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Tesina argomentativa sul rapporto e contrasto tra Freud e Jung.
Tipologia: Tesine universitarie
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1. Contesto storico della nascita della psicoanalisi. Ormai dal 1986, sappiamo per certo che c'è un abisso quasi insondabile dentro ognuno di noi: l'inconscio^1. In verità, già molto prima di questa data, alcuni dei più grandi pensatori hanno dato a questo lato oscuro un’accezione più o meno simile a quella di inconscio, nel tentativo di scavare sempre più nel profondo della natura umana. Basti pensare al IX libro della Repubblica di Platone in cui viene attribuito alla mente un livello nascosto, così come al Menone nel quale Platone descrive il modo in cui Socrate aveva fatto emergere l’ inconscia conoscenza di un teorema geometrico in un ragazzo privo di istruzione; o ancora a Plotino che, da illustre neoplatonico, scrive che in ognuno di noi vi è un uomo interiore; si può poi proseguire tracciando un filo rosso che da Leibniz attraversi Wolff, Kant, Schelling, Schopenhauer, Karl Von Hartmann e che giunga infine a Freud. Tuttavia, seppur queste premesse sono doverose per capire che non si è dovuto attendere fino a fine 800 per teorizzare l’esistenza di un inconscio; questo concetto, a tratti così sfuggente, entra a far parte della scienza empirica ad opera di Sigmund Freud, neurologo austriaco nato nel 1856 e morto nel 1939, che ne dà un’interpretazione precisa, sistematica e ben delineata. Egli, infatti, entrando a pieno diritto tra i maestri del sospetto^2 , introduce nel XIX secolo quei concetti fondamentali che gettano in crisi la cultura del suo tempo e scuotono la coscienza dell'intera umanità dell'epoca, presa com’era dal delirio di onnipotenza positivista. Parliamo di sconvolgimenti, quali: - la scoperta di processi psichici inconsci che agiscono costantemente all'ombra di quelli coscienti, i quali risultano essere quasi soltanto atti isolati; - la scoperta che questi processi psichici nascosti sono in buona parte dominati da tendenze sessuali. (^1) La sfera dell’attività psichica che non raggiunge la soglia della coscienza. (^2) Vengono definiti così gli esponenti della cosiddetta scuola del sospetto , composta da quell’insieme di elaborazioni filosofiche critiche delle ideologie sviluppate tra il XIX e il XX secolo da Marx, Nietzsche e Freud.
Quest'ultimo punto è in realtà il presupposto principale del lavoro psicoanalitico, per come lo intende Freud; cioè il tentativo di spiegare la vita dell'uomo e della società facendo principalmente ricorso ad una forza: l'istinto sessuale o libido. Conseguentemente a queste scoperte, Freud si concentra molto sullo studio dell’attività onirica (a lui va il merito di essere stato il primo a dare alla luce una vera e propria teoria sull’interpretazione dei sogni), degli atti mancati^3 e di tutti quei sintomi delle malattie mentali che secondo lui possono essere trattati considerandoli come sostituzione di una soddisfazione di tipo istintuale rimasta latente in quanto repressa per molto tempo, considerando cioè il sintomo come una “rimozione”. Non meno sconvolgente è, poi, la trattazione di fenomeni tipicamente ritenuti al di sopra della semplice corporeità, quali l’arte e la religione, che nell’ottica freudiana non diventano altro che sublimazione della libido, cioè trasferimento dell’impulso sessuale ad altri oggetti. E’ proprio per via di questo breve elenco summenzionato (che costituisce soltanto la punta dell’iceberg del pensiero di Freud) che è importante contestualizzare storicamente la nascita della psicoanalisi e cercare proprio nel contesto di vita del giovane e rivoluzionario neurologo austriaco, i motivi principali (ed anche, ironia della sorte, inconsci) che lo spingono a portare avanti con estremo vigore e dogmatismo concettuale le sue tesi che forniscono delle solide basi per il futuro della disciplina e soprattutto fungono da terreno fertile per i successivi indirizzi interpretativi che ne modificheranno le dottrine fondamentali, si può a questo proposito fare accenno alle figure di Jung (che tratteremo nello specifico più avanti) e Adler^4. Dunque, è importante tenere a mente che l’opera innovatrice di Freud è fortemente legata a condizionamenti geografici, storici e culturali. Come anche Jung stesso fa notare nei saggi Sigmund Freud come fenomeno storico e culturale del 1932 e Il Necrologio del 1939, la figura di Freud si colloca nella fase di massima espansione del movimento razionalistico e materialistico che si è ormai affermato nell’Europa vittoriana e che tende a mascherare tramite moralismi, bigottismo religioso e forti pressioni sociali, tutta la miseria umana che non è mai stata debellata, ma che anzi continua a dilagare indisturbata sotto un illusorio progresso scientifico ed economico dell’umanità. Freud, così come Nietzsche, diventa smascheratore di tutto ciò; ma non senza qualche amara conseguenza. Senz’altro la prima è la generale indignazione, anche da parte della stessa (^3) si tratta principalmente dei cosiddetti “lapsus”, le sviste che sono erroneamente attribuite al caso. (^4) Alfred Adler identifica l’istinto fondamentale dell’uomo con la “volontà di potenza” di cui parla Nietzsche, cioè come uno spirito di lotta che è in conflitto con il “sentimento della comunità umana” che lega gli individui. Il continuo attrito tra queste due forze determinerebbe il carattere di ogni uomo e le sue manifestazioni patologiche.
