Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


sofocle: vita e opere, Appunti di Greco

Teoria di Sofocle con riassunto delle opere principali.

Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 12/01/2026

corinnabelmo06
corinnabelmo06 🇮🇹

11 documenti

1 / 9

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
SOFOCLE
BIOGRAFIA
Sofocle nasce nel 497/6 a.C ad Atene (demo di Colono) da una famiglia ricca, vicina alla
leadership ateniese dell’epoca (Pericle, di cui Sofocle stesso fu sostenitore ed amico, e gli
intellettuali attorno a lui). La datazione della sua nascita è resa possibile anche da una
testimonianza che afferma che fu proprio Sofocle a guidare il coro degli Efebi (necessariamente
diciassettenni) in occasione della vittoria di Salamina nel 480 a.C.. Il poeta ottenne la sua prima
vittoria nel 468 a.C. Egli fu un drammaturgo molto longevo, coprendo con la sua vita quasi tutto
il V secolo a.C. ed assistendo in prima persona alla vittoria greca contro la Persia e alla guerra del
Peloponneso fino alle sue ultime fasi: la leggenda vuole che il figlio, desideroso di ricevere
l'ereditarietà che gli sarebbe spettata alla morte del genitore, portò suo padre in tribunale per
dimostrare la sua pazzia e quest’ultimo si mise a recitare a memoria il coro dell’Edipo a Colono,
suscitando l’ammirazione dei giudici e il fastidio invece del figlio. In vita Sofocle ricoprì
importanti cariche pubbliche: è membro del collegio dei tesorieri della lega delio-attica nel
443/442 a.C., è stratego nel 441/440 a.C., e, quando il simulacro del dio Asclepio viene trasferito
ad Atene, Sofocle lo ospita nella sua casa fino a quando non sarà pronto il santuario destinato al
dio, guadagnandosi così l’appellativo di δέξιος "colui che riceve/ospita", il che testimonia
ulteriormente la grande stima di cui il poeta godeva presso i suoi concittadini. Sofocle viene
ricordato come un fervido patriota (egli non lasciò mai Atene) molto religioso e devoto agli dei.
Nonostante il suo successo personale e politico, Sofocle compose drammi molto cupi con
personaggi attanagliati dal dolore (vedi Edipo, Antigone, Elettra..)
PENSIERO
Di Sofocle ci sono pervenuti 7 drammi: i critici individuano un nucleo più antico nell’Aiace e
nell’Antigone e uno più tardo nel Filottete e nell’Edipo a Colono, con in mezzo l’Edipo Re.
Sofocle innalzò il numero dei coreuti a 15, introdusse il terzo attore (tritagonista), e abbandonò la
trilogia unitaria (tre tragedie che trattavano uno stesso mito) in favore della trilogia slegata, che
gli permetteva di trattare segmenti di mito, mettendo a fuoco le diverse situazioni con una
maggiore libertà nell’approfondimento psicologico dei personaggi. Sofocle viene definito il
“poeta del dubbio”: nelle sue opere infatti egli si riaggancia ai valori tradizionali centrali nella
riflessione di Eschilo in cui però individua e riconosce dei limiti, aprendo così la strada al
“nuovo”, a quella che in Euripide sarà “l’uccisione della tragedia”. Nonostante infatti Sofocle sia
innamorato dell’uomo, sempre al centro della sua riflessione teatrale, perdente nei fatti della linea
narratologica ma vincente la simpatia degli spettatori (personaggio a doppio statuto), egli stesso
riconosce che l’uomo non è misura di tutte le cose, ma deve invece adeguarsi a limiti universali
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9

Anteprima parziale del testo

Scarica sofocle: vita e opere e più Appunti in PDF di Greco solo su Docsity!

