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Tragedia di Sofocle-Edipo Re, Appunti di Filosofia

Tragedia di Sofocle, drammaturgo greco

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 20/10/2023

cristian-moschetti
cristian-moschetti 🇮🇹

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P. Cornelio Tacito - Dialogus de oratoribus
Sofocle
Edipo re
a cura di Emilio Piccolo
Traduzione italiana
Classici Latini e Greci
Senecio
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Anteprima parziale del testo

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P. Cornelio Tacito - Dialogus de oratoribus

Sofocle

Edipo re

a cura di Emilio Piccolo Traduzione italiana Classici Latini e Greci Senecio

Senecio: Classici Latini e Greci

Classici Latini e Greci

Senecio

[email protected]

Napoli, 2009

La manipolazione e/o la riproduzione (totale o parziale) e/o la diffusione telematica di quest’opera sono consentite a singoli o comunque a soggetti non costituiti come imprese di carattere editoriale, cinematografico o radio-televisivo.

Senecio: Classici Latini e Greci

Sofocle - Edipo re Personaggi: EDIPO, figlio di Laio CORIFEO, consigilere di Edipo SACERDOTE DI ZEUS CREONTE, fratello di Giocasta TIRESIA, l’indovino GIOCASTA, moglie di Edipo SERVO DI LAIO PRIMO NUNZIO SECONDO NUNZIO CORO DI VECCHI TEBANI Scene: A Tebe dinanzi alla reggia dei Labdacidi. Esterno giorno. Entra Edipo e si rivolge ai supplici in preghiera dinnanzi agli altari. EDIPO - Figli di Cadmo perché siete qui in supplica? La città è piena di fumi e d’incensi insieme con peane e gemiti. Sono venuto di persona ad ascoltarvi. (si rivolge al sacerdote) Tu che mi sembri il più adatto a parlare per loro, dimmi vecchio, è la paura o la rassegnazione? Provo compassione per questo vostro fare. SACERDOTE - Edipo, re di questa terra, vedi come siamo presso gli altari tuoi. Alcuni giovinetti scelti non hanno ancora le piume per spiccare il volo e noi sacerdoti siamo troppo pesanti per gli anni e il resto della folla è giù nelle piazze e presso il Tempio di Pallade. La città come vedi sbanda in balia delle onde e non riesce a sollevare il

Sofocle - Edipo re EDIPO - Come un brigante può osare tanto? Forse faceva parte di una congiura partita da qui. Si indagarono i fatti? CREONTE - Lo pensammo ma la Sfinge maga ci spinse a pensare ai guai presenti e a lasciare i misteri. E così nessuno vendicò Laio. EDIPO - Febo col suo prestigio e tu con il tuo zelo riproponete il problema dell’ucciso e io svelerò la cosa. Lo farò anche per me, perché chi uccise lui potrebbe pensare di uccidermi. Mentre difendo Laio giovo a me stesso. Presto figlioli, alzatevi e portate via quei rami supplici. Chiamate il popolo a raccolta perché io non lascerò nulla d’intentato e fra breve si vedrà, se dio vuole, il successo o il nostro crollo. (Escono tutti mentre il Coro entra in orchestra) CORO - Dolce parola di Zeus, quale verbo ci porti? E voi dei tutti che ci avete sempre protetto, tornate di nuovo. Sopportiamo infiniti mali e non abbiamo difesa. I figli non crescono e le donne non partoriscono. Perisce la Patria e l’uno sull’altro puoi vedere intere stirpi morte a terra e nessuno le piange mentre le vecchie madri piangono e si disperano. Figlia di Zeus, mandaci un aiuto benigno. E tu Ares vattene via e fa che dalla notte sorga un nuovo giorno. Estingui padre Zeus la fiamma ardente del dio maligno e Apollo, chiedo a te di essere protetto dagli strali tuoi d’oro. Va Artemide lungo i monti della Licia con le tue fiaccole ardenti e chiama Dioniso con le Baccanti e venga ornato su questa terra che porta il suo nome a cacciare il malo dio che da tutti è odiato. (Torna Edipo) EDIPO - Mi rivolgo a tutti voi Cadmei, parlerò con distacco, come si conviene. Non posso andare avanti se non ho indizi e quindi ordino a chiunque di voi sappia come sia stato ucciso Laio figlio di Labdaco di dirmelo anche se ha paura di accusarsi. Non ci sarà pena per lui, se colpevole, se non quella dell’esilio. Se qualcuno invece saprà chi è l’omicida e lo dirà incasserà una taglia e la nostra riconoscenza. Se qualcuno invece respinge l’editto per proteggere l’amico o il conoscente sappia che il mio editto vieta di dare ricovero al reo e di parlargli e di dissetarlo e di farlo pregare e obbliga ad allontanare tale sozzura da questa terra. Il morto era il migliore degli uomini e dei re e per questo bisogna fare giustizia anche senza l’obbligo dell’oracolo. Chi trasgredirà a questo editto, invoco i numi di non dargli più frutti dalla terra né figli dalle donne, ma venga consumato da questa o da una peste peggiore. CORIFEO - Con le maledizioni mi spingi a parlarti e lo farò mio signore. Non so darti indicazioni utili ma penso che Febo avrebbe dovuto dirci chi fu l’autore del delitto. Forse rivolgendoti a Tiresia che ha la medesima veggenza di Febo potresti ricavare notizie chiare per