Come si è visto, le scoperte di Freud gettano scompiglio nella comunità scientifica e non, ma rimangono senz’altro valide e vengono utilizzate senza alcuna remora per molto tempo, spesso con buoni risultati. Risultano efficaci per il trattamento di molte paturnie, dalla più grave isteria alla più “comune” delle nevrosi, tutt’oggi Freud rimane senz’altro uno dei capisaldi della psicanalisi e certamente i suoi metodi si rivelano, in parte, ancora molto validi. Ma se da un lato è indubbio che le sue tecniche producano parecchi esiti scientifici positivi, dall’altro col passare del tempo e soprattutto con l’entrata in scena di altri giovani psichiatri, alcuni punti chiave della metodologia freudiana iniziano a vacillare. Colui che contribuisce più di tutti all’evoluzione ed alla vera e propria emancipazione dei concetti di Freud è proprio il suo allievo prediletto Carl Gustav Jung, che si configura inizialmente come suo erede nel panorama psicoanalitico, ma che in seguito se ne distacca andando a fondare un proprio metodo del tutto nuovo: la cosiddetta psicologia analitica. Già soltanto prendendo in considerazione il passato di Carl Jung, non risulta complicato immaginare il motivo della sua rottura col dogmatico maestro Freud. Infatti, Jung si laurea in medicina a Basilea scrivendo una tesi sui fenomeni dell’occultismo e della parapsicologia, sicuramente ispirato dalla figura materna che sembra avere delle facoltà, ereditate da suo padre, che la rendono una medium. Il padre di Jung, invece, è un pastore protestante che esercita anche, per un periodo della sua vita, la funzione di cappellano nel manicomio della città. In tale contesto familiare, Jung rimane figlio unico per ben nove anni e viene da tutti considerato come un bambino introverso e timido, a tratti quasi asociale, che trascorre molto tempo in solitudine e che spesso evita di partecipare ai giochi degli altri compagni di scuola. Ma la sua è senz’altro una introspezione produttiva ed assetata di conoscenza, che egli cerca di nutrire sempre di più interessandosi alla filosofia, alla religione ed allo spiritualismo, leggendo anche autori molto importanti ed illuminanti come Nietzsche, Goethe, Schopenhauer e altri. Circa sette anni prima dell’incontro con Freud, che avviene nel 1907, Jung inizia a lavorare all’istituto psichiatrico di Zurigo, sotto la direzione del dottor Bleuler. Questa esperienza si rivela fondamentale in quanto permette al giovane medico di lavorare a stretto contatto con pazienti schizofrenici che egli cerca di aiutare in tutti i modi tentando di evitare la cronicizzazione della malattia. Al contempo, Jung fonda all’interno dell’ospedale un laboratorio di psicologia sperimentale in cui mette in pratica il test delle associazioni^6 che viene somministrato ai pazienti nel tentativo di far emergere i loro personali complessi. Questo (^6) Al soggetto in esame si presenta un elenco di termini e si registrano le parole che il paziente vi associa, i parametri valutati sono la risposta ed il tempo di reazione.
approccio, però, viene da Jung stesso abbandonato nel momento in cui emerge in lui insoddisfazione verso l’atteggiamento clinico distaccato degli psichiatri del tempo che non si interessano alla personalità ed all’individualità del malato, quasi dimenticando di avere in cura una persona. Ecco che nasce l’interesse di Jung verso la psicoanalisi e di conseguenza verso Freud, egli infatti vede questa disciplina come un modo di rapportarsi alle turbe mentali che mette al centro proprio la dimensione interiore e psicologica del paziente. Ai suoi occhi la psicanalisi appare più umana in confronto alla freddezza classificatoria della psichiatria classica. Dunque, Jung abbandona Zurigo per dedicarsi ad i suoi studi in un’ottica non più psichiatrica ma psicoanalitica, si interessa alla lettura di alcuni scritti di Freud e matura la volontà di conoscerlo, finché i due finalmente si incontrano per la prima volta a Vienna nel 1907 e parlano per ben tredici ore. Da lì l’inizio di una fitta corrispondenza e di un rapporto molto intimo e confidenziale tra i due, assai simile a quello che si può vedere tra un padre e un figlio. Scrivono assieme un libro, compiono viaggi di studio ed addirittura si analizzano a vicenda raccontandosi i propri sogni durante una traversata verso gli Stati Uniti nel 1909, anche se proprio in questa circostanza Freud mostra una certa reticenza nell’aprirsi con il giovane Jung e nel lasciarsi andare a racconti troppo personali circa i suoi sogni ed il suo passato; a suo dire lo fa per non ledere la propria autorità, ma certamente questo atteggiamento fa sì che l’allievo inizi a mettere in discussione la grande fiducia riposta nel maestro e tradisce anche una certa rigidità di vedute agli occhi di Jung. Dalla loro fitta corrispondenza possiamo intravedere le prime avvisaglie della grande rottura già dal 1909, ma vi possiamo anche scorgere l’intensità del loro rapporto che senz’altro li coinvolge molto anche a livello inconscio, tanto da far cadere Jung, dopo il distacco dal suo mentore, in una profonda crisi nervosa che dura ben sette anni. Nell’arco di qualche anno Jung passa dall’essere definito come il successore di Freud alla guida del movimento psicanalitico, all’essere colui che compie, metaforicamente, il più importante patricidio della storia e della scienza del xx secolo.
