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Riassunto:
Rinaldo Comba - Storia Medievale
Sola lettura per: Cap. I. Le strutture del mondo antico Cap. IX. Le dimensioni essenziali e quotidiane dell’esistenza Cap. XV. Nuove dimensioni dell’esistenza Cap. XXIV. Il Primo Rinascimento
PARTE PRIMA: Fra mondo antico e Medioevo Cap. II. L’Impero fra III e V secolo
- Grandi mutamenti Nel III secolo l’Impero Romano è in una profonda crisi: regnano il disordine e la guerra civile, le popolazioni nomadi o seminomadi premono sui confini e le strutture su cui si basa lo Stato danno segni di cedimento. Diocleziano e Costantino riformano le strutture amministrative, l’esercito e l’organizzazione fiscale e fanno di quest’ultima il vero pilastro su cui poggia lo Stato. Senza grandi introiti infatti non sarebbe possibile affrontare le spese necessarie per la burocrazia e per l’esercito e l’Impero crollerebbe. Ma il bisogno di denaro rende lo Stato un esattore inflessibile ed i piccoli contadini, incapaci di pagare integralmente le imposte, si indebitano o abbandonano i loro campi. Lo Stato li lega così alla terra che lavorano ed il latifondo, approfittando delle loro difficoltà, si estende notevolmente. Un cambiamento di grande rilevanza riguarda i rapporti con il cristianesimo. Il potere politico, che ha compiuto numerosi sforzi per eliminare le organizzazioni cristiane, si rende conto del sostegno che ne potrebbe ricevere e così riconosce piena libertà di culto per tutti, si lega più profondamente all’episcopato e lo sostiene nella sua opera di inquadramento delle popolazioni. Alla fine del secolo il cristianesimo è religione di Stato e dissidenti e non fedeli sono perseguitati.
- Diocleziano: una nuova struttura amministrativa dello Stato Viene detto “periodo dell’anarchia militare” il periodo di mezzo secolo (235 – 284) caratterizzato da ribellioni continue dei capi militari, dalla guerra civile, dalla debolezza del potere imperiale che è incapace di garantire l’ordine. Le legioni eleggevano e deponevano gli imperatori, il Senato non riusciva ad imporre la propria volontà e le audaci spedizioni dei barbari mettevano in pericolo l’integrità dell’Impero. Diocleziano (284 – 305), salito al potere alla fine di questo periodo, cercò di impedire il ripetersi delle lotte per la successione e di assicurare un funzionamento efficiente del potere imperiale. Creò quindi un nuovo sistema di governo dettotetrarchia, cioè governo a 4, in cui si combinavano il sistema dell’adozione e la pratica della spartizione del potere. Il potere imperiale fu diviso fra due imperatori (“augusti”), uno con il compito di governare l’Occidente (Massimiano), l’altro l’Oriente (Diocleziano). Ciascuno dei due associò al potere un “cesare” destinato a succedergli alla sua morte. In questo modo si sarebbero evitate le lotte per la successione, mentre il peso del governo sarebbe stato suddiviso fra 4 persone dando maggiori garanzie di funzionalità. La tetrarchia spezzò l’unità dell’Impero dal punto di vista amministrativo, ma non significò la creazione di due Stati diversi: nonostante la pluralità dei reggitori, l’Impero resto uno solo. Quando però, nel 305, Diocleziano si ritirò a vita privata, si scatenarono sanguinosi scontri per la successione. Dopo anni di lotte, il potere imperiale fu temporaneamente diviso tra i vincitori, Licinio (Oriente) e Costantino (Occidente), finché nel 324 Costantino vinse l’avversario e rimase fino alla morte (337) unico imperatore. Un’altra riforma di Diocleziano modificò la struttura amministrativa dello Stato. L’Impero fu infatti diviso in 4 prefetture: delle Gallie, dell’Italia, dell’Illirico e dell’Oriente e queste vennero suddivise a loro volta in 12 diocesi governate da vicari con funzioni prevalentemente giuridico – fiscali e comprendenti ciascuna un vario numero di province. In ognuna di queste il potere militare fu affidato ad undux dipendente dai tetrarchi e fu completamente separato dal potere civile che venne affidato ad unpraeses.
