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Sofocle ed Edipo Re: Un'analisi della tragedia greca, Appunti di Storia Della Letteratura Greca

sofocle - sofocle

Tipologia: Appunti

2013/2014

Caricato il 13/01/2014

eleonora.fracalanza1
eleonora.fracalanza1 🇮🇹

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Sofocle
Nato nel 496-497 ad Atene
Eschilo era convinto che l’individuo è responsabile delle sue azioni e che il dolore
deriva dalla colpa. Le cause del dolore e del passaggio dalla felicità alla sventura
sembravano oscure a Sofocle. La sofferenza anziché causa di apprendimento, gli pareva
un effetto dell’apprendimento. Aiace ed Edipo appena apprendono la verità precipitano
nel dolore e infieriscono contro se stessi. Sofocle ha concepito la sventura e il dolore
come un esame, come il momento della verità. A Sofocle non interessa in perché delle
situazioni ma il comportamento dinanzi alle situazioni. A differenza di Eschilo egli non
ricerca le cause della sventura e del dolore, ne ricerca e rappresenta gli effetti. Le sue
tragedie hanno al centro un grande eroe, attorno a cui ruotano alcuni personaggi minori.
Sofocle considera la sventura e il dolore connaturati all’uomo. Il suo pessimismo è
radicale e immutabile.
Sofocle fu sempre rispettoso della religione tradizionale che accettò senza pretendere di
verificarne, come Eschilo, i principi, o di discuterne, come Euripide, i contenuti.
Edipo re
La verità degli oracoli è al centro dell’Edipo re che ha per motore originario un terribile
oracolo. Apollo aveva predetto a Laio che egli sarebbe stato ucciso da suo figlio. La
storia era famosissima: era nota all’Iliade, all’Odissea, era cantata nell’Edipodia ed era
stata ripresa nel 467 a.c. da Eschilo in una tetralogia. Per Eschilo, che intendeva esaltare
il binomio colpa-castigo, la profezia equivaleva ad un divieto: Laio lo infrangeva e poi
faceva gettare sul Citerone il bambino della colpa con i piedi forati e legati ( da qui il
nome “Piede Gonfio”). Divenuto grande Edipo uccideva Lai, senza sapere che era suo
padre, scioglieva a Tebe l’enigma della Sfinge, sposava la vedova del re; Giocasta,
senza sapere che era sua madre, e aveva figli da lei. All’origine della catena delittuosa
era la colpa di Laio.
Sofocle non interpretò la profezia come un divieto . L’oracolo rivelò solo ciò che
sarebbe comunque avvenuto, senza colpa e responsabilità di nessuno. Avendo
commesso un omicidio senza sua colpa e per difendersi, Edipo è solo la vittima della
volontà divina imperscrutabile. Egli fa di tutto per evitare il suo destino ma ciò
malgrado diventa parricida e incestuoso.
La tragedia comincia con la peste di Tebe. Mentre Edipo conforta i sacerdoti e i Tebani
venuti a chiedere aiuto, ritorna da Delfi suo cognato Creonte e riferisce che il dio
impone di cacciare dalla città l’uccisore di Laio. Edipo maledice lo sconosciuto regicida
e assume la direzione delle indagini. La tragedia è una inchiesta e dell’inchiesta quale
genere letterario è il prototipo. L’investigatore e l’investigato sono la medesima
persona, senza saperlo Edipo indaga su se stesso. L’enigma da sciogliere è lui stesso, la
sua storia.
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Sofocle

Nato nel 496-497 ad Atene Eschilo era convinto che l’individuo è responsabile delle sue azioni e che il dolore deriva dalla colpa. Le cause del dolore e del passaggio dalla felicità alla sventura sembravano oscure a Sofocle. La sofferenza anziché causa di apprendimento, gli pareva un effetto dell’apprendimento. Aiace ed Edipo appena apprendono la verità precipitano nel dolore e infieriscono contro se stessi. Sofocle ha concepito la sventura e il dolore come un esame, come il momento della verità. A Sofocle non interessa in perché delle situazioni ma il comportamento dinanzi alle situazioni. A differenza di Eschilo egli non ricerca le cause della sventura e del dolore, ne ricerca e rappresenta gli effetti. Le sue tragedie hanno al centro un grande eroe, attorno a cui ruotano alcuni personaggi minori. Sofocle considera la sventura e il dolore connaturati all’uomo. Il suo pessimismo è radicale e immutabile. Sofocle fu sempre rispettoso della religione tradizionale che accettò senza pretendere di verificarne, come Eschilo, i principi, o di discuterne, come Euripide, i contenuti.