3. Punti di rottura. L’inconscio. Freud vede l’inconscio come una sorta di scatola che è vuota alla nascita e viene riempita soltanto tramite esperienze di vita che creano materiale inconscio durante la nostra crescita, con tutti i relativi sviluppi che si possono avere (ad esempio nevrosi, complessi e via dicendo);
fantasie che io non ho più ridotto, come Freud, a elementi personali, ma ho posto in analogia con i simboli della mitologia, della storia comparata delle religioni e con altro ancora, per riconoscere il significato sotto il quale essi si apprestavano ad agire^8. 3.1. Punti di rottura. La libido Il punto di contrasto più eclatante, però, è quello che coinvolge le differenti vedute riguardo alla libido. Credo sia opportuno soffermarsi un po' di più su questo aspetto alquanto decisivo e dal quale si estrinseca a pieno la ribellione junghiana al padre della psicanalisi. Per introdurre l’argomento, credo sia doveroso partire con il conoscere cosa effettivamente sia la libido per Freud, egli infatti ce ne dà una chiara definizione in Tre saggi sulla teoria sessuale tramite le seguenti parole: In biologia si esprime il fatto dei bisogni sessuali nell'uomo e nell'animale ponendo una ‘pulsione sessuale’. In ciò si procede per analogia con la pulsione di assunzione del cibo, la fame. Al linguaggio popolare manca una designazione che [nel caso della pulsione sessuale] corrisponda alla parola ‘fame’; la scienza adopera come tale, la parola ‘libido’^9. Da queste parole emerge che per Freud la libido costituisce un bisogno esclusivamente sessuale. Proprio su questa convinzione Jung basa il suo cambio di rotta e tiene a precisare che, in realtà, il termine libido ha un significato molto più vasto di quello comprendente soltanto la sfera sessuale. Il culmine di questa idea si raggiunge con la pubblicazione da parte di Jung dello scritto che segna la definitiva rottura del suo rapporto con Freud: La libido, simboli e trasformazioni. In questo scritto del 1912 si vanno a delineare la concezione junghiana dell’incesto, la trasformazione del concetto di libido e altre importanti idee sui simboli ed i miti che già da qualche tempo germinavano nella mente di Jung. È interessante notare la particolare narrazione di questo libro; infatti, Jung si basa sulle fantasie di una donna americana di nome Miss Miller per tracciare, in maniera a tratti anche velata, il suo cambio di rotta su alcuni temi freudiani. Questa attenzione anche ai più piccoli dettagli delle fantasie della donna, come ci fa notare anche Ignazio Majore nella sua introduzione all’opera, rivela un disperato tentativo da parte di Jung di elaborare e superare quelli che sono i suoi più profondi dissidi interiori circa il rapporto (^8) C.G. Jung, Il contrasto tra Freud e Jung, cit., pp. 229-230. (^9) Ivi , p.52.
