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Il ruolo dei collegi sacerdotali nella Roma antica, dalla custodia del fuoco sacro alle istituzioni repubblicane. dell'importanza della religione nella Roma arcaica, l'evoluzione dell'esercito e della società romana, e la redazione delle prime leggi. Viene inoltre analizzato il ruolo dei magistrati, il controllo su nuovi territori e la fondazione di colonie.
Tipologia: Appunti
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Paragrafo 2 i Collegi sacerdotali Per comprendere il ruolo dei collegi sacerdotali, appare utile esaminare l’importanza rivestita dalla religione nella Roma arcaica. In quest’epoca una serie di culti tendono a sovrapporsi.
Paragrafo 1 Le basi sociali delle riforme del VI secolo A.C. Nel 6 secolo a.c. Roma subisce una profonda trasformazione politica e istituzionale. Questo vento di cambiamento giunge con l’avvento al potere di una serie di re di origine etrusca (Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo). Tale mutamento politico- istituzionale è reso possibile dalla crescita sociale ed economica di Roma in cui si registra:
Tutti i cittadini vennero distribuiti in 5 classi corrispondenti a diversi livelli di ricchezza, suddivise a loro volta in centurie (193):
Paragrafo 4.2 Il controllo sociale e la repressione penale conseguente alla riforma di Servio Tullio L’ordinamento centuriato, introdotto da Servio Tullio, ebbe fra i suoi effetti di accentuare l’intervento autoritativo della città attraverso :
In quegli anni Roma era in lotta perenne contro i latini : in quel preciso momento i Volsci avevano approntato un esercito che stava marciando contro la città. I senatori quindi volevano allestire un esercito per contrastare i nemici ma la popolazione in rivolta con i plebei rifiutó di rispondere alla chiamata alle armi. Il senato incaricó il console Servilio di convincere il popolo ad arruolarsi. I Volsci vennero sconfitti e la plebe romana riuscì ad ottenere il riconoscimento dei tribuni della plebe quali nuovi organi della città. Essi avevano una funzione di controllo nei riguardi delle altre magistrature repubblicane. Una sorte di potere di intervento negativo che andò man mano aumentando , sino al riconoscimento dell’intercessio : un vero e proprio veto, da esercitare contro ogni atto o delibera adottata dagli altri magistrati o dallo stesso senato. La secessione dell’Aventino aveva consacrato la plebe quale nuova forza autonoma della città, in grado di influire sulla vita stessa della repubblica. Il suo punto di forza era l’assemblea , il concilium plebis : essa votava le proprie delibere ed eleggeva i propri magistrati. Paragrafo 3 La legge delle 12 Tavole Una svolta fondamentale negli equilibri politici del 5 secolo a.c., si realizzò con l’approvazione della legge delle 12 tavole : un corpus di leggi compilato nel 45 1 - 450 a.c. , contenente regole di diritto privato e pubblico. Le Tavole hanno una rilevanza fondamentale in quanto costituiscono la prima redazione scritta di leggi nella storia di Roma. Questa grande innovazione fu resa possibile dalla defezione di una parte del pratiziato. Le fonti tramandano in particolare un nome : Appio della gens Claudia. Nonostante egli fosse patrizio si schierò a favore della plebe. Nel 451 a.c. anno in cui venne redatta la legge delle 12 Tavole , il potere della città non venne esercitato dai due consoli ma da un collegio di 10 membri ( i c.d. decemviri legibus scribundis ), presieduti da Appio Claudio , il cui compito primario era la redazione per iscritto delle leggi che avrebbero regolato la vita cittadina. Questo momento finirà per ridefinire la concezione che Roma ha del diritto : fino ad ora la vita cittadina era regolata dai mores la cui conservazione e applicazione era garantita dal collegio dei pontefici. I mores preesistevano alla comunità cittadina che doveva solamente adeguarsi a loro. Del tutto opposta è l’idea che sta alla base della legge delle 12 Tavole : una legge scritta avente il valore irreversibile di un testo scritto che garantisce uguaglianza a tutti i cittadini. In quell’anno il decemvirato venne integrato da un certo numero di membri provenienti del ceto plebeo. Questa “democratizzazione” del collegio attiró gradualmente l’ostilità dei patrizi che in breve tempo causarono la crisi del decemvirato e la conseguente espulsione di Appio Claudio. Appio Claudio è un tipico esempio di patrizio che ha “ tradito ” i suoi “ simili ” per schierarsi a fianco della plebe. Il decemviro , infatti , aveva fra i suoi obiettivi la concentrazione delle funzioni legislative e di governo nel binomio decemviri- assemblea popolare con lo scopo di realizzare una democrazia fondata sulla sovranità del popolo ( Demos ).