SOFOCLE

BIOGRAFIA

Sofocle nasce nel 497/6 a.C ad Atene (demo di Colono) da una famiglia ricca, vicina alla leadership ateniese dell’epoca (Pericle, di cui Sofocle stesso fu sostenitore ed amico, e gli intellettuali attorno a lui). La datazione della sua nascita è resa possibile anche da una testimonianza che afferma che fu proprio Sofocle a guidare il coro degli Efebi (necessariamente diciassettenni) in occasione della vittoria di Salamina nel 480 a.C.. Il poeta ottenne la sua prima vittoria nel 468 a.C. Egli fu un drammaturgo molto longevo, coprendo con la sua vita quasi tutto il V secolo a.C. ed assistendo in prima persona alla vittoria greca contro la Persia e alla guerra del Peloponneso fino alle sue ultime fasi: la leggenda vuole che il figlio, desideroso di ricevere l'ereditarietà che gli sarebbe spettata alla morte del genitore, portò suo padre in tribunale per dimostrare la sua pazzia e quest’ultimo si mise a recitare a memoria il coro dell’ Edipo a Colono , suscitando l’ammirazione dei giudici e il fastidio invece del figlio. In vita Sofocle ricoprì importanti cariche pubbliche: è membro del collegio dei tesorieri della lega delio-attica nel 443/442 a.C., è stratego nel 441/440 a.C., e, quando il simulacro del dio Asclepio viene trasferito ad Atene, Sofocle lo ospita nella sua casa fino a quando non sarà pronto il santuario destinato al dio, guadagnandosi così l’appellativo di δέξιος "colui che riceve/ospita", il che testimonia ulteriormente la grande stima di cui il poeta godeva presso i suoi concittadini. Sofocle viene ricordato come un fervido patriota (egli non lasciò mai Atene) molto religioso e devoto agli dei. Nonostante il suo successo personale e politico, Sofocle compose drammi molto cupi con personaggi attanagliati dal dolore (vedi Edipo, Antigone, Elettra..)

PENSIERO

Di Sofocle ci sono pervenuti 7 drammi: i critici individuano un nucleo più antico nell’Aiace e nell’Antigone e uno più tardo nel Filottete e nell’Edipo a Colono, con in mezzo l’Edipo Re. Sofocle innalzò il numero dei coreuti a 15, introdusse il terzo attore (tritagonista), e abbandonò la trilogia unitaria (tre tragedie che trattavano uno stesso mito) in favore della trilogia slegata, che gli permetteva di trattare segmenti di mito, mettendo a fuoco le diverse situazioni con una maggiore libertà nell’approfondimento psicologico dei personaggi. Sofocle viene definito il “poeta del dubbio”: nelle sue opere infatti egli si riaggancia ai valori tradizionali centrali nella riflessione di Eschilo in cui però individua e riconosce dei limiti, aprendo così la strada al “nuovo”, a quella che in Euripide sarà “l’uccisione della tragedia”. Nonostante infatti Sofocle sia innamorato dell’uomo, sempre al centro della sua riflessione teatrale, perdente nei fatti della linea narratologica ma vincente la simpatia degli spettatori (personaggio a doppio statuto), egli stesso riconosce che l’uomo non è misura di tutte le cose, ma deve invece adeguarsi a limiti universali