con Freud. Egli ha grandi difficoltà ad accettare l’atteggiamento rigido e perentorio del maestro, ma prova allo stesso tempo una grande paura riguardo alle inevitabili conseguenze di un suo allontanamento da lui. In sostanza, teme la reazione di Freud dinnanzi al suo distacco ed in fondo non vuole deluderlo. Si è, insomma, instaurato tra i due un rapporto quasi ambivalente che porta l’allievo a provare un misto di ammirazione e soggezione nei confronti di colui che vede come un Dio, il suo dio. Ma nonostante i timori di Jung ed i suoi sforzi per non esporsi in maniera troppo diretta durante la stesura di quest’opera, l’inevitabile accade. Come possiamo notare dalle ultime lettere scambiate tra i due, le tensioni che già si erano create giungono all’epilogo drastico ed esplosivo dopo la pubblicazione del succitato libro. Dal loro carteggio emerge che addirittura la moglie di Jung interviene con una lettera che indirizza a Freud nel tentativo di scoprire la sua reale posizione riguardo alla pubblicazione dello scritto incriminato per cercare, in qualche modo, di salvare il rapporto tra suo marito ed il maestro. Kusnach, 30 ottobre 1911 Caro professore, non so bene dove trovi il coraggio di scriverLe questa lettera ma penso di sapere con certezza che non nasce da "presunzione". Seguo invece la voce del mio inconscio, alla quale ho dovuto dare ragione tanto spesso e che, spero, non mi inganni nemmeno questa volta. Dal momento della Sua visita qui da noi, mi tormenta infatti l'idea che i Suoi rapporti con mio marito non siano proprio come potrebbero e dovrebbero essere e poiché questo non deve assolutamente accadere, vorrei cercare di fare ciò che è in mio potere. Non so se mi inganno quando penso che Lei non sia in qualche modo completamente d'accordo con mio marito a proposito di Trasformazioni e simboli della libido. Lei non ha fatto parola in proposito eppure io credo che farebbe tanto bene ad entrambi se arrivaste ad esprimere fino in fondo ciascuno le proprie idee in materia. Oppure si tratta di qualcosa d'altro? In tal caso mi dica, La prego, caro professore, di che si tratta, perché non posso sopportare di vederLa cosi rassegnato e credo appunto che la Sua rassegnazione non riguardi soltanto i Suoi figli reali (mi ha fatto una impressione singolarissima sentirLa parlare di loro), ma anche dei Suoi figli spirituali; perché altrimenti avrebbe ben poche ragioni di essere rassegnato. La prego, non mi consideri una di quelle donne che, come Lei mi disse una volta, vengono sempre a turbare le Sue amicizie. Mio marito naturalmente non sa nulla di questa lettera e La prego di non lasciargli intuire gli eventuali effetti sgradevoli che questa potrebbe avere su di Lei. Spero tuttavia che Lei non se la prenda con me che tanto La venero. Emma Jung^10. (^10) Ed. R.A.I., Il carteggio Jung-Freud, Roma 1977.
il mio lavoro e non per trascurare Lei con ostentazione. Forse Lei non ha fiducia in me? Che non ce ne sia ragione lo dimostra la storia. Se io ho nella escatologia psicanalitica, opinioni che non sono le Sue, il che non è neanche certo, perché è impossibile spiegare tutto ed ogni cosa per lettera, non se lo avrà certo a male con me. Mi sono sempre sforzato in ogni momento di modificare le mie opinioni in base al giudizio di chi ne sa più di me. Non mi sarei schierato al suo fianco se l'eresia non l'avessi un po' per così dire, nel sangue. Poiché non lotto per conquistare cattedre, posso anche riconoscere degli errori. Lascerò che Zarathustra parli per me: "Si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfrondare la mia corona? Voi mi venerate, ma che avverrà se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci! Voi non avevate ancora cercato voi stessi: ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti. Ed ora vi ordino di perdermi e di trovarmi, e solo quando mi avrete tutti rinnegato, io tornerò tra voi." È questo che Lei mi ha insegnato con la psicanalisi. E poiché io La seguo realmente, devo essere coraggioso nei Suoi confronti non meno che con chiunque. Cordialissimi saluti, Suo devotissimo Jung^12. A questa lettera ne seguono altre, le ultime, nelle quali Jung cerca di far prendere coscienza a Freud, nella maniera più chiara e diretta possibile, che il suo atteggiamento eccessivamente distaccato e rigido nei confronti dei suoi allievi è estremamente dannoso e fa soffrire molto lo stesso Jung. Egli, infatti, lo accusa di analizzare costantemente le persone che gli stanno accanto, trasmettendo un gran senso di soggezione. Gli fa notare il fatto di non prendere sul serio le proprie nevrosi concentrandosi fin troppo su quelle degli altri, anche nei momenti in cui si trova al di fuori della sua veste lavorativa. Rinfaccia a Freud il famoso rifiuto di raccontare i suoi sogni durante la traversata verso l’America. Ma tutto ciò, ahimè, non serve affatto a trovare un punto di incontro che possa salvare il rapporto. Freud si dimostra fermo sulle proprie convinzioni e sembra non notare affatto questi presunti errori di cui Jung lo accusa. Si sente semplicemente colpito in maniera ingiustificata dall’uomo al quale lui ha dato tutto ciò che poteva, soprattutto in ambito professionale. Per lui Jung si è spinto troppo oltre, non c’è nulla da salvare. I rapporti tra i due si interrompono definitivamente con queste due lettere. Non si scriveranno mai più, Jung circa dieci anni dopo scriverà un’ultima lettera in cui chiederà di prendere in cura un paziente che, durante l’analisi, ha espressamente chiesto di essere sottoposto alle cure di Freud. Non riceverà mai risposta, Freud si limiterà ad accettare, nel silenzio, questo paziente. (^12) op.cit.
