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Storia delle principali scritture indiane: Brahmi, Devanagari e altre scritture indiane, Appunti di Glottologia

La storia delle principali scritture indiane, tra cui brahmi, devanagari, gurmukhi, bengalese e altre scritture indiane. Il documento traccia l'evoluzione di queste scritture, dalle prime attestazioni di asoka fino alle scritture abugida e la loro diffusione in india e indocina. Il testo illustra anche il rapporto tra orralità e scrittura in india antica e la importanza data alla scrittura in jainismo e buddhismo.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 12/02/2020

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gana22-1 🇮🇹

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Storia dei principali sistemi di scrittura del subcontinente indiano
Oggi in India sono usate circa 20 scritture indiane, di cui le principali sono: devanagari, gurmukhi, gujarati,
bengalese, oriya, telugu, tamil, kannada e malayalam grande diversificazione di tipologia strutturale
Le più antiche attestazioni di scrittura in India sono le iscrizioni di Asoka, redatte in due scritture, brahmi e
kharosthi (decifrate da James Prinsep (1799-1849)). Quest’ultima si è poi estinta senza lasciare traccia,
mentre dalla brahmi derivano tutte le scritture odierne (matrice di tutte le scritture indiane e di alcune
dell’Indocina:tibetano, singalese, khmer, thai, Lao e Birmano), secondo un modello settentrionale (sunga) e
uno meridionale. Alla fine del periodo gupta dal sunga evolvono due varietà: proto-sarada (estremo nord-
ovest dell'india: Punjab e Pakistan) e siddhamatrka. Dalla prima evolvono la sarada e, poi, la gurmukhi (in
cui è scritto il libro sacro dei sikh); dall’altra la nagari, da cui devanagari e gujarati, e il proto-bengalese, da
cui oriya e bengalese. Verso il 500 d. C. dalla brahmi meridionale derivano il telugu-kannada, da cui telugu e
kannada, e proto-tamil e Grantha pallava, da cui tamil e grantha (poi da questa dall’inizio del XX sec. la
Malayalam).
Quasi tutte le attestazioni di scritture indiane precedenti il 1000 d.C. sono per lo più epigrafie, iscrizioni
prevalentemente su roccia o colonna, ma anche su metallo. Prima del 100 d.C. abbiamo pochissime
attestazioni a causa del clima e dei materiali deperibili su cui erano incise, le poche attestate provengono da
Nepal, Afghanistan e centro Asia (clima migliore per la conservazione). Dal III d.C. al 1000 decid.C. le fonti
sulla storia dell’India sono solo epigrafie, non abbiamo altre prove scritte.
Lingue medio-indoarie pali (usato per la composizione del cannone buddhista dei theravada, per i
buddhisti era la lingua parlata da Siddharta) + lingue regionali pracriti
Rapporto oralità-scrittura: i tesi dell’India antica non parlano delle scritture, nemmeno nominano i nomi,
perché fino al periodo Mogul il sapere era trasmesso quasi interamente oralmente. La trasmissione orale
dei testi è tenuta in maggiore considerazione (detto sanscrito: “il sapere messo per iscritto è ricchezza che
passa in mano altrui”). Nella letteratura brahmanica post-vedica ci sono solo sporadici riferimenti all’origine
divina della scrittura (attribuita a brahma e a sua moglie sarasvati, fatto che si riproduce nell’iconografia
anche moderna). Jainismo e Buddhismo danno maggiore importanza alla scrittura, in particolare ne
abbiamo testimonianza del canone Pali. Si parla, per esempio, dei materiali usati per scrivere e si nominano
le scritture (nomi immaginifici: degli dei, dei semidei, dei para semidei, degli angeli… o che richiamano
numeri fortunati). I primi due nomi delle liste jainiste e buddhiste sono sempre Brahmi (“scrittura sacra”) e
Karosthi (forse legata a toponimi o a termini sanscriti, probabilmente è sanscritizzazione di un termine
iranico).
Scritture abugida [a-bù-ghi-da] (alfa-sillabiche), tra scrittura alfabetica e sillabica usano una base sillabica
(unità grafica), con a inerente alle consonanti, ma ogni carattere si può vocalizzare con caratteri diacritici.
Le iscrizioni di Asoka sono per lo più in brahmi, solo 9 non lo sono (7 in greco e aramaico, 2 in karosthi
nell’estremo nord-ovest dell’India, Gandhara). Ve ne sono poi poche in brahmi ma non riconducibili ad
Asoka (altri sovrani minori che regnano sotto Asoka). La karosthi è l’unica scritta da destra a sinistra e
probabilmente era in uso già da qualche decennio prima di Asoka (già completamente sviluppata) a
differenza della brahmi, che quindi sarebbe più recente e debitrice anche alla karosthi per la sua
formazione (ancora in elaborazione all’epoca di Asoka). Il destino della karosthi è legata alle dinastie che
dominano regionalmente, per lo più buddhiste e jainiste. Essa è usata non solo nel Gandhara, ma anche a
Mathura (capitale indiana) e nel bacino del Tarim (attorno al deserti del bacino del Tarim circolano le due
carovaniere della via della Seta e, grazie alle ricchezze trasportate, si formano piccoli regni che prosperano
con il commercio. Essi sono buddhisti, per cui vi si diffonde la scrittura karosthi che vi sarà impiegata
almeno fino al V sec d.C.). In combinazione con il greco, la karosthi è spesso usata sulle monete [prima
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Storia dei principali sistemi di scrittura del subcontinente indiano