Senecio - Classici Latini e Greci l’indagine. EDIPO - Costringere gli dei a fare quello che non vogliono è impos- sibile. Comunque, su consiglio di Creonte, ho detto a Tiresia di venire. Si disse che fu ucciso da viandanti e se fu visto qualcuno, si esporrà, se teme la maledizione. CORIFEO - Ecco il poeta sacro, colui che per natura sa la verità. EDIPO - Tu Tiresia che anche cieco vedi bene i segni e i segreti terreni e celesti. Vedi bene il morbo che ci affligge. Febo ci manda a dire che scamperemo solo se verrà punito chi uccise Laio, con la morte o con l’esilio. Siamo nelle tue mani. Salvaci salvando te stesso. Dicci qualunque voce ti provenga o altre magie, perché giovare al proprio prossimo con qualunque mezzo è il compito più bello per un uomo. Ma mi sembri abbattuto, che c’è? TIRESIA - Ah, come è grave avere senno quando chi l’ha non se ne giova. Lasciami andare a casa, dà retta a me che è meglio per tutti. EDIPO - Quello che dici non è giusto né amichevole verso la tua Patria. Possibile che tu possa essere così duro e inesorabile, sapendo che puoi causare la rovina della città? TIRESIA - Privi di senno tutti! Io non dirò i guai che conosco per non rivelare i tuoi. Non fatemi domande. Da me non saprete nulla. Tanto la verità verrà fuori anche se taccio EDIPO - No, adesso devi parlare. L’ira che mi invade mi suggerisce che tu possa essere coinvolto nella tresca. Non solo: penso che se avessi la vista, l’unico assassino saresti tu TIRESIA - Ah si? Allora ti dico che tu non puoi più rivolgerti a questa gente. Perché quell’empio sei tu. Tu sei l’assassino che cerchi e ora at- tieniti al tuo editto. EDIPO - Pensi di potermi dire questo impunemente. Attento a te se mi oltraggi ancora TIRESIA - Sei tu che mi hai spinto a dire mio malgrado. Vuoi sentire altro che faccia crescere la tua ira? Bene, senza saperlo hai coi tuoi cari un commercio turpe, né sai l’infamia a cui sei giunto EDIPO - Che cosa? Fammi capire, ripeti. No, in te verità non c’è. Tu sei cieco negli occhi e negli orecchi e nella mente. È una trovata tua o di Creonte? La notte ti nutre ma non farai danno né a me né ad altri vedenti. TIRESIA - Non cadrai certo per mia mano. Basterà Apollo a chiudere i conti. EDIPO - Oh, ricchezza e potere! Arte di tutte le arti! Quanta invidia attirate se proprio per il potere che la città mi diede, non richiesto, donato, oggi Creonte il fedele amico di un tempo, ordisce trappole

