglia i trasferimenti ma aumenta il prelievo di sua competenza, e gli enti territoriali, per sopperire ai tagli dei trasferimenti, aumentano le aliquote dei propri tributi. La prima conseguenza è l’impoverimento del ceto medio che ha subìto in maggior misura l’aumento delle addizionali, delle imposte sulla casa, la riduzione dei servizi e l’aumento delle tariffe. Gli effetti distorsivi più rilevanti si hanno nella funzione redistributiva territoriale esercitata dalle addizionali. Infatti le aliquote sono molto differenziate e mediamente più elevate nel Centro Sud per effetto degli incrementi nelle Regioni con forti disavanzi sanitari. Si può creare un circolo vizioso in virtù del quale i territori con redditi medi più bassi, con economie già in grande difficoltà, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata, da servizi peggiori e da tariffe spesso più alte. I cittadini che vedono ridursi il reddito rallentano i consumi e si crea una spirale recessiva più grave. Il boom delle tasse locali e i tagli dei trasferimenti statali ha generato una pericolosa riduzione dei servizi ai cittadini. Può crearsi un “dumping” tra le imprese col rischio di delocalizzare produzioni e attività. La sanità allo sbando in mezzo Paese, il pozzo delle società partecipate che ingoiano perdite miliardarie. La Corte dei Conti ha ritenuto “particolarmente urgente” il completamento del Federalismo fiscale. Negli ultimi vent’anni l’imposizione fiscale è aumentata del 130% e contemporaneamente dal 2009 si sono avuti medie di 33 miliardi in meno di trasferimenti. Abbiamo poi le “scatole cinesi” delle partecipate, con perdite medie di 652 milioni che riguardano un terzo di esse, sono diventate poltronifici e aree clientelari, grazie alle quali gli enti locali hanno potuto eludere il Patto di Stabilità. In Italia non c’è una sola sanità pubblica, ve ne sono 20, è il prodotto di un regionalismo assurdo che garantisce diritti fondamentali diversi ai cittadini di uno stesso Stato che vivono in territori diversi. Al Sud c’è uno stato di cose inaccettabili e l’emigrazione dei pazienti verso il Nord è costante e continua con diseconomie per almeno un miliardo. Si deve intervenire anche sulle

migliaia di strutture private convenzionate. Il principio di autonomia regionale è solo “autonomia dello spreco e de disservizio. Come detto la Legge 42 del 2009 superava il criterio della spesa storica, secondo cui chi più ha speso in passato, più riceverà in futuro. Si intendeva passare a un riparto e a una perequazione basati su fabbisogni e costi “standard”: sì alla redistribuzione tra territori; no al finanziamento di sprechi e corruzione. Una svolta che pareva epocale , ma la svolta non c’è stata e il Federalismo è percepito come moltiplicazione dei livelli burocratici e delle malversazioni. Il decreto 56 del 2014 dà al governo Renzi 12 mesi di tempo per ridisegnare i rapporti finanziari tra centro e periferia. Con il Federalismo è stato dato il potere alle Regioni ed Enti locali di reperire le minori risorse concesse da Roma con le imposte e tasse locali: Addizionale Irpef Regionale Comunale, ICI, IMU, poi è nata la IUC (imposta unica comunale) che non è unica ma è formata dalla TARI e dalla TASI. Delibere che vengono emesse quando vogliono loro, scadenze diverse per ogni ente. Per alcune di esse arriva il C/C a casa con gli importi da pagare (TARI), per le altre si devono fare complessi calcoli o andare dal commercialista. Forse nel 2015 o 2016 ce ne sarà una sola! C’è una cosa che sta accadendo in maniera lenta ma inesauribile, la tassazione una volta monopolio dello Stato centrale, sta diventando sempre più un aspetto della vita dei cittadini che dipenderà sempre di più direttamente dai Comuni. Renzi ha spiegato che la sua idea è arrivare ad una tassa unica, la cosiddetta “ local tax ” che racchiude tutte le imposte locali. Si pensa di eliminare del tutto i trasferimenti erariali ai Comuni e andare verso un tributo unico immobiliare che consenta ai Comuni di finanziare integralmente le loro funzioni fondamentali. Sarebbe meglio avere un tributo unico che unifichi IMU, TASI e addizionale Irpef e lasci fuori la TARI. La Tari deve rimanere fuori dalla Local tax anche perché bisogna tener conto delle direttive europee che prevedono una tassazione commisurata alla quantità dei rifiuti prodotti. Con la Local Tax addio alle addizionali Irpef, ingloberà la IMU e la Tasi e trasferirà allo Stato il prelievo sui redditi. I Comuni per compensare i tagli utilizzano l’addizionale comunale che supera i 4 miliardi, poichè sarà assorbita dalla Local Tax i Comuni riceveranno la IMU che capannoni, alberghi e centri commerciali pagano allo Stato (7,6 per mille sui fabbricati di categoria D), però la pressione a carico dei contribuenti non si ridurrebbe perché quei 4 miliardi verrebbero recuperati nella tassazione nazionale. Si avrebbero però due vantaggi: 1. La Local Tax deve essere “tutta comunale” 2. Evitare di incidere a più livelli sulla stessa base imponibile. Essa dovrebbe raggiungere i 30 miliardi derivanti da IMU, TASI e una serie di tributi minori. Fuori rimane la TARI, tributo correlato alla quantità di rifiuti e che deve essere versata anche dagli inquilini. La TASI ha mostrato subito una serie di problemi, l’assenza di detrazioni ha spostato il carico fiscale verso le case di valore medio-basso e ha complicato enormemente i conti a causa delle infinite variabili introdotte a livello locale (oltre 100 mila.

