





































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Sintesi del volume di Rinaldo Comba.
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 45
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!






































Fra mondo antico e Medioevo.
Nei primi secoli dell’età cristiana una parte del continente euroasiatico era occupata da popolazioni dedite all’agricoltura e stanziate in pianure. Esse si insediarono in quel clima temperato che andava dalle coste del Britannia fino ad arrivare al mare della Cina, comportando lo stanziamento di tali popolazioni e la successiva formazione delle città. Dai bacini del Nilo, del Tigri e dell’Eufrate, le città di ridotte dimensioni si diffusero fino a nord tra Reno e Danubio, ai monti del Caucaso e fino a sud nei deserti dell’Africa e dell’Arabia.
Le città segnavano la linea di demarcazione tra chi era sedentario e civile: il termine civiltà e civile derivano da civica (città, collettività). A nord vivevano invece popolazioni nomadi, dedite alla pastorizia, considerate da Greci e Romani come barbari: questo termine deriva dal greco barbaro, forestiero, assumendo il sinonimo di rozzo, selvaggio e non civile.
L’area del Mediterraneo era caratterizzata da uno sviluppo urbano notevole, infatti le conquiste di Roma avevano introdotto le città, punti cardine su cui poggiavano le strutture importanti dell’Impero. Il Mediterraneo era il cuore dell’Impero, specialmente in ambito commerciale, infatti i traffici arrivavano ovunque, anche se l’attività predominante restava l’agricoltura. In questa società il gruppo dirigente non era scelto all’interno della categoria contadina, bensì da ceti medio- alti, caratterizzati dal possesso di latifondi estesissimi e con una formazione intellettuale solida. Questa classe era quella senatoriale e dei cavalieri.
Questa classe fu influenzato molto dal cristianesimo, tant’è che si convertirono a questa religione e assunsero ruoli importanti, anche nelle comunità cristiane. Fu appunto l’influenza culturale di questi convertiti a far adottare la nuova religione e a influenzare quest’ultima con il latino e il greco.
L’Impero possedeva circa 50 milioni di abitanti per 3.300.000 kmq e una densità demografica di 16 abitanti per kmq. Attorno all’area mediterranea, il clima eccessivamente asciutto e la natura del suolo non furono molto favorevoli allo sviluppo di una grande civiltà agricola. La scarsità di pianure, non impedì lo sviluppo della cerealicoltura, infatti spazi destinati ai cereali, alla vite e all’ulivo erano il paesaggio tipico di quelle zone. Caratteristica importante dell’agricoltura romana era la rotazione biennale, dove i campi erano sempre gli stessi e lasciati a maggese ad anni alterni. Gli allevamenti non occupavano queste zone, ma il saltus, ovvero zone più aride o montagnose; ne deriva così una distinzione tra saltus e ager (quest’ultimo dedicato all’agricoltura). Il ruolo dell’agricoltura era di primaria importanza, mentre il consumo di beni d’allevamento era subordinato e secondario. Vista la distinzione tra saltus e ager, la concimazione dei terreni era carente; tuttavia per supplire a questa realtà si elaborò quella che oggi viene definita dry farming o aridocoltura (coltivazione asciutta). Per conservare l’umidità, usavano l’aratrum leggero e di piccole dimensioni, che non sollevava zolle di terra, ma lasciava tra un solco e l’altro della terra non arata (questo per togliere le erbacce e lasciare intatte le piantagioni). I campi assumevano così una forma quadrata.
L’aratura e l’agricoltura assorbivano così un gran numero di forza lavoro, la quale era sopperita dall’abbondante presenza di schiavi, acquisiti dall’espansione dell’Impero romano. Questo gran numero di schiavi comportò però un rallentamento dell’invenzione delle tecnologie, il mulino ad acqua che era nato da tempo, per esempio, incominciò a diffondersi solo nel IV secolo.
La diffusione della viticoltura e della cerealicoltura fu uno dei più grandi contributi di Roma, favorendo l’aumento della popolazione e la commercializzazione di alcuni prodotti, quali frumento, vino, lana, olio e lino e la formazione dell’insediamento rurale.
La popolazione crebbe e ciò favorì l’allargamento delle terre e lo sviluppo dell’insediamento, tant’è che le aree aumentarono e si specializzarono su una particolare tipologia di produzione. Gli scambi si intensificarono e Roma fu una grande importatrice per via marittima, visto il costo inferiore rispetto via terra, di vino, grano, olio e legname da costruzione. Tutt’oggi dal Kent alla Provenza, dalla Dalmazia alla Spagna,
il paesaggio conserva numerose tracce di confini e di strade antiche tracciate da agrimensori romani secondo la pianta a scacchiera. I quadrati erano chiamati centurie, perché 100 volte più grandi dei lotti di 2 iugeri che la tradizione volle assegnati a Romolo. Le centurie venivano lottizzate e assegnate di volta in volta a veterani o nuovi coloni. Gli insediamenti provocarono l’insediamento delle ville rustiche romane, che costituivano i centri di grandi aziende agrarie e svolgevano un ruolo importante nella commercializzazione dei prodotti agricoli. Un tempo coltivate da schiavi, le ville furono frazionate in piccole aziende date in concessione a contadini liberi (coloni) o liberti o a servi casati (schiavi a cui erano assegnate una casa e delle terre dietro determinati obblighi verso il padrone). La divisione in due parti portò a una parte della terra amministrata direttamente dal padrone, mentre la seconda dal contadino o liberto, il quale consegnava parte dei prodotti e una somma in denaro e prometteva di coltivare anche le terre padronali.
La conquista dell’attuale Europa portò la fondazione di nuove città urbane, le quali ancora oggi mantengono tratti caratteristici delle fondazioni romane. Esse avevano piazze e strade lastricate, mercati, scuole, fognature e acquedotti, templi, palestre e edifici pubblici. Offrivano dunque condizioni di vita indispensabili per l’esistenza di una persona civile. La dinamicità delle città influiva anche sulle campagne circostanti; la città era il centro dell’attività industriale e artigianale. Tali attività emigrarono in buona parte delle province, i cui manufatti concorrevano con quelli italici e romani (per esempio i mantelli di Gallia erano molto richiesti a Roma). Le città ricoprivano primariamente il ruolo di organizzazione e coordinamento politico- amministrativo. Roma aveva attirato altre collettività urbane, che però avevano mantenuto i propri magistrati elettivi, inoltre i Consigli municipali, i cui membri erano scelti tra i proprietari terrieri, amministravano gli affari della città, provvedevano alla costruzione e alla manutenzione di strade ed edifici ed erano considerati anche agenti del governo per la riscossione delle imposte. Essi assolvevano questo ruolo anche per il distretto, ovvero il territorio vicino alla città che le apparteneva sempre. Il loro operato era controllato da governatori della provincia e imperiali. Le città fungevano anche da avamposto militare, infatti quando nel III secolo incominciarono le incursioni da nord, videro la costruzione di mura sempre più alte e massicce. La città svolgeva una funzione religiosa, conservava infatti gli edifici di culto e i sacerdoti. Dal punto di vista cristiano, le città erano la residenza del vescovo, che sotto Costantino stabilirono continuativamente la loro residenza nella città: le città ben presto divennero le diocesi.
Coloro che vivevano nella città erano quelli che avevano un ruolo amministrativo, sociale ed economico nella società romana. Nel I secolo a.C. chi godeva dei diritti erano gli italici, anche se poi gli imperatori estesero tale diritto di cittadinanza a tutti coloro che facevano parte della classe più alta di tutte le città dell’impero. Sarà nel III secolo d.C. che tutti i cittadini liberi otterranno la cittadinanza.
