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sintesi capitolo 5 libro prof Suppa, Schemi e mappe concettuali di Economia Politica

la scuola keynesiana, sintesi del capitolo 5 corso economia politica

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

Caricato il 16/04/2023

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gerarda-de-matteo 🇮🇹

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La scuola Keynesiana:
a)critiche di Keynes ai neoclassici;
b)principio della domanda effettiva;
c) moltiplicatore keynesiano
d)spiazzamento e trappola della liquidità
Con la grande depressione del 1929 si apre la critica ai neoclassici, in quanto questi ultimi non prevedevano
nelle loro teorie lunghi periodi di crisi, come quello verificatosi nel 29. Pertanto Keynes mise in discussione
il modello dei neoclassici, perché non riusciva a spiegare la crisi di quegli anni, con l'obiettivo
di arrivare ad una soluzione per rimediare alle condizioni in cui versavano i sistemi economici di quei tempi.
a) La critica di Keynes parte dal fatto che la realtà economica presenta aspetti
che non sono considerati dalla teoria neoclassica: mercati non concorrenziali,
presenza dei sindacati dei lavoratori e
consequenziali rigidità dei prezzi e dei salari. Data questa considerazione, i prezzi
possono essere fissati attraverso la formula del mark-up, che è è il rapporto tra
ilprezzodi un bene o servizio e il suo costo.
Keynes, poi, critica la legge di Say, perché questa legge non tiene conto del fatto
che le decisioni di consumo (e di risparmio) sono prese dalle famiglie, mentre le
decisioni di produzione (e di investimento) dalle imprese e le due decisioni non
combaciano e non si possono fare previsioni circa le decisioni di investimento,
perchè gli imprenditori per decidere se compiere o meno un investimento, per
Keynes, si affidano all’istinto, all’umore che hanno in un dato momento in quanto
gli investimenti non sono il frutto di un calcolo economico razionale. Se questo è
vero, allora non c’è forte legame tra tasso di interesse corrente e domanda di beni.
Soprattutto in una situazione di crisi economica, l’imprenditore potrebbe decidere
di non investire perché è pessimista sulla possibilità di vendere l’incremento di
produzione che otterrebbe con una maggiore capacità produttiva la propria
impresa (effettuando un nuovo investimento). Gli investimenti, quindi, per Keynes
sono rigidi rispetto al tasso di interesse. Anche i consumi (e i risparmi) delle
famiglie sono il risultato di fattori
ambientali e abitudinari determinati sicuramente dal reddito, ma la proporzione di
reddito consumata (o risparmiata) è abbastanza stabile nel tempo, cioè si
risparmia di più se aumenta il reddito mentre se il reddito diminuisce si risparmia
di meno. Se queste due riflessioni corrispondono alla realtà economica,
evidentemente, non si può pensare che l’equilibrio tra domanda e offerta
aggregate possa essere determinato grazie agli aggiustamenti del tasso di
interesse. In particolare egli afferma che non è la domanda ad adeguarsi alla
produzione, bensì è il contrario, è la produzione che si
b) adegua alla domanda aggregata (definita da Keynes domanda effettiva).
Keynes ribalta lo schema neoclassico, partendo dalla domanda aggregata. In
particolare la domanda aggregata è considerata domanda effettiva. Gli
imprenditori, pertanto, prenderanno le proprie decisioni di produzione e di
investimento in base all’andamento della domanda effettiva, rilevandone
l’andamento grazie al monitoraggio delle variazioni delle scorte di magazzino,
piuttosto che in funzione delle variazioni dei prezzi. Infatti, qualunque imprenditore
che sa di non poter vendere ciò che produce, eviterà di produrre. Se, invece la
domanda effettiva è in aumento, l’imprenditore deciderà di produrre di più. Questa
decisione di produzione comporta un aumento dell’occupazione e, quindi, la
distribuzione di maggiori redditi alle famiglie che, a loro volta, decideranno di
consumare di più. E così via, innescando il circolo virtuoso della crescita
economica. Keynes ribalta il modello neoclassico assegnando il ruolo guida alla
domanda effettiva, in particolare agli investimenti, in quanto il reddito e
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a)critiche di Keynes ai neoclassici; b)principio della domanda effettiva; c) moltiplicatore keynesiano d)spiazzamento e trappola della liquidità Con la grande depressione del 1929 si apre la critica ai neoclassici, in quanto questi ultimi non prevedevano nelle loro teorie lunghi periodi di crisi, come quello verificatosi nel 29. Pertanto Keynes mise in discussione il modello dei neoclassici, perché non riusciva a spiegare la crisi di quegli anni, con l'obiettivo di arrivare ad una soluzione per rimediare alle condizioni in cui versavano i sistemi economici di quei tempi. a) La critica di Keynes parte dal fatto che la realtà economica presenta aspetti che non sono considerati dalla teoria neoclassica: mercati non concorrenziali, presenza dei sindacati dei lavoratori e consequenziali rigidità dei prezzi e dei salari. Data questa considerazione, i prezzi possono essere fissati attraverso la formula del mark-up , che è è il rapporto tra il prezzo di un bene o servizio e il suo costo. Keynes, poi, critica la legge di Say , perché questa legge non tiene conto del fatto che le decisioni di consumo (e di risparmio) sono prese dalle famiglie, mentre le decisioni di produzione (e di investimento) dalle imprese e le due decisioni non combaciano e non si possono fare previsioni circa le decisioni di investimento, perchè gli imprenditori per decidere se compiere o meno un investimento, per Keynes, si affidano all’istinto, all’umore che hanno in un dato momento in quanto gli investimenti non sono il frutto di un calcolo economico razionale. Se questo è vero, allora non c’è forte legame tra tasso di interesse corrente e domanda di beni. Soprattutto in una situazione di crisi economica, l’imprenditore potrebbe decidere di non investire perché è pessimista sulla possibilità di vendere l’incremento di produzione che otterrebbe con una maggiore capacità produttiva la propria impresa (effettuando un nuovo investimento). Gli investimenti, quindi, per Keynes sono rigidi rispetto al tasso di interesse. Anche i consumi (e i risparmi) delle famiglie sono il risultato di fattori ambientali e abitudinari determinati sicuramente dal reddito, ma la proporzione di reddito consumata (o risparmiata) è abbastanza stabile nel tempo, cioè si risparmia di più se aumenta il reddito mentre se il reddito diminuisce si risparmia di meno. Se queste due riflessioni corrispondono alla realtà economica, evidentemente, non si può pensare che l’equilibrio tra domanda e offerta aggregate possa essere determinato grazie agli aggiustamenti del tasso di interesse. In particolare egli afferma che non è la domanda ad adeguarsi alla produzione, bensì è il contrario, è la produzione che si b) adegua alla domanda aggregata (definita da Keynes domanda effettiva ). Keynes ribalta lo schema neoclassico, partendo dalla domanda aggregata. In particolare la domanda aggregata è considerata domanda effettiva. Gli imprenditori, pertanto, prenderanno le proprie decisioni di produzione e di investimento in base all’andamento della domanda effettiva , rilevandone l’andamento grazie al monitoraggio delle variazioni delle scorte di magazzino, piuttosto che in funzione delle variazioni dei prezzi. Infatti, qualunque imprenditore che sa di non poter vendere ciò che produce, eviterà di produrre. Se, invece la domanda effettiva è in aumento, l’imprenditore deciderà di produrre di più. Questa decisione di produzione comporta un aumento dell’occupazione e, quindi, la distribuzione di maggiori redditi alle famiglie che, a loro volta, decideranno di consumare di più. E così via, innescando il circolo virtuoso della crescita economica. Keynes ribalta il modello neoclassico assegnando il ruolo guida alla domanda effettiva , in particolare agli investimenti, in quanto il reddito e

