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SOCIOLOGIA - PROF.SSA RINALDI, Appunti di Sociologia

Appunti di sociologia, esame di scienze umane, anno 2023/2024, prof.ssa Rinaldi. Contiene tutto il programma svolto.

Tipologia: Appunti

2023/2024

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Università degli studi di Milano Bicocca
Corso di laurea in Infermieristica, AA 2023/2024
Corso di Scienze umane
Primo anno - Secondo semestre
Sociologia generale – Prof.ssa Alessandra Rinaldi
LEZIONE 1 – 16/01/2024
ORIGINI DELLA SOCIOLOGIA
Dall'homo erectus pechinensis, all'homo sapiens sapiens fino all'uomo di oggi
Cosa distingue l'uomo dall'animale?
L’interazione relazionale
LE SOCIETA’ PREMODERNE
Quando compaiono le prime Società Umane?
● Uomo di pechino 300.000 anni fa
● Uomo sapiens sapiens 35.000 anni fa
Le prime forme di organizzazione sociale «di quegli uomini» in società si articolano nella dimensione cooperativa della
caccia e del raccolto
L'EVOLUZIONE DELL'UOMO
● Società di cacciatori/raccoglitori
● Società di coltivatori/orticoltori
● Società di agricoltori/allevatori
La sociologia è sempre stata così dall'età preistoria, all'età antica, all'età medievale, all'età moderna e fino all'età
contemporanea.
TRE GRANDI RIVOLUZIONI
1. LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA – dal 1543 al 1687
Con lo sviluppo delle scienze della natura.
La scienza vista come percorso che conduce alla conoscenza e al dominio del mondo.
Si diffonde l’idea della possibilità di estendere allo studio dell’uomo, della società e della cultura il metodo
scientifico, coinvolgendo così anche le scienze sociali.
Emergono nella cultura della modernità i concetti di individualismo e il razionalismo.
2. LA RIVOLUZIONE FRANCESE – dal 1789 al 1799
Che segna simbolicamente il passaggio da un ordinamento politico fondato sul principio dinastico e di potere
assoluto al potere del popolo che investe e legittima i propri governanti; l'individuo diviene così “cittadino” in
quanto membro del popolo in quanto depositario della sovranità dello stato, quindi titolare di diritti.
Nasce lo stato moderno con il monopolio dell'amministrazione della giustizia.
3. LA RIVOLUZIONE INDUSTRALE – dal 1760 al 1840
Con la nascita del capitalismo si assiste ad una grande trasformazione sociale (a partire dall'Inghilterra del XVIII) con
la modificazione dei rapporti gerarchici e di solidarietà e allo spostamento e sradicamento di grandi masse di
popolazione; si modificano le istituzioni, i legami familiari, la composizione sociale, l'organizzazione della vita
collettiva e i rapporti tra le sue parti.
Tutto ciò destabilizza e crea incertezze.
LA SOCIOLOGIA UMANA
La specie umana “ha sviluppato forme di organizzazione sociale che si fondano principalmente sulla cooperazione
ottenuta attraverso la comunicazione e il linguaggio e sull'accumulazione di informazioni che vengono trasmesse
mediante processi di apprendimento.
L'insieme di queste informazioni costituisce la cultura” (Bagnasco, Barbagli, Cavalli in Elementi di Sociologia Ed. Mulino)
…e distingue l'uomo dagli animali.
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Università degli studi di Milano Bicocca Corso di laurea in Infermieristica, AA 2023/ Corso di Scienze umane Primo anno - Secondo semestre Sociologia generale – Prof.ssa Alessandra Rinaldi LEZIONE 1 – 16/01/ ORIGINI DELLA SOCIOLOGIA Dall'homo erectus pechinensis, all'homo sapiens sapiens fino all'uomo di oggi Cosa distingue l'uomo dall'animale? L’interazione relazionale LE SOCIETA’ PREMODERNE Quando compaiono le prime Società Umane? ● Uomo di pechino 300.000 anni fa ● Uomo sapiens sapiens 35.000 anni fa Le prime forme di organizzazione sociale «di quegli uomini» in società si articolano nella dimensione cooperativa della caccia e del raccolto L'EVOLUZIONE DELL'UOMO ● Società di cacciatori/raccoglitori ● Società di coltivatori/orticoltori ● Società di agricoltori/allevatori La sociologia è sempre stata così dall'età preistoria, all'età antica, all'età medievale, all'età moderna e fino all'età contemporanea. TRE GRANDI RIVOLUZIONI

  1. LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA – dal 1543 al 1687 Con lo sviluppo delle scienze della natura. La scienza vista come percorso che conduce alla conoscenza e al dominio del mondo. Si diffonde l’idea della possibilità di estendere allo studio dell’uomo, della società e della cultura il metodo scientifico, coinvolgendo così anche le scienze sociali. Emergono nella cultura della modernità i concetti di individualismo e il razionalismo.
  2. LA RIVOLUZIONE FRANCESE – dal 1789 al 1799 Che segna simbolicamente il passaggio da un ordinamento politico fondato sul principio dinastico e di potere assoluto al potere del popolo che investe e legittima i propri governanti; l'individuo diviene così “cittadino” in quanto membro del popolo in quanto depositario della sovranità dello stato, quindi titolare di diritti. Nasce lo stato moderno con il monopolio dell'amministrazione della giustizia.
  3. LA RIVOLUZIONE INDUSTRALE – dal 1760 al 1840 Con la nascita del capitalismo si assiste ad una grande trasformazione sociale (a partire dall'Inghilterra del XVIII) con la modificazione dei rapporti gerarchici e di solidarietà e allo spostamento e sradicamento di grandi masse di popolazione; si modificano le istituzioni, i legami familiari, la composizione sociale, l'organizzazione della vita collettiva e i rapporti tra le sue parti. Tutto ciò destabilizza e crea incertezze. LA SOCIOLOGIA UMANA La specie umana “ha sviluppato forme di organizzazione sociale che si fondano principalmente sulla cooperazione ottenuta attraverso la comunicazione e il linguaggio e sull'accumulazione di informazioni che vengono trasmesse mediante processi di apprendimento. L'insieme di queste informazioni costituisce la cultura” (Bagnasco, Barbagli, Cavalli in Elementi di Sociologia Ed. Mulino) …e distingue l'uomo dagli animali.