Tra coloro che godevano della cittadinanza, emergevano la classe senatoriale e la classe dei cavalieri, ambedue in possesso di numerosi latifondi. Nel Senato entravano a far parte i figli dei senatori oppure per decisione imperiale.
L’aristocrazia senatoria era di tipo ereditario e i senatori dividevano il loro tempo nella letteratura, nella filosofia, nella gestione dei propri latifondi e nella partecipazione amministrativa/militare delle province.
Al ceto dei cavalieri era possibile entrare solo per volontà imperiale: egli sceglieva tra i curiales, ovvero tra i cittadini romani che costituivano le singole aristocrazie municipali. Nel IV secolo, però, la classe cavalleresca scomparve grazie al volere di Costantino, il quale permise alle aristocrazie cittadine di entrare in Senato. Alla metà del secolo i senatori si dividevano in: ‘Clarissimi’, ‘Spectabiles’ e ‘Illustres’.
Grazie al controllo delle magistrature cittadine e il servizio nella burocrazia, essi avevano tra le mani la vita politica, economica e culturale di Roma. Contadini, mercanti, artigiani e schiavi subalterni a tutto questo.
L’insegnamento si articolava in tre rami: elementare, grammatico e retore.
Il primo gradino si compiva verso i sette anni e finiva verso gli undici dodici, dove l’infante imparava a leggere e scrivere e a fare i conti. Veniva poi affidato a un grammatico, che gli insegnava a parlare e a scrivere meglio e lo iniziava con gli autori classici. Verso i quindici e i sedici anni, il giovane che voleva approfondire le regole del discorso latino andava a scuola di retorica. Egli diveniva o un oratore, o un avvocato e lo studio dell’eloquenza era importantissimo nell’educazione romana.
La diffusione della religione cristiana e l’impossibilità di sradicarla fanno sì che essa venga accettata; inoltre, visto l’ordine gerarchico e il mantenimento del rispetto dei diversi gradi, la religione alla fine del secolo divenne religione di stato, nonché arma dell’Impero per governare tranquillamente il paese. L’organizzazione cristiana andò a coincidere con l’organizzazione politica.
Il periodo che va dal 235-al 284 d.C. è detto anarchia militare, caratterizzato da ribellioni dei capi militari, guerra civile, debolezza del potere imperiale. Le legioni deponevano e eleggevano gli imperatori e il Senato non riusciva a imporre la propria volontà. Il potere di destituire o di innalzare un imperatore era passato nelle mani dell’esercitò.
Diocleziano (284-305) salì al potere alla fine di questa anarchia e cercò di risolvere il tutto con audacia. Egli creò la tetrarchia , ovvero il governo a quattro, in cui si combinavano il sistema dell’adozione e la pratica della spartizione del potere. Il potere imperiale era diviso in due parti, infatti si avevano due imperatori (augusti), l’uno con il compito di governare l’Oriente (Diocleziano) e l’altro l’Occidente (Massimiano). Ognuno di essi aveva un “cesare”, destinato a succedergli dopo la morte, in modo da evitare le lotte di successione. La tetrarchia spezzò l’unità dell’Impero, non creò due stati diversi, anche perché restò uno solo, ma non si poteva più parlare di unico.
Diocleziano nel 305 si ritirò perché pensò di aver concluso il proprio mandato. Alla sua discesa, si scatenarono rivolte per la successione e, dopo due anni di lotte, il potere passò nelle mani di Licinio e Costantino (il primo l’Oriente e il secondo l’Occidente), finché nel 324 Costantino vinse l’avversario e vi rimase fino 337, anno della sua morte.
Diocleziano divise l’impero in quattro prefetture: Gallie, Italia, Illirico e Oriente. A loro volta suddivide in dodici diocesi (ammnistrazione), governate da vicari con funzioni fiscali e giudiziarie, ciascuna con un numero di province. Il potere fu dato alle mani di un dux dipendente dai tetrarchi. In questo modo, Diocleziano assegnò un piccolo numero di soldati ai governatori, assicurandosene la subordinazione. L’impero si trovava di fronte a due grandi riforme: quella sull’apparato militare e quella fiscale.
L’esercito era di frontiera ed era posto sul limes (confine) che separava l’impero dal mondo dei barbari. Tuttavia il limes si dimostrava fragile a causa dei continui attacchi. Si aveva la necessità di un grosso esercito di manovra, stanziato nelle grandi città e capace di intervenire nei momenti di bisogno. I suoi appartenenti andarono a chiamarsi comitatenses, perché si muovevano a seguito del comitatus imperiale. Il problema del confine fu risolto con la creazione della milizia territoriale, costituita da limitanei. Coloro che erano parte dell’impero poteva sottrarsi all’obbligo militare pagando una tassa: fu proprio per questo motivo che si ricorse a elementi germanici. Diocleziano doveva assicurarsi una riforma fiscale, capace anche di pagare i diversi eserciti, dunque fece redigere un inventario completo di tutte le risorse economiche dell’impero e basò il suo sistema di riscossione su due imposte (già note): l’imposta fondiaria, chiamata annona e quella personale. La prima era fondata sulla variabile dei terreni e delle colture, chiamata iugum (quantità di terra arabile in un giorno da una coppia di buoi); l’unità personale colpiva la manodopera disponibile, caput , in base a ogni singolo. Si chiamarono così imposta iugatio e imposta capitatio.
L’annona era riscossa in natura, in modo da assicurare all’esercito le provviste. Le imposte previste ogni cinque anni, nel 312 fu rivista e divenne a quindici. Il periodo quindicinale era chiamato “indizione”: le imposte rimanevano invariate per tutto questo periodo. Questo modello di induzione restò in voga anche nel Medioevo.
La forte pressione fiscale e l’incertezza diffusa da guerre e invasioni causarono trasformazioni importanti.
I fenomeni più importanti furono: peggioramento delle condizioni dei coloni; la concentrazione delle terre e l’incremento del potere dei grandi proprietari fondiari; l’instaurarsi di un rapporto di solidarietà fra i piccoli contadini e i latifondisti, che impedì alle rivolte contadine di avere successo.
L’esodo delle campagne, indusse gli imperatori a fermare questo fenomeno e applicarono l’imposizione che i figli dovevano perseguire il lavoro del padre: essi erano liberi di fronte al proprietario terriero, ma dovevano restare legati alla terra (servus terrae).
La grande proprietà terriera crebbe e il proprietario dominava, oltre agli schiavi, anche i coloni che coltivavano le terre assegnate. Gli agricoltori si commendavano a lui (si raccomandavano, mettendosi sotto la sua protezione, impegnandosi a obbedirgli) ed entravano a far parte della sua clientela e gli offrivano servigi. I latifondi erano esenti dalle tasse, avevano l’ immunitas , e fu applicata specialmente alle proprietà fiscali dello Stato. Era inutile che una terra dello stato pagasse le tasse a se stessa. In caso di vendita o donazione, una terra fiscale continuava a essere immune. Con il tempo i grandi proprietari andarono ad amministrare la giustizia sui propri dipendenti e si circondarono di armati. Le ribellioni delle campagne furono moltissime e i ribelli videro nei barbari loro alleati e liberatori.
Con Costantino, l’impero ormai prevedeva la suddivisione tra Oriente e Occidente, tant’è che questi formò una nuova capitale per l’Oriente, ovvero Costantinopoli. Essa fu considerata la nuova Roma e fu creato un secondo senato. A causare anche quest’altra suddivisione fu la diversità della religione orientale, in cui si discuteva in modo animato per le diverse dottrine.
La situazione economica favorì l’Oriente, meno colpito dalla crisi e dall’anarchia militare. Non si deve però pensare che in Occidente vi sia un regresso, anzi, nel III secolo le città e i commerci rinacquero.
La separazione tra Oriente e Occidente divenne ancor più pesante alla morte di Teodosio (395), a cui dovettero succedergli Onorio e Arcadio: al primo fu assegnato l’Occidente con capitale Milano e al secondo l’Oriente con Costantinopoli come capitale. Si creano fratture insanabili che causarono il distaccarsi di questi “imperi” e la conformazione di due dinastie diverse. Costantinopoli a questo punto cercò di deviare le invasioni barbariche verso l’Occidente, alleggerendo la pressione barbarica.