Jung: lettera 338 del 18 dicembre 1912: «... e intanto lei se ne sta assiso in veste di padre. Per puro spirito di sudditanza nessuno ha il coraggio di afferrare il profeta per la barba e domandare una buona volta: Che cosa dice lei ad un paziente che ha tendenza ad analizzare l’analista anziché sé stesso? ...io infatti non sono assolutamente nevrotico... insomma lei ama a tal punto i nevrotici da essere sempre in armonia con se stesso?... Lei forse odia i nevrotici... ». Freud: lettera 342 del 3 gennaio 1913: « ...le propongo dunque di cessare completamente i nostri rapporti privati. Io non ci perdo nulla perché oramai... ero legato a lei soltanto dal filo di delusioni provate che continuavano ad avere il loro effetto... Lei ultimamente a Monaco ha confessato che un rapporto intimo con un uomo ha effetto di inibizione nella sua libertà scientifica»^13. Parole dure che segnano il fallimento di ogni pronostico che vedeva il giovane Jung come successore del padre della psicoanalisi. Tornando all’analisi del concetto di libido, approfondendolo a dovere non è difficile intuire perché la rielaborazione junghiana di questa componente psichica gli sia costata la stima di Freud. Infatti, come si evince ancor più chiaramente nel Saggio di esposizione della teoria psicoanalitica del 1913, Jung spiega non solo quanto sia decisivo l’apporto della libido nelle nostre vite, ma anche quanto sia sbagliato seguire la linea freudiana ed attribuirle esclusivamente una matrice sessuale. Innanzitutto, si può notare come perfino il significato letterale del termine non si riferisce soltanto alla sessualità; infatti, già Cicerone così come gli stoici parlavano di libido intendendola rispettivamente come: desiderio, gioia, bisogno, necessità ed anche concupiscenza sessuale. Il contesto dell’uso di questa parola, dunque, è sempre stato molto ampio. In realtà, la concezione di Freud non è del tutto sessuale, egli riconosce l’azione di forze pulsionali non del tutto identificabili, ma che ricevono sovvenzioni libidiche. Il limite di Freud non starebbe nella totale attribuzione di sessualità alla libido, anzi lui stesso si vede costretto durante lo studio di un caso di paranoia, ad ampliare la sua formulazione del concetto, seppur entro i limiti del suo metodo di studio. Ma è come se il medico giungesse ad un punto cieco oltre al quale non riesce a spingersi e si vede quindi costretto a mantenere essenzialmente la sua idea originaria continuando a sostenere che l'energia dell’istinto sessuale sia la più (^13) C. G. Jung, la libido. simboli e trasformazioni, Newton Compton editori, Roma 1975, p. XIX
regressione della libido; non vale lo stesso per la demenza precoce. Questa malattia, infatti, comporta una perdita che è inspiegabile alla luce della sola caduta della libido. Partendo dalla difficoltà che incontra nell’affrontare il problema della demenza, Jung inizia ad ampliare il proprio concetto di libido e prova a sporgersi oltre i confini teorici tracciati dal maestro. Inizia qui la sua opera di emancipazione dalla psicanalisi , è qui che, come un fiume in piena, egli inizia a concatenare tra di loro i concetti più disparati, che però risultano tutti profondamente collegati da un invisibile filo rosso Basandosi sui Tre saggi di Freud (che abbiamo precedentemente citato) Jung inizia col sostituire l’espressione energia psichica con il termine libido e successivamente traccia quella che secondo lui sarebbe l’evoluzione di questa energia, che va ovviamente di pari passo con quella dell’uomo. Spiega come moltissime funzioni complesse alle quali neghiamo categoricamente un carattere sessuale, in origine erano proprio delle scissioni della pulsione di procreazione che Jung vede come il nostro fondamentale istinto originario. La lenta ma continua evoluzione di questo istinto lo porta ad emanciparsi, variare ed ampliare la propria forma, raffinarsi, fino ad arrivare addirittura a qualcosa di sublime come le tendenze artistiche; tutto ciò è individuabile anche negli animali, ad esempio nel periodo dei corteggiamenti. Jung ci fa poi notare come la contrapposizione tra l’istinto di autoconservazione e quello di conservazione della specie è senz’altro una divisione che non esiste in natura, ma è solo un frutto umano e artificiale. Ciò che possiamo notare in natura è solo una continua pulsione vitale paragonabile alla volontà schopenhaueriana che, tramite la conservazione del singolo, mira a propagare la specie. Una volta giunti all'audace ipotesi che la libido, che originariamente serviva alla produzione di uova e di sperma, è ora saldamente organizzata nella funzione della costruzione del nido, e non è più capace di nessun'altra applicazione, siamo anche costretti a includere in questo concetto qualsiasi desiderio in generale, e quindi anche la fame. Perché non abbiamo più alcuna ragione a fare una distinzione di principio fra il desiderio dell'istinto di costruire il nido e il desiderio di mangiare. Questa riflessione ci porta a un concetto di libido che si allarga oltre i limiti di una formulazione scientifico-naturale verso una concezione filosofica, verso un concetto di volontà in generale^15. (^15) Ivi, p. 123.