LA SOCIOLOGIA

In questo contesto europeo di grandi trasformazioni e di incertezze del XIX secolo, a inizio '800 nasce la sociologia. Con l’obiettivo di rispondere agli interrogativi posti dai cambiamenti dell'epoca, radicali e destabilizzanti, che mettono in discussione i fondamenti stessi della società; quest'ultima diviene così oggetto di studio. AUGUSTE COMTE – 1798 - 1857 considerato il padre della sociologia inizialmente chiamò questa nuova scienza “Fisica Sociale”; tuttavia questo termine fu utilizzato inconsapevolmente da Adolphe Quetelet nel 1835 per indicare l’importanza dell’uomo medio come trascinatore della società e l’uniformità del sistema sociale. Dunque Comte passò dal termine fisica sociale a sociologia intesa come “scienza della società”. Auguste Comte considerava la sociologia come l'ultimo risultato di uno sviluppo di scienze, quali la biologia, la chimica, la fisica. Egli credeva che lo studio ditale disciplina avrebbe portato l'umanità ad uno stato di benessere, dato dalla comprensione e dalla conseguente capacità di controllo del comportamento umano. ”La sociologia è l’insieme delle ricerche di coloro che riconoscono e sono riconosciuti da altri come sociologi” Definizione tautologica proposta da Bagnasco, Barbaglie Cavalli (2017); gli stessi autori sottolineano come nessuna definizione rappresenti appieno la sociologia e come i confini tra questa e le altre discipline restino sfumati e mutevoli nel tempo. Cosa intendiamo allora per sociologia? E cosa la differenzia dalle altre scienze sociali che studiano la società e che si sono sviluppate quasi contemporaneamente (economia, scienza politica, psicologia sociale, filosofia, ecc.)? LA SOCIOLOGIA ↘● Sociologia dei processi comunicativi e culturali ● Sociologia della devianza ● Sociologia della religione ● Sociologia del diritto e dell’economia ● Sociologia del lavoro ● Sociologia dell’immigrazione e dell’integrazione ● Sociologia dell’ambiente e del territorio ↘La sociologia è la scienza che ha per oggetto i fenomeni sociali indagati nelle loro: ● Cause ● Manifestazioni ● Ed effetti Ovvero nei loro rapporti reciproci e in riferimento alle forme della vita sociale in generale. QUAL’È L’OGGETTO DELLA SOCIOLOGIA? La sociologia si occupa dello studio scientifico della società. E CHE COS’È LA SOCIETÀ? Per società si intende una popolazione stabilmente insediata su di un territorio delimitato (confini nazionali) , i cui rapporti sono abbastanza durevoli da consentire la sedimentazione di una cultura comune da cui discendono le norme che regolano la vita della collettività. COSA DIFFERENZIA LA SOCIOLOGIA DALLE ALTRE SCIENZE SOCIALI? ↘Gli autori Bagnasco, Barbaglie Cavalli spiegano che sono state date varie risposte riconducibili a tre nuclei fondamentali riconducibili a 3 tipi di soluzioni:

  1. La soluzione gererchica
  2. La soluzione residuale
  3. La soluzione analitica o formale ↓
  1. Mesosociologico Che tentando di collegare il livello micro con quello macro, arriva a sviluppare l'analisi delle reti e delle organizzazioni. L'analisi di rete, nata come tecnica descrittiva e branca specializzata di ricerca, sviluppa poi un suo proprio apparato teorico. La teoria delle organizzazioni che riesce a far convergere modelli esplicativi che vertono sia sui modi in cui gli individui si comportano all'interno delle organizzazioni sia sui fattori che determinano la struttura organizzativa. Altra dicotomia è quella tra ricerca e teoria, tra le formulazioni verbali generali e le tecniche matematiche e statistiche In realtà in un ottica di ricomposizione, l'una arricchisce l'altra; ciò avviene se la teoria crea interrogativi e ipotesi per la ricerca empirica e questa conferma o smentisce le ipotesi fatte; se la ricerca empirica è volta a verificare un'ipotesi teorica, in cui cioè una proposizione metta in relazione fenomeni da spiegare (variabili dipendente) con fenomeni che li spiegano (variabile indipendenti) il rapporto tra ricerca teorica e ricerca empirica è forte. Non tutte le ricerche empiriche però rispondono a tale logica esplicativa; vi sono ricerche che hanno intenti semplicemente esplorativi o descrittivi (come un questionario conoscitivo, le indagini quantitative sulla popolazione o sulle sue opinioni). Ciò non significa che non esistano presupposti teorici più o meno consapevoli ed espliciti; la decisione stessa di indagare una realtà presuppone un qualche interrogativo teorico o pratico.

LEZIONE 2 – 23/01/

UNITÀ DI ANALISI

Anche in sociologia, come in altre discipline, si possono individuare alcuni elementi primari del tessuto sociale, delle loro proprietà e delle relazioni che combinate tra loro arrivano a costituire strutture più complesse. L'individuazione poi delle caratteristiche formali di questi elementi permette lo sviluppo di un'analisi sociologica e la comprensione di aspetti specifici e significativi della società. L'AZIONE SOCIALE L'azione sociale è il primo concetto di base della sociologia in quanto rappresenta l'elemento indispensabile affinché si possa parlare di società intesa come spazio formato da individui che interagiscono fra loro, influenzandosi reciprocamente. Per meglio capire cosa intendiamo analizziamo la definizione di due diversi autori: ● Max Weber, tedesco, 1864 - 1929; ● Talcott Parsons, statunitense, 1902 - 1979. MAX WEBER ↘Weber (1922) definisce per primo l'azione sociale come “un agire che sia riferito - secondo il suo senso, intenzionato dall'agente o dagli agenti – al comportamento di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questo”. L'agire viene qui inteso come la reazione intenzionale al comportamento di altri; tale reazione può essere attiva o passiva (lasciar fare). Weber afferma che “ogni riflessione pensante sugli elementi ultimi dell'agire umano fornito di senso è vincolata anzitutto alle categorie di “scopo” e “mezzo”. ↘Sulla base del valore intenzionale dell'azione Weber ne elabora una classificazione in quattro ideal-tipi:

  1. azione razionale rispetto allo scopo
  2. azione razionale rispetto al valore
  3. azioni determinate affettivamente
  4. azioni tradizionali ↓
  5. azione razionale rispetto allo scopo valutando mezzi ed esiti possibili; significa individuare un obiettivo chiaro e valutare razionalmente i propri mezzi per raggiungerlo, analizzandone le possibili conseguenze (ad esempio nell'agire economico).
  6. azione razionale rispetto al valore valutando in primo luogo l'agire rispetto alla coerenza ad un valore (dovere, dignità, precetto religioso), dando quindi priorità ai valori e restando fedeli alle idee, senza tener conto delle conseguenze; la razionalità sta nella scelta consapevole e nella valutazione della congruenza con quanto si ritiene giusto.
  7. azioni determinate affettivamente con manifestazioni di stati d'animo (gioia, rabbia, invidia, gratitudine, ecc) senza riferimento ad uno specifico scopo o valore, né in riferimento alle sue possibili conseguenze; rappresentano l'espressione di un bisogno interiore.
  8. azioni tradizionali sono le abitudini acquisite, riflessi radicati che non presuppongono una riflessione sullo scopo o sugli eventuali modi alternativi per raggiungere il medesimo esito. Queste due ultimi ideal-tipi di azioni sociali: affettivo e tradizionale in realtà sono al limite delle vere e proprie azioni sociali in quanto sono risposte quasi inconsapevoli, quindi non volutamente pianificate e orientate ad un consapevole scopo. TALCOTT PARSONS ↘Parsons, rileggendo le opere di Weber, ma anche di Vilfredo Pareto e Émile Durkheim, elabora una “struttura dell'azione sociale” con l'intento di creare un sistema interpretativo che fornisca le componenti essenziali dell'analisi di qualsiasi società esistente, esistita e che esisterà o di qualsiasi sottoinsieme all'interno della società. ↘L'unità fondamentale della struttura dell’azione sociale individuata all'inizio del suo percorso è l'”atto” – (un agito sociale); perché questo esista è richiesta la presenza di quattro elementi:
  9. attore
  10. fine
  11. situazione

I GRUPPI SOCIALI

↘Il gruppo sociale è costituito da un insieme di persone fra loro in interazione sociale che: - ha caratteristiche di cooperazione e continuità secondo schemi relativamente stabili, i cui partecipanti si definiscono membri del gruppo e sono definiti come tali da altri. ↘In un gruppo possono essere presenti anche conflitti ma questi non possono essere permanenti e generalizzati; in tal caso il gruppo non può esistere. ↘I gruppi possono differire tra loro sulla base delle diverse proprietà che presentano. Proprietà relative alla dimensione : ● nella diade l'uscita di un membro stabilisce la scomparsa del gruppo > la relazione termina; ● nella triade può essere presente un mediatore ma anche un terzo che crea volutamente o approfitta per propri scopi di una divergenza tra gli altri due; ● in grandi gruppi può ridursi la possibilità di una comunicazione diretta, sostituita dall'uso di comunicazioni più formali e rigide (ad esempio scritte). ↘A seconda della dimensione del gruppo, l'interazione può essere più o meno diretta/indiretta. Nei grandi gruppi ad esempio è frequente perdere la sperimentazione sociale del faccia a faccia e tutte le informazioni che passano nel rapporto diretto (posture, mimica facciale, toni della voce…). Lo studio poi di piccoli gruppi ha rilevato che è più facile che si creino disaccordi in gruppi pari probabilmente per il formarsi di antagonismi tra sottogruppi di pari dimensioni. Il gruppo che sembra soddisfare di più è quello con cinque componenti. ↘Proprietà relative ai confini → altra distinzione tra i gruppi viene fatta sulla base dei criteri di appartenenza: ● gruppi formali, con regole precise e definite sull'ammissione e sul comportamento ● gruppi informali, con regole tacite e più flessibili ● gruppi di riferimento, a cui la persona non partecipa ma di cui condivide i fini e pensa di poter condividere le regole (membri potenziali) IL RUOLO ↘Il ruolo è l'insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si aspetta da una persona che ne fa parte; pensiamo ad esempio alla differenza dei ruoli all'interno della famiglia o in un'azienda. ↘I ruoli possono essere: ● specifici, che riguardano un insieme di comportamenti attesi ben precisi e limitati (come il lavoratore di un'azienda) ● diffusi, molto più ampi e meno definiti (come quello di un genitore o del negoziante rispetto al venditore dipendente) ↘Dobbiamo poi considerare che un ruolo è sempre “interpretato”da chi agisce può cambiare in seguito all'interazione. Il contenuto dei ruoli inoltre cambia in base al contesto storico e culturale e caratterizza anche il gruppo. ↘L'individuo inoltre può ricoprire diversi ruoli in base al contesto in cui si colloca (un genitore ad esempio è anche lavoratore, membro di un'associazione, ecc.) Sulla base dei ruoli ricoperti possiamo quindi distinguere i gruppi a seconda che impegnino il comportamento di tutti o quasi i ruoli di un individuo; avremo così: ● gruppi totalitari, in cui i ruoli sono tutti interni al gruppo (nel caso ad esempio del carcerato o semplicemente dell'anziano ospite di una RSA) ● gruppi segmentali, che non esauriscono i ruoli della persona in quanto questa riveste ruoli anche in altri contesti (esempi di questo tipo di gruppo sono l'azienda o la scuola) ↘Sui ruoli vi è ancora distinzione in base ai caratteri tipici delle relazioni interne: ● gruppi primari di piccole dimensioni a ruoli diffusi, con contenuti affettivi (tipico esempio è di nuovo la famiglia) ● gruppi secondari di grandi dimensioni, ruoli specifici e relazioni più fredde (tipico esempio è ancora la grande azienda), dove si viene per lo più considerati per le caratteristiche relative al ruolo che ci è stato affidato LO STATUS ↘È la posizione che la persona detiene nella società. È una rappresentazione simbolica e non vi è una gerarchia di status inferiori e superiori. L’individuo ha più di uno status (status di figlio, di marito, di padre, di nipote, di leader). Nonostante si abbiano molti status, esiste uno status chiave, quella posizione sociale che condiziona tutte le altre (direttore del distretto sociosanitario o di una banca, personaggio pubblico).