Vista l’impossibilità di estirpare il cristianesimo da parte di Diocleziano, nel 313 Costantino e Licinio pubblicarono l’editto di Milano, che pose fine alle persecuzioni dei cristiani e l’apertura a una nuova politica.
I cristiani cercarono di migliorare le condizioni di vita degli schiavi, ma non pensavano affatto di abolire la schiavitù come istituzione. Esso voleva aiutare i poveri e occuparsi dei problemi interiori delle persone.
La politica di avvicinamento di Costantino avvenne su tre livelli:
Nel 325 fu convocato il Concilio di Nicea, un’assemblea di vescovi per porre fine alla discussione trinitaria. La disputa fu tra Ario, che riteneva il Padre di natura superiore al Figlio, e Atanasio, che attribuiva al Figlio la natura stessa del Padre. Al concilio partecipò anche Costantino, non battezzato, e si decise che Atanasio aveva ragione e si condannò Ario. Era importante per l’Impero avere un alleato stabile come il cristianesimo, tuttavia il concilio di Nicea non pose fine alle dispute.
Dopo quest’assemblea, l’azione imperiale fu influenzata da due fattori: frequenti cambiamenti di orientamento degli imperatori; sostegno assoluto offerto alla nuova religione alla fine del IV secolo.
Un esempio di cambiamenti può essere Costanzo II (337-361) che favorì l’arianesimo, giungendo ad annullare le delibere di Nicea. Proprio in questo periodo il vescovo Ulfila traduceva le Sacre Scritture nella lingua del proprio popolo e lo convertiva all’arianesimo. Questa diffusione religiosa cagionò il distanziarsi dei germani dalla popolazione di Roma. Una parentesi politeista avvenne con Giuliano (361-363), che rinnegò il cristianesimo, quest’ultimo lo appellò apostata. Giuliano allontanò i cristiani dai ruoli
pelli e corteccia. L’alto numero di abitanti e la difficoltà nel reperire cibo portavano a carestie costanti e a razziare le popolazioni sedentarie, come quelle dell’Impero.
La società unna era organizzata in tribù, la quale era costituita da clan, ovvero da vari gruppi di famiglie di un ceppo comune. Il popolo era composto da varie tribù.
Come gli altri popoli germanici, gli Unni eleggevano un numero imprecisato di condottieri soltanto in tempo di guerra e non avevano un monarca. Conoscevano quella figura dei ‘capi di guerra’.
Come mai un popolo così arretrato mise in ginocchio i romani?
Nel 376 essi riuscirono, con l’aiuto degli Alani, a sottomettere gli Ostrogoti e di sfruttarli, visto che da tempo praticavano l’agricoltura sedentaria in modo più che assodato. Ciò mise gli Unni nella possibilità di avere maggiori guerrieri e di poter sostenere maggiori spese, visto che non dovevano coltivare i campi, ma avevano tutto pronto.
Con il nome di Germani intendiamo un complesso di popolazioni che, verso il IV secolo, occupavano le vaste regioni situate a nord dell’Impero tra il mare del Nord e il mar Nero. Sassoni, Danesi e Frisoni sono i “germani del mare”, Paesi Bassi e Jutland, i “germani delle foreste” nell’attuale Germania e “Germani delle steppe” occupavano l’Ucraina.
I contatti con il mondo romano erano esistenti e si scambiavano bestiame, schiavi e ambra con vino, grano, prodotti di lusso, vasellame da tavola, vasi di vetro, armi, ornamenti.
Vanno considerati due momenti importanti: la fragilità dell’economia germanica e il ruolo economico della razzia e della guerra. I campi coltivati da questi popoli erano di circa una decina di ettari e vi praticavano una periodica rotazione delle colture, lasciando per più anni a maggese i terreni che non avevano fertilità. I Germani si comportavano come i nomadi verso i loro vicini e la razzia e la guerra erano considerate attività “economiche”. Di tanto in tanto questi popoli abbandonavano i territori tribali in cui si erano spostati per decenni e si trasferivano a centinaia di chilometri.
All’interno della società non vi erano istituzioni che costringessero gli individui a eseguire gli ordini emanati dall’autorità. Solo in caso di guerra veniva convocata l’assemblea dei guerrieri, che eleggeva un numero di condottieri. In periodo di guerra erano tre gli organi decisionali: consiglio dei capi tribù, “capi di guerra” e l’assemblea dei gerrieri. Le decisioni insieme venivano prese anche quando si doveva decidere se arare o meno un campo, anche se la concessione del terreno veniva fatta secondo classe: il suolo arabile non era cioè più distribuito fra i clan, ma fra individui singoli secondo il prestigio e la ricchezza di ognuno. I personaggi più rappresentativi del pagus e i guerrieri che godevano di maggior prestigio ricevevano probabilmente gli appezzamenti più grandi e fertili.
Furono due fenomeni a distruggere i tre organi della società germanica:
a. Lento emergere di un re elettivo in sostituzione dei capi di guerra.
b. La nascita di un’aristocrazia guerriera provvista di proprie clientele armate.
Nel I secolo l’assemblea non votava più i capi, ma il capo: quindi il re diviene elettivo. Una nuova istituzione che distrusse l’equilibrio fu la clientela militare o comitatus. Fino al I secolo chiunque volesse fare una razzia poteva reclutare un minimo di guerrieri o di compagni, anche senza l’accesso al consiglio. Le clientele causarono: in ambito di bottino, esso veniva suddiviso tra i componenti della banda, incrementò le disparità economiche nei clan e i comites erano trasformati in una classe favorita, separata dal resto. Il potere dei capi si rese indipendente dal controllo dell’assemblea. Dopo queste nozioni riguardanti il primo secolo, non abbiamo più testimonianze e restiamo in silenzio fino al IV secolo, quando anche per i germani hanno importanza due figure istituzionali come il re e l’assemblea del popolo in armi.
L’educazione delle giovani menti era diversa rispetto a quella impartita ai rampolli romani. Essi avevano un’educazione rude di contadini e guerrieri, avevano esercizi fisici, gareggiavano nel compiere bravure, si esercitavano per essere degni di combattere con gli adulti. Così esercitati venivano ammessi all’assemblea di armati, dove ricevevano scudo e lancia. La cultura intellettuale era inesistente, esisteva una scrittura
germanica, la runica , segni alfabetici dell’antica scrittura germanica. Era d’uso magico e soltanto i sacerdoti la conoscevano. La cultura era di tipo orale, anche se a contatto con il mondo romani, subirono un processo di acculturazione. I primi a subire ciò furono i Goti, che aderirono all’arianesimo e grazie alla produzione del libro di Ulfila, vescovo ariano di origine gota, che tradusse la Bibbia nella lingua del proprio popolo, furono tra i primi a assurgere al rango di lingua letteraria. I Germani non premevano sul mondo romano soltanto dall’esterno. Vista la possibilità di evadere l’obbligo militare, si favoriva inevitabilmente il ricorso a elementi germanici nell’esercito dell’impero. Crebbe infatti il numero degli ufficiali barbarici, nel IV secolo, che salirono ai gradi più alti fino al comando supremo. Avendo ricoperto gradi alti nell’esercito consentiva di entrare in senato, quindi, anche i germani entrarono in quest’istituzione. Diocleziano si ritrovò al vertice di un apparato eterogeneo con tensioni diverse da quelle che si avevano nella compagine imperiale. Un esempio può essere la vicenda di Stilicone. Egli era figlio di un generale vandalo, al servizio di Teodosio, il quale aveva adottato una linea di alleanza nei confronti dei Visigoti. Quando Teodosio morì, visto che Stilicone aveva sposato una delle sue figlie, il potere passò nelle sue mani. Lui dovette cercare di sedare e di trovare punti di contatto con l’aristocrazia. Dovette anche cercare una politica conciliante nei confronti dei Visigoti di Alarico, infatti cercò di legarli all’impero d’Occidente come alleati. Fu visto come un tradimento questo suo gesto da parte di chi guardava con stima alla politica antigermanica dell’Oriente. Onorio passò al partito antigermanico e Stilicone fu ucciso. Alarico nel 410, vista la debolezza dell’Impero, diede il via al sacco di Roma. Questo gesto destò numerose perplessità e paure, come scrive s. Agostino nel suo “De civitate Dei”.