già presenti nei valori antichi. L’uomo che pretende di affermarsi superando tali limiti si auto-distrugge (vedi Edipo), colui che tratta l’εὐτυχία, il momento fortunato, come ὄλβος, felicità vera e propria, deve essere punito, è sbagliato presumere di sé a priori attribuendosi una centralità nella realtà dei fatti non posseduta. I valori tradizionali sono dunque ancora centrali e costituiscono un fondamentale vincolo per l’uomo, che deve quindi imparare a rispettare il principio della σωφροσύνη, il senso del limite che, se superato, deve essere ri-stabilito tramite una punizione. In Sofocle però, a differenza di quanto accadeva in Eschilo, viene in primo piano l’individualità della responsabilità degli atti compiuti: è chi sceglie di oltrepassare i limiti a scontarne la pena, che sarà quindi più personalizzata che in Eschilo, e l’uomo è solo nel recupero dei propri limiti. Già la scelta della trilogia slegata riflette questo cambiamento, in quanto Sofocle non vuole soffermarsi sulla perpetuazione della colpa all’interno di un γένος, bensì sul percorso di singoli personaggi nel riappropriarsi del senso del limite perduto, l’eroismo dei personaggi non deriva unicamente dall’affrontare una colpa ereditata ma anche dall’affermazione della propria individualità: dal punto di vista tecnico, quest’ultimo aspetto si riflette anche nell’aumento delle parti dialogate rispetto a quelle corali e nei titoli dei drammi in riferimento ai protagonisti. Nonostante i valori arcaici e tradizionali sono quindi presenti e vivi nella produzione sofoclea, il poeta instaura un dubbio: spesso infatti la volontà degli dei risulta incomprensibile ai protagonisti dei suoi drammi, alcuni dei quali sembrerebbero non aver commesso alcun atto ingiusto, almeno non volontariamente (Edipo ad esempio è vittima di una profezia da lui indipendente e alla sua volontà precedente). Sebbene Sofocle non si spinge e non si spingerebbe mai ad affermare che gli dei sono ingiusti, un dubbio viene comunque instaurato: la loro volontà è misteriosa perché l’uomo vi si approccia con i propri mezzi limitati o sono forse gli dei stessi a renderla così complessa? In ogni caso, l’uomo deve credere quia absurdum , deve avere fede in un disegno a lui superiore, predisposto da divinità per cui quella che per gli uomini è somma grandezza (vedi eroi come Aiace) è niente. Di fronte alla necessità di sottomissione e accettazione degli esseri umani di una giustizia divina per loro inarrivabile e incomprensibile, rimangono però rilevanti l’inizio dello sperimentalismo sullo studio del personaggio che Sofocle intraprende, e la presenza di protagonisti a doppio statuto, come se il poeta avesse voluto il supporto degli spettatori per eroi ed eroine in balia di indecifrabili leggi misteriose. L’uomo, creatura definita δεῖνοv in un coro dell’Antigone ("straordinario nel bene” ma anche “straordinario nel male”), è capace, grazie alla parola e al pensiero, di grandi imprese, ha una capacità di azione sua propria; tuttavia, esso può conseguire dignità e grandezza solo rispettando i limiti della sua natura. In Sofocle è assente l’influenza del movimento sofistico: la capacità di adattarsi alle circostanze e di perseguire pragmaticamente i propri fini tipica del teatro di Euripide non è riscontrata nei personaggi sofoclei, le cui motivazioni non tengono mai conto del guadagno o dell’interesse individuale, ma di una precisa scala di valori (vedi il Filottete , in cui Neottolemo afferma la superiorità delle cose giuste su quelle intelligenti ed utili, chiaro rifiuto dei principi della sofistica).

l'εὐτυχία a determinare la vulnerabilità degli eroi, in quanto il suo possesso è meramente temporaneo. Tuttavia, è anche vero che Aiace non viene giudicato empio dagli altri personaggi del dramma, nemmeno dalla stessa Atena, che ammette invece che in passato nessuno era stato “più assennato” di lui; l’eroe non mostra consapevolezza alcuna di avere commesso ὕβρις e Odisseo stesso sembra prendere le sue difese. Insomma, una ὕβρις, quella di Aiace, che non pare avere una rilevanza così fondamentale, ponendo invece interrogativi esistenziali sulla reazione della dea e sulla sua legittimità. In questa tragedia è individuabile il dualismo che caratterizza le prime composizioni di Sofocle, a livello in questo caso della struttura a dittico del dramma.

EDIPO RE (429-425 a.C.)/ EDIPO A COLONO (405 a.C.): secondo e terzo dramma della saga della dinastia dei Labdacidi (dal nome delle lettera perduta un tempo parte dell’alfabeto greco labda , dotata di una gamba più lunga; il nome della stirpe conteneva quindi in sé la zoppia, tratto distintivo di Edipo). Edipo, che non sarebbe mai dovuto nascere in primis a causa di una profezia sfavorevole, viene abbandonato sul monte Citerone per volontà del padre Laio e della madre Giocasta, che non se la sentono di ucciderlo gettandolo giù dal monte e preferiscono quindi, per assicurare la sua morte, forargli una caviglia e lasciarlo a se stesso; questo è l’unico caso di mito in cui, oltre all’esposizione del neonato affinché muoia, troviamo anche la foratura del piede, che segna il ragazzo come elemento anomalo, diverso perché zoppo, riconoscibile, un ϕαρμακός, un elemento contaminante proprio perché anormale, singolare, il cui ritorno a Tebe porterà immani disgrazie. Proprio a Tebe, città di cui Edipo diventa re dopo aver sconfitto la sfinge risolvendo i suoi enigmi, imperversa un’epidemia di peste, per cui il sovrano invia Creonte a Delfi per conoscere dall’oracolo le ragioni del flagello. Creonte torna con la risposta: la peste è sorta perchè a Tebe si nasconde l’assassino di Laio, il precedente re, che deve quindi essere scovato. Edipo consulta quindi l’indovino Tiresia, che si rifiuta misteriosamente di collaborare fino a che il sovrano, adirato e spazientito, lo accusa di complottare assieme a Creonte per detronizzarlo: Tiresia svela allora che l’assassino di Laio è Edipo stesso, che ha quindi ucciso suo padre e giaciuto con sua madre. Il re si rifiuta di credergli, ma un tarlo inizia a scavare dentro di lui: le parole di Tiresia coincidono infatti con un oracolo che egli stesso aveva personalmente udito a Delfi (nuovamente, è colpa dell’uomo che non sa interpretare le parole del dio o forse gli oracoli sono troppo oscuri?). Nel frattempo giunge la notizia che il re di Corinto, di cui Edipo crede di essere figlio, è morto: si scopre però che Edipo non era figlio naturale di Polibo, bensì adottivo. Un testimone di Tebe rivela inoltre che quando Laio ebbe un figlio diede ordine a un servo di sopprimerlo, ma il servo, mosso a pietà, lo risparmiò portandolo a Corinto alla reggia di Polibo. Un altro testimone conferma che l’uomo che Edipo ricorda di aver ucciso in un incrocio di strade era proprio Laio: la profezia si è compiuta, Edipo si trafigge gli occhi con le fibbie della veste della madre, impiccatasi, e prende la via dell’esilio insieme alla figlia Antigone, unica disposta a restargli accanto nella sciagura. Edipo è un esempio lampante di un uomo che crede di essere misura di ogni cosa, che commette un atto di ὕβρις in virtù di una conoscenza che è convinto di possedere, simboleggiata dalla luce, dal senso della vista (la sua ὕβρις si pone tra