↘Gli status possono essere collegati a diverse condizioni: ● economica: comprende la ricchezza, il reddito ● di potere: comprende l’influenza sugli altri ● di prestigio: il rispetto, la reputazione. ↘Ogni società è caratterizzata da un insieme di status e ruoli. Per status si intende la posizione occupata in un sistema sociale da un individuo, da una famiglia o da un gruppo. Esso determina dei doveri e del diritto ed influenza la natura e l’estensione dei rapporti con gli altri. (esempi di status le posizioni di studente, figlio, marito, medico, musicista…). ↘Il contesto familiare è la determinante più significativa dello status di una persona nella società. I soggetti che compongono il nucleo familiare appartengono allo stesso gruppo razziale o etnico e di solito alla stessa confessione religiosa e classe sociale. Ognuno è titolare di uno status e ogni individuo possiede più di uno status. La maggior parte degli status sono determinati dall’istruzione, dalla proprietà, dalla professione. ↘I sociologi distinguono questi due tipi di status: ● ascritto: assegnati a priori, indipendentemente dalla volontà degli individui, senza riferimenti a differenze o capacità ● acquisito: conferito per un atto volitivo dell’individuo che si inserisce in uno status da lui scelto, i quali richiedono particolari qualità. ↘Gruppi di status. Gli uomini giudicano se stessi e si collocano “più in alto” o più in basso nella scala sociale secondo come è concepito il prestigio sociale. L’idea della differenza di altezza sociale deriva dai principi propagandati dalla cultura prevalente che gli individui fanno propria. ↘Nelle nostre società si privilegiano i rapporti tra pari, mentre sono considerati meno onorevoli quelli con appartenenti a ranghi inferiori. ↘E’ in tal maniera che specialmente nelle piccole società si formano dei gruppi di status saldati da vincoli sociali e formati da individui pari tra loro. Nelle grandi città non si avverte in maniera decisa la presenza di gruppi di status però anche qui gli uomini sono divisi secondo il criterio della stratificazione, cosa che tende a delimitare gli ambienti in cui un individuo si muove e sotto la cui influenza agisce. DIFFERENZE TRA STATUS E RUOLO ↘Lo status ascritto non è determinato dalla capacità di un individuo di ricoprire certi ruoli, ma è di solito assegnato per eredità. (es: il sesso, l’età). Esempi di status acquisito sono invece dati dal successo scolastico, da certe professioni, dalla capacità sportiva, dalle posizioni di marito/moglie. ↘ Il ruolo consiste in un sistema d’azione che ci si attende dagli appartenenti a un determinato status. Ogni ruolo è collegato a una corrispondente contro-posizione; ruolo è quindi un termine relazionale. Quindi, mentre lo status rappresenta un messo di identificazione (la parte statica della posizione sociale, cioè l’etichetta), il ruolo costituisce il suo aspetto dinamico. ↘Molti ruoli possono coesistere in uno stesso individuo. Le aspettative tra una posizione centrale ed una serie di controposizioni costituiscono l’insieme di ruoli. ↘Status chiave. Indipendentemente dalla qualità e dalla quantità delle posizioni che un individuo occupa in una società, egli ha sempre uno status-chiave che costituisce la sintesi dei modelli di condotta. IL CONFLITTO ↘Un altro concetto che si deve trattare, parlando di gruppi è quello di conflitto inteso come intento di “affermare la propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri”. ↘La stessa cooperazione e lo scambio che avvengono nel gruppo o tra gruppi diversi rendono inevitabile la presenza di conflitti tanto che su di essi si è sviluppata una specifica teoria che interpreta la società come un sistema di interessi in conflitto dove il conflitto è necessario al mantenimento della società e non rappresenta quindi il contrario dall'ordine sociale. ↘L'opposto dell'ordine sociale (Georg Simmel) è rappresentato invece dall'indifferenza o dall'isolamento. ↘Sono state studiate e definite alcune proprietà del conflitto (Georg Simmel e Lewis A. Coser) che promuovono l'integrazione sociale: ● “acuisce il senso dei confini di gruppo e contribuisce alla nascita di un senso dell'identità di gruppo” (ad esempio in caso di contese tra gruppi diversi)

I VALORI

↘I valori possono essere considerati la premessa da cui discendono le norme e rappresentano, rispetto ad esse, presupposti più astratti dell'agire sociale, che riguardano ideali e desideri. Definire un unico concetto di valore è perciò impossibile in quanto il termine assume significati diversi a seconda dei contesti; diverso ne è il senso ad esempio tra economia (in cui indica cose reali che si teme di perdere) e religione (in cui indica un concetto e un orientamento più astratti). Dobbiamo anche tener conto che in ogni società e in ogni diverso momento storico esistono più costellazioni di valori a volte integrati o in conflitto, emergenti o in declino. Quando i sistemi di valore o i valori singoli sono tra loro in conflitto, anche i gruppi che ne sono portatori entrano in conflitto. Anche il singolo può trovarsi di fronte ad un dilemma, che definiamo etico, tra valori che possono essere incompatibili. Anche in sociologia il suo significato varia a seconda dell'orientamento teorico. ↘Le caratteristiche più frequenti nell'uso da parte dei sociologi della categoria concettuale dei valori: ● orientamenti dai quali discendono i fini ultimi delle azioni umane; valori e fini sono quindi legati tra loro; ● indicatori di un dover essere, una meta a cui tendere, una condizione ideale (terrena o ultraterrena) da raggiungere ● fatti sociali in quanto vengono fatti propri da individui o gruppi sociali che orientano in base ad essi il loro agire (in questo caso rappresentano forze operanti in quanto forniscono le motivazioni dei comportamenti). ↘Un'altra distinzione riguarda il grado di condivisione: ● valori universali, cioè di tutti; alcuni valori sono infatti, più condivisi di altri e sono valori che vengono prodotti nell'ambito di processi storici di lungo periodo e si creano dall'esito di lotte e di incontri tra gruppi di interesse (esempio la pace). ● valori più particolari, condivisi cioè da minoranze più o meno grandi; si pone allora la questione dell'integrazione o disintegrazione dei valori soprattutto all'interno delle società più differenziate, come la nostra società contemporanea, dove vi sono gruppi portatori di interessi e valori diversi. In conclusione possiamo dire che i valori rappresentano inevitabilmente dei vincoli ma anche importanti punti di riferimento. ↘Sono inoltre “soggettivi” in quanto scelti da individui e “oggettivi” perché si creano da dinamiche sociali in un lungo lasso di tempo e dalle azioni intrecciate di molti soggetti. I valori vengono così fatti propri da individui e gruppi mediante processi di scelta più o meno consapevoli.