Senecio - Classici Latini e Greci ma che scampo non avrà. Orrendo fu quello che disse Tiresia. Credere a lui? Dire di no? Non so che dire. Io mi libro tra speranze e non vedo il futuro. Io non so se Edipo riuscirà a vendicare la morte di Laio di cui nulla si sa. Gli dei sanno la verità. Non posso dire di certo se colui che profetò ha ragione ma certo è che da me non verrà mai un’accusa contro colui che un giorno ci salvò dalla vergine alata. (Entra Creonte) CREONTE - Cittadini, ho saputo le tremende accuse che mi rivolge Edipo. È una accusa gravissima che non sopporto. Non posso vivere con questa fama addosso. CORIFEO - Forse l’ingiuria scaturì dall’ira e non da riflessione. Ma eccolo sta uscendo proprio adesso. EDIPO - Tu perché sei venuto? Con che coraggio ti presenti? Parla. Per meditare il mio assassinio e rubare il mio regno hai visto in me qualche viltà, qualche follia? Pensavi forse che non avrei scoperto questa tua subdola azione e che non sarei corso ai ripari? Per rovesciare il potere ci vuole il popolo e il denaro, le masse e gli amici, non lo sapevi? CREONTE - Ti prego ascolta la mia replica. Perché pensi molto male di me? Che danno hai subito, vuoi spiegarlo? EDIPO - Tu m’hai persuaso a far venire il profeta. Quanto tempo è passato da quando Laio è scomparso soppresso da un delitto? E l’indovino allora esercitava? CREONTE - Bisogna risalire molto indietro e sapiente e onorato come adesso era Tiresia. EDIPO - Fece il mio nome, allora? CREONTE - In mia presenza no di certo. EDIPO - Vennero fatte indagini? CREONTE - Eccome ma senza esito. EDIPO - Ecco. Senza accordo con te non avrebbe potuto accusare me della morte di Laio. CREONTE - Che centro io in questo? Ma rispondi tu a una domanda: non hai per moglie mia sorella e non le dai gli stessi poteri che hai? EDIPO - Certo che è così, cosa vuoi dire? CREONTE - E terzo con voi due non sono pari? Ora dimmi, ci può essere qualcuno disposto a governare tra mille paure piuttosto che dormire tranquillo di notte se nei due casi avrà pari potere? Ottengo tutto da te senza problemi e se a comandare fossi io dovrei fare cose per cui non sono nato. Sto in rapporti amichevoli con tutti, a me si rivol- gono tutti quelli che hanno bisogno di te, perché dovrei lasciare tutto questo per un’incognita? Né d’altronde avrei il coraggio di associarmi ad altri in una congiura. D’altro canto corri a Delfi e informati se ho riferito i responsi esattamente e se scopri che ho macchinato contro

Sofocle - Edipo re di te con l’indovino uccidimi due volte, ma con le prove. Non puoi parlare a vanvera. Sconfessare un amico onesto è come respingere la propria vita. Ma non temo. Il malvagio si distingue in un giorno, solo il tempo dirà se l’uomo è giusto. CORIFEO - Le sue parole sono giuste, sire. Chi corre troppo coi giudizi, rischia. EDIPO - In alcuni casi bisogna essere veloci nel decidere o andranno a segno i piani sovversivi dei malvagi. Ti voglio morto CREONTE - Tu non ragioni. Non capisci. EDIPO - Devi obbedire, la città è mia. CREONTE - È anche mia la città, non solo tua e non obbedirò se il potere è iniquo. CORIFEO - Basta signori, dalla reggia arriva Giocasta. Sarà bene comporre insieme a lei questa lite. (Entra Giocasta) GIOCASTA - Disgraziati, non provate vergogna con queste vostre beghe private mentre il paese è nel morbo? Perché non entri nella reggia tu, e tu non te ne vai prima di causare guai da cose irrilevanti? CREONTE - Sorella mia, tuo marito mi fa un grosso torto e mi fa scegliere tra l’esilio e la morte, ma che io sia maledetto se ho fatto una sola delle cose di cui mi accusa. GIOCASTA - Edipo, ti prego credi a questo giuramento, fallo per me e quanti sono qui. CORO - Rifletti, da retta a me, ti prego, cedi. Ha giurato sul sacro. Non accusarlo, disonorandolo, con prove intangibili. EDIPO - Confermo: io l’ho scoperto che attentava alla mia vita con arti magiche e se mi chiedi di soprassedere chiedi per me la morte o il bando dal paese. CORO - Ma no, per dio no. Mi possano uccidere se penso a questo. Ho a cuore le sorti di Tebe e su questi mali si addensano anche i vostri guai. EDIPO - Che vada libero anche se tocca a me morte ed esilio. Le tue parole e non le sue hanno toccato il mio cuore. Ma lui, ovunque vada, io l’odierò. CREONTE - Passata l’ira ti peserà aver ceduto all’odio. Io me ne vado da te incompreso ma per loro io sono come fui. CORO - (a Giocasta) Entra in casa con lui senza più remore. GIOCASTA - Ma cosa è successo? CORO - Su cose vaghe si basò lo scontro me le false accuse bruciano. GIOCASTA - Ma cosa si dissero? CORO - C’è già tanta sofferenza. Quello che dissero vorrei che restasse lì dove finì. EDIPO - Tu che sei tanto saggio, vedi dove siamo giunti?