Secondo Jung, quindi, la libido avrebbe si una connotazione sessuale, ma soltanto ai suoi albori. Egli spiega che la forma primordiale di libido sessuale che permette la nascita e la fecondazione di uova, si scinde nel corso del tempo e dell’evoluzione, diventa differenziata. Queste scissioni portano ad una libido che diventa desessualizzata perché privata della sua originaria funzione unicamente legata alla procreazione, funzione che peraltro non riacquisterà più. Tutto ciò fa emergere l’ipotesi dell’esistenza di una vera e propria evoluzione della libido, così come si parla di evoluzione delle specie. Questo processo evolutivo porta ad un rapporto con la realtà totalmente nuovo e diverso, nonché più complicato, detto funzione del reale che presuppone un maggiore adattamento alla realtà; inoltre, questa evoluzione, fondamentalmente, sarebbe una continua e crescente opera di limitazione della libido primordiale destinata interamente alla procreazione, al corteggiamento ed alla protezione della prole. Possiamo servirci delle parole dello stesso Jung al fine di spiegare al meglio il punto della situazione che a primo impatto può risultare di non facile comprensione. Il processo di esaurimento della libido primaria in attività secondarie avvenne sempre sotto forma di una «sovvenzione libidica»; vale a dire, la sessualità venne privata del suo scopo originario e applicata, come importo parziale, alle attività, filogeneticamente gradualmente ascendenti, dei meccanismi di corteggiamento e di protezione della prole. Questo trasferimento della libido sessuale dalla sfera sessuale in senso stretto a funzioni secondarie avviene ancor sempre. Quando questa operazione riesce senza pregiudizio per l'adattamento dell'individuo, si parla di sublimazione ; quando fallisce, di rimozione. Il punto di vista descrittivo della psicologia vede la molteplicità delle pulsioni, fra le quali, come fenomeno parziale, la pulsione sessuale, e riconosce inoltre «sovvenzioni libiche» a funzioni non sessuali. Diversamente il punto di vista genetico : esso vede l'originarsi della molteplicità delle pulsioni da una relativa unità della libido primaria; […] Quando parlo (in questo lavoro o altrove) di «libido» in generale mi ricollego quindi al concetto genetico, che allarga di un importo grande a piacere la sessualità recente alla libido primaria desessualizzata. Quando dico che è un malato ritira la sua libido dal mondo esterno per investirla nel mondo interiore, non voglio dire che egli ha sottratto alla funzione del reale semplicemente le «sovvenzioni libiche», ma piuttosto che ha ritirato – secondo la mia concezione - anche quelle forze pulsionali non più sessuali («desessualizzate») che propriamente e normalmente sostengono la funzione del reale.^16 (^16) Ivi, pp. 125-6.
tra questa funzione è quella sessuale; quindi, avremmo un passaggio graduale attraverso delle tappe della libido che vanno dal campo della funzione nutritiva a quello della funzione sessuale. Di conseguenza, le perversioni non sarebbero, come vuole Freud, frutto di stadi preliminari della sessualità, bensì sarebbero scaturite dalla difficoltà di staccare con facilità la libido dalle posizioni provvisorie che va ad assumere durante questo spostamento. La condizione fondamentale e determinante della perversione è quindi una condizione infantile insufficientemente sviluppata della sessualità. Nonostante tutte queste precise posizioni occupate da Jung riguardo all'argomento, egli ci tiene a mantenere una certa cautela, ricordando che la scuola psicoanalitica non possiede un concetto ben compreso e chiaro di libido. Questa, infatti, rimane un'incognita, un'ipotesi, un'immagine, un'entità convenzionale, insomma, qualcosa di concepibile in maniera analoga al concetto di energia in fisica, quindi qualcosa di non completamente concreto. Ciò che è più importante tenere a mente e che Jung e la sua psicologia analitica assegnano al concetto di libido una posizione energetica in cui tutti gli eventi vitali vengono concepiti come energia. Libido deve essere il nome dell'energia che si manifesta nel processo vitale e che viene percepita soggettivamente come aspirazione e desiderio^17. 3.2. Punti di rottura. La religione. La religione è forse uno dei temi in cui risulta più evidente la grande differenza di vedute tra Jung e Freud. Il primo proviene da una famiglia protestante, mentre il secondo ha origini ebree, ma mentre inizialmente si ritrovano a condividere molte idee affini riguardo a Dio ed a tutti i fenomeni metafisici in genere, più tardi Jung non riuscirà a sopportare l’eccessiva chiusura del suo padre intellettuale riguardo a questi argomenti. D'altronde è come se Jung decidesse di tornare alle sue vocazioni originarie che aveva già ampiamente dimostrato scegliendo come argomento della sua tesi universitaria proprio la trattazione dei fenomeni occulti. Nonostante i suoi interessi giovanili si siano inizialmente spesso rivolti ai fenomeni definibili come inspiegabili, dopo l’incontro con Freud egli li abbandona ed insieme al maestro li relega nell’ambito della semplice suggestione. Ma non si può reprimere troppo a lungo le proprie inclinazioni (come la psicoanalisi stessa ci insegna), quindi ecco che tra i punti di rottura nel rapporto tra i due troviamo proprio la religione, o più in generale, la concezione riguardante tutti quei particolari fenomeni non del tutto (o niente affatto) spiegabili scientificamente. Prima (^17) C.G. Jung, Il contrasto tra Freud e Jung, p. 67.