LEZIONE 3 – 30/01/

LA DEVIANZA

↘Viene definito deviante “ogni atto o comportamento (anche se solo verbale) di una persona o di un gruppo che viola le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a qualche forma di sanzione”. ↘Ciò significa che la devianza non è una proprietà di certi atti o comportamenti ma è una qualità che viene ad essi attribuita in base al contesto sociale e temporale in cui avviene; Ciò che è deviante in un paese ad esempio può non esserlo in un altro (esempio la poligamia); anche la diversa situazione in cui si colloca l'azione, all'interno di un medesimo contesto culturale e temporale può condizionarne la definizione (ad esempio indossare un certo abbigliamento). ↘Lo studio della devianza e della criminalità risulta quindi estremamente complesso e si muove tra le diverse percezioni e definizioni, tra dati sommersi o non rilevabili (definiti ad esempio nel caso dei delitti, “numero oscuro”). Non basta infatti che un reato venga commesso ma deve essere anche rilevato e denunciato. ↘Il termine devianza è comprensivo non solo dei fenomeni criminali ma anche di altri comportamenti come ad esempio il suicidio, l’alcolismo o la malattia mentale. Per devianza intendiamo ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che viola le norme della collettività e che va incontro a qualche forma di sanzione, disapprovazione, condanna o discriminazione. ↘Un atto viene definito deviante non per la natura stessa del comportamento ma per la risposta che suscita nell’ambiente socio-culturale in cui ha luogo. ↘Molto spesso la sociologia della devianza si è occupata di fenomeni criminali generando in molti l’erronea identificazione tra Criminalità e Devianza. In realtà se è vero che la criminalità fa parte della devianza, i due comportamenti non coincidono. La criminalità fa riferimento ad atti che infrangono non una qualsiasi norma ma la legge e pertanto sono soggetti a pene per reati sanzionati dalla magistratura e dunque dallo stato di diritto. ↘Diverse sono anche le teorie che gli studiosi hanno elaborato per spiegare le motivazioni di gesti criminali e le caratteristiche dei loro autori; negli studi inoltre i due aspetti spesso si intrecciano. ↘Alcune teorie che vogliono spiegare la criminalità:

  1. la spiegazione biologica che definisce dei tratti che aumentano la possibilità che una persona commetta reati. (Lombroso)
  2. l'anomia ovvero la mancanza di norme sociali o meglio differenza tra la struttura culturale (che definisce le mete, i mezzi per raggiungerle) e quella sociale (che distribuisce le effettive opportunità).
  3. la teoria del controllo sociale che partendo dal presupposto che la norma è la trasgressione si chiede perché normalmente la persona non infranga le regole risponde sostenendo che lo fa quando il vincolo che lo lega alla società è molto debole
  4. la teoria della subcultura che presuppone che la devianza si apprende dall'ambiente sociale in cui ci si forma quindi non è ereditario e non è inventato da chi lo compie
  5. la teoria dell'etichettamento per cui la reazione sociale provocata da una devianza porta alla stigmatizzazione della persona colta a commettere un certo atto
  6. la teoria della scelta razionale, un'azione intenzionale di chi decide se violare o meno una norma valutando i diversi benefici che può trarre da un comportamento lecito o illecito. LA DEVIANZA – LE TEORIE BIOLOGICHE ↘Secondo questo approccio, la spiegazione del comportamento umano non può tralasciare la dimensione fisiologica, biologica, antropologica e neurologica degli individui. È alla fine del 1800 che si pone l’attenzione sull’individuo, cercando le cause del crimine e dei comportamenti anomali con una domanda ricorrente: devianti si nasce o si diventa? ↘Cesare Lombroso, nell’opera “L’uomo delinquente” del 1876 registrò alcune osservazioni sistematiche condotte attraverso misurazioni “antropometriche” su diversi soggetti. Operò in particolar modo sui cadaveri dei carcerati e ritenne possibile individuare elementi specifici della personalità del criminale. Secondo i suoi studi, i delinquenti si differenziavano per la presenza di anomalie

↘Analizzando il processo di socializzazione degli americani, Merton rileva come questo si fondi sul valore del successo e sulla denigrazione (mediante la definizione di "fallito") di quanti non lo raggiungono. A livello individuale, tuttavia, il perseguimento del successo non viene accompagnato dalla capacità di accettare come unici strumenti possibili quelli ammessi dalla società, per cui quando tali strumenti risultano inaccessibili nel soggetto si viene a creare una situazione di profondo disagio (anomia). LA DEVIANZA – LA TEORIA DEL CONTROLLO SOCIALE ↘Si basa su una concezione pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole. Essendo l'uomo naturalmente portato più a violare che a rispettare le leggi, ciò che occorre spiegare è la conformità e non la devianza. Ovvero spiegare come i membri di una società vengano inibiti dall’adottare comportamenti devianti perché i comportamenti talvolta sono difformi rispetto a quanto socialmente atteso e previsto. ↘CONFORMITÀ: adesione (consapevole o meno) alle regole valide nel gruppo o nel contesto sociale, che il soggetto adotta o rispetta nel suo agire. ↕ DEVIANZA: infrazione o elusione delle regole, che l’individuo nel suo agire sostituisce con modi di comportamento o con regole diverse, validi o meno in altri contesti o gruppi sociali. ↘I MECCANISNI DI CONTROLLO SOCIALE ● INTERNI INDIRETTI: legami a figure autorevoli di riferimento ● INTERNI DIRETTI: imbarazzo, vergogna che prova chi trasgredisce ● ESTERNI: sorveglianza esercitata dagli altri ↘La versione più nota della teoria del controllo sociale è quella elaborata da Hirschi (1969). Una persona compie un reato quando il vincolo che lo lega alla società è molto debole. La devianza diviene tanto più probabile, quanto più labili sono i legami tra il singolo individuo e la collettività entro cui quello si colloca. Hirschi: 4 tipi di vincoli che legano l’individuo alla società, promuovendo così un comportamento rispettoso della legge

  1. attaccamento (vincolo affettivo)
  2. impegno (vincolo materiale)
  3. coinvolgimento (vincolo temporale)
  4. credenze (vincolo morale) ↓
  5. ATTACCAMENTO AI GENITORI O AGLI INSEGNANTI = quanto più un individuo è legato a queste persone, tanto più difficile è che compia delle azioni che essi disapprovano
  6. IMPEGNO NEL PERSEGUIMENTO DEGLI OBIETTIVI CONVENZIONALI = il successo scolastico, l’affermazione professionale, la reputazione sociale. Maggiore è l’energia che un individuo ha investito nel raggiungimento di questi obiettivi, tanto più difficile è che egli rischi di perdere, violando le norme, tutto quanto ha accumulato
  7. COINVOLGIMENTO NELLE ATTIVITÀ CONVENZIONALI = maggiore è il tempo che una persona dedica allo studio, al lavoro, allo svago, minore è quello che gli resta per compiere i reati
  8. CREDENZE = la violazione delle norme non è provocata da credenze che la richiedano o la rendano necessaria, ma dalla mancanza di credenze che la vietano (interiorizzazione dell’elemento morale). LA DEVIANZA – LA TEORIA DELLA SUBCULTURA ↘Fa riferimento a forze che attirano verso la devianza. Qui la devianza nasce dal conflitto di culture, il gruppo (sub gruppo rispetto al resto della società) non ha interesse a conformarsi alle norme generali. Subculture (devianti): bande urbane (patologia sociale del tempo come le baby-gang o «le paranze»). ↘Sono i gruppi sociali che stabiliscono le regole, la cui infrazione costituisce la devianza. La devianza, come la conformità, si apprende nell’ambiente in cui si vive (via socializzazione). Se una persona commette un reato, è perché si è formata (socializzata) in una subcultura criminale, che ha valori e norme diverse da quelle della società generale e che vengono trasmesse da una generazione all’altra. ↘La criminalità viene appresa a contatto diretto nei luoghi della vita quotidiana – scuola, casa, vicinato. Determinanti: frequenza, numero, durata incontri con modelli devianti. ...ovvero dal deviante a chi giudica qualcuno come deviante ladro, tossico, alcolista, omosessuale, evasore fiscale, pazzo...