Nella parte Orientale si ha dunque un sistema di conservazione dell’impero a Occidente, invece, tutto crolla. Si ha l’inizio quindi della formazione di quelli che verranno chiamati regni romano-germanici.
La fede ariana distingueva i germani dalle altre popolazioni e l’episcopato cattolico cercò di assimilarli culturalmente e di convertirli. La conversione di un re era la premessa migliore per la conversione di un intero popolo. I Franchi furono tra i primi a subire questo processo, grazie alla conversione di re Clodoveo e del suo popolo ancora politeista. I Germani imitarono i modi di vita delle popolazioni locali e si trasformarono: i contadini divennero proprietari terrieri e le aristocrazie militari divennero aristocrazie fondiarie. I re germanici furono da capi militari di gruppi tribali a guide politiche di regni territorialmente compatti. I germani furono accettati come alleati ( foederati ) e si trovarono a convivere con gli ufficiali, i funzionari, l’amministrazione precedente. A tutto ciò si aggiunse anche le strutture tribali dei popoli germanici si mostrarono inadeguate, quindi i re si convinsero a usare il sistema romano e le città rimasero il punto di riferimento delle strutture ecclesiastiche.
Furono i Visigoti a creare il primo di questi regni. Dopo aver saccheggiato Roma, essi vagarono dall’Italia alla penisola iberica, scontrandosi con Alani, Vandali, Suebi. Essi si insediarono in Gallia, mediante l’hospitalitas, ovvero i germani ricevevano terre tolte ai proprietari romani, ma lasciavano sopravvivere strutture amministrative precedenti. I Suebi costituirono il loro regno e controllavano Galizia, Lusitania, Betica (tre province su cinque della penisola iberica). I Vandali abbandonarono la Spagna e passarono in Africa dove furono accettati come federati dell’Impero.
Nel 436 i Burgundi si estesero a ovest, prima occupavano solo la Renania, ma furono schiacciati da re Ezio e fu quindi la fine del primo regno burgundo. Ciò che ne restò fu trasferita in Savoia. Fu questa la “prima generazione” di regni romano-germanici.
La corte imperiale situata a Ravenna metteva l’uno contro l’altro i popoli germanici oppure riconosceva loro la qualifica di foederati. Tale qualifica permetteva ai barbari di conservare il loro diritto e le loro organizzazioni autonome.
Per ospitare e dare da mangiare ai Germani usati in guerra, la corte doveva usare il sistema dell’hospitalitas, che variò nel V secolo. Funzionari e soldati venivano muniti di approvvigionamento grazie all’annona, sia di carte di alloggio che permettevano la requisizione di un terzo delle abitazioni romani. Come già detto, nel V secolo si andò a modificare e la requisizione di un terzo si trasformò in abitazione definitiva dei soldati su una parte delle terre romane.
A Ravenna prevalevano ancora atteggiamenti antigermanici, anche se la politica di convergenza tra i due popoli si rivelò fruttuosa: si riuscì a far sistemare i suoi inquieti e pericolosi federati barbarici in regioni
parallelismo: i goti erano una minoranza rispetto al ceto dei possessori e mediante l’hospitalitas fu loro concesso un terzo delle terre dei possessori; dall’altra parte i romani formavano sul piano giuridico e religioso una comunità distinta che si reggeva secondo le sue istituzioni tradizionali.
I rapporti tra questi furono inizialmente improntati a grande equilibrio. Gli interessi dell’aristocrazia furono rispettati e illustri e colti rappresentanti di questa classe ricoprirono posti importanti di amministrazione (Cassiodoro, Boezio, Simmaco). L’emanazione, da parte di Giustino I, di severe misure contro la dissidenza religiosa, provocò in Italia una certa tensione tra i Goti, ariani e cattolici.
Teodorico decise di abbandonare il piano conciliante che aveva in mente e decise di colpire i senatori che gli apparivano favorevoli a Bisanzio: Severino Boezio e Simmaco, presidente del Senato, furono imprigionati e accusati di complotto. Condannati a morte, Boezio scrisse “La consolazione della filosofia”. La morte di Teodorico (526) lasciò aperto alle ambizioni dell’Oriente un regno in crisi. Amalasunta cercò di riconciliare i romano latini con i Goti. Fece appello a un suo cugino romanizzato, Teodato, e lo associò al governo, ma questi la fece imprigionare e poi uccidere. Il nuovo imperatore Giustiniano usò il pretesto per riprendere la conquista d’Italia. Gli Ostrogoti furono dunque avvolti nella con l’Impero.
I barbari che occuparono i territori dell’impero Occidentale erano meno numerosi delle popolazioni romanizzate che vi risiedevano da secoli. La romanità sopravvisse grazie alla larga diffusione del regime d’ospitalità, infatti si conservò la struttura amministrativa, agraria, politica e sociale. La conservazione fu segno anche di ammirazione. Furono mantenute le imposte, anche se non erano pagate dal clero e dai “germani” che erano federati: le tasse gravavano sui romani.
Ai tempi del re ostrogoto Totila, verso il V secolo, Roma si svuotò della maggior parte dei suoi abitanti; Ravenna resiste. Nascono nei regni romani germanici delle nuove capitali politiche, che accolgono al proprio interno la corte del re. La corte, tuttavia, non riesce a trasformarle in veri centri amministrativi. La città resta il centro della circoscrizione ecclesiastica: vi risiedono un rappresentante del re (conte) e un vescovo. Nell’Italia Ostrogota e nell’Africa vandala sopravvivono alle invasioni anche le scuole cittadine dei grammatici e dei retori. La scuola antica regredisce a mano a mano che l’assimilazione dell’aristocrazia romana con la germanica regredisce. VII secolo segna la sua definitiva scomparsa. La cultura greco romana non muore, ma è trasmessa da alcuni letterati cristiani. Nel VI secolo nascono le scuole cristiane, dove si studia soltanto la Bibbia. A insegnare è il parroco o un maestro delegato dal vescovo, i quali danno ai chierici tutto ciò che non ricevevano dalla scuola antica. I giovani laici non vi possono accedere al momento; vi entreranno più tardi. I chierici nel frattempo diffondono la dottrina cristiana attraverso la predicazione accessibile a tutti e in modo semplificato, specialmente in campagna.
Se in Occidente abbiamo una riduzione dell’economia urbana e mercantile, in Oriente abbiamo la situazione inversa; se nella prima zona abbiamo la formazione dei regni romano-germanici, nella seconda abbiamo la liberazione dalle pressioni germaniche e il permanere di un impero, che sopravvivrà fino al 1453, anno in cui i Turchi occuperanno e conquisteranno Costantinopoli. La civiltà bizantina (da Bisanzio, antico nome di Costantinopoli) è una società distinta, che trova le sue origini da Diocleziano a Costantino per tre motivi:
Sia la forte struttura statale sia la cultura ellenistica romana sopravvissero nell’impero di Bisanzio, anche se la religione cristiana si innalzò sopra tutto, specialmente nel suo rapporto con lo stato. Essa restava comunque sottomessa allo stato. A Costantinopoli si andò a diffondere il cesaropapismo (da ‘Cesare’ e ‘papa’), per cui l’imperatore tendeva ad assumere responsabilità anche in campo spirituale. Questo stato disponeva di una consolidata burocrazia, di un sistema efficiente fiscale, di un esercito permanente, scuole e una flotta agguerrita.