Nel 449 a.c. , dopo la redazione delle ultime due tavole e la cacciata di Appio Claudio, il collegio dei decemviri legibus seribundis venne sciolto, resistuendo il potere ai consoli e agli altri magistrati che fino a quel momento avevano governato Roma. La legge delle 12 Tavole divenne il fondamento dello ius civile. La novità della legge delle 12 Tavole non è tanto nelle norme in essa contenute, quanto nella presenza di un testo scritto. Passando ad occuparci delle norme contenute nella legge delle 12 Tavole, esse riguardano principalmente i rapporti tra privati lasciando al margine quello che definiremmo diritto pubblico. La legge delle 12 Tavole rimane una legge primitiva fortemente legata al valore della familia proprio iure e alla violenza privata come forma di tutela contro crimini altrui. Ciò nonostante in questi anni vengono introdotti elementi nuovi : 1)Nelle obbligazioni. La figura più importante rimane il nexum : con l’accettazione del nexum il debitore forniva come garanzia di un prestito l’asservimento di se stesso o di un membro della sua famiglia su cui avesse la potestà, in favore del creditore fino all’estinzione del debito Al nexum andó gradatamente affiancandosi il pactum , fonte di obbligazione che supera lo stadio della vendetta per trasformarsi in un accordo privato vincolante, la cui inadempienza portava a delle sanzioni. 2)Nella struttura della familia proprio iure: il sistema decemvirare incise sulla pesante autorità del pater familias. Particolarmente importante fu il superamento del sistema patriarcale del matrimonio cum manu. 3) Fondamentale risulta, infine, la distinzione dei beni in due categorie diverse: le res mancipi e le res nec mancipi. Nella prima categoria sono ricompresi i beni di interesse pubblico , essi possono essere ceduti solamente tramite negozio solenne, la mancipatio, che prevedeva il coinvolgimento di una pluralità di testimoni. La seconda categoria invece indica i beni di importanza meramente individuale. Paragrafo 4 La conclusione di un processo Dopo lo scioglimento del collegio dei decemviri , il potere ritornó alle vecchie istituzioni repubblicane. I Plebei premevano per l’ammissione alla carica di console. Questo è probabilmente il motivo che sta alla base della frequente sospensione della coppia consolare, sostituita (negli anni che vanno dal 444 a.c al 367 a.c) dai tribuni militium : ufficiali delle legioni, eletti ogni anno in un numero variabile da tre a sei erano dotati di un potere ( imperium ) inferiore a quello dei consoli. La mossa dei patrizi non sortì, tuttavia l’effetto sperato. I Tribuni militium , infatti, erosero gradualmente la supremazia patrizia. Ciò nonostante i patrizi continuavano a detenere in via esclusiva il controllo sull’ager publicus, rendendo sempre più gravoso l’indebitamento degli strati più deboli della plebe. Una svolta si registrò nel 396 a.c quando Roma conquistó militarmente la ricca città etrusca di Veio , ultimo ostacolo all’espansione romana verso il Nord Italia. A seguito della vittoria a tutti i cittadini romani venne distribuito un apprezzamento di 2 ettari, ricavato dalle terre strappate a Veio. Questa politica di redistribuzione attenuó la lotta
2) Chiedevano il parere del senato: esercitando lo ius agendi cum patribus. Questo potere era esercitato quando i consoli dovevano affrontare questioni particolarmente importanti per la città. 3) Gestivano il tesoro pubblico : sotto il controllo del senato e con l’ausilio dei questori. 4) Reprimevano le condotte criminali : e fino alla creazione dei pretori, risolvevano le controversie private che insorgevano fra i cittadini. b)L’imperium militiae : minori limitazioni erano applicati ai consoli quando svolgevano le funzioni militari tipiche della loro carica. Essi non potevano decidere di andare in guerra; tuttavia avevano il potere di : 1)Arruolare i cittadini: previa decisione del senato, e condurre la campagna militare. 2)Imporre dei tributi : ai cittadini per sostenere le spese della guerra. Passando ad esaminare le caratteristiche della carica consolare, esse sono essenzialmente due :
laicizzazione del governo cittadino. Nonostante i consoli siano privati della funzione sacra tipica del sovrano, rimaneva comunque necessario consultare gli dei, attraverso la consultazione e l’interpretazione degli auspicia. Paragrafo 2 Il pretore e le altre magistrature Accanto ai Consoli vennero introdotte, con l’avvento della repubblica, una serie di cariche civili e militari. Nel descrivere l’assetto istituzionale che ha caratterizzato Roma a partire dal 367 a.c, bisogna distinguere due categorie di magistrati:
•Il potere di esercitare l’intercessio: bloccando la delibera di qualunque altro magistrato, consoli compresi.