LA DEVIANZA – LA TEORIA DELL’ETICHETTAMENTO

↘Labeling Theory (o teoria dell’etichettamento) è la Teoria secondo la quale la devianza è il risultato di come gli altri interpretano un comportamento, così che gli individui etichettati come devianti spesso interiorizzano questo giudizio, finendo per farne una parte della loro identità. Un comportamento si definisce deviante quando è etichettato come tale da coloro i quali hanno abbastanza potere per sostenere e rinforzare questa definizione. ↘Gli effetti dell’etichettamento: ● STIGMA: il senso di vergogna che si associa ad un comportamento o ad uno status sociale considerato Socialmente inaccettabile o riprovevole. ● DEVIANZA ASECONDARIA: l’etichettamento funziona come una profezia che si autoadempie (Teorema di Thomas). L’etichetta fa si che gli altri reagiscano a questa e non alla persona. L’attribuzione delle etichette è causa reale della devianza perché solitamente a chi viene attribuita un’etichetta subentra, a lungo andare, una modifica della percezione della propria autoimmagine. ↘Se infrango una regola (norma sociale o giuridica) e se il mio comportamento è ignorato (o non scoperto) non mi considero un deviante. DEVIANZA PRIMARIA: quando la violazione di una norma, di una regola viene ignorata e /o non riconosciuta dalla persona che l’ha infranta che non si considererà un deviante (es. passare con il rosso, fumare occasionalmente marijuana, ecc.) ↘Qui la devianza è la conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di regole e sanzioni al trasgressore. Il deviante è uno cui l’etichetta è stata applicata con successo. ↘In psicologia, una profezia che si autoadempie si ha quando un individuo, altera il suo comportamento in un modo tale da finire per causare tali eventi. LA DEVIANZA – LA TEORIA DELLA SCELTA RAZIONALE ↘Per la Teoria della Scelta Razionale, l’atto (criminale o antisociale) comprende un processo decisionale e l’effettuazione di scelte, prese sulla base del tempo disponibile, dell’abilità cognitiva e delle informazioni a disposizione. La premessa è che le decisioni e i fattori su cui si basano le scelte dell’autore abbiano grande variabilità sia durante le diverse fasi di maturazione del comportamento, sia tra diversi tipi di atto. Il punto principale della Teoria della Scelta Razionale è che essa considera l’attuazione di un crimine come una serie di decisioni e processi attuati dall’autore nel commettere quel crimine. ↘I motivi della scelta illecita sono identici a quelli che sono alla base di una scelta lecita. Non esistono atti criminali gratuiti ed insensati. Quella umana è però una razionalità limitata. Fattori di fondo (psicologici – di formazione – sociali) alla luce dei bisogni generalizzati e delle precedenti esperienze. Una valutazione circa le soluzioni considerati e la soluzione percepita (legittima – illegittima), con eventualmente la reazione ad eventi fortuiti favorevoli. Disponibilità e decisione. LE ISTITUZIONI ↘Le istituzioni possono essere definite come “modelli di comportamento che in una determinata società sono dotati di cogenza normativa” ↘Da un punto di vista sociologico infatti questi modelli di comportamento per essere istituzioni devono avere la presenza di un elemento normativo in qualche misura vincolante; si intende quindi un significato da un lato ampio (vi rientra ad esempio il matrimonio) che va oltre il senso comune di apparati e organizzazioni, e dall'altro più preciso e puntuale, perché è necessario un elemento normativo in qualche modo vincolante (non è quindi sufficiente una regolarità nei comportamenti). ↘Ogni istituzione prevede quindi la presenza di qualche forma di controllo sociale che contenga le deviazioni ai comportamenti prescritti, pena la dissoluzione dell'istituzione stessa. In molti casi un gruppo può essere studiato come istituzione (ad esempio la famiglia o l'azienda) ma naturalmente per questo non sarà sufficiente il riferimento alle sole proprietà formali dei gruppi. ↘L'istituzione è diversa anche dall'organizzazione: questa è “un insieme coordinato di risorse umane e materiali”, l'istituzione è “l'impianto di regole che rendono possibile tale coordinazione”. L'istituzione non è un ente a cui imputare delle azioni, mentre l'organizzazione può agire.

nazione...) ● l'individuazione, in cui l'individuo fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri. Va ricordato che ogni individuo ricopre nella società una pluralità di ruoli a seconda della sfera e del momento di vita in cui si colloca. ↘Nel momento in cui il processo di socializzazione fallisce o non è sufficiente a garantire la conformità alle norme si attiva un processo di controllo sociale esterno attraverso le punizioni, volte a dissuadere dalle violazioni, o le ricompense, volte ad incentivare i comportamenti virtuosi che aderiscono alle aspettative. Quando si hanno violazioni delle norme si parla di devianza. IL COMPORTAMENTO COLLETTIVO ↘Il comportamento collettivo è la reazione di “un insieme di individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e interagiscono tra loro in situazioni senza sicuro riferimento a ruoli definiti e stabilizzati”. Non siamo quindi di fronte ad un gruppo. ↘Si possono distinguere tre principali forme di comportamento collettivo: ● il panico, reazione spontanea caratterizzata da incertezza e aspettativa di un danno e rinforzata dalla vista di reazioni simili negli altri; può essere considerato un atteggiamento individualista. ● la folla, caratterizzata da un luogo comune e da condivisione di umori e atteggiamenti (reazione circolare); ha funzioni espressive e può dar vita ad azioni collettive con comportamenti violenti ma anche pacifici. Vengono distinti due tipi di folla: espressiva e attiva. ● il pubblico, rappresentato da persone che si confrontano su un argomento rispetto a cui hanno opinioni differenti (al contrario della folla che ne esprime una sola); si crea una interazione interpretativa che può modificare convinzioni e atteggiamenti e formare opinioni.