Tuttavia Bisanzio non ereditò lati positivi: tra i problemi conseguiti vi furono il rapporto con le popolazioni germaniche, specialmente quelle a sud del Danubio e quello dei dissidi di carattere religioso. Nella seconda metà del V secolo la pressione degli Ostrogoti in Pannonia (Ungheria attuale) preoccupò moltissimo, ma fu
risolta convincendo il re Teodorico a dirigersi verso Occidente per abbattere Odoacrea (488). Un altro problema furono le ribellioni isauriche, che furono combattute con guerre regolari. A spezzare la loro resistenza fu Atanasio I, che deportò in massa gli Isauri, ufficialmente non barbari e viventi all’interno dell’Impero, chiuse definitivamente la crisi etnica. Anche il problema monofisita fu affrontato, vista la diffusione forte che aveva avuto.. Zenone tentò nel 482 di accordarla con i Concili ecumenici chiamati ‘Henotikon’ (editto dell’unione). Il tentativo fallì e provocò tra Roma e Costantinopoli uno scisma di trent’anni. Teodora, moglie di Giustiniano, darò protezione ai monofisiti.
La Chiesa trovò in Giustiniano un protettore e un capo estremamente fermo, che ne fece una fedele collaboratrice. Egli arrestò papa Vigilio, contrario alla politica di unione con i monofisiti: la politica religiosa dell’imperatore, però, fu destinata a perire. I monofisiti non placarono le rivolte; in Italia, si creò una spaccatura, dove alcuni vescovi del nord, capeggiati ad Aquileia da Paolino non riconobbero papa Pelagio, allineato alla politica di Giustiniano. “Scisma di Aquileia” duro circa un secolo e mezzo.
Durante l’epoca di Giustiniano, il monachesimo ebbe origine e conobbe una delle sue figure più importanti in Benedetto da Norcia (480-543), fondatore del monastero di Montecassino (in provincia di Frosinone, Lazio). Già ai tempi di Benedetto il monachesimo si era diffuso ed ebbe origine con le esperienze religiose degli eremi , che dal III al IV secolo praticavano vita ascetica di isolamento individuale. Essi volevano la mortificazione delle passioni e dell’esercizio dello spirito, il desiderio di un ideale di martirio che sostituisse quello del sangue. Il monachesimo ebbe origine da una nuova forma cenobitica, ovvero la diffusione dei cenobi (comune ‘koinos’, vita ‘bios’), dove le comunità monastiche desiderose di incarnare mediante pratiche ascetiche e la meditazione, l’ideale evangelico di perfezione e di penitenza. Solo nel monastero, si credeva, fosse possibile realizzare le virtù cristiane. Fu nel III secolo, Pacomio a stabilire la prima regola di vita comunitaria: i cenobiti vivevano del proprio lavoro e praticavano la castità, la povertà e l’ubbidienza.
Il monachesimo giunse fino in Irlanda, proprio per evangelizzare l’isola, grazie all’azione di san Patrizio e i suoi discepoli dal 432. Essi erano monaci itineranti e non agivano tramite “conquista”.
San Benedetto da Norcia propose la Regola:
I benedettini non svolsero una funzione missionaria di predicazione del messaggio cristiano, anche se nel VI
secolo Gregorio I (Magno) ne fece un mezzo di evangelizzazione.
Giustiniano volle restituire all’impero l’unità universale che gli spettava, anche creando una religione unica e coincidente con il mondo cattolico. Combattere contro le popolazioni germaniche di fede ariana significava lottare anche per quest’affermazione. Bisanzio decise quindi di espandersi e riconquistare l’intero Occidente: Goti e Vandali, ariani, si erano urtati con i romano cattolici, molti dei quali simpatizzavano per l’impero d’Oriente, i regni romano germanici del Mediterraneo si erano indeboliti da crisi dinastiche e l’impero aveva concluso una pace con i Parti e poteva ritirare parte delle truppe dai confini orientali.
I primi a fare le spese furono i Vandali, che furono rioccupati fra il 533 e il 534. Non ci si limitò a riconquistare l’Africa, ma si puntò a ricomporre le istituzioni e i rapporti sociali precedenti alla loro
Nel VII secolo la predicazione di Maometto diede le basi per la formazione dell’Islam. Esso riuscì a trasformare le bellicose tribù beduine, in perenne lotta tra loro, in un popolo unito dalla fede in un unico dio e guidato da un capo. Questi popoli si trasformarono in un popolo di conquistatori, infatti dalle razzie beduine si passo al concetto di “guerra santa”. Il Mediterraneo, asse principale dei traffici a lunga distanza, decadde rimanendo un’area di scambi relativamente importante.
Il fatto che questo popolo riuscì a insediare Bisanzio e non solo fu dettato dal fatto che si organizzarono: furono retti da un’amministrazione centrale efficiente e coordinata da un “successore” di Maometto, chiamato califfo. Quest’amministrazione è sostanzialmente modellata su quella bizantina che hanno trovato in Siria ed Egitto al momento della conquista. L’Oriente subì una grande amputazione territoriale e divenne sempre più uno stato greco.
Prima di Maometto e della sua predicazione, si aveva a che fare con una popolazione di nomadi, chiamati beduini arabi; solo a Sud vi era un popolo sedentario e agricolo. I beduini scortavano le carovane dei mercanti lungo il deserto e assicuravano ai sedentari protezione contro altri gruppi nomadi. L’organizzazione sociale e politica non andava al di là delle tribù e nel mosaico religioso troviamo un mosaico politeista, dove gli Arabi adoravano un ampio numero di divinità. Le attività religiose e commerciali si integravano presso i santuari, i quali erano i punti di contatto religioso e sociale tra le varie tribù. Questi luoghi di culto, nei momenti di pellegrinaggio, divenivano luoghi commerciali tra sedentari, mercanti e tribù vicine.
Mecca era una città simbolo di questo fenomeno commerciale e religioso. Quivi si ha la Kaaba, il santuario che si dice costruito da Abramo e dal figlio Ismaele, all’interno del quale vi sono trecento idoli e la famosa “pietra nera”, un meteorite.
La predicazione di Maometto ebbe inizio attorno al 610 alla Mecca, centro religioso e commerciale dove più vive erano le tradizioni derivanti dai cambiamenti che si verificavano nella società araba tradizionale. Maometto parlava di Allah e lo vedeva come un Dio unico. Egli era creatore di tutto, infinitamente buono e potente; l’uomo doveva essergli riconoscente, adorarlo, sottomettersi a lui. Il castigo eterno spetta agli ingrati e ai ricchi che non si purificano donando ai poveri parte delle ricchezze. La predicazione di Maometto incontrò l’opposizione de Quraysh, custode del tempio politeista, in quanto questa religione andò a inserirsi tra gli artigiani, gli operai, gli schiavi e i disprezzati. La comunità maomettana fu perseguita.
Nel 622 Maometto e la sua comunità religiosa abbandonarono La Mecca e si trasferirono a Yatrib, che prese il nome di Medina. Quivi nacque un nuovo tipo di comunità comprendente, oltre ai credenti emigrati dalla Mecca e ai membri delle tribù arabe locale, gli stessi Ebrei, che speravano di trovare in Maometto il Messia.
Quest’esodo fu chiamato egira. I dieci anni che separano questo evento dalla morte di Maometto (632), fecero si che la religione si legò al mondo arabo.