Edipo re

La verità degli oracoli è al centro dell’Edipo re che ha per motore originario un terribile oracolo. Apollo aveva predetto a Laio che egli sarebbe stato ucciso da suo figlio. La storia era famosissima: era nota all’Iliade, all’Odissea, era cantata nell’Edipodia ed era stata ripresa nel 467 a.c. da Eschilo in una tetralogia. Per Eschilo, che intendeva esaltare il binomio colpa-castigo, la profezia equivaleva ad un divieto: Laio lo infrangeva e poi faceva gettare sul Citerone il bambino della colpa con i piedi forati e legati ( da qui il nome “Piede Gonfio”). Divenuto grande Edipo uccideva Lai, senza sapere che era suo padre, scioglieva a Tebe l’enigma della Sfinge, sposava la vedova del re; Giocasta, senza sapere che era sua madre, e aveva figli da lei. All’origine della catena delittuosa era la colpa di Laio. Sofocle non interpretò la profezia come un divieto. L’oracolo rivelò solo ciò che sarebbe comunque avvenuto, senza colpa e responsabilità di nessuno. Avendo commesso un omicidio senza sua colpa e per difendersi, Edipo è solo la vittima della volontà divina imperscrutabile. Egli fa di tutto per evitare il suo destino ma ciò malgrado diventa parricida e incestuoso. La tragedia comincia con la peste di Tebe. Mentre Edipo conforta i sacerdoti e i Tebani venuti a chiedere aiuto, ritorna da Delfi suo cognato Creonte e riferisce che il dio impone di cacciare dalla città l’uccisore di Laio. Edipo maledice lo sconosciuto regicida e assume la direzione delle indagini. La tragedia è una inchiesta e dell’inchiesta quale genere letterario è il prototipo. L’investigatore e l’investigato sono la medesima persona, senza saperlo Edipo indaga su se stesso. L’enigma da sciogliere è lui stesso, la sua storia.

Edipo per far luce sulla vicenda convoca subito l’indovino Tiresia che inizialmente si rifiuta di parlare per poi rivelare ad Edipo la sua condizione maledetta. Edipo sospetta di Tiresia: ad aizzarlo è di certo Creonte, desideroso di sottrargli il potere. Giocasta conforta Edipo, dichiarando le profezie non degne di fede: per esempio Laio, che secondo l’oracolo doveva essere ucciso dal figlio, era invece stato ucciso da predoni alle Tre strade. La menzione delle Tre strade impressione Edipo, in quanto proprio lì aveva ucciso un uomo e la sua scorta. Allora interroga Giocasta: come era Laio, con chi viaggiava, chi aveva visto l’accaduto? Giocasta risponde che Laio era alto e brizzolato, viaggiava con quattro persone e solo una è scampata alla strage. Edipo confida a Giocasta la sua fuga da casa, da Merope e Polibo, perché l’oracolo gli aveva svelato che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Teme di avere ucciso Laio e vuole interrogare il servo scampato alla strage. Arriva un messo da Corinto e annuncia la morte di Polibo. A Edipo resta solo il timore di congiungersi a Merope. Il messo esorta Edipo a non temere l’incesto, perché Polibo e Merope non erano i suoi veri genitori. Il messo dice che Polibo e Merope avevano ricevuto Edipo proprio da lui, appena nato, e che a lui era stato dato da un pastore di Laio. Il quale pastore non è altro che il servo sopravvissuto alla strage delle Tre strade.. Edipo vuole vedere questo servo ma Giocasta non vuole, ha intuito la verità. Dopo il confronto con il servo, Edipo crolla, corre in casa, dove Giocasta intanto si è impiccata, e con uno spillone della veste di lei si acceca. A questo punto l’attore cambiava maschera e usciva a tentoni sulla scena con le orbite vuote e il volto rigato dal sangue, suscitando l’orrore e il compianto del coro dei vecchi Tebani, di Creonte, del pubblico. La tragedia si conclude con le strazianti parole di Edipo alle figlie Antigone e Ismene e con la sua richiesta a Creonte di essere bandito da Tebe. Quando Edipo capisce e corre a casa, il coro intona il quarto stasimo, il più triste di tutti, denso di riferimenti formulati in forma enigmatica (p.121). Edipo è fortunato e sfortunato, cieco e veggente, piissimo ed empio. Il suo destino è tragico, tutti gli sforzi che egli fa per evitare l’empietà lo avvicinano di più all’empietà. La profezia e l’intuizione vincono alla fine sulla ragione e sulla deduzione. Quando vede, Edipo si toglie la vista per non aver veduto ciò che doveva e aver veduto ciò che non doveva. Nell’Edipo re tutto è duplice. Tutto è apparentemente ad un modo, ma vero nel modo opposto. E questa duplicità è a volte espressa con un termine unico che sembra indicare una cosa e in realtà ne indica una opposta. Quando Edipo annuncia: “occupandomi di Laio gioverò a me stesso”( v.141) egli in realtà rovinerà se stesso. Quando afferma “io parlerò come estraneo a questo responso ed estraneo all’accaduto”(v.219-220), egli non immagina che il responso riguarda proprio lui. Quando proclama “combatterò per lui questa battaglia come per il padre mio” (v.264-265) egli senza saperlo nega di essere ciò che è. Quando lancia terribili maledizioni sull’uccisore di Laio in realtà sta maledicendo se stesso. Tutta la tragedia è costruita su questo doppio registro: dietro l’apparenza si intravede costantemente una opposta realtà,. Emblema di questa situazione è la condizione stessa di Edipo, cieco quando ha la vista, veggente quando la ha persa. Per intravedere la verità dietro l’apparenza il pubblico doveva conoscere già la verità. Il dramma non è