LEZIONE 4 – 06/02/

I GRUPPI ORGANIZZATI

↘I gruppi organizzati sono gruppi secondari formali, strutturati e fondati su regole e su modalità di funzionamento ben definite con l'obiettivo di realizzare degli scopi delimitati e chiari. Essi rappresentano un “attore collettivo” in quanto una volta costituiti agiscono come entità a se stante (anche se ad agire sono singoli individui). Sono un'invenzione dell'uomo ed in questi ultimi anni sono molto presenti nella nostra società, che per questo motivo qualcuno definisce “società di organizzazioni” ↘Due sono le tipologie di gruppi organizzati qui trattate e distinte in base ai motivi di adesione: ● LE ORGANIZZAZIONI

  • Piccole o grandi, pubbliche o private che siano, rappresentano un'opportunità di lavoro in quanto la partecipazione viene remunerata di solito in denaro; secondario a ciò può essere presente anche una condivisione dei fini (es. il lavoro in un azienda sanitaria).
  • Nelle organizzazioni i ruoli sono più importanti delle persone che ne fanno parte. ● LE ASSOCIAZIONI
  • Le associazioni di cui una persona sceglie di far parte perché si riconosce nelle sue specifiche finalità e trova in esse una corrispondenza con i propri ideali o interessi;
  • I partecipanti sono “soci” quindi i componenti sono tutti alla “pari” e solo in seguito (e con valore secondario) vengono definiti dei ruoli per la necessità di assolvere alle diverse incombenze. ↘Lo studioso di riferimento per l'analisi delle organizzazioni è Max Weber che ha definito l'organizzazione moderna come “burocrazia”; questa nel suo pensiero rappresenta un ideal-tipo efficiente ed efficace le cui caratteristiche distintive sono: ● la divisione stabile e specializzata dei compiti (che definisce regole e comportamenti standard) ● la struttura gerarchica (per cui ognuno ha poteri e doveri di obbedienza in base alla posizione che ricopre) ● la competenza specializzata per ogni posizione ● la remunerazione in denaro Weber considera tale organizzazione “razionale” in quanto potere e controllo dipendono dalla competenza ed efficienza grazie alla prevedibilità dei comportamenti ottenuta attraverso la loro standardizzazione. ↘Studi successivi si sono concentrati sui motivi per cui una organizzazione così razionale come può sembrare la burocrazia non sempre è efficiente ed efficace come ci si aspetterebbe. Alcune interpretazioni del fenomeno sono: ● il formalismo burocratico, per cui tutte le operazioni devono essere standardizzate e regolamentate con precisione senza tener conto del fatto che ciò ostacola la capacità di adattamento alle diverse situazioni particolari che si possono presentare e senza tener conto del fatto che le persone non sono totalmente prevedibili ● il potere discrezionale che si genera in chi svolge un ruolo organizzativo grazie all'inevitabile spazio di incertezza nella soluzione dei problemi che si possono presentare ● ciò obbliga la direzione ad aumentare le regole per ridurre i conflitti riducendo così la capacità di adattamento alle imprevedibilità LA TEORIA DELLE CONFIGURAZIONI ORGANIZZATIVE ↘Studi più recenti (H. Mintzberg, 1983) hanno sviluppato una nuova teoria basata sulle differenze di:
  1. dimensione dell'organizzazione
  2. della tecnologia utilizzata
  3. e della prevedibilità dell'ambiente Sono state individuate così cinque configurazioni tipiche: ● struttura semplice, dove il solo vertice esercita il controllo ● burocrazia meccanica, con la standardizzazione dei compiti e la gerarchia (che richiama il modello di Weber) ● burocrazia professionale, in cui i dipendenti, formati fuori dall'organizzazione, hanno ampia discrezionalità ● struttura divisionale, basata sulla definizione di obiettivi da raggiungere assegnati ai diversi settori; ● adhocrazia, basata su gruppi di lavoro specializzati con compiti specifici e formati da persone che lavorano in equipe

fenomeno concorrente. ● interno partendo dai prerequisiti funzionali necessari alla realizzazione di un'azione sociale organizzata: deve disporre di risorse e beni strumentali (dimensione economica), deve definire degli obiettivi e perseguirli (dimensione politica), deve darsi delle regole condivise e rispettate dai partecipanti (dimensione normativa), deve riferirsi a modelli di valore condivisi (dimensione culturale). ↘Considerando le dimensioni sopra evidenziate si possono individuare quattro caratteristiche fondamentali:

  1. L'organizzazione (la dimensione economica) con l'obiettivo di soddisfare al meglio i bisogni di attenzione, cura e rispetto degli esseri viventi e delle cose a cui si rivolgono; devono per questo conciliare la razionalità “rispetto allo scopo” (la cui carenza può portare alla mancanza di professionalità, risorse ed efficienza) e la razionalità “rispetto al valore” (la cui carenza può portare a svilire o perdere le motivazioni solidaristiche e i principi su cui si basano); ad esempio quando si deve decidere come recuperare le risorse necessarie ad operare (autofinanziamenti, risorse pubbliche o private).
  2. Il ruolo societario (la dimensione politica), nel senso di ruolo che si sviluppa per l'intera società per cui produce un tipo particolare di beni relazionali secondari o collettivi (distinti da quelli primari, forniti dalle reti primarie) in quanto prodotti con una logica universalistica in cui fondamentale non è ciò che viene offerto ma il modo in cui ciò viene offerto e ricevuto; funzionano così da stimolo di “civilizzazione” e riferimento etico nei rapporti con le altre sfere del vivere sociale (il mercato, le amministrazioni pubbliche o altri sottosistemi sociali).
  3. La normatività (la dimensione normativa), in cui prevale il valore d'uso (agisco perché qualcuno ne ha bisogno) rispetto al valore di scambio (non agisco in attesa di un pagamento da parte di Stato o privati) e in cui l'azione (intervento o servizio) non risponde ad un obbligo normativo ma, di nuovo, al fatto che c'è qualcuno a cui serve; si riferisce quindi al principio di reciprocità che vincola e limita l'inevitabile uso della norma (per stabilire regole interne e di rapporto con le altre organizzazioni) e del denaro (per garantire strutture, prestazioni e stipendi).
  4. La cultura (la dimensione culturale), intesa come cultura attiva della cittadinanza che generalmente comprende valori di solidarietà, attenzione agli esseri viventi (ma anche all'ambiente o altro) e obbligatorietà morale del dono (che è ricevuto da altri, in primis la vita); tali valori vengono convertiti in pratiche. IL CONCETTO DI SUSSIDIARIETA’ ↘Il concetto di sussidiarietà ha un origine antica «subsidium» indicava le truppe di riserva pronte ad intervenire in aiuto delle coorti romane che stavano battagliando sul campo. Lo ritroviamo nei primi decenni del 1900 nell'Enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI, in un momento storico di contraddizione tra lo sviluppo di una concezione individualista e liberista del capitalismo (poco interessata alla solidarietà) e l'emergere in Europa dei sistemi politici totalitari (con l'idea della onnipotenza e onnipresenza dello Stato). Nell'enciclica si legge: “...siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare… perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle” ↘Nel “Trattato sull'Unione europea” di Maastricht, 1992, si legge: “La Comunità agisce nei limiti delle competenze che le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dal presente trattato. Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la Comunità interviene, secondo il principio della sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell'azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario” ↘Nella nostra realtà politica (di quasi tutti i sistemi europei), negli anni di crescita del Welfare state (che vedeva un ruolo forte dello Stato nell'erogazione delle prestazioni e dei servizi sulla base di un sistema universalistico), il principio di sussidiarietà è rimasto marginale nella costruzione dello Stato sociale. Un cambio di prospettive è avvenuto di fronte all'emergere della crisi finanziaria, dell'insoddisfazione degli utenti (si inizia a parlare di mala sanità, di disumanizzazione dei servizi...), della formazione di nuove realtà di disagio e di povertà (tossicodipendenza, AIDS, immigrazione...). ↘Il termine inglese welfare indica l’insieme di interventi e di prestazioni erogati dalle istituzioni pubbliche e finanziati tramite entrate fiscali (welfare State), destinati a tutelare i cittadini dalle condizioni di bisogno, a coprirli da determinati rischi (Stato assistenziale o Stato sociale), migliorarne la qualità della vita e il benessere, garantire istruzione, cure sanitarie, assistenza, previdenza pensionistica, formazione professionale, ricerca universitaria, sostegno al lavoro e all’imprenditorialità, promozione della famiglia... e un tenore di vita minimo in attuazione dei