- Il potere di uccidere il trasgressore delle leggi sacrate : attraverso l’esercizio della summa coercendi potestas. Questo potere dimostra che i tribuni della plebe, ancorché non dotati di imperium, rivestivano un’importanza fondamentale nelle istituzioni repubblicane.
Dal momento che le centurie erano in totale 193 , accadeva che le 18 centurie di cavalieri e le 80 di prima classe, si accordassero per votare all’unisono. In questo modo le centurie realizzavano da sole la maggioranza ,tagliando fuori dalla decisione tutto il resto della popolazione. La convocazione dei comizi centuriati avveniva ad opera di un magistrato a ciò legittimato che, annunciava pubblicamente la loro convocazione. A questo punto bisogna distinguere a seconda che l’assemblea dovesse eleggere i magistrati ovvero dovesse approvare le c.d leggi comiziali.
degli anni seguenti e l’assorbimento (volontario o meno) delle comunità minori del Lazio, aumentarono notevolmente il territorio di Roma che già nel VI secolo a.c. controllava un territorio di circa 900 km quadrati. Uno strumento fortemente utilizzato da Roma, per accentuare il suo ruolo egemonico nel Lazio, fu la religione : basti pensare all’istituzione di un culto federale di Diana, attraverso la costruzione sull’ Aventino di un apposito tempio da parte di Servio Tullio , con lo scopi di trasformare Roma nel principale centro di culto della regione. L’ampiezza del territorio romano alla fine del VI secolo a.c., può essere ben intesa può essere ben intesa attraverso la lettura del primo trattato fra Romani e Cartaginesi che, secondo Polibio , sarebbe stato stipulato negli anni immediatamente successivi alla cacciata di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma. Questo trattato pone dei limiti alle possibili aggressioni di Roma da parte dei Cartaginesi e viceversa. È interessante il fatto che questo “ patto di non aggressione ” riguarda tutte le città del Lazio, il che ci deve far concludere che già alla fine del VI secolo a.c., il controllo di Roma si estendeva su tutta la regione. L’immediata conseguenza di questa espansione territoriale fu l’aumento della popolazione, che venne divisa in due parti: cittadini e non cittadini: i primi erano dotati di diritti politici; i secondi ne erano privi. Ad eccezione dei diritti politici, a Roma vigeva il principio della territorialità del diritto: in base al quale il diritto dello stato si applicava a tutti coloro che si trovavano all’interno del suo territorio, indipendentemente dalla loro cittadinanza. Gli stranieri dunque erano tenuti a rispettare le leggi civili e penali di Roma che di contro gli forniva una tutela analoga a quella garantita ai cittadini. Ciò segna un netto contrasto rispetto alle poleis greco-italiche in cui prevaleva il principio della personalità del diritto : in base al quale ogni individuo era soggetto alle leggi dello stato di appartenenza; quando si trovava in un altro Stato la sua protezione non era garantita dagli uomini ma dagli dei. Paragrafo 2 Latini e cittadini delle colonie Il Trattato stipulato con Cartagine sarà seguito pochi anni dopo da un altro trattato ancora più importante: il Foedus Cassianum, un patto di alleanza fra Romani e Latini che istituiva una lega comune il cui scopo era garantire la protezione reciproca dei cittadini appartenenti alle diverse comunità alleate. La logica di quest’accordo, appare ben diversa rispetto a quella che sta alla base del trattato Roma-Cartagine: esso voleva sancire una forma di comunanza giuridica tra Romani e Latini Prisci. In base a questa assimilazione giuridica fra le due comunità, ai Latini che si fossero trovati a Roma sarebbero stati garantiti alcuni diritti fondamentali: 1 )Lo ius commercii: il diritto di commerciare liberamente con Roma con la possibilità di ricorrere al magistrato per la tutela dei propri atti negoziali. 2)Lo ius connubii: il diritto di contrarre matrimonio con un cittadino Romano. 3)Lo ius migrandi : questo diritto non venne introdotto con il Foedus Cassianum , bensì in epoca successiva. Esso stabiliva la possibilità dei Latini di acquistare la cittadinanza Romana, spostando la loro residenza a Roma.