2. IMU Questa imposta è stata introdotta nel 2011 nell’ambito del Federalismo fiscale. Le caratteristiche di questa imposta sono:

  • L’ abitazione principale e le relative pertinenze sono esenti da IMU
  • Si paga su fabbricati non adibiti ad abitazione principale, sulle aree fabbricabili e sui terreni agricoli.
  • Essa è dovuta solo dal proprietario
  • Si paga la IMU in due rate che normalmente scadono al 16 giugno e al 16 dicembre di ogni anno.
  • La base imponibile dei fabbricati si determina partendo dalla rendita catastale, rivalutata e moltiplicando l’importo per i coefficienti stabiliti per ciascuna tipologia immobiliare. Invece per le aree fabbricabili l’imponibile è il valore di mercato del bene.
  • L’ aliquota base è pari al 6,7 per mille, ma il Comune può variarla dal minimo del 4,6 al massimo del 10,6 per mille.
  • La Base imponibile si determina con le stesse regole della IMU.
  • L’aliquota base è del 1 per mille , però i Comuni potranno aumentarla in modo che la somma TASI più IMU non superi il 10,6 per mille.
  • Tenuto conto che per gli immobili, diversi dall’abitazione principale, la somma di IMU + TASI NON potrà mai superare il 10,6 per mille, e se ciò dovesse succedere il contribuente procederà “all’ Autoriduzione ” dell’aliquota della TASI.
  • Non c’è più la detrazione fissa di 200 € prevista in passato per la IMU sull’abitazione principale, ma il singolo Comune può stabilire propri sgravi. Questi sgravi sono in genere più bassi e spettano solo fino a un certo valore della rendita catastale o entro un determinato reddito del contribuente.
  • Non c’è più nemmeno la detrazione automatica di 50 € per ogni figlio a carico convivente di età inferiore ai 26 anni, però anche in questo caso i Comuni possono prevederla, fissandone l’importo.
  • Inoltre il Comune può anche deliberare esenzioni o riduzioni della TASI per abitazioni con unico occupante, per locali ad uso stagionale e per l’abitazione degli italiani residenti all’estero.
  • Si deve tener conto anche dell’importo minimo, per cui se la TASI è inferiore a 12 € non si paga, a meno che il Comune non abbia stabilito un limite inferiore (i 12 € fanno riferimento all’acconto più il saldo). Questo minimo interessa principalmente gli inquilini perché la loro TASI è quasi sempre molto modesta.