diritti di cittadinanza. ↘Viene così rilanciato il tema della sussidiarietà nei termini di maggiore spazio e responsabilità alle famiglie e alle forme associative di base, specie quelle dell'area del Terzo settore. Un ulteriore spinta arriva anche dal processo di costituzione dell'Unione europea. In tale ambito si ricorre infatti al principio di sussidiarietà per superare le resistenze degli Stati membri rispetto al rischio di perdita del proprio potere decisionale. ↘Il concetto di sussidiarietà non ha una interpretazione univoca; Ivo Colozzi (2005) ne definisce tre diverse possibili funzioni: ● funzione promozionale perché obbliga le Istituzioni di governo (l'Europa, lo Stato, la Regione, e così via) ad aiutare le articolazioni sottostanti affinché possano sostenere i cittadini nello sviluppo di una vita degna ● funzione protettiva, che proibisce agli stessi governi, di intervenire a livello di articolazioni sottostanti se queste sono in grado di regolarsi autonomamente e di gestire in proprio i loro compiti; lo Stato non deve quindi intervenire ma deve incentivare le energie dei soggetti minori ● funzione di responsabilizzazione degli attori che “difende lo Stato e gli altri enti e i soggetti che hanno il dovere di sussidiarietà da un sovraccarico di compiti” (Colozzi, 2005, pag. 60); ciò significa non assumersi quei compiti che le comunità subordinate possono svolgere e che tentano di delegare ↘Tenendo conto delle funzioni sopra illustrate il principio di sussidiarietà deve essere accompagnato da quello di solidarietà per evitare una deriva assenteista, eludendo un intervento di aiuto in caso di effettivo bisogno. La solidarietà si può esprimere tra chi ha molto verso chi ha poco o nulla, ma anche in senso orizzontale, tra persone con risorse simili. Le istituzioni pubbliche inoltre non devono essere assenti dalla società ma devono assolvere ad un ruolo di stimolazione dei sottosistemi perché migliorino le loro prestazioni. SUSSIDIARIETÀ VERTICALE E ORIZZONTALE ↘Il principio di sussidiarietà si esprime attraverso i due concetti di sussidiarietà orizzontale e verticale. ● La sussidiarietà verticale esprime la relazione tra i diversi livelli di governo e si esplica tramite un intervento sussidiario degli enti superiori rispetto a quelli inferiori: gli organismi superiori intervengono quando quelli inferiori non riescono nel raggiungimento degli obiettivi prefissati e hanno pertanto necessità di un sostegno. Es. Comune/(Provincia)/Regione/Stato ● La sussidiarietà orizzontale esprime una relazione tra componenti che stanno sullo stesso piano e cooperano per una più semplice ed efficace gestione delle criticità. Es. Comune/Terzo Settore/Volontariato/Caritas ↘Vengono individuate due forme di sussidiarietà: ● orizzontale, che riguarda il rapporto delle istituzioni con il cittadino e la società civile ● verticale, che riguarda i rapporti tra istituzioni e che prevede che il governo sia delegato alle istituzioni più vicine al cittadino a cui le istituzioni superiori dovrebbe garantire risorse economiche (ad esempio con la divisione dei mezzi fiscali) amministrative e legislative per adempiere ai propri compiti Quest'ultimo punto richiama la distinzione tra legislazione esclusiva e legislazione concorrente e le modifiche del Titolo V della nostra Costituzione nel 2001. ↘L’Italia ha infatti introdotto il concetto di sussidiarietà nel suo ordinamento costituzionale con la legge n. 3/2001 di riforma del Titolo V. All'articolo 118 prevede che “le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”. La sussidiarietà può essere definita come quel principio regolatore secondo il quale, se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l'ente superiore non deve intervenire, ma deve sostenerne l'azione. ↘La legge 3/2001, prevede anche la delega dei poteri ai livelli più vicini al cittadino con la prospettiva federalista e la modifica nell'articolo 117 Cost. che, con la riforma, ha notevolmente ampliato le competenze regionali. In precedenza le Regioni avevano competenza legislativa su determinate materie, nel quadro della legislazione statale. Con la riforma del 2001 si è "capovolta la prospettiva"; l'articolo 117 Cost. ora prevede: al secondo comma, una lista di materie soggette alla potestà legislativa statale; al terzo comma un elenco, altrettanto tassativo, di materie sottoposte alla legislazione concorrente (in cui la potestà legislativa spetta alle regioni, ma nel quadro dei principi fondamentali definiti nelle norme statali); il quarto comma prevede infine che, per le materie di non esclusiva competenza statale o non sottoposte alla legislazione concorrente, la potestà legislativa sia esclusivamente regionale.