Gli stessi diritti ora esposti spettavano ai Romani che decidevano di intrattenere rapporti con le città Latine. Un’altra importante conseguenza di questo Trattato fu la possibilità che l’insieme delle città della Lega fondasse nuove colonie. Si trattava di piccole comunità semi-urbane. Questa facoltà della Lega di fondare colonie fu effettivamente esercitata durante tutto il V secolo a.c. A partire dal IV secolo a.c. Roma, avendo acquisito il predominio sulle città del Lazio, si appropriò del potere di fondare autonomamente le colonie. Fu l’inizio della fine della Lega, che venne definitivamente sciolta nel 338 a.c. La fondazione di colonie da parte di Roma non solo garantiva il controllo su nuovi territori, ma servì anche a realizzare una politica demografica ed economica. Le colonie, infatti, assicuravano l’alleggerimento demografico della città (spesso sovrappopolata) tramite il trasferimento di gruppi consistenti di popolazione in nuovi territori che venivano in tal modo urbanizzati. I territori cittadini, a loro volta, potevano essere redistribuiti ai cittadini, in particolare ai meno abbienti. La fondazione di una nuova colonia avveniva sulla base di una delibera del senato e con l’approvazione dei comizi, che nominavano i magistrati incaricati delle procedure necessarie alla sua istituzione. Contestualmente veniva redatto uno statuto che ne avrebbe regolato la vita e l’organizzazione interna. Una delle caratteristiche più importanti delle colonie Romane, è lo stretto legame con la madre patria. Le colonie, infatti, non costituivano una struttura istituzionale esterna a Roma; i cittadini che vi si trasferivano mantenevano la cittadinanza Romana. Altra caratteristica essenziale è l’organizzazione urbanistica della colonia. Essa avveniva per mezzo degli agrimensori : tecnici nominati a tal scopo dai magistrati incaricati della fondazione della colonia. Gli agrimensori, dopo aver identificato un punto centrale, tracciavano due linee perpendicolari (una orizzontale l’altra verticale) che dividevano la colonia in 4 rettangoli. Queste linee (chiamate Cardo e Decumano maggiore ) rappresentavano gli assi centrali dell’intero sistema urbanistico. In parallelo a queste linee venivano tracciate, a distanza regolare, altre linee (cardini e decumani) che incrociandosi ad angolo retto, creavano tanti rettangoli di uguali dimensioni. Questi rettangoli erano le centurie, la loro area era di circa 50 ettari. Attraverso queste linee i Romani creavano nella colonia una fitta rete di strade rurali, così da assicurare a tutte le unità fondiarie un rapido accesso alla via pubblica. Lo scopo finale di questa politica urbanistica era di rendere efficiente la colonia, favorendone un rapido sviluppo. Paragrafo 3 La svolta del 338 a.c. e i nuovi statuti giuridici di Roma Nel corso degli anni Roma acquisì sempre un maggior potere nel territorio italico. Ciò fu reso possibile , oltre che dalle colonie e dalle espansioni non violente, anche dalla guerra. La politica militare romana subì nel tempo un profondo cambiamento.
dell’ordinamento municipale, fu la rapida crescita della popolazione. Nel 330 a.c., il blocco rappresentato da Roma e dalle comunità alleate o incorporate, raggiungeva gli 800.000 abitanti che vivevano in un territorio di 6.000 km quadrati. In conclusione bisogna ricordare che a fianco alle città sottomesse a Roma, esistevano una miriade di comunità italiche, più o meno indipendenti, che stipulavano con Roma dei trattati di alleanza (i c.d. foedus ). Questi trattati potevano essere distinti in: a ) Foedus iniquum : trattati diseguali che stabilivano formalmente la supremazia di Roma. b)Foedus aequum : che, almeno formalmente, prevedeva un’alleanza alla pari fra Roma e la città in questione. Il motivo principale per cui Roma stipulava questi trattati era l’assunzione dell’obbligo reciproco di assistere l’alleato in caso di guerra. Questa clausola avvantaggiava enormemente Roma. Le sue alleate, infatti, erano comunità minori, spesso circondate da territori romani e comunque incapaci di scatenare da sole una guerra. Al contrario Roma di guerre ne faceva in continuazione. Queste alleanze le fornivano le truppe necessaria a compiere nuove conquiste che, a loro volta, le permettevano di stipulare altre alleanze. CAPITOLO 7 UN’ARISTOCRAZIA DI GOVERNO Paragrafo 1 La nuova direzione politica patrizio-plebea Il compromesso patrizio-plebeo del 367 a.c. , aveva permesso di superare l’irrigidimento della classe gentilizia, chiusa in se stessa e indebolita dai continui conflitti, attraverso l ’affermazione di una nuova classe di governo : la nobilitas patrizio-plebea. Essa si era formata a seguito dell’accesso plebeo alle magistrature superiori. Ma come si faceva a diventare magistrati?