di passare alla trattazione delle loro contrapposte visioni sull’argomento ed al modo in cui sono giunti ad elaborarle, credo sia interessante riportare una delle lettere scambiate tra i due proprio riguardo all’argomento, in cui Freud cerca di minimizzare e razionalizzare la portata di alcuni strani fenomeni avvenuti in casa sua durante una conversazione con Jung. Vienna, 16 aprile 1909 Caro amico, spero che questa lettera non giunga troppo presto nelle Sue mani. Lei capirà perché. Le scrivo dunque soltanto per non dover mettere in frigorifero lo stato d'animo provocato dalla sua lettera. […] È notevole il fatto che la stessa sera nella quale io lo adottai formalmente come figlio maggiore e La consacrai come successore e principe ereditario - in partibus infidelium - che quella stessa sera Lei mi spogliò, della dignità di padre. Azione che a Lei sembra essere tanto piaciuta quanto a me, per contro, l'investitura della Sua persona. Ora temo di dover ricadere nei Suoi riguardi nella parte del padre parlando della mia reazione alla storia degli spiriti che si fanno sentire battendo dei colpi; ma debbo farlo, perché le cose stanno diversamente da quanto Lei, altrimenti potrebbe credere. Io non nego che le Sue storie e il Suo esperimento mi abbiano fortemente impressionato. Dopo che Lei fu andato via mi proposi di fare delle osservazioni, ed ecco qui i risultati. Nella mia prima stanza, vi è uno scricchiolio continuo, là dove le due pesanti stele egiziane sono posate sui ripiani di quercia della libreria; la cosa dunque è troppo evidente. Nell'altra stanza, là dove l'abbiamo udito, lo scricchiolio è molto raro. Dapprima volevo considerare con una prova se il rumore, così frequente durante la Sua visita, fosse completamente cessato in Sua assenza; invece da allora si è ripetuto alcune volte, ma mai in connessione con i miei pensieri e mai quando pensavo a Lei o a questo Suo problema specifico. (Anche in questo momento no, aggiungo come sfida). L'osservazione fu poi ben presto svuotata di significato da altri fattori. La mia crudeltà o perlomeno disposizione a credere, sparì completamente non appena cessò il fascino della Sua presenza personale qui. Per certi motivi interiori è per me assolutamente inverosimile che qualcosa del genere possa avvenire; i mobili se ne stanno davanti a me esanimi, come la natura sdivinizzata davanti al poeta dopo che gli dèi della Grecia se ne andarono. Ed allora, mi rimetto i dignitosi occhiali di padre ed ammonisco il caro figlio a mantenere la testa fredda ed a preferire di non intendere certe cose piuttosto che sacrificare troppo al desiderio di intendere. […] Con il diritto che mi dà l'età, inoltre, divento chiacchierone e racconto di un'altra cosa fra cielo e terra che non si riesce a capire. Alcuni anni fa scoprii di essere convinto di dover morire fra il 61° e 62° anno di età, termine che allora mi pareva abbastanza lungo (oggi ci mancano soltanto 8 anni). Andai poi in Grecia e qui diventò addirittura inquietante il modo in cui il numero 61 o 60, in connessione con uno o due ritornava continuamente in tutte le occasioni in cui si nominavano oggetti numerati, in
religiose, che egli definisce potentissime illusioni. La vita è dura e la natura è una minaccia costante, dunque come difendersi da essa? In questo tutte le società si assomigliano: è la civiltà che si fa carico di neutralizzare gli orrori della vita, si umanizza la civiltà. Questa situazione è analoga a quando nell'infanzia temevamo il padre, ma eravamo sicuri che ci avrebbe protetto. L'uomo, quindi, attribuisce alle forze della natura il carattere del padre, facendo di loro delle divinità e inseguendo così un modello infantile e filogenetico. Le rappresentazioni religiose sorgono dall'istinto di difendersi dalla natura e di correggere le imperfezioni di questa, l'individuo non ha scelta se non umanizzare tutto ciò che lo circonda e quando lo fa segue un modello infantile, perché ha imparato da bambino che per poter influenzare le persone deve stabilire un rapporto con loro. Quando l'adolescente si accorge che è destinato a restare bambino, attribuisce alle religioni i tratti della figura paterna e si crea gli dèi, che teme. Dunque, continua a prevalere in Freud una grande attenzione rivolta all’infanzia dell’uomo. Le religioni sarebbero quindi illusioni nonché realizzazione dei desideri più urgenti dell'umanità