Oggi in India sono usate circa 20 scritture indiane, di cui le principali sono: devanagari, gurmukhi, gujarati, bengalese, oriya, telugu, tamil, kannada e malayalam  grande diversificazione di tipologia strutturale Le più antiche attestazioni di scrittura in India sono le iscrizioni di Asoka, redatte in due scritture, brahmi e kharosthi (decifrate da James Prinsep (1799-1849)). Quest’ultima si è poi estinta senza lasciare traccia, mentre dalla brahmi derivano tutte le scritture odierne (matrice di tutte le scritture indiane e di alcune dell’Indocina:tibetano, singalese, khmer, thai, Lao e Birmano), secondo un modello settentrionale (sunga) e uno meridionale. Alla fine del periodo gupta dal sunga evolvono due varietà: proto-sarada (estremo nord- ovest dell'india: Punjab e Pakistan) e siddhamatrka. Dalla prima evolvono la sarada e, poi, la gurmukhi (in cui è scritto il libro sacro dei sikh); dall’altra la nagari, da cui devanagari e gujarati, e il proto-bengalese, da cui oriya e bengalese. Verso il 500 d. C. dalla brahmi meridionale derivano il telugu-kannada, da cui telugu e kannada, e proto-tamil e Grantha pallava, da cui tamil e grantha (poi da questa dall’inizio del XX sec. la Malayalam). Quasi tutte le attestazioni di scritture indiane precedenti il 1000 d.C. sono per lo più epigrafie, iscrizioni prevalentemente su roccia o colonna, ma anche su metallo. Prima del 100 d.C. abbiamo pochissime attestazioni a causa del clima e dei materiali deperibili su cui erano incise, le poche attestate provengono da Nepal, Afghanistan e centro Asia (clima migliore per la conservazione). Dal III d.C. al 1000 decid.C. le fonti sulla storia dell’India sono solo epigrafie, non abbiamo altre prove scritte. Lingue medio-indoarie  pali (usato per la composizione del cannone buddhista dei theravada, per i buddhisti era la lingua parlata da Siddharta) + lingue regionali pracriti Rapporto oralità-scrittura: i tesi dell’India antica non parlano delle scritture, nemmeno nominano i nomi, perché fino al periodo Mogul il sapere era trasmesso quasi interamente oralmente. La trasmissione orale dei testi è tenuta in maggiore considerazione (detto sanscrito: “il sapere messo per iscritto è ricchezza che passa in mano altrui”). Nella letteratura brahmanica post-vedica ci sono solo sporadici riferimenti all’origine divina della scrittura (attribuita a brahma e a sua moglie sarasvati, fatto che si riproduce nell’iconografia anche moderna). Jainismo e Buddhismo danno maggiore importanza alla scrittura, in particolare ne abbiamo testimonianza del canone Pali. Si parla, per esempio, dei materiali usati per scrivere e si nominano le scritture (nomi immaginifici: degli dei, dei semidei, dei para semidei, degli angeli… o che richiamano numeri fortunati). I primi due nomi delle liste jainiste e buddhiste sono sempre Brahmi (“scrittura sacra”) e Karosthi (forse legata a toponimi o a termini sanscriti, probabilmente è sanscritizzazione di un termine iranico). Scritture abugida [a-bù-ghi-da] (alfa-sillabiche), tra scrittura alfabetica e sillabica  usano una base sillabica (unità grafica), con a inerente alle consonanti, ma ogni carattere si può vocalizzare con caratteri diacritici. Le iscrizioni di Asoka sono per lo più in brahmi, solo 9 non lo sono (7 in greco e aramaico, 2 in karosthi nell’estremo nord-ovest dell’India, Gandhara). Ve ne sono poi poche in brahmi ma non riconducibili ad Asoka (altri sovrani minori che regnano sotto Asoka). La karosthi è l’unica scritta da destra a sinistra e probabilmente era in uso già da qualche decennio prima di Asoka (già completamente sviluppata) a differenza della brahmi, che quindi sarebbe più recente e debitrice anche alla karosthi per la sua formazione (ancora in elaborazione all’epoca di Asoka). Il destino della karosthi è legata alle dinastie che dominano regionalmente, per lo più buddhiste e jainiste. Essa è usata non solo nel Gandhara, ma anche a Mathura (capitale indiana) e nel bacino del Tarim (attorno al deserti del bacino del Tarim circolano le due carovaniere della via della Seta e, grazie alle ricchezze trasportate, si formano piccoli regni che prosperano con il commercio. Essi sono buddhisti, per cui vi si diffonde la scrittura karosthi che vi sarà impiegata almeno fino al V sec d.C.). In combinazione con il greco, la karosthi è spesso usata sulle monete [prima