. In teoria ciascun cittadino nato da padre libero ( per ciò chiamato ingenuus), poteva aspirare ad una carica magistraturale. Nei fatti, tuttavia, la carriera politica era aperta a pochi cittadini: sicuramente era aperta ai patrizi, che detenevano le cariche magistraturali anche prima del 367 a.c. Per quanto riguarda i plebei, essi potevano accedere come abbiamo visto alle magistrature, ma in che modo ciò avveniva? Bisogna partire dal presupposto che secondo i Romani il buon cittadino era quello che dava il suo contributo alla vita della città : partecipando alle battaglie, attraverso l’inserimento nei ranghi dell’esercito, e servendo la repubblica mediante una presenza attiva nella politica cittadina. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, il suo tempo non era dedicato ad alcuna attività economica: il sostentamento suo e della sua famiglia avveniva, infatti, attraverso lo sfruttamento di una o più proprietà fondiarie, lavorate da altri soggetti.Per questo motivo solamente un giovane appartenente ad una famiglia dotata di rendite fondiarie poteva pensare di entrare in politica.
Se disponeva di una condizione economica sufficiente ad esimerlo dallo svolgimento di quello che oggi definiremmo “un lavoro”, iniziava il cursus honorum di questo cittadino che può essere suddiviso in diverse fasi: 1) La prima condizione per il suo successo politico era lo svolgimento di un servizio militare della durata di non meno di 10 anni. Solo dopo questa lunga esperienza militare, egli avrebbe potuto presentarsi alle elezioni per le cariche minori di questione o edile. La velocità con cui si realizzava questa ascesa politica era, ovviamente, diversa da persona a persona. 2)Una volta che il cittadino , deposte le armi, presentava la sua candidatura politica , l’appoggio in senato o tra i magistrati illustri diveniva fondamentale dato che il suo nome doveva essere selezionato fra una rosa di candidati. Infine non va sottovalutato l’aspetto economico della candidatura politica: il futuro magistrato, infatti, doveva impegnarsi in una campagna elettorale che con il passare degli anni diventerà sempre più costosa, costringendo i candidati a contrarre dei prestiti, con la speranza di poterli restituire. 3)Una volta eletti alle cariche minori si poteva aspirare a quelle superiori , fino a giungere al vertice della repubblica con l’elezione a console o censore. Due erano i principi fondamentali che regolavano l’accesso alle cariche: a)La non duplicabilità : non si poteva essere eletti alla stessa carica per due anni consecutivi. b)Gli intervalli di tempo tra la scadenza di un mandato in una certa magistratura e la possibilità di presentarsi ad un’altra (intervallo fissato in 2 anni). Entrambi i principi avevano come scopo di evitare un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo. Questi principi,fecero si che in età ciceroniana bisognava avere: 37 anni per diventare edile curale; 40 per accedere alla pretura; 43 per il consolato. Il sistema così delineato comportava che colui che veniva eletto a una carica magistraturale, era uscito da uno lungo “collaudo” in cui erano state testate anzitutto le sue capacità militari attraverso una forte selezione che premiava solamente i migliori o, come accade ancora oggi, i più fortunati. Un’ulteriore conseguenza di questo sistema , che trova le sue radici nell’impegno militare del futuro magistrato, è che le legioni romane , per secoli costituite da cittadini-proprietari che si dedicavano alla guerra non per professione ma mossi da uno spirito patriottico, furono comandate da soldati esperti (i futuri magistrati) che in modo professionale assunsero tali funzioni. In conclusione occorre sottolineare che malgrado il rinnovamento del ceto dirigente, realizzato attraverso la creazione della nobilitas patrizio-plebea, la vita politica di Roma continuò ad essere controllata dalle consorterie nobiliari. Ciò trova conferma nel fatto che gli strati superiori della plebe, cominciarono anch’essi ad organizzarsi in gentes. Roma rimaneva, dunque, fortemente legata alle tradizioni. La formazione politica, militare e sociale dei membri della nobilitas patrizio-plebea , si ispirava alle tradizioni familiari, al ricordo dei grandi uomini vissuti nelle precedenti generazioni. In questo contesto il “popolo minuto” era chiamato a un ruolo di comparsa.