Sofocle - Edipo re Febo non disse di chi ero figlio ma disse cose tremende e miserevoli: che mi sarei unito a mia madre, facendo figli intollerabili agli occhi umani, e che sarei stato l’assassino di mio padre. Sentito questo andai lontano in volontario esilio per non vedere mai avverata l’infamia del responso di Delfi. Nel mio vagare mi trovai vicino ai luoghi dove dici venne ucciso il re. Quando peregrinando fui vicino al crocevia, l’araldo e poi un uomo in piedi sul carro con l’aspetto che dici, a forza volevano cacciarmi dalla strada. Io nell’ira colpisco chi guidava e il vecchio da sopra mi colpisce con la frusta: gli costò cara perché io lo percossi col bastone finché cadde supino. Quindi uccisi tutti gli altri. Se c’è una ras- somiglianza tra quell’uomo e Laio, allora non c’è uomo più sventurato di me. La mia maledizione ricadrà su me stesso. Dovrò andare in esilio e non vedere più i miei cari perché contamino il letto di Laio con le mie mani insanguinate. Ma non posso nemmeno tornare in patria per non uccidere mio padre Polibo e unirmi con mia madre che mi generò e mi allevò. Santi numi, fatemi morire piuttosto che sapere che ho causato una simile sventura. CORIFEO - Ho paura. Ma non disperare prima di aver conosciuto la verità dal testimone. EDIPO - Di speranza mi resta solo questa. Se dice le stesse cose di Giocasta, ne sarei fuori. GIOCASTA - Cosa ho detto? EDIPO - Hai detto che gli uccisori furono briganti e più di uno. Se il numero coincide non sono stato io. Altrimenti… GIOCASTA - Così fu detto. Quella versione l’hanno udita tutti. Non potrà ritrattare. Ma anche se per caso la cambiasse, non dimostrerà comunque nulla circa la morte di Laio perché l’oracolo parlava della sua uccisione per mano di suo figlio generato da me. Ma è certo che non fu quell’infelice ad ucciderlo perché era morto molto prima. Così in futuro ti asterrai dal credere agli oracoli. Ora torniamo in casa ad aspettarlo. (Escono di scena entrando nella reggia) CORO - Bisogna serbare pure e devote le leggi che ci vengono emanate dall’alto dell’Olimpo perché esse sono eterne come il dio che le ha ema- nate. La violenza genera tirannide e poi sale nutrendosi di ingiustizia e sconvenienza ma poi precipita giù nel baratro del fato e nessuno ha più scampo. Chi è così superbo che non teme la giustizia degli dei e non li venera, sarà sventurato se non agirà con giustizia, se non vieta l’empietà, se, folle tenta di afferrare l’impossibile. Se tutto questo sarà permesso, dal male chi si asterrà? Ogni pratica sacra sarà inutile se tutti gli uomini, concordi, faranno il male. E al possente Zeus sfuggirà il regno. E cesseranno gli oracoli e gli dei se ne andranno. (Rientra Gio-