l'altro in una climax ascendente, dal vedere al sapere alla rovina e poi invece dal buio alla sapienza). Nel momento in cui egli intraprende un’analisi di se stesso alla ricerca di consapevolezza, ogni sua certezza crolla: l’uomo non è misura di ogni cosa, non può andare contro le parole del dio, tanto meno affermare la loro falsità, e quella stessa luce che è simbolo dell’illusorio sapere di Edipo è anche la causa della sua rovina. L’accecamento di Edipo è quindi un vero e proprio strumento di conoscenza di sé per il sovrano, che, privandosi di ciò che gli aveva fatto oltrepassare i limiti, si riappropria di sé, diventa consapevole, si redime in un certo senso (gli spetterà infatti una morte lirica eletta); il buio della cecità si contrappone alla fuorviante luce della vista, è l’elemento che permette al protagonista di riappropriarsi del senso del limite momentaneamente perduto, di far cadere quell’uomo che era convinto di sapere di più di un indovino, simbolo della sapienza arcana degli dei. Subito prima di compiere la mutilazione, Edipo pronuncia il celebre Inno alla luce , in cui esprime gratitudine per quella luce-conoscenza che gli ha permesso di diventare re di Tebe, accusandola poi in quanto rivelatrice della sua tragedia ("Oh luce, tu che mi hai fatto conoscere la verità, tu mi fai ora vedere la mia rovina”). Scrive Vernant a proposito: “egli costituisce di per se stesso un enigma di cui non indovinerà il senso se non scoprendosi il contrario in tutto e per tutto di ciò che credeva e pareva essere”. Freud interpreta l’auto-accecamento di Edipo come una sorta di auto-castrazione: Edipo priva se stesso dell’elemento che lo ha portato a seguire pulsioni sbagliate, si punisce nella capacità che lo ha portato a compiere gesti tracotanti (attenzione però: l’incesto non era ancora nell’antica Grecia un taboo, la pulsione sbagliata di Edipo non è necessariamente limitata all’aver giaciuto con la madre quanto ad aver alterato la verticalità di un γένος, causando una sorta di corto circuito logico all’interno di quest’ultimo). Il ruolo di sovrano (Οἰδίπoυς τύραννος, richiamo alla descrizione che Aristotele dava di Platone e della sua filosofia delle idee tirannica perché non lasciava spazio alla pluralità del mondo naturale) e quindi il possesso di un regno, implica prestanza sessuale, la procreazione è un attributo del potere (vedi Urano castrato quando detronizzato): Edipo, auto-castrandosi metaforicamente, si mostra non più adatto al governo, anzi, adatto invece all’isolamento e all’esilio. Per quanto riguarda invece il nome di Edipo, lo studioso francese Jean-Pierre Vernant ha avanzato due interpretazioni: Οιδίπους da oἰδίον e πούς, “piede gonfio”, nome che contiene quindi in sé il segno dell’anomalia del protagonista, il suo tratto distintivo; oppure Οιδίπους dalla radice di οἶδα, perfetto di ὁράω, “sapere”, in riferimento all’intelligenza superiore da egli raggiunta in seguito all’auto-accecamento, oppure ancora οἶδα e πούς, in riferimento alla decifrazione dell’enigma della Sfinge compiuta da Edipo, enigma che riguardava una creatura identificata attraverso le diverse modalità del camminare. Nella Poetica Aristotele definisce l’ Edipo re la perfetta tragedia, perfettamente bilanciata ed equilibrata tra la figura iniziale di Edipo, tracotante e fuorviato, e l’Edipo cieco della fine, che conosce la verità e se stesso. Per quanto riguarda invece la datazione dell’ Edipo Re , essa è incerta: Edipo contaminatore di Tebe rimanda probabilmente alla peste di Atene scoppiata nel 430 a.C., un anno dopo lo scoppio della guerra del Peloponneso. Guerre ed epidemie non costituivano comunque ostacoli tali da sospendere le rappresentazioni teatrali, i combattimenti venivano anzi sospesi tra marzo ed aprile proprio per rendere possibili le rappresentazioni teatrali, fattore culturale ma