e il segreto della loro intensità, sta nell'intensità dei desideri stessi. In questo, dice Freud, la fede si avvicina al delirio psichiatrico, ma mentre in quest'ultimo sussiste la contraddizione con la realtà, le illusioni non sono necessariamente irrealizzabili. Per Freud, la religione ha reso grandi servigi all'umanità, ma non ha fatto abbastanza. Le alternative sono: opprimere le masse precludendogli il risveglio intellettuale o una radicale revisione del rapporto tra civiltà e religione. Sappiamo che il bambino non può compiere il suo percorso verso la civiltà senza attraversare una fase nevrotica che egli deve domare con atti di rimozione^19 , queste nevrosi infantili vengono superate durante la crescita. L'umanità attraversa lo stesso percorso, con le stesse fasi di debolezza, davanti alle quali ha messo in atto rinunce pulsionali indispensabili alla convivenza in società. La religione rappresenta la nevrosi ossessiva universale dell'umanità e, al pari di quella del bambino, scaturisce dal complesso edipico, cioè dal rapporto col padre. Freud sostiene che la persona devota è più immune contro alcune malattie nevrotiche, perché la nevrosi universale la solleva da quella individuale. Egli sostiene che sarebbe un'impresa insensata voler sopprimere la religione con la coercizione in un solo colpo, perché l'essere umano si troverebbe perso ed inerme. Sappiamo già che la terribile impressione dell’impotenza infantile ha suscitato il bisogno di protezione – protezione attraverso l’amore - che il padre ha soddisfatto; il riconoscimento della continuazione di questa impotenza per tutta la vita ha causato (^19) Fanno parte di quel meccanismo psichico di rimozione che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o ricordi considerati inaccettabili e intollerabili dall'Io.
l’aggrapparsi all’esistenza di un padre - però ora più potente. Il governo amorevole della provvidenza divina placa l’angosciadi fronte ai pericoli della vita, l’introduzione di un ordine morale universale assicura la soddisfazione del bisogno di giustizia, che nell’ambito della civiltà umana è rimasto così spesso insoddisfatto, il prolungamento dell’esistenza terrena con una vita futura appronta la cornice spaziale e temporale in cui questi appagamenti si compiranno. Le risposte agli enigmatici interrogativi che scaturiscono dall’umana sete di sapere, come quelli circa l’otigine del mondo e il rapporto tra anima e corpo, vengono sviluppate in base ai presupposti di questo sistema. Significa un grande sollievo per la psiche individuale che i conflitti mai del tutto superati dell’infanzia, i quali derivano dal complesso del padre, vengano ad essa sottratti e portati a una soluzione accettata da tutti^20. Ma l'infantilismo non dovrebbe essere superato? Per Freud, ci vuole un'educazione alla realtà. Egli è sicuro che solo la scienza non sia un'illusione e che si incammini sempre verso il progresso, sempre in continua evoluzione e mai in errore. No, la nostra scienza non è un’illusione. Un’illusione sarebbe invece credere che possiamo prendere da un’altra parte quello che essa non può darci^21. Inoltre, nel suo libro Il disagio della civiltà del 1930, Freud spiega che per sopportare la vita l'uomo ha bisogno di lenitivi, questi sono costituiti da varie attività ed interessi umani, come l’arte o l’uso di stupefacenti, ma in primis dalla religione che è il lenitivo per eccellenza, in quanto più duraturo degli altri. Freud, infatti, sottolinea come la risposta all'interrogativo sullo scopo della vita umana sia strettamente legata alla religione. L'uomo aspira alla felicità, ma questa, per sua natura, è possibile solo come episodio. La religione induce alla scelta e all'adattamento, imponendo a tutti il suo percorso verso la felicità e la protezione dalla sofferenza. Per dirlo in maniera più che esaustiva con le parole di Goethe che Freud stesso cita: Chi possiede scienza ed arte ha anche la religione; Chi non possiede quelle due, abbia la religione!^22. Per quel che concerne Jung, invece, la posizione che egli assume a riguardo è il risultato di diverse fasi della sua vita durante le quali il suo pensiero religioso, o per meglio dire spirituale, (^20) S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Newton Compton, Roma 2018, p.57. (^21) Ivi, p.84. (^22) S. Freud, Il disagio della civiltà, Newton Compton, Roma 2018, p.98.