- Riorganizzazione dell’esercito e riforma fiscale La difficoltà in cui si trovava l’Impero e la pressione dei barbari ai suoi confini resero necessarie altre 2 grandi riforme: quella dell’apparato militare e quella fiscale che fissarono alcune strutture del mondo romano che sarebbero durate secoli. Da molto tempo l’esercito di Roma era di fatto un esercito di frontiera, dislocato lungo la linea di confine (limes) che separava l’Impero dal mondo dei barbari. La sua dispersione lo rendeva però fragile, così le riforme militari crearono un grosso esercito di manovra, stanziato nelle grandi città e pronto ad intervenire in caso di bisogno. I suoi appartenenti presero il nome di comitantes perché si muovevano al seguito (comitatus) imperiale. Il problema della difesa dei confini fu però risolto soltanto creando in prossimità di essi una specie di milizia territoriale costituita dalimitanei. Procurare i soldati toccava ai proprietari fondiari e fu così favorito il ricorso crescente ad elementi germanici, più facilmente disposti a farsi assoldare. La riforma fiscale era indispensabile se si volevano assicurare all’esercito un reclutamento stabile e risorse regolari. Diocleziano, che era un militare, lo sapeva bene e così ordinò di effettuare un inventario completo di tutte le risorse economiche dell’Impero e basò il suo sistema di
della schiavitù come istituzione. Il cristianesimo si dimostrava interessato a soccorrere i poveri ed ad occuparsi dei problemi interiori delle persone, così da offrire un valido aiuto all’imperatore, responsabile della pace sociale. Nell’età di Costantino, la politica di avvicinamento imperiale al cattolicesimo avvenne a tre livelli diversi:
- riconoscimento della piena libertà di culto per tutti attraverso l’emanazione dell’Editto di Milano (313).
- concessione di numerosi privilegi alle comunità cristiane ed al clero. Costantino esonerò dal pagamento delle imposte i sacerdoti cattolici, dichiarò la domenica giorno festivo obbligatorio e dotò di vasti patrimoni le grandi basiliche.
- intervento nelle controversie dottrinali per mantenere l’unità dell’episcopato. Nel 325 Costantino convocò a Nicea un’assemblea generale dei vescovi della cristianità (Concilio Ecumenico) per porre fine alla controversia sulla trinità. In questa disputa la dottrina del prete Ario, che attribuiva al Padre un natura superiore a quella del Figlio, si oppose quella di Atanasio, che attribuiva al figlio la stessa natura del Padre. Al Concilio partecipò anche Costantino che esercitò un’influenza notevole in quanto sanzionò i risultati del Concilio, condannò Ario all’esilio ed impose come dottrina ufficiale quella di Atanasio. Il risoluto intervento dell’imperatore in questa discordia dottrinale dimostra quanto fosse prezioso per l’Impero il funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche. Le decisioni del Concilio di Nicea però non posero fine ai dissensi.
- L’episcopato e l’Impero nelle dispute teologiche Per quanto riguarda l’appoggio dato al cristianesimo, la politica imperiale successiva a Nicea, fu caratterizzata dai frequenti cambiamenti di orientamento degli imperatori nelle questioni teologiche ed il sostegno totale offerto alla nuova religione dalla fine del IV secolo. Ci furono però significativi cambiamenti. Costanzo II (337 – 361) favorì l’arianesimo, giungendo ad annullare le deliberazioni di Nicea. Inoltre proprio in quel periodo, con il consenso della corte di Costantinopoli, il vescovo goto Ulfila traduceva la Sacre Scritture nella lingua del proprio popolo e lo convertiva all’arianesimo. La diffusione dell’arianesimo tra i popoli germanici favorì la separazione tra la popolazione romana