Senecio - Classici Latini e Greci casta con le ancelle) GIOCASTA - Signori del paese, m’è venuta l’idea di andare al tempio con questi aromi. È troppo crucciato Edipo e sbaglia nel giudicare fatti oramai antichi. È in balia di chiunque gli parli d’orrori. Sono qui dinnanzi, Febo Liceo, ti supplico con queste offerte di darci santa es- piazione. Siamo in ansia per lui vedendolo smarrito come il nocchiero di una nave in tempesta. (Entra il primo Nunzio) NUNZIO - Salve stranieri. Potrei sapere da voi dov’è la reggia di Edipo il sovrano? O meglio, se lo sapete, lui dov’è? CORIFEO - Ecco la casa e lui sta dentro. Questa è sua moglie, la madre dei suoi figli. NUNZIO - È la sua sposa perfetta? Felice sia per sempre e felici siano i suoi. GIOCASTA - Lo stesso sia di te. Quali notizie rechi e da dove vieni? NUNZIO - Vengo da Corinto. Ho buone notizie per te e per la casa. Non potrai che rallegrarti di ciò che dirò: Polibo è morto e tuo marito è il nuovo re. GIOCASTA - Che dici, è morto Polibo? NUNZIO - Se non dico il vero datemi la morte. GIOCASTA - Ancella, presto, corri dal padrone e dagli la notizia. (L’ancella esce) Dove siete oracoli dei numi? Non era forse questo l’uomo da cui Edipo stava lontano temendo d’ucciderlo? Ebbene adesso è morto di morte accidentale e non per mano sua. (Entra Edipo) EDIPO - Mia diletta Giocasta, sposa cara, perché mi hai fatto uscire dal palazzo? E chi è quest’uomo e cosa vuole? GIOCASTA - Viene da Corinto. Ascoltalo e vedrai che fine fanno quei venerandi oracoli del dio. NUNZIO - Polibo è morto, se n’è andato in seguito a un tracollo dovuto all’età. Né per congiura né per malattia. EDIPO - Vedi, donna? Mio padre è morto e io sono qui che non ho toccato spada. A che serve consultare l’oracolo e vivere poi una vita di timori per i presagi? Giace nell’Ade Polibo e s’è portato tutti i responsi privi affatto di valore, a meno che non sia morto di nostalgia di me. Che solo in questo caso io sarei responsabile della sua morte. GIOCASTA - Ma io non te l’avevo sempre detto? EDIPO - Certo, ma la paura mi sviava. Non temerò il connubio con mia madre? GIOCASTA - Cosa vuoi temere quando sai che è tutto dovuto al caso e che non c’è preveggenza di niente? Meglio vivere giorno per giorno, come si può. Molti mortali si giacquero con la madre nei sogni ma si vive meglio se a queste cose non si da eccessivo valore.

Senecio - Classici Latini e Greci EDIPO - Io non l’ho mai incontrato. Vi sembra lui? CORIFEO - Lo riconosco. NUNZIO - È lui. EDIPO - Guardami in faccia vecchio e rispondi: eri un servo di Laio? SERVO - Sì. Non comprato ma cresciuto in casa. Per lo più vissi segu- endo greggi sul Citerone e nella zona attigua? EDIPO - Conosci quest’uomo? SERVO - Non saprei, la memoria non mi assiste. NUNZIO - Non c’è niente di strano in questo, ma io gli farò tornare la memoria. Per tre trimestri interi e per tre anni da primavera al sorgere d’Arturo frequentavamo il Citerone. Io con due greggi e tu con uno e d’inverno spingevi le tue bestie verso gli ovili di Laio. Ricordi? E ricordi che mi desti un bimbo che lo crescessi come fosse mio? SERVO - È passato tanto tempo. Che vuoi? Perché mi fai queste domande? NUNZIO - Perché il bambino di allora eccolo qui. SERVO - Vattene alla malora. Vuoi tacere? E voi signore, mi volete punire? EDIPO - No, se dirai del bimbo di cui chiede. SERVO - Parla di nulla. S’affanna a vanvera. EDIPO - E allora parlerai con le cattive. SERVO - No, per gli dei, non maltrattare un vecchio! Che cosa vuoi sapere? EDIPO - Gli hai dato o non gli hai dato ‘sto bambino? SERVO - Sì, glie lo diedi. Mio non era. Lo ebbi da qualcuno. Meglio se fossi morto il giorno stesso. EDIPO - Lo sarai se non parli. Da che uomo lo avesti, da quale casa? Se non me lo dici sei morto. SERVO - Lo ebbi dalla gente di Laio. Figlio suo si diceva. Ma tua moglie potrà dirti di più: fu lei che me lo diede perché lo sopprimessi. EDIPO - Lei, la madre? SERVO - L’oracolo diceva che da grande avrebbe ucciso i genitori. Ma ebbi compassione, sire e lo lasciai a lui perché lo portasse in altra terra. Ma questo vecchio salvandoti teneva in serbo per te mali tremendi perché sappilo, sei nato per la mala sorte. EDIPO - Ah, tutto torna e tutto è chiaro, ahimé. Nacqui da chi non dovevo e vivo con chi non è lecito. Ho ammazzato mio padre e tutto si è svelato. Luce, è l’ultima volta che ti vedo. (Esce) CORO - Ah, stirpi di uomini, a nulla vale la vostra vita. Chi mai di felicità coglie più di un attimo? Essa illude per un poco ma poi declina. Ho davanti l’esempio tuo, il tuo demone e la tua sorte e ho capito che