Sono tre gli aspetti che possono essere individuati nel processo di arabizzazione dell’Islam: rottura dei legami originari con il giudaismo e il cristianesimo. Durante il periodo meccano, il giorno del digiuno rituale coincideva con quello ebraico, la direzione verso cui rivolgersi era Gerusalemme e Maometto si pensava fosse il prosecutore di Abramo e Gesù. Gli Ebrei però vollero contrapporre i loro libri sacri alla predicazione di Maometto, creando così la frattura: la vera fede, sostenne Maometto, era quella in Abramo, che non era “né ebreo né cristiano, ma uomo sottomesso a Dio”. I musulmani non si sarebbero più rivolti a Gerusalemme ma verso la Kaaba. Fu abolito il divieto di poligamia ereditato dalla tradizione giudaica. Il venerdì prese posto del sabato ebraico e il ramadan mese di digiuno. Si ebbe un ricongiungimento con la razzia beduina, infatti non avendo mezzi per vivere, essa si prefigurava come l’unica e solida fonte di sopravvivenza. La razzia fu elevata a guerra santa contro i nemici dell’Islam. Il rientro armato alla Mecca e il recupero della Kaaba, che costituivano il principale punto di riferimento, con la distruzione degli idoli nel tempio, fece si che i mercanti si convertissero.
L’unità del mondo musulmano era dovuta soprattutto all’osservanza di un’unica fede, con un rigido monoteismo. Le leggi dell’Islam si fondavano sugli insegnamenti di Maometto, che tuttavia non preoccuparono di fonderli in un volume. Essi furono raccolti e tramandati nel Corano. La redazione definitiva avvenne nel 653. Essa divenne regola di governo.
La forza principale dell’islamismo era il monoteismo senza compromessi, con l’impossibilità di rappresentazioni di immagini della divinità: un monoteismo che impediva il sorgere di questioni dottrinali simili a quelle del mondo cristiano. Per Maometto, gli uomini al momento del giorno del giudizio o sarebbero finiti nel fuoco o nel paradiso fatto di perenni delizie. Si dovevano rispettare dei precetti:
Il Corano non condannava la proprietà, il commercio, la locazione, il lavoro salariato, ma soltanto l’usura e i guadagni. L’Islamismo vide nella guerra santa un impegno occasionale.
Maometto morì e la società islamica si divise in tre fazioni e ognuna cercò di far valere il proprio diritto di discendenza e di possibile guida.
Vi erano i “Compagni” del profeta che volevano scegliere uno dei primi e suoi più fedeli; i “Legittimisti”, o Sciiti, che intendevano applicare un criterio dinastico e far eleggere Alì, cugino e genero di Maometto, e i Sunniti, che si definivano una comunità unità dalla tradizione e dal Corano. Essi sostenevano gli Omayyadi, la più potente famiglia aristocratica del Quraysh.
Dalla morte di Maometto, le tre fazioni riuscirono a far eleggere un successore di Maometto. Ci fu un trentennio, dunque, di pausa che si è soliti identificare come califfato elettivo e fu caratterizzato da un profondo travaglio: tre califfi morirono assassinati e non poche tribù beduine si dimostrano refrattarie ad accettare la supremazia dei califfi.
La politica espansionistica e di conquista di diversi territori portò a un grande problema dei paesi arabi, ovvero la loro amministrazione. Alcuni fattori permisero di rendere stabili le loro conquiste: organizzazione di un’amministrazione statale, l’evoluzione del califfato in un potere ereditario e assoluto, il radicamento degli arabi nelle province. Essi in Siria ed Egitto trovarono costruzioni statali assodate dall’epoca romano bizantina. Essi dal modello persiano presero la dogana: l’amministrazione finanziaria che gestiva gli introiti pubblici. Gli Arabi attinsero dal senso dell’unità e delle prerogative dello Stato che andava ben oltre le loro tradizioni di anarchia tribale. Il califfato divenne una monarchia assoluta di tipo orientale e non si limitò più a coordinare i rapporti tra tribù, ma si pose secondo schemi Persiani e Bizantini. Si creò una classe di proprietari terrieri arabi, esenti dall’imposta fondiaria, reclutati fra i membri del suo clan famigliare.
Poco per volta vi fu una seconda ondata di conquiste e in meno di un secolo l’Islam arrivò dall’Indo all’Atlantico, dai monti del Caucaso ai deserti del Sahara. Gli Arabi strapparono alla cristianità il dominio incontrastato del Mediterraneo, che perse gran parte della tenaglia che andava dall’Armenia alla penisola balcanica. Il mondo musulmano era diviso però in lotte politico religiose, che costituivano in origine un prolungamento naturale dei vecchi antagonismi delle tribù. Nel 750 gli Abbassidi si ribellarono e tennero il califfato fino al 1258. Emirati indipendenti sorsero a macchia d’olio come quello di Cordova in Spagna. Anche da un punto di vista fiscale furono coniate monete musulmane che andarono a sostituire quelle bizantine o persiane.
Le conquiste arabe di molti territori, compresi quelli dell’impero, aprirono la strada a nuove rinunce territoriali da parte di Bisanzio. Nel VIII e IX secolo l’impero perse tutti i territori che gli erano rimasti nella penisola italiana e Sicilia. Dopo il 750, i Bulgari divennero fonte di gravi preoccupazioni, ma Bisanzio vi controllò le regioni più vitali. Leone III Isaurico sconfisse gli Arabi che assediavano Costantinopoli e bloccò, definitivamente, la loro espansione. Bisanzio mutò le vecchie prefetture e furono sostituite da quattro ministeri degli affari interni ed esteri, dell’esercito, delle finanze e degli affari imperiali. Il dissidio con la
ciò fu il “Liber iudiciorum” che si ispirava sia al diritto romano, sia a quello consuetudinario (quest’ultimo valido solo ai visigoti). Si ha a che fare con un testo legislativo che superava il regime della personalità delle leggi e realizzava la fusione giuridica di Romani e Germani. A minare il regno Visigoti fu l’anarchia dell’aristocrazia e i frequenti conflitti per la successione al trono. Il regno non fu quindi in grado di resistere all’attacco dei musulmani, che lo ridussero sotto la loro autorità, facendo della Spagna la base principale degli attacchi in Occidente.
La geografia della Gallia prevedeva che fosse divisa in: Austrasia a nord-est, la Neustria a nord-ovest, l’Aquitania tra Loira e Garonna, la Burgundia, tra Alpi e Giura. Tra Vi e VIII secolo la concentrazione del potere era nelle mani dei “maggiordomi” o “maestri di palazzo” e con la fusione dell’aristocrazia militare franca con quanto rimaneva del vecchio ceto senatorio. L’aristocrazia gallo-romana imitava sempre più le forme di vita militare proprie dell’aristocrazia franca e questa diventava una classe di grandi proprietari terrieri. I “maggiordomi” più potenti erano quelli dell’Austrasia e facevano parte della famiglia pipinide (chiamata poi carolingia per la fama dei suoi discendenti di nome Carlo). Fra VII e VIII secolo, l’unico erede dell’immensa fortuna fondiaria di questa famiglia fu Pipino di Heristal, che vinse la Neustria nel 687 e divenne unico maestro di palazzo di Austrasia, Neustria e Burgundia. Un suo figlio illegittimo, Carlo Martello (morto nel 741) riuscì a battere nel 732 a Poitiers i musulmani e a segregarli in Spagna, assicurandosi l’autorità dinastica. Da quest’espediente, il popolo franco vide in questo maestro il vero capo di tutto il regno, tanto che quando morì il re merovingio Teodorico IV, Carlo Martello non ritenne necessario provvedere alla successione al trono. Era di fatto un re. Si impadronì della corona, Pipino il Breve, che ottenne l’appoggio del papato: papa Zaccaria, in rotta con Bisanzio e minacciato dai Longobardi, cercò in lui un protettore. Pipino divenne re, nominato da un’assemblea di grandi, seguendo poi un rito biblico si fece consacrare da un vescovo, che agiva in stretto collegamento col papato, San Bonifacio. La consacrazione di Pipino fondò la monarchia franca su nuove basi. Al regno vi poteva accedere solo chi era discendente di stirpe reale, non più eletto dal popolo, ma dall’aristocrazia militare. Con questo gesto si andò a stringere un’alleanza con il papato e si dimostrò la forza della clientela militare franca.