iscrizione brahmanico-induista in pracrito: colonna di Besnagar (II a.C.), il committente, Diodoro, era un indo-greco che si dichiara devoto di Visnu]. Periodo Kusana (I-III d.C)  regionalizzazione scritture e distinzione scritture del nord e del sud + uso del sanscrito e del sanscrito pracritizzato/pracriti sanscritizzati [iscrizione di Rudradaman su un’iscrizione di Asoka] Periodo Gupta (IV-VI d.C)  sanscrito è scrittura epigrafica prevalente. Iniziano ad affiancarsi alle scritture buddhiste anche alcune induiste Dopo periodo Gupta  regionalizzazione ulteriore, nascita della proto-sarada, siddhamatraka (molto simile alla devanagari; usata per scrivere il sanscrito talvolta anche nel Sud, anche perciò è considerata precursore della devanagari che oggi è per lo più usata per scrivere il sanscrito in tutta l’India. Il nome è quello usato in Cina, dove si era diffusa, per chiamare questa scrittura), telegu-kannasa e, al sud, vatteluttu ORIGINE: probabilmente non dalla scrittura vallinda, ma brahmi e karosthi deriverebbero dall’aramaico, cioè da una scrittura semitica settentrionale (Bruhler dimostrò che sicuramente la karosthi vi deriva, dubbi influenzati dal nazionalismo per la brahmi). I manoscritti antecedenti il 1000 d.C. sono rarissimi, redatti su foglie di palma non con inchiostro ma incisi con una punta metallica in cui viene inserita della fuliggine. Al nord anche corteccia di betulla, nel nord-est l’aloe. La carta fu introdotta in India dagli islamici dal XIII sec e per lo più nell’India centro-meridionale.