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Carl Gustav Jung, allievo importante di Freud, darà vita ad una sua scuola. Nel suo libro “ ricordi, sogni, riflessioni ” Jung ci racconta un po’ la sua vita ed un po’ il suo rapporto con Freud (cioè con la psicanalisi). Inizialmente Freud teneva tantissimo in considerazione Jung, tant’è che voleva che fosse lui il suo erede ma ad un certo punto arrivarono a non essere più d’accordo su un punto fondamentale: il concetto di libido. La libido per Freud è sessuale, la matrice dei nostri impulsi più profondi e sessuali, i nostri desideri sono sessuali e quindi tutto ciò che accade dopo nella psiche dipende da come noi ci rapportiamo a questi desideri sessuali. Jung, invece, dirà che la libido (chiamata da lui energia spirituale) nell’essere umano è un qualcosa di indifferenziato all’inizio, è una specie di voglia di vivere, un impulso a vivere. Questo è il primo nocciolo su cui loro discutono. Un altro punto di differenza tra Freud e Jung riguarda il rapporto fra coscienza ed inconscio poiché mentre per Freud l’inconscio è qualcosa che va contro alla coscienza, per Jung non è necessariamente così, anzi secondo lui l’inconscio vorrebbe essere conosciuto dalla coscienza, vi sono degli elementi che impediscono a quest’ultima di farlo ma ciò non vuol dire che l’inconscio vada contro di essa. Una terza differenza consiste nel concetto Junghiano di inconscio collettivo > secondo Jung non vi è soltanto un inconscio personale, cioè quello caratterizzato dalla nostra storia individuale (sogni, desideri ecc), ma vi è anche un inconscio collettivo: vi sono degli archetipi dell’inconscio collettivo, i quali sono comuni a tutti gli esseri umani. I due più importanti archetipi dell’inconscio collettivo sono la maschera e l’ombra. La maschera è quell’immagine che noi interponiamo tra noi e il mondo e che ci serve per rapportarci. Per vivere insieme agli altri abbiamo bisogno di una maschera, se non avessimo una maschera non sapremmo come fare poiché non potremmo rapportarci agli altri essendo in ogni istante noi stessi poiché saremmo travisati, odiati, fraintesi ecc. La maschera ha una sua funzione, quindi va accettata ed usata, ma non bisogna arrivare mai ad identificarsi con la propria maschera poiché diventiamo incapaci di accedere a noi stessi. L’ombra : nessuno può liberarsi della sua ombra, ognuno produce un’ombra ed ogni coscienza ha la sua ombra, cioè il suo riflesso negativo. Non esiste una posizione della coscienza che non abbia un riflesso negativo, il quale può essere percepito come ostile, minaccioso, capace di far saltare tutto in un istante poiché ci insegue sempre, è il negativo di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere che incombe sulla nostra vita. Possiamo essere così spaventati da questo elemento negativo che alla fine finiamo per assecondarlo e per identificarci con esso poiché in questo modo non siamo più inseguiti. Anche questo però, secondo Jung, sarebbe un gravissimo errore poiché identificarsi con l’ombra ha un potere autodistruttivo. Errore evitabile quando riusciamo ad imparare a rapportarci con la nostra ombra. Altri due archetipi importanti sono l’archetipo dell’animus e dell’anima. L’animus sarebbe l’inconscio maschile nella psicologia femminile. Una coscienza femminile avrà nel suo inconscio un archetipo maschile. Si forma un’idea di uomo dentro ciascuna donna, la quale viene guidata inconsciamente da esso. La stessa cosa vale per l’uomo, il quale ha un inconscio femminile ovvero l’anima, la quale lo guida nelle sue scelte. Anima ed Animus si compongono tra loro.
Poi vi è forse l’archetipo più importante ovvero l’archetipo del sé, il quale è diverso dall’io. L’io, per Jung, è il centro della nostra personalità cosciente mentre il sé è una specie di centro invisibile, spesso impalpabile, in cui coscienza e inconscio tendono a riconoscersi. È una sorta di momento ideale in cui la coscienza riconosce il suo inconscio e tende a fondersi, a diventare una cosa sola. Vi sono grandi differenze fra Freud e Jung ma su una cosa entrambi si trovano d'accordo sul transfert > ciò che rende possibile l’efficacia di una seduta psicanalitica. Transfert significa che una persona si abbandona completamente alla parola dell’altra, una persona crede che l’altra possa capire tutto e disporre anche di una via d’uscita > significa presupporre che lo psicanalista sappia e che possa capirci e portarci fuori dal labirinto. Questo crea una specie di fiducia e amore da transfert e solo se vi sono fiducia e amore la parola dello psicanalista funziona. Condizione efficace per far sì che la terapia funzioni. Siamo nella prima metà del Novecento, in un mondo in cui le nevrosi crescono a vista d’occhio poiché i motivi di stress aumentano. Vi è un libro di Freud chiamato “ Il disagio della civiltà ” in cui sostiene che la nostra società funziona nella misura in cui riusciamo a reprimerci tutti. La società al tempo di Freud è una società in cui le persone vorrebbero esprimersi, manifestarsi, dare sfogo ai loro istinti ma non lo possono fare. Per far sì che questo possa funzionare ci vuole una notevole dose di repressione, la quale secondo Freud crea nevrosi che a sua volta richiede psicanalisi. La nevrosi è ciò che caratterizza la società moderna. Il disagio psichico non è caratterizzato soltanto da disturbi di tipo nevrotico o isterico, vi sono anche dei disturbi psichiatrici più gravi, i quali sono comunemente rubricati sotto il termine di psicosi. Le psicosi sono delle circostanze psicologiche molto più gravi poiché sono difficilmente curabili attraverso una terapia psicanalitica e non sono basate sul meccanismo della rimozione, la quale può essere superata. Il meccanismo che invece caratterizza la psicosi non è la rimozione ma è la forclusione, cioè l’elemento allontanato non viene allontanato in una zona del proprio inconscio, è allontanato nel reale, è respinto fuori. Con il meccanismo dell’allucinazione è come se l’elemento, che solitamente viene rimosso nell’inconscio, nelle psicosi diventa un elemento reale. Si perde il diaframma che separa la realtà dalla possibilità, dal sogno, dalla fantasia. Tutto può diventare reale.