  • Si paga in due rate come la IMU. Facendo un raffronto storico tra i diversi anni, per un appartamento a Milano con rendita catastale di 723,04, si perviene a questo prospetto: Anno IMU IRPEF ICI TASI TOTALI 2011 zero 379,60 260,29 zero 639, 2012 1.287,59 zero zero zero 1.287, 2013 1.287,59 130,14 zero zero 1.417, 2014 1.287,59 130,14 zero 97,18 1.514, Da questo prospetto emerge in maniera evidente che in 4 anni le imposte sulla casa sono più che raddoppiate! Anche per la TASI , per capire meglio come si calcola e si applica l’imposta, prendiamo come ESEMPIO lo stesso contribuente preso a base per la IMU: Abbiamo detto che il soggetto è proprietario di due fabbricati, di cui uno adibito ad abitazione principale con rendita catastale di 1.000 euro e box pertinenziale di 60 € e il secondo non locato. La seconda casa, non locata, tenuta a disposizione, ha rendita catastale di 900 € e il relativo box ha la rendita catastale di 50 €. Si determina la TASI per l’ abitazione principale come segue:
  • Si rivalutano le due rendite catastali del 5% (1.000 + 60) X 1,05 = 1.113 € e lo si moltiplica per 160 e si arriva perviene alla Base Imponibile di 178.080 €. Sulla Base imponibile si applica l’aliquota TASI deliberata dal Comune per l’abitazione principale che supponiamo sia pari a 0,19% e si perviene all’imposta lorda annuale di 338,35 €. Dall’imposta lorda si deduce la detrazione stabilita dal Comune di 20 € e così la Tasi netta scende a 318,35. Poiché il primo acconto è pari al 50% si dovrà pagare a mezzo del Modello F24 l’importo di 159 € con il codice tributo 3958 (nella casella detrazione del Mod. F24 indicare la metà della detrazione, cioè 10 €). A dicembre si rifarà il calcolo con le aliquote definitive (perché il Comune ha la potestà di variarle) e si sottrarrà l’acconto. Quindi si determina la TASI per la seconda casa , non locata come segue:
  • Si rivalutano le due rendite catastali del 5% (900 + 50) X 1,05 = 997,50 € e lo si moltiplica per 160 e si arriva perviene alla Base Imponibile di 159.600 €. Sulla Base imponibile si applica l’aliquota TASI deliberata dal Comune per “gli altri immobili”, che supponiamo sia pari a 0,10% e si perviene all’imposta annuale di 159,60 €. e poiché il primo acconto è pari al 50% si dovrà pagare

a mezzo del Modello F24 l’importo di 80 € con il codice tributo 3961. A dicembre si rifarà il calcolo con le aliquote definitive (perché il Comune ha la potestà di variarle) e si sottrarrà l’acconto. Pertanto il nostro contribuente dovrà pagare, come primo acconto per la IMU e la Tasi l’importo complessivo di 997 € (758 + 159 + 80). Vediamo alcune particolarità di questa imposta.

  • Nel caso di eredi che abbiano presentato la dichiarazione di successione non sono tenuti a presentare anche la dichiarazione TASI in quanto provvederà l’Agenzia delle Entrate a trasmetterla al Comune competente.
  • Con l’IMU c’era una detrazione fissa di 200 € che ora vale solo per le abitazioni principali di lusso (categorie A/1 – A/8 e A/9). Le restanti abitazioni devono afre i conti con la TASI e con un dedalo di regole locali per il calcolo delle detrazioni. Praticamente tutti i proprietari di prime case sottoposte alla TASI devono verificare se la delibera del Comune contiene degli sconti e calcolarli caso per caso. Dall’esame di tutte le delibere comunali si sono rilevati 7 tipi diversi di agevolazioni :
  1. Detrazione in somma fissa : viene concessa a tutte le unità immobiliari (a Biella è di 175 €, a Barletta è di 70 €) e se nella casa vivono più soggetti la detrazione spetta a ciascuno di essi proporzionalmente alla propria quota. 2- Detrazione legata alla rendita catastale : a rendite basse corrispondono detrazioni più alte, ma le gradazioni possibili sono infinite (a Pisa vi sono 9 fasce e si va da 90 € a 190 € per le rendite catastali inferiori a 400 €, e fino a 70 € se la rendita è di 1.200).
  2. Detrazione legata al reddito del proprietario : viene concessa la detrazione solo se il possessore dell’immobile ha un reddito inferiore a un certo livello, stabilito dal Comune.
  3. Aliquota d’imposta a scaglioni : a livelli diversi di rendita catastale può corrispondere una diversa aliquota TASI (a Lucca sono previste 4 aliquote: 2,5 per mille per rendite catastali inferiori a 700 € e una massima del 3,3 per mille sopra i 900 €).
  4. Detrazione legata alle caratteristiche del proprietario : come età anagrafica, percentuale di handicap o ISEE sotto una certa soglia (a Ravenna si applica una detrazione in base alla rendita catastale più ulteriori 50 € di sconto per ogni figlio con handicap).