ed i Germani. Una breve parentesi politeista, senza conseguenze, si ebbe durante il regno di Giuliano (361 – 363), l’imperatore di approfondita cultura classica che, pur essendo battezzato, rinnegò il cristianesimo e per questo venne soprannominato “l’apostata”. Giuliano allontanò molti cristiani da posti di responsabilità ed abrogò tutte le concessioni elargite all’episcopato in materia fiscale e giurisdizionale. Concesse inoltre ampie libertà alla dissidenza religiosa e riaprì i templi pagani. Soltanto nel 381 Teodosio (379 – 395) fece di nuovo prevalere, in un Concilio Ecumenico a Costantinopoli, le decisioni prese a Nicea. Ai tempi di Costantino lo Stato era formalmente neutro di fronte alle scelte religiose, ma con l’Editto di Teodosio (380) si stabiliva che il cristianesimo era l’unica religione riconosciuta dell’Impero ed un ulteriore serie di provvedimenti limitò progressivamente i culti non cristiani e ne chiuse i templi. Il politeismo, perseguitato dal potere civile, ormai era praticato soltanto nei villaggi ed iniziava ad essere definito come paganesimo. La cura dedicata all’unità delle Chiese cristiane e l’appoggio dell’Impero all’episcopato non impedirono comunque la nascita di nuovi dissensi dottrinali. Il tema fondamentale delle discussioni si spostò alla disputa cristologica, inerente cioè alla natura di Cristo. Una prima controversia fu suscitata dalla tesi del patriarca di Costantinopoli Nestorio secondo il quale, essendo Cristo Dio e uomo, dovevano sussistere in lui due persone distinte, corrispondenti alle due nature, quella umana e quella divina. Il nestorianesimo uscì sconfitto dal Concilio Ecumenico di Efeso (431), che proclamò che in Cristo la natura umana e quella divina si incontravano e coesistevano in una sola persona. Le discussioni suscitate da questo Concilio favorirono il sorgere di una nuova dottrina, il monofisismo, così chiamata perché attribuiva a Cristo una sola persona ed una sola natura, quella divina. A condannare il monofisismo fu il Concilio di Calcedonia (451) che riconobbe al patriarca di Costantinopoli il primo posto tra le Chiese orientali ed al vescovo di Roma una sorta di supremazia onorifica rispetto agli altri vescovi.
- Il rafforzamento del vescovo di Roma e l’espansione dei patrimoni ecclesiastici L’alleanza fra episcopato e potere politico ebbe conseguenze importanti sull’organizzazione ecclesiastica. L’ordinamento delle Chiese cristiane si adeguò alle ripartizioni amministrative dell’Impero e le sedi episcopali si raggrupparono sotto i metropoliti, cioè vescovi che presiedevano province ecclesiastiche corrispondenti alle province dell’amministrazione civile dell’Impero. I vescovi si coordinarono in materia disciplinare e teologica attorno alla Chiesa di Roma. L’imperatore di Occidente, Valentiniano III (425 – 455) aveva infatti riconosciuto ufficialmente alla Chiesa romana la superiorità nelle questioni di giurisdizione ecclesiastica che essa rivendicava da tempo. Nel IV e V secolo le donazioni provenienti dai numerosi fedeli di alto livello sociale favorirono l’espansione dei patrimoni ecclesiastici. Titolare di questo patrimonio era stata dapprima ogni singola comunità, poi le donazioni furono fatte al vescovo, a Dio, o al santo a cui era dedicata una chiesa. Spettava comunque al vescovo la gestione del patrimonio di una chiesa episcopale. Tra IV e V secolo la potenza fondiaria delle Chiese metropolitiche era ormai paragonabile a quella delle grandi famiglie
dell’aristocrazia senatoria. La Chiesa di Roma, nel V secolo, aveva immensi complessi fondiari nella penisola italiana, in Sicilia, Sardegna, Gallia, Dalmazia, Africa proconsolare, Egitto e Siria.