Sofocle - Edipo re gli uomini non contano nulla. Con arte suprema tu i tuoi strali vibrasti e stremasti la Sfinge e fosti il nostro baluardo, tu. E fosti con onori supremi incoronato re. Signore di Tebe. Ora, quale nome ormai è più infelice del tuo? Chi ha vissuto come te un rovescio così repentino della sorte? Ahimé, uno solo il porto che venne usato ugualmente dal padre e dal figlio. Ma come si poté arrivare a questo punto? Sei stato scoperto: condanna per queste nozze non nozze da cui il generato genera. Tu sei il figlio di Laio, oh se avessi potuto avvisarti prima! Ti compiango più di tutti gli uomini e il mio dolore grido, pero’ va detto che se rifiatammo lo dobbiamo a te. A te dobbiamo se possiamo dormire sonni tranquilli. (Entra affannato il secondo Nunzio. Viene dal palazzo) NUNZIO - Voi che aveste onori sommi da questa terra, voi che avete a cuore la casa di Labdaco, quale orrore per ciò che vedrete, per ciò che sentirete, perché neppure il grande Istro né il Fasi avrebbero acqua sufficiente per lavare la corruzione di questa casa. Grandi i mali che cela e che fra poco svelerà. Morta è la sacra maestà di Giocasta. CORIFEO - Ah, sventurata. E che cosa l’ha uccisa? NUNZIO - Lei da sé. Adesso ti dico come è successo. Entrò in casa e puntò direttamente al talamo nuziale strappandosi i capelli con en- trambe le mani. Come entrò, chiuse da dentro la porta ed ecco che chiamava Laio morto da tempo e quei remoti amplessi rammentava e si malediceva perché era morto lasciando lei a generare al figlio quella dannata figliolanza. E piangeva disperata su quel letto ove aveva partorito un marito dal marito e figli da un figlio. Come morì dopo, questo non lo so perché si precipitò dentro Edipo e girovagava avanti e indietro e ci chiede dov’è una spada e dov’è quella moglie non mo- glie, quel duplice materno solco di lui e dei suoi figli. Era fuori di sé. Nessuno di noi fece in tempo a dirgli nulla che lui, come se qualcuno lo guidasse, con un urlo spaventoso balzò contro la porta e divelse dai sostegni i serrami, facendoli curvare e piombò nella stanza. Là vedemmo impiccata la donna in un intrico di lacci contorti. Lui come la vede, sventurato, la scioglie e la mette a terra e dalle vesti di lei strappa le fibbie dorate che l’ornavano vibrandole nelle orbite gridando che così non avrebbe più visto le sventure patite e il male fatto. Che spettacolo terribile! E con quei lamenti sollevava le fibbie e si colpiva e colpiva gli occhi e il sangue gli bagnava la barba non con un rosso stillicidio viscido, no. Era una pioggia nera, come un piovasco di grandine e di sangue. Pensare che era una coppia felice e onorata. Adesso, in questo giorno, nulla manca: morte, pianto, desolazione, ver-gogna e quanti altri nomi ha la sventura. CORIFEO - E adesso si è calmato l’infelice?