Il rapporto di Pipino il Breve con la Chiesa non nacque nell’occasione del colpo di stato, quanto piuttosto nasceva da una collaborazione più antica che aveva permesso l’organizzazione delle strutture ecclesiastiche del regno franco colpite dalla crisi. La chiesa franca si stava sfaldando e i Pipinidi erano interessati a un più ordinato inquadramento delle popolazioni, tanto che si sforzarono di disciplinare le forme in cui avveniva il matrimonio. La riforma dell’episcopato franco si basò sull’imporre un’organizzazione ecclesiastica e territoriale che consentisse ai vertici della gerarchia di mettere ordine nella situazione. La riforma avvenne mediante numerosi concili, tenuti a partire dal 742. La disciplina fu restaurata, le diocesi suffraganee (dipendenti) risotto poste all’autorità di un metropolita e fu ripristinata la funzione dei vescovi. Furono scacciati i cattivi prelati e si reintegrarono i beni della chiesa; a maggior ragione i monaci e i chierici furono tutti istruiti.
Restaurare il potere regio permise ai Pipinidi di legare a sé, mediante la distribuzione di terre, un’importante clientela vassallatica. Se essi non avessero potuto contare su questo, non avrebbero potuto scalare il loro prestigio. Con Carlo Martello, i Franchi erano poco inclini alla chiamata alle armi, eribanno , specialmente visto che dovevano abbandonare le loro terre e la gestione dei fondi. Cedeva l’esercito di popolo e aumentava di importanza la cavalleria, visto che non tutti si potevano permettere l’equipaggiamento da cavaliere e il sostentamento. Per richiamare i cavalieri si cercò di legarli al potere politico mediante rapporto di vassallaggio: si riallacciava alla tradizione dell’accomandazione, ed era vassallo del re o di qualche potente il cavaliere che si obbligava con giuramento a prestare servizio in armi: egli era ricompensato con un beneficio, cioè con una concessione di terre date in godimento per tutta la durata del servizio stesso.
Le concessioni in beneficio erano esclusivamente rurali perché chi disponeva del potere non disponeva del denaro contante per provvedere alle retribuzioni. Carlo Martello moltiplicò le distribuzioni di terre fiscali e soprattutto di beni ecclesiastici (usurpati), che concedeva ai suoi guerrieri. Il tempo di godimento del beneficium durava fino a quando il franco continuava il suo servizio in armi. La fortuna dei Pipinidi si costituì dai beni terreni ecclesiastici.
Nel 568 una nuova ondata di Germani discese in Italia, provenendo dalla Pannonia, e penetrò nei confini dell’antico impero romano. I Longobardi guidati da Alboino avevano una fragile conoscenza delle istituzioni
romane, diversamente da quanto era invece successo con i Goti. Paolo Diacono raccontò la loro discesa in Italia nell’ “Historia Longobardorum” due secoli dopo. La conquista longobarda distrusse completamente il vecchio ceto senatoriale e rappresentò una frattura nella storia della penisola. Le terre passarono ai germani liberi o armati (arimanni). I Longobardi acquisirono dai vinti un forte senso della proprietà individuale e la popolazione romana fu ridotta ai margini del potere, identificandosi con la classe dei coloni. I Longobardi trovarono il modo di sfruttare i contadini sostituendosi agli antichi possessori. Gli insediamenti dei Longobardi fu frammentario e causò notevoli fratture. Quella Longobarda non fu una conquista sistematica, in quanto i capi militari agivano per conto loro e senza un piano d’insieme. Lo stanziamento del nuovo popolo fu attuato da gruppi di guerrieri che si richiamavano a un antenato comune. Le regioni conquistate vennero rette dai comandanti dei singoli corpi che si insediarono per lo più in città fortificate di origine romana. La figura del re era stata simbolo dell’unità del popolo in armi e aveva avuto una funzione militare. Alboino condivideva il potere con i duchi. Alboino e Clefi cercano di ridurre l’azione dei duchi, ma furono assassinati e per un decennio il regno longobardo fu nelle mani dei capi militari. Autari e Agiulfo furono i veri fondatori dello stato longobardo. Si creò una capitale del Regno, (626 divenne Pavia) e nel 643 fu emanato l’editto di Rotari, che intendeva assoggettare all’autorità del re i duchi. Rotari (636/652) pose per iscritto le tradizioni giuridiche longobarde e vi inserì elementi di tradizione di diritto romano e novità interessanti come l’abolizione della ‘faida’ in favore del ‘guidrigildo’, cioè con il rimborso in denaro. Si sostituì la giustizia privata con la giustizia amministrata dallo Stato e garantita dal re.
L’unificazione longobarda non arrivò che in Toscana; si riconobbero i ducati di Spoleto e Benevento.
La regina Teodolinda, moglie di Autari prima e Agiulfo dopo, era una principessa bavara di oridine cattlica e profondamente romanizzata. Convertirsi fu un fenomeno tardo, in quanto i longobardi videro nell’arianesimo un mezzo per riaffermare la propria identità culturale. Fu verso il VII secolo che divenne cattolico il regno, Ariperto I.
Nell’Italia longobarda e bizantina non si ebbe un’integrazione fra aristocrazia senatoria e militare di origine germanica. A Costantinopoli avvennero due trasformazioni, però, non meno rilevanti: diversa forma di convergenza sociale, ovvero si trasformarono funzionari e mercenari bizantini di grandi e minori possessori di terre. Questi ultimi associati ai possessori di origine latina, i quali entrarono nella burocrazia e nell’esercito. Costretti a difendersi con mezzi propri, i territori bizantini acquisirono un’autonomia sempre maggiore dall’impero d’Oriente.
Papa Gregorio Magno aveva percorso la carriera burocratica bizantina nell’amministrazione bizantina e poi in quella pontificia. Egli si assicurò di difendere Roma e riorganizzò l’amministrazione della città i cui funzionari tradizionali sparirono.
La conversione longobarda non fu sufficiente a superare gli ostacoli che la corte papale frapponeva all’incorporazione dell’area laziale al regno longobardo. I papi erano diffidenti da questo popolo, non più da un profilo religioso. Liutprando (712/744) cercò di attuare una politica difensiva e si presentò come difensore della Chiesa di Roma, nella lotta tra cattolicesimo e Leone III Isaurico riguardo al culto delle immagini. Il papa riuscì sempre a far mutare le scelte di conquiste longobarde dei territori bizantini italiani.
Astolfo, conquistò l’esarcato e minacciò Roma. Papa Stefano II supplicò allora Pipino il Breve, debitore in qualche modo dell’aiuto prestatogli nel colpo di stato per abbattere la dinastia merovingia. Pipino si convinse ad attuare un intervento antilongobardo e condusse due spedizioni in Italia: Astolfo dovette cedere un certo numero di territori al papa e la Chiesa, in funzione antilongobarda, riuscì a far nascere la dominazione politico-territoriale del papa.
La vita economica fra VI e X secolo ebbe alcuni aspetti fondamentali:
l’Italia e la Francia meridionale. Grazie alle nuove tecniche si potevano attuare arature profonde, sapienti rotazioni, tecnica di semina adeguata, lavoro intensivo di preparazione e di ripulitura.
La durata media della vita era molto bassa, la limitazione delle nascite era diffusa e la mortalità infantile elevatissima. Nel VI secolo era miracoloso giungere a settant’anni. Questo a causa di guerre e di epidemie che incorrevano in quei secoli, causando un basso livello demografico. Gregorio da Tour racconta nella sua ‘Historia’ di lunghi periodi di pioggia che facevano marcire il grano e le sementi, inondazioni spaventose, incendi giganteschi. Le persone erano facile preda di epidemie.
Gli storici sono convinti nel ritenere il periodo tra VIII e X secolo colme periodo di crescita. Fanno eccezione nel X secolo alcune aree il cui numero di abitanti sembra diminuire a causa delle incursioni. Sembrano confermare questa tendenza il polittico (inventario) dei beni dell’abazia di Saint Germain des Prés fatto redigere nell’820.