tardi: Antigone si è uccisa nella caverna, Emone con lei, ed Euridice, moglie del re, si è suicidata alla notizia della morte del figlio. Creonte, rimasto completamente solo al mondo, rientra nella reggia rimpiangendo amaramente i suoi errori. L’Antigone è la tragedia della solitudine: i personaggi del dramma sono colossi scenici dagli ideali saldi ed immutabili, che si scontrano in dialoghi senza mai piegarsi alle idee dell’interlocutore fino a che è troppo tardi per farlo, ascoltando queste ultime solo superficialmente perché fissi nella propria visione delle cose. L’unico mutamento di posizione presente nella tragedia è quello di Ismene, non dettato però da un cambiamento convinto e consapevole di idee, bensì dalla paura di rimanere sola al mondo, donna, una volta persa la sorella, prospettiva a cui preferisce la morte. Le coppie che troviamo a dibattere sulla scena sono la coppia femmina-femmina Antigone-Ismene (Ismene teme troppo l’adirarsi di uomini più potenti di lei per aiutare la sorella nella sepoltura del fratello); la coppia maschio-femmina Creonte-Antigone (dibattito tra la visione politica del primo e quella religiosa della seconda); la coppia maschio-maschio Creonte-Emone (Emone si rivela più maturo del padre, sottolineando come caratteri troppo rigidi, mancanti di malleabilità, siano destinati a spezzarsi). Il tema politico è particolarmente marcato in questa tragedia: Antigone è una protagonista dal pensiero al contempo tradizionale e moderno. Ella infatti sostiene il primato delle ἄγραπτα νόμιμα, le leggi non scritte ed eterne proprio perché fissate dagli dei, non dall’uomo, ed inquadra il γένος come organismo pre-statale, con regole proprie non soggette ai vincoli imposti dallo Stato, che Creonte ritiene invece dal valore universale e tratta come tali. Antigone definisce infatti la decisione imposta dal sovrano κήρυγμα, mentre utilizza per la legge divina il termine vόμος , che Creonte riferisce invece al proprio decreto. Creonte identifica il proprio volere con quello della comunità dei cittadini, le proprie leggi con quelle assolute degli dei, e disconosce ogni forma di dissensione. Al tempo stesso, nella ribellione di Antigone si può cogliere una prima avvisaglia di ciò che oggi definiamo obiezione di coscienza, la liceità di sottrarsi ad un’autorità che impone atti che ledono le nostre convinzioni. Mentre Antigone muore a causa della sua risentita fermezza e solitudine, Creonte è rovinato dalla sua incapacità di mettersi in sintonia con il mondo degli dei: egli è convinto che, ricompensando il buono e punendo il malvagio, le sue leggi vadano a coincidere con quelle degli dei. Sebbene questo precetto sia valido in assoluto, non lo è in questo caso particolare, in quanto vige il precetto di estinzione di ogni odio dinanzi alla morte: i νόμοι umani devono quindi essere in accordo con gli inviolabili precetti divini, in una totale unità tra νóμoς e φύσις. In questo modo, Sofocle mostra allo spettatore come una concezione esclusivista dello Stato, separata da etica e religione, porta solo ad eventi catastrofici. Creonte, inizialmente giustificabile nel suo intento di governare i Tebani con giustizia, si fa via via più arrogante e prepotente mano a mano che emergono le contrarietà, fino a sfociare nell’empietà (il suo è dunque un mutamento in negativo).