a)critiche di Keynes ai neoclassici; b)principio della domanda effettiva; c) moltiplicatore keynesiano d)spiazzamento e trappola della liquidità l’occupazione si adattano alla domanda aggregata, seguendola nelle sue variazioni. gli studi di Keynes hanno portato lo Stato ad assumersi il compito di assicurare lo sviluppo, la stabilità e l’equilibrio del sistema economico e di indirizzare a tal fine le attività dei privati. Questo ruolo attivo dell’ente statale porta cosi una finanza funzionale. Per rimediare alle crisi economiche, la politica monetaria è inefficace! Secondo Keynes è necessario utilizzare politiche fiscali espansive, in particolare l’aumento della spesa pubblica La spesa pubblica è l’insieme dei mezzi monetari che lo Stato e gli altri enti pubblici erogano per il raggiungimento dei fini di pubblico interesse. L’incremento della spesa pubblica comporta uno spostamento di risorse dal settore pubblico a quello privato , modificando la propensione al consumo, la formazione del risparmio, gli incentivi nell’investimento e alterando la distribuzione della ricchezza incidendo sul reddito nazionale. I classici sostengono che il mercato da solo con il proprio andamento della domanda e dell’offerta (dal quale deriva il prezzo) può garantire una situazione di equilibrio ottimale: ciò implica che il ruolo dello Stato nell’economia deve essere assolutamente ridotto. Per Keynes di fronte ad una recessione economica, l’incremento della spesa pubblica riequilibra il reddito nazionale. Di conseguenza la parte di reddito non consumata, cioè il risparmio, deve essere investita e trasformata in domanda per incrementare le attività produttive. Keynes dimostrò con la sua teoria che il mercato economico se lasciato agire liberamente poteva creare dei forti squilibri tra domanda e offerta (caduta della borsa del ’29). L’economista sosteneva che lo stato doveva svolgere un ruolo attivo nell’economia poiché doveva effettuare un'azione coordinata e programmata. In tale scenario infatti la finanza pubblica viene ad assumere un ruolo decisivo : le manovre dell’erogazione della spesa e del prelievo fiscale consentono di incentivare o scoraggiare l’attività dei privati, a seconda degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Keynes mirava ad accrescere l’intervento dello stato al fine di correggere gli squilibri dell’economia di mercato , cercando di garantire la stabilità del sistema. In una situazione di depressione economica come quella del 29 che i neoclassici non hanno saputo fronteggiare, lo Stato doveva intervenire con una spesa pubblica aggiuntiva. Keynes affermava che il livello del reddito nazionale e dell’occupazione erano determinati dalla domanda globale. Essa è data dai consumi privati (C), dagli investimenti (I) e dalla spesa pubblica (G). Da qui la famosa formula: Y = C + I + G (dove y rappresenta la domanda). c) Il moltiplicatore: Gli effetti della variazione della spesa pubblica danno luogo a due fenomeni economici: il moltiplicatore e l’acceleratore della spesa pubblica. Si ipotizzi che ad esempio che l’economia versi in una fase di recessione caratterizzata da una domanda globale bassa,e quindi da disoccupazione. Se lo stato interviene con una