Cap. III. Ai confini dell’Impero: il mondo delle popolazioni a struttura tribale
- Altri mondi Il mondo romano era da tempo in difficoltà: fin dal II secolo l’Impero era minacciato dalla pressione crescente delle popolazioni germaniche che abitavano ai suoi confini settentrionali. Questa pressione travolse lo Stato che aveva resistito per secoli a crisi anche gravissime. Profonde differenze separavano la cultura greco – romana da quella dei popoli che vivevano ai confini dell’Impero in immensi territori privi di città: i Greci e i Romani sentivano così tanto queste differenze da considerare “incivili e barbari” gli abitanti di quei territori. Questi popoli erano nomadi (come gli Unni) oppure erano quasi nomadi e praticavano molto poco l’agricoltura (come i Germani). Le loro economie erano fragili e non sempre le risorse erano sufficienti e così questi popoli razziavano spesso le regioni occupate dai sedentari entro i confini dell’Impero. La loro organizzazione sociale era essenzialmente basata sulla tribù, ma questo sistema fu scardinato da 3 fattori essenziali: una differenziazione sociale crescente, la nascita della figura del re, lo sviluppo di un’aristocrazia guerriera dotata di proprie clientele di armati. A contatto con la civiltà urbana dei sedentari romanizzati stanziati a sud del Reno, la società germanica iniziò a trasformarsi sin dai primi secoli dell’era cristiana: gli scambi commerciali accentuarono le differenze sociali e le esigenze difensive dell’Impero favorirono il reclutamento di gruppi militari barbarici. Nel IV secolo intere popolazioni, come i Goti, si convertirono al cristianesimo ariano. Inoltre la traduzione della Bibbia nella lingua del popolo goto fece di quest’ultima, per qualche tempo, una vera e propria lingua letteraria.
- Nomadi e Imperi. I movimenti degli Unni e l’inizio delle “grandi migrazioni di popoli” Agli inizi dell’era cristiana lo spazio occupato dalle popolazioni nomadi sembrava aver trovato una relativa stabilità: i loro spostamenti erano stati ostacolati dagli sforzi dei grandi imperi che avevano rafforzato militarmente le regioni di confine. Per difendersi dalle aggressioni continue l’Impero Cinese aveva eretto la “grande muraglia” che si snodava fra le montagne che segnavano l’estremo limite settentrionale del paese. In modo analogo a nord delle Gallie l’Impero Romano aveva costruito il cosiddetto limes (confine): un sistema di fosse e di palizzate, interrotte da torri, fortezze ed accampamenti, che doveva difendere i confini settentrionali dalle incursioni dei Germani. Tali imprese difensive arginarono per secoli le incursioni dei nomadi, poi, a partire dal IV secolo d.C., le ricche pianure della Cin settentrionale caddero sotto il controllo dei barbari venuti dal nord. Nel V secolo un fatto analogo successe in India, dove l’Impero creato dalla dinastia dei Gupta, nella pianura del Gange, venne travolto da ripetuti e violenti attacchi degli Unni. Il pericolo unno ebbe conseguenze disastrose anche in Europa quando nel V secolo questo popolo, al comando di Attila, creò un grande impero. I nuovi travolgenti attacchi delle popolazioni germaniche all’Impero Romano avevano come causa lo spostamento degli Unni dall’Asia centrale verso le steppe della Russia Meridionale. La migrazione unna scatenò nel mondo barbarico stanziato alle frontiere dell’Impero una serie di spostamenti a catene e tra questi si mise in moto anche una parte degli Alani. Dannosi per l’Impero però furono soprattutto gli spostamenti dei Visigoti, la popolazione germanica che nel 378 sconfisse ed uccise nella battaglia di Adrianopoli l’imperatore Valente e che nel 410 giunse a saccheggiare Roma. Di fronte alla marea delle popolazioni germaniche che venivano spinte entro i confini dell’Impero dalla migrazione unna verso occidente, le difese romane furono costrette a cedere. Ebbe così inizio il periodo che gli storici chiamano “delle invasioni barbariche” o, meglio, “delle grandi migrazioni di popoli”.