  5. Maggiorazione per i figli : si deve trattare di figli a carico e ivi residenti e conviventi fino a 26 anni.
  6. Agevolazioni legate a più requisiti: alcune delibere collegano le detrazioni o le aliquote TASI differenziate a un mix di condizioni diverse (a Cagliari abbiamo 2 aliquote TASI differenziate e 4 diversi importi di detrazione legati alla rendita catastale). Il paradosso della TASI : per le case piccole la TASI è più cara della IMU , infatti per le rendite catastali più elevate l’imposta pagata è inferiore. Chi vive in case popolari nel 2014 ha pagato una TASI più cara della IMU versata nel 2012, invece chi abita in case di pregio ha pagato meno per la TASI rispetto alla IMU di due anni fa. Dalle indagini si osserva che diminuiscono gli importi della TASI rispetto alla IMU al crescere della rendita catastale, bisognerebbe superare le iniquità facendo pagare proporzionalmente di più chi possiede più case e chi ha più valore catastale, anche per restituire risorse alle famiglie che hanno meno. Vediamo gli adempimenti INUTILI per la TASI degli inquilini. Data l’enorme confusione e la mancanza di informazione diretta da parte dei Comuni ne deriva che tutti dovranno cercare e studiare la delibera municipale. Altro problema è che essi dovranno ottenere dal proprietario il valore della rendita catastale dell’immobile (solo di recente è scattato l’obbligo di indicarla nel contratto di locazione). Poi dovranno calcolare l’imposta e poi scoprire che il versamento non supera i famosi 12 euro e quindi non dovrà pagare nulla. Ma chi lo ripaga del tempo perduto per

prevedere una detrazione fissa, come nella IMU. Pertanto, ogni Comune ha deciso in autonomia l’ammontare della detrazione subordinandola, in molti casi, anche all’ammontare della rendita catastale. Alcuni Comuni hanno previsto anche una detrazione per i figli a carico.

6. In caso di comproprietà come si calcola la TASI? La TASI va calcolata considerando la propria quota di possesso e la destinazione. In caso di comproprietà, il soggetto che lo utilizza come abitazione principale userà l’aliquota prevista per le abitazioni principali e la detrazione. Per l’altro comproprietario, non essendo la propria quota destinata ad abitazione principale, occorrerà utilizzare l’aliquota TASI prevista per gli altri immobili. 7. Cosa si intende per “Solidarietà passiva”? La solidarietà opera autonomamente con riferimento alle singole categorie “possessori” e “detentori”; pertanto il proprietario non potrà essere responsabile del mancato versamento da parte del detentore (inquilino). La solidarietà implica però che l’imposta non versata da uno dei possessori potrà essere richiesta dal Comune integralmente ad uno degli altri possessori. 8. Come si applica la TASI nel caso di fabbricato occupato sia dal possessore che dal detentore? Nel caso di fabbricato utilizzato oltre che dal proprietario anche da altri – quali la badante, il convivente, il coniuge e i figli non comproprietari – la TASI sarà dovuta solo dal possessore. Vediamo qualche caso pratico

  • L’appartamento viene affittato da ottobre 2014 al giugno 2015. Poiché la norma prevede che la TASI non è dovuta dall’inquilino se la detenzione è inferiore a sei mesi nell’ambito dello stesso anno, in questo caso la TASI per il 2014 e 2015 è dovuta dal solo proprietario.
  • Nel caso di assegnazione della casa coniugale a seguito di separazione legale la TASI è dovuta solo da chi ha il diritto di abitazione anche se non è proprietario. Ciò vale anche nel caso di decesso di un coniuge, il superstite paga tutta la TASI (perché ha il diritto di abitazione) e niente è dovuto dai figli coeredi.
  • Nel caso di abitazione principale locata parzialmente , anche per più di sei mesi, la TASI è dovuta unicamente dal proprietario perché la norma prevede la “locazione dell’intero immobile”.
  • Nel caso che il proprietario paga la quota TASI al 100% (cioè anche quella dell’inquilino), l’inquilino rimane comunque debitore nei confronti del fisco, in quanto titolare di un’autonoma obbligazione tributaria.
  • Nel caso di più comproprietari l’importo minimo si calcola per ogni soggetto. Pertanto se l’importo minimo è fissato in 12 euro e tre fratelli devono versare ciascuno 10 euro, nessuno verserà nulla e il Comune non potrà richiedere i 30 euro da uno dei tre fratelli. 4. TARI E’ il tributo per il servizio di igiene urbana (raccolta e smaltimento dei rifiuti, spazzamento e lavaggio strade) introdotto dal 1/1/2014 in sostituzione della TARES ed è calcolata tenendo conto della superficie dell’immobile (in mq.) e il numero degli occupanti. Vediamo le caratteristiche di questo tributo:
  • Ha sostituito la TARES, che ha avuto vita breve.