La parola manso andò ad assumere il significato di unità di conduzione agricola adeguata alle forze produttive e ai bisogni di famiglia. Si distinguevano i mansi “ingenuili” (affidati ai liberi) e mansi “servili” (affidati a schiavi). Molti mansi erano incorporati alla grande proprietà: gli arativi e gli incolti erano in grandi complessi fondiari (villae) in mano al re, grandi enti ecclesiastici, famiglie ricchissime. Un piccolo gruppo di potenti dominava da molto in alto la messa dei contadini che coltivavano le sue terre.
La villa si articolava in due parti: dominicum e massaricium.
Il primo era gestito direttamente dal proprietario, il secondo era nelle mani del contadino, che appaiono sempre più numerosi nelle fonti a partire dal VII secolo. Appezzamenti dei dipendenti si mescolavano alle terre del dominicum. Al centro si trovava un insieme di costruzioni delimitate da una palizzata. All’interno della cinta vi era la “corte”, dove oltre a una casa di abitazione del padrone e dei suoi incaricati, c’erano le capanne degli schiavi e le costruzioni per la lavorazione e la conservazione dei prodotti agricoli.
Il problema degli amministratori di una corte era quello della manodopera: la soluzione era facilitata dall’esistenza della schiavitù. La condizione giuridica degli schiavi era come quella di Roma. Un aiuto efficace alla conduzione del dominio doveva venire dagli schiavi domestici (prebendari), al quale era assicurato il vettovagliamento (praebenda). Quando il livello aumentava, serviva più manodopera, che era fornita da lavoratori, schiavi casati oppure contadini liberi, a cui erano stato concesso un manso nel massaricio. Vi erano quattro tipi di impegni:
I. Consegna periodica alla corte di una certa quantità di prodotti lavorati, ricavati dal manso in concessione.
II. Prestazione della corvée (deriva dal latino, significa richiesta, requisizione) che colpivano una sola unità di lavoro, manuale o da gioco, un uomo o un aratro. L’uomo andava la mattina alla ‘corte’ e attendeva con gli schiavi domestici ai lavori programmati per quel giorno.
III. Le incombenze chiamate “notti”, dove il concessionario era a disposizione del padrone senza la sicurezza di poter rientrare a casa ogni sera.
IV. Il pagamento di canoni in anno in natura o denaro.
Il regime curtense era costituito dai servizi in lavoro, imposti ai mansi. Gli studi attuali dimostrano anche come sia cambiata l’immagine della villa carolingia, infatti piccoli scambi avvenivano tra la corte e le aziende e non erano chiuse su se stesse.
A questo punto è bene tener presente che la villa non era un’unità aziendale soltanto, ma era un gruppo dipendente da un padrone, che era a sua volta una specie di signoria, con una sua amministrazione e consuetudini particolari. Il grande proprietario era un dominus, signore fondiario, cioè un capo che costringeva all’obbedienza i suoi dipendenti. La sua autorità era esercitata sui servi, che sfuggivano al potere pubblico. Egli agiva anche sui liberi, anche se quest’ultimi conservano rapporti con la giurisdizione pubblica. Gli storici chiamano questi poteri “signoria fondiaria”.
La tutela del signore si diffuse nel IX secolo ed erano spesso i conti e i funzionari pubblici ai loro ordini. Era però frequente anche il caso di contadini economicamente indipendenti, che cercavano difesa di un grande proprietario, talvolta dandogli i loro beni fondiari per riceverli.
Le transizioni locali e il commercio tra regioni che avevano risorse diverse prevalevano in Occidente. Il commercio locale trionfava sotto forma di fiere e di piccoli mercati. La base degli scambi interregionali era basata su cereali, vini, prodotti dell’allevamento e della pesca. Il commercio renano confluiva sui Paesi Bassi e sulla Lombardia, con esportazioni di cereali e vino. Gli scambi a lunga distanza erano meno intensi: gli scambi d’Occidente con l’Oriente del V e VI secolo portavano a Bisanzio schiavi, tessuti, marmo, legno e metalli. Quivi gli occidentali trovavano spezie, aromi, incenso, profumi, cuoio lavorato, stoffe preziose, avorio e papiro. Il secolo dopo tutto questo diminuì. Il papiro fu sostituito in Egitto dalla pergamena.
Nell’VIII secolo Pipino il Breve iniziò, terminata da Carlo Magno, la riforma della monetazione da oro all’argento e di tutto il sistema monetario.
Le tre aree commerciali più importanti erano il Mediterraneo, l’Europa continentale fino alla Spagna a Kiev e l’Europa settentrionale e orientale. Nelle aree bizantine italiane si ha un grande sviluppo dei commerci, infatti Napoli, Bari, Gaeta, Salerno e Amalfi commerciavano moltissimo con l’Oriente. Significativo fu lo sviluppo di Venezia, sviluppatasi dall’insediamento di vecchi abitanti del Veneto, rifugiatisi in laguna al tempo dell’invasione longobarda. Nel IX secolo Venezia aveva una flotta da guerra non disprezzabile e una flotta commerciale che aveva contatti con la Sicilia e tutte le isole del Mediterraneo. Al di fuori di questo mare, gli scambi commerciali avvenivano via terra o fluviale. La situazione economica generale non consentì all’Occidente, tuttavia, di creare città come in Oriente o come nei paesi islamici.
Dall’VIII al IX secolo abbiamo la costituzione del grande impero di Carlo Magno. Vediamone i tratti distintivi:
a. Alleanza tra Pipino il Breve e il Papato nell’VIII secolo. Il papa ebbe bisogno di difendersi dai Longobardi e di trovare appoggio politico nella diffusione del cristianesimo e della propria supremazia religiosa. Le conquiste di Carlo Magno legarono profondamente il mondo tedesco
all’Europa cattolica, perché precedute dalla predicazione di missionari anglosassoni e seguite da una buona organizzazione ecclesiastica del territorio.
b. Carlo Magno era ripresentato dai colti chierici, dal papato e dalla corte come il rinato Impero romano, anche se non coincideva con esso.
c. Le strutture politiche amministrative, le sue risorse finanziarie erano ben lontani dall’organizzazione di Roma. Era una costruzione politica fragile. I funzionari regi non sempre erano ubbidienti e l’impero era indebolito dalla pratica della divisione dei regni minori risalente all’età merovingia.
d. L’impero carolingio costituì la realizzazione più compiuta di quella sintesi romano germanica che si era delineata chiaramente nell’età merovingia. La fusione tra cultura romana e germanica si ebbe grazie al fenomeno del “vassallaggio”, ma soprattutto si consolidarono i legami politico religiosi che caratterizzavano la storia del regno franco. L’impero costituito da Carlo sostituì Bisanzio nella protezione del papato e gli venne attribuito un significato universale.
Alla morte di Pipino il Breve, come voleva la tradizione, il suo regno fu suddiviso dai due figli, Carlo Carlomanno. Tuttavia Carlomanno morì nel 771 e Carlo potè annettere l’interno regno. Quando arrivò al regno non aveva che trent’anni e Eginardo, cronista e collaboratore, lo descrisse come uomo vigoroso e amante dell’equitazione e della caccia. Con lui le guerre non ebbero più un carattere difensivo, come invece era avvenuto con i suoi predecessori, ma avevano un carattere di conquista. Con Carlo si ebbe una politica di espansione. Le principali direttrici di Carlo furono la difesa delle frontiere meridionali, minacciate dai musulmani spagnoli, mediante una “marca”: tra l’801 e l’813 conquistò Navarra e Catalogna con capitale a Barcellona e divenne la marca Hispanica. La penisola italiana fu conquistata nel momento in cui il re longobardo, Desiderio (772/795) attaccò Roma. Papa Adriano I fece appello ai Franchi, che assediarono Pavia. Con la caduta della città nel (774) e la scomparsa della dinastia longobarda, Carlo aggiunse al suo titolo di rex Francorum quello di rex Langobardorum. Vi era quindi continuità con il regno longobardo.