TRACHINIE : l’azione si svolge a Trachis, in Tessaglia, e le donne di Trachis costituiscono il coro (fattore insolito in Sofocle è il titolo corale della tragedia), apparente unico elemento di connessione fra i due protagonisti, Deianira ed Eracle. Deianira, dopo quindici mesi, ha

finalmente notizie del ritorno del marito, Eracle: egli infatti ha mandato avanti il messo Licia con uno stuolo di prigioniere, fra le quali si trova la bellissima Iole, figlia di un re, di cui Deianira viene presto a sapere che suo marito si è innamorato. La donna, senza rancore alcuno nei confronti della prigioniera, vuole però riconquistare l’amato, decidendo quindi di utilizzare su di lui un potente filtro d’amore costituito dal sangue del centauro Nesso, che ha precedentemente tentato di violentarla e dal quale ella è stata salvata da Eracle stesso. Vi imbeve dunque una veste che manda in dono al marito: nota però nel frattempo che il batuffolo utilizzato per spalmare il filtro sulla veste si sta disfacendo sfrigolando, accorgendosi dell’inganno in cui si è lasciata trarre. Il sangue del centauro è in realtà un potente veleno, che sta infatti agonizzando Eracle: Deianira, attanagliata dal rimorso, si dà la morte, mentre il marito, convinto di essere vittima di una vendetta ordita dalla donna, la maledice. Sopraggiunge però il figlio Illo, che lo informa delle vere intenzioni di Deianira, ed Eracle capisce di essere di fronte al compimento di un antico oracolo, secondo cui egli sarebbe stato ucciso da un morto (Nesso). Prima di morire, l’uomo comanda al figlio di prendere in moglie Iole. Il discorso di Illo è fortemente misogino: egli definisce le donne come il peggiore tra i mali, pure peggiore quando, invece di rimanere fisse nella loro passiva immobilità, scelgono di agire. Eracle, seppur semidio dai poteri soprannaturali, fa la stessa fine di un comune mortale: la ὕβρις macchia e deve essere punita ugualmente in uomini e semidei. L’eroe infatti aveva tentato di introdurre nell’ambiente legittimo dell’οἶκος una sessualità sregolata, eccessivamente libertina, e la sua fine rappresenta in modo emblematico la vanità delle glorie umane. Le Trachinie sono la tragedia della colpa innocente: Deianira, personaggio debole e delicato perdente nei fatti ma al solito supportato dalla simpatia degli spettatori, agisce in preda al sentimento, alla solitudine, per finalità innocenti: è colpa degli uomini come Eracle che dimenticano gli oracoli che li riguardano o sono questi ultimi troppo ambigui? La risposta non è data.

FILOTTETE (409 a.C.) : il dramma si svolge sull’inospitale isola di Lemno, dove Filottete, su consiglio di Odisseo, è stato abbandonato ingannevolmente dopo essere stato morso da un serpente, la ferita provocata dal quale puzza insopportabilmente (espulsione del ϕαρμακός contaminante, dell’eroe diventato anomalo, il cui ritorno in scena causerà anche in questa tragedia un pandemonio). Filottete è sopravvissuto solo grazie all’arco donatogli da Eracle, che, dopo dieci anni dall’abbandono dell’eroe, si scopre essere indispensabile per l’espugnazione della città di Troia. Odisseo e Neottolemo, figlio dell’ormai defunto Achille, vengono incaricati di prelevare l’uomo e le sue armi con le buone o con le cattive. Odisseo ha un piano: Neottolemo si fingerà a sua volta vittima della malvagità dei Greci e conquisterà la fiducia di Filottete. Il piano funziona, ma, proprio quando l’arco sembrerebbe essere in pugno a Neottolemo, quest’ultimo, membro del γένος incorrotto del nobile Achille, depositario degli antichi valori, sceglie l’onestà e la persuasione. Filottete, adirato per l’inganno, rifiuta di collaborare fino a che Eracle scende (per la prima volta in una tragedia) ex machina , predicendo all’uomo onori e guarigione se accetterà di collaborare e di recarsi a Troia. Promettendogli la guarigione e grandi onori, Eracle promette a