  • Il suo gettito serve per finanziare il servizio di gestione dei rifiuti urbani e assimilati.
  • Si applica su tutti gli immobili suscettibili di produrre rifiuti urbani.
  • Sono esenti le superfici che producono rifiuti speciali.
  • Sono inoltre esenti le aree scoperte pertinenziali.
  • Essa è composta da una quota fissa e da una variabile. La prima è a copertura dei costi fissi del servizio, la seconda per la fruizione del servizio da parte del contribuente.
  • Le utenze domestiche pagano in funzione dei mq. e del numero dei componenti il nucleo familiare.
  • Le altre utenze pagano in funzione dei mq. e degli indici medi di produttività dei rifiuti.
  • Si paga alle scadenze stabilite dal Comune, che deve assicurare almeno due rate semestrali. Studiamo le particolarità per il 2014 La nuova TARI, approvata il 31/5/2014 con il Decreto “Salva Roma Ter”, aumenta le tasse, la complessità e gli adempimenti e allontana la ripresa e la crescita, ciò in contrasto con l’OCSE, col FMI, con l’UE e con la Banca d’Italia che hanno ricordato che l’unica strada per crescere è quella di un fisco leggero, semplice e stabile. Invece il governo ha ridotto da una parte ma ha aumentato dall’altra. Secondo questo decreto le imprese saranno obbligate a pagare la TARI anche sui rifiuti che esse stesse smaltiscono a proprie spese e non attraverso il servizio comunale. Inoltre i Comuni possono decidere quali aree secondo loro producono rifiuti assimilabili (e quindi tassati) e possono aumentare il “coefficiente presuntivo” necessario a stimare la quantità di rifiuti prodotta, finora stabilito in modo uniforme a livello statale. In conclusione un altro inasprimento della tassazione locale sugli immobili delle imprese che si aggiunge all’aumento dell’aliquota TASI. Si era partiti con la TARSU, poi arrivò la TARES, poi la TIA1 e TIA2 ed ora la TARI , per qualche ora si è parlato anche di TASER , che poi si scoprì era il nome di una pistola elettrica e infatti si fece marcia indietro. La tassa sui rifiuti ha cambiato nome ad ogni governo, ma ad ogni scadenza la mazzata era più forte. Solo negli ultimi 4 anni l’ aumento medio è del 22%. Ricordiamo che vent’anni fa l’allora Ministro Edo Ronchi annunciò “i cittadini pagheranno i rifiuti non più in base ai mq della propria abitazione, ma proporzionalmente alla quantità di rifiuti prodotta” (30/12/1996). Nel frattempo su 8.000 Comuni solo 250 fanno pagare in base alla quantità di rifiuti non differenziati prodotti, cioè più ne metti nel cassonetto (che li pesa) più paghi (Copparo in Emilia Romagna, Capannori in Toscana, Castel franco Veneto, tutta la Val di Fiemme nel Trentino, ecc.). Un principio sacrosanto e anche l’unico modo per spingere tutti a fare la raccolta differenziata. Perchè il governo non ha fatto nulla affinché tutti i Comuni applicassero sistemi di misurazione, di pesatura dei rifiuti? L’unica consolazione è che il Bollettino di pagamento arriva a casa precompilato, però guardando l’importo richiesto si scopre che la raccolta dei rifiuti è più pesante della Tassa sui Servizi (TASI), inoltre lasciando campo libero ai Comuni si rileva che una famiglia di tre persone paga 118 €. a Oristano e 482 € a Napoli, cioè abbiamo grandi differenze territoriali , con il servizio che in alcune città costa il triplo o il quadruplo che in altre). Un altro aspetto importante è che esiste la progressione del prelievo in base al numero di occupanti ed anche in questo caso la progressione è modulata da ogni Comune in maniera differente, creando ulteriori disparità territoriali. 5. SANZIONI E VARIE Per tutte le imposte locali Tares, Tarsu, Imu, Tasi e Tari gli eventuali errori si riflettono sull’importo delle sanzioni come segue:
  • per omessa denuncia la sanzione va dal 100% al 200% del tributo dovuto, con un minimo di 51,
  • per infedele denuncia la sanzione va dal 50% al 100%
  • per omesso o carente versamento la sanzione è pari al 30% dell’importo non versato
  • se gli errori non incidono sull’ammontare dell’imposta la sanzione va da 51,65 a 258,23 €. Nel caso di Ravvedimento operoso si applicano le stesse regole a tutte le imposte IMU, TASI e TARI.