Sofocle - Edipo re lasciando fuori la mente dalle sventure. Ah Citerone, perché non mi uccidesti? Non avrei mostrato agli uomini queste miserie e tu, Corinto, patria mia ma solo di nome, che bello nutrire un cancro nel tuo seno. E tu crocevia che bevesti il sangue di mio padre, ti ricordi di me e di come mi comportai? Nozze, nozze, mi avete dato vita e la vita dopo avete rigenerato il medesimo seme e non si sa più chi sono i padri chi i fratelli chi i figli, sangue del sangue spose e madri nello stesso tempo. Ma basta, per gli dei fate presto! Nascondetemi, uccidetemi, gettatemi in mare, via di qui dove non possiate più vedermi. Su venite a toccarmi, non abbiate paura, perché i miei mali non sono contagiosi. CORIFEO - È arrivato Creonte, ora il solo custode del paese è lui. A lui la decisione su cosa fare. (Entra Creonte) CREONTE - Io non sono venuto né per deriderti né per vendicarmi delle ingiurie di prima. Voi, vergognatevi o almeno provate pudore di esibire allo scoperto questa sozzura così grande che la terra non può tollerare, né la pioggia potrà lavare via, né la luce potrà illuminare. Via, senza indugio portatelo in casa che solo ai parenti più stretti è lecito e pietoso vedere e udire i mali dei congiunti. EDIPO - Per gli dei tu mi hai tolto dall’angoscia venendo, tu così buono, da me così cattivo. Io sono stato, come s’è visto, troppo ingiusto con te. Ma ascoltami, parlo nell’interesse di tutti: cacciami via da questa terra, subito. CREONTE - Sappi che lo farei. Ma al punto in cui siamo sarà meglio conoscere l’oracolo. Ora al dio potrai credere anche tu. EDIPO - Certo, e ti affido un compito e ti prego. A quella là dai degna sepoltura in modo degno per i tuoi. In quanto a me, lasciami abitare sul Citerone, lo stesso che i miei genitori volevano fosse la mia tomba. Dei miei figlioli maschi non ti dare troppa pena. Sono uomini e dovunque si trovino si adatteranno. Ma di quelle due povere miserevoli ragazze, che fino a ieri ho imboccato con le mie stesse mani, ecco di loro prenditi cura. Anzi, fa che io possa toccarle un’ultima volta prima di andare. Va’ generoso e nobile signore. (Creonte esce e torna subito in scena con le due figlie di Edipo, Antigone e Ismene) Che dire? Mi sembra di udire il pianto delle mie dilette figlie. Auguro a te, Creonte felicità, che tu sia benedetto per avermele portate. E voi figlie mie, venite qui tra le braccia fraterne di vostro padre che nacque dal solco arato dove nasceste voi. Io non posso vedervi ma vi piango pensando al dolore che vi daranno gli altri per il resto della vostra vita. A quali feste, a quali cerimonie verrete invitate e da quante tornerete a casa in lacrime invece che godervi lo spettacolo? E quando poi sarete giunte al punto delle nozze, chi rischierà, figliole mie, di prendersi quest’onta? Un padre

Senecio - Classici Latini e Greci che uccise il padre e ingravidò la madre che diede a voi come a lui la vita. C’è male più grande? Resterete senza marito, ma non andate in giro pitoccandi! E tu Creonte, non renderle pari a me nelle sventure, abbi pietà di loro. CREONTE - Smettila ora, entra in casa, vai. EDIPO - Devi cacciarmi dal paese. I numi mi detestano, mandami via. CREONTE - Ogni cosa a suo tempo. Ora staccati dalle figlie, vai EDIPO - Non me le strappare. CORO - Abitanti di Tebe, questo è Edipo che il famoso enigma sciolse e che fu potentissimo e la cui vita nessuno poté rimirare senza invidia. Guardate a che punto è giunto. Conoscendo questa storia nessun mortale potrà mai dirsi felice fino all’ultimo giorno della propria vita.