- Steppe e deserti: gli spazi e la vita dei pastori nomadi Le popolazioni germaniche che invasero l’Impero, dedite all’allevamento, avevano superato da tempo lo stadio di sviluppo delle società primitive (le “società di caccia e raccolta”) che era caratterizzato dalla semplice depredazione dell’ambiente culturale. Erano però ancora fortemente soggette alle costrizioni ambientali e la loro esistenza dipendeva in modo quasi totale dalla distribuzione nello spazio e nel tempo delle risorse spontanee. Essi si spostavano quindi stagionalmente con il bestiame per sfuggire alla stagione arida. Come vivevano questi popoli: i tessuti di cui si vestivano erano talvolta importanti dalle regioni abitate dai sedentari, ma più spesso i nomadi prendevano dal proprio ambiente riparo, indumenti e nutrimento. Quanto al cibo, i nomadi delle steppe traevano il loro sostentamento soprattutto da carne e latte, ma lo integravano con la caccia e con la raccolta di frutta e di radici di piante selvatiche. Anche l’abitazione era fornita dall’ambiente e si adattava bene alla necessità di muoversi nella steppa. Per esempio gli Unni e gli Alani vivevano in abitazioni mobili su carri, protette da tende di pelle o da coperture ricurve di corteccia. Usavano dunque delle “case su ruote”. Il problema principale dei nomadi delle steppe e dei deserti era quello di trovare un difficile equilibrio tra la scarsità delle risorse indispensabili alla sussistenza e la consistenza numerica della popolazione. La carestia era un pericolo costante perché l’equilibrio fra popolazione e risorse
- La nascita di re elettivi e la formazione delle clientele armate A rompere l’equilibrio istituzionale fra i 3 organi di governo dell’antica società germanica intervennero 2 fenomeni: il lento emergere di un re elettivo in sostituzione dei capi di guerra e la nascita di un’aristocrazia guerriera provvista di proprie clientele armate. Alla fine del I secolo d.C. l’assemblea dei guerrieri eleggeva un solo capo, o al massimo due, che restava in carica per la durata di una guerra soltanto. Questo capo era dunque elettivo ed era scelto tra i capi più rappresentativi, e presso alcune popolazione, come gli Eruli, costui ricopriva una carica a vita, ma non poteva agire in disaccordo con il consiglio dei capi o con l’assemblea dei guerrieri. Questa trasformazione, unita alla differenziazione sociale, dimostra che le strutture tradizionali di governo della società tribale erano in crisi e così emergeva una nuova istituzione: la clientela militare ocomitatus. Fino al I secolo a.C. chiunque volesse effettuare una razzia o una scorreria poteva reclutare temporaneamente un certo numero di guerrieri o di compagni (comites). Il capo equipaggiava militarmente e nutriva le persone del suo seguito (comitatus) anche in tempo di pace. Diventando durature, le clientele armate sollecitarono almeno due trasformazioni sociali rilevanti: da un lato il bottino incrementò le disparità economiche all’interno dei clan e favorì la trasformazione deicomites in una classe privilegiata; dall’altro il potere militare del capo si rese parzialmente indipendente dal controllo dell’assemblea degli armati. Dopo Tacito siamo privi di notizie sulla vita interna delle popolazioni germaniche per quasi 3 secoli. Nelle popolazioni con cui veniamo in contatto tra il IV e il V secolo hanno un’importanza – chiave il re e l’assemblea del popolo in armi. Sopravvive però la pluralità di orientamenti istituzionali: ora troviamo un popolo retto da una dinastia regia, ora da una potente aristocrazia guerriera, ma sono però cambiati i modi di autofinanziamento delcomitatus perché molte clientele ormai si reggono sull’esercizio del mestiere delle armi in favore dell’Impero Romano che concede un regolare sussidio.
- La trasmissione della cultura presso le popolazioni germaniche L’educazione che i Germani impartivano ai propri figli era in armonia con le esigenze della bellicosa società agricolo – pastorale di queste popolazioni. Quella che i Germani impartivano ai propria figli era infatti una rude educazione di contadini e di guerrieri perché con esercizi fisici o gareggiando nel compiere “bravure”, il giovani si preparavano al momento in cui sarebbero stati degni di combattere con gli adulti. Così esercitati, essi venivano ammessi ad un’assemblea di armati in cui ricevevano scudo e lancia e questa cerimonia li inseriva nella società dei guerrieri. Non esistevano scuole perché la cultura intellettuale era completamente estranea al mondo germanico. Esisteva però una scrittura germanica, la scrittura runica, che prendeva il nome dalle rune, i segni alfabetici dell’antica scrittura germanica. Il suo uso era di carattere magico e soltanto i sacerdoti la conoscevano. La cultura dei Germani era quasi esclusivamente orale, ma a contatto con il mondo romano, i Germani subirono un processo di acculturazione della loro cultura che acquisì elementi nuovi. I primi fra i Germani ad avere rapporti intensi con questo mondo furono i Goti, presso i quali il cristianesimo cominciò a diffondersi fin da Costantino e successivamente il gotico divenne, con l traduzione della Bibbia da parte di Ulfila, la prima delle lingue germaniche ad avere il rango di lingua letteraria. È impossibile sapere come i Germani vivevano la loro religione, ma la sola cosa certa è che il politeismo si dimostrava più fragile nelle aree confinanti con l’Impero, che erano sottoposte all’influenza della cultura romano – cristiana.
- Le milizie germaniche nell’Impero tra la fine del IV e i primi anni del V secolo I Germani non premevano sul mondo romano soltanto dall’esterno perché nel corso del IV secolo crebbe il numero degli ufficiali di origine barbarica, che salirono anche ai gradi più alti, fino al comando supremo. Di conseguenza i Germani entrarono anche nel Senato e così, all’interno dello Stato romano, si formò un antagonismo di carattere etnico – culturale fra ufficiali militari ed ufficiali civili. L’imperatore si trovò così al vertice di un apparato eterogeneo caratterizzato da varie tensioni. Convergenze e tensioni come queste si ritrovano nella vicenda di Stilicone. Figlio di un generale vandalo al servizio dell’Impero, aveva seguito la carriera militare fino al grado supremo collaborando con Teodosio. Quando nel 395 l’imperatore morì, Stilicone dovette tutelare la successione di Onorio e così si trovò ad ereditare la sostanza del potere imperiale. Dovette allora cercare lui un accordo con l’aristocrazia senatoria e tentare una politica clientelare verso i Visigoti di Alarico, tentando di legarli come alleati all’Impero d’Occidente. In Oriente però nel 400 erano avvenuti numerosi eccidi di Germani ed i barbari erano stati eliminati dall’esercito e dal governo. Lo stesso avvenne anche in Occidente, dove Onorio passò al partito antigermanico e Stilicone fu ucciso. La risi dell’esercito che seguì la morte di Stilicone lasciò aperta ad Alarico la via per il saccheggio di Roma del 410 che destò viva impressione fra i contemporanei e costrinse gli scrittori cristiani a difendere la nuova religione dall’accusa di essere responsabile della decadenza dell’Impero, e segnò la diversa sorte delle due parti dell’Impero.
Cap. IV. L’Occidente nel V e VI secolo: i Regni Romano – Germanici
- Gli aspetti – chiave Nel V secolo la marea di popolazioni germaniche stanziate ad est del Reno e a nord del Danubio si riversò entro i confini dell’Impero d’Occidente: infatti, mentre la pars Orientis si conservò compatta e divenne sempre più antigermanica, nellapars Occidentis le strutture statali unitarie dell’Impero crollarono e qui l’insediamento germanico diede vita ai Regni Romano – Barbarici. La storia di questi regni ruota intorno al problema dei rapporti con le popolazioni locali e con l’aristocrazia senatoria e l’episcopato cattolico. Il problema religioso ebbe una grandissima importanza nella storia dei regni romano – germanici perché la fede ariana dei Germani costituiva un modo per distinguersi dalle popolazioni locali. L’episcopato cattolico si sforzò di assimilarli culturalmente e convertirli e l’offensiva missionaria meglio riuscita in Occidente portò alla conversione di Clodoveo, re dei Franchi. In questo modo il regno franco divenne il più solido regno dei regni latino – germanici. Con l’insediamento nell’Impero, i Germani imitarono i modi di vita delle popolazioni locali e così i contadini – guerrieri divennero proprietari terrieri e le aristocrazie militari divennero aristocrazie fondiarie. La guida di questi regni però pose dei problemi ai capi militari germanici perché, accettati formalmente come alleati, questi popoli si trovavano a convivere con gli uffici, i funzionari e l’amministrazione precedente e davanti a questo apparato le strutture tribali dei popoli germanici si dimostravano del tutto inadeguate. L’ammirazione per la sua efficienza convinsero i re germanici ad utilizzare l’apparato imperiale: in questo modo sopravvissero molti organismi amministrativi e le città rimasero un punto di riferimento delle strutture pubbliche ed ecclesiastiche. Da questo incontro tra Germani e popolazioni locali nacque il mondo medievale.
- La “prima generazione” dei Regni Romano – Barbarici (prima metà del V secolo) Nella prima metà del V secolo le grandi invasioni diedero vita ad alcuni regni romano – barbarici. I Visigoti furono i primi a creare uno di questi regni. Dopo aver saccheggiato Roma (410), essi vagarono dell’Italia alla penisola iberica scontrandosi con Alani, Vandali e Suebi, finché nel 418 si insediarono nella Gallia sud – occidentale. Il loro stanziamento in quest’area avvenne sotto il regime dell’ hospitalitas che prevedeva la sistemazione dei Germani su terre tolte ai proprietari romani, ma lasciava sopravvivere le strutture amministrative precedenti. Dopo l’insediamento dei Visigoti in Gallia, i Suebi, che l’Impero aveva accettato come alleati, crearono un loro impero occupando la Galizia, la Lusitania e la Betica e sembrando prossimi a controllare tutta la penisola iberica. i vandali abbandonarono la Spagna e giunsero in Africa, dove vennero accettato come alleati dell’Impero nel 435. Per quanto riguarda la Gallia settentrionale ed orientale, nel 436 i Burgundi, stanziati in Renania, vollero estendersi verso ovest, ma furono schiacciati da Ezio, un generale romano con l’aiuto degli Unni. Questa fu la fine del primo regno burgundo e la “prima generazione” dei Regni Romano – Germanici. La corte imperiale, stabilita a Ravenna, opponeva i popoli germanici tra di loro e ne rendeva legale la presenza sul territorio riconoscendone la qualifica di alleati. I re germanici trattavano con Roma promettendo i servigi dei loro popoli in cambio del mantenimento materiale dei loro uomini. Per provvedere al sostentamento dei Germani, la corte applicava gli stessi metodi che consentivano all’Impero di provvedere alla sistemazione delle truppe e dei funzionari durante gli spostamenti militari. Questa era basata sul sistema dell’ hospitalitas: in un primo tempo i soldati ed i funzionari venivano muniti di alimenti e di alloggi che prevedevano la requisizione temporanea di 1/3 delle abitazioni, ma nel V secolo il sistema cambiò e la requisizione di 1/3 delle abitazioni si trasformò nell’insediamento definitivo dei soldati germanici su una parte delle terre dei proprietari romani. I proprietari dovettero così cedere 1/3 dei loro possedimenti ai barbari e lo stanziamento dei Germani avvenne per gruppi ed i determinate zone.
- Il sostegno degli alleati germanici di fronte al pericolo unno La politica di convergenza tra Romani e barbari si rivelò fruttuosa, anche se qualche volta a corte prevalevano sentimenti antigermanici. Applicandola la corte raggiunse 2 risultati: riuscì a sistemare i pericolosi alleati germanici in aree distanti dalla penisola italiana e, nei momenti di maggior pericolo, ottenne da esse un prezioso sostegno militare. Le alleanze con i Germani furono infatti indispensabili davanti alla gravissima minaccia unna. Gli Unni erano un popolo di predatori guidati da un despota, Attila, che esercitava un’autorità illimitata sui domini che si estendevano dal Caucaso ai confini di Francia e Danimarca. Il loro impero non aveva una struttura politico – amministrativa ed era indebolito dalla grande dispersione della loro potenza militare. Inoltre gli Unni dovevano procurarsi sempre nuovi beni con la guerra e con l’imposizione di tributi. Nel 451 il generale romano Ezio riuscì a battere Attila ai Campi Catalauni in Gallia, ma l’anno successivo gli Unni devastarono il Friuli e distrussero Aquileia, i cui abitanti si rifugiarono sulle isole della laguna formando il primo nucleo di Venezia. Gli Unni avanzarono poi fino al Mincio, ma qui trovarono ad attenderli papa Leone I, inviato dall’imperatore Valentiniano III. Temendo un attacco da Bisanzio ai suoi domini orientali, Attila si ritirò ed alla sua morte (453) l’Impero Unno si sfasciò, minato anche dalle rivolte di Ostrogoti e Gepidi e dalla chiusura delle città – mercato in cui gli Unni si approvvigionavano.
- Teodorico ed il regno degli Ostrogoti in Italia Teodorico era un re goto educato alla corte imperiale che nel 489, su incarico dell’imperatore Zenone, condusse gli Ostrogoti dal medio Danubio in Italia, dove si stanziarono. Lo stanziamento avvenne con l’assegnazione di 1/3 delle terre dei possessori. I Goti costituivano una minoranza rispetto al ceto dei possessori, ma una minoranza armata e fedele alla propria tradizione giuridica ed alla confessione religiosa ariana. I Romani formavano invece, sul piano giuridico e religioso, una comunità distinta che si reggeva secondo le sue istituzioni tradizionali. Si creò dunque una sorta di parallelismo fra due società tra loro estranee e nacquero sistemi amministrativi paralleli. I rapporti tra Goti e popolazione romano – latina furono inizialmente improntati ad un grande equilibrio: gli interessi dell’aristocrazia furono rispettati, mentre nei confronti del clero cattolico e della Chiesa romana il re mantenne un atteggiamento corretto che consentì a lui (ariano) la tutela delle Chiese cattoliche episcopali. Ma sul terreno religioso la politica di Teodorico entrò in crisi: l’emancipazione, da parte dell’imperatore Giustino I, di severe misure contro la dissidenza religiosa provocò in Italia una certa tensione fra Goti e cattolici. Ad acuire questa tensione si aggiunse il fallimento delle iniziative diplomatiche di Teodorico, che mirava all’egemonia degli Stati romano – germani dell’Occidente attraverso una politica di protezioni, di compromessi e di alleanze matrimoniali. Teodorico abbandonò allora la sua politica conciliante e colpì i senatori accusati di aver complottato contro l’imperatore che vennero condannati a morte. Alla morte di Teodorico (526) lasciò aperto alle ambizioni dell’Oriente un regno in piena crisi. Sua figlia Amalasunta cercò invano di comporre il contrasto tra con i Romano – latino, facendo appello a suo cugino Teodato ed associandolo al governo, ma costui la fece imprigionare e poi uccidere. Il nuovo imperatore, Giustiniano, trovò così il pretesto per avviare la riconquista dell’Italia e gli Ostrogoti furono travolti da una spaventosa guerra con l’Impero.
- Che cosa resta di Roma? Evoluzione ed indebolimento delle strutture del mondo romano La sopravvivenza della romanità fu possibile grazie alla diffusione del regime di ospitalità, che presupponeva la conservazione delle strutture amministrative, agrarie e politiche precedenti. I re vandali, visigoti, franchi e burgundi per governare utilizzarono i metodi romani e si appoggiavano ai vecchi uffici dell’Impero. Inoltre i regni conservavano la vecchia imposta fondiaria, il cui importo veniva fissato in base a quanto l’amministrazione aveva accertato e registrato nei propri catasti. Le imposte non erano però pagate dal clero, che ne era esonerato, e dai Germani, che ne erano esclusi in quanto alleati, e dunque le imposte gravavano completamente sulla popolazione civile romana. Un’evoluzione verso l’indebolimento delle strutture portanti del mondo romano è individuabile nelle città, che perdono importanza ed addirittura scompaiono. Verso la metà del V secolo Roma si svuota, ma contemporaneamente, nei regni romano – barbarici, nascono nuove capitali politiche che accolgono la corte del re ed i suoi servizi domestici. La presenza della corte non riesce però a trasformare queste città in veri centri amministrativi. La città resta il centro di una circoscrizione pubblica (comitato) o ecclesiastica (diocesi), vi risiedono un rappresentante del re (conte) ed un vescovo e, nonostante la sua consistenza demografica sia fortemente ridotta, essa rimane un importante punto di riferimento amministrativo e culturale.
- Il regresso della scuola antica e la nascita delle scuole cristiane Nell’Italia ostrogota e nell’Africa vandala sopravvivono alle invasioni anche le scuole cittadine dei grammatici e dei retori. Nella Gallia del sud ed in Spagna esse scompaiono, ma in quei paesi la conoscenza delle opere antiche si mantiene viva nell’aristocrazia gallo – romana grazie all’insegnamento di precettori privati. Il VII secolo segna la definitiva scomparsa della scuola antica. La cultura greco – romana non muore però con la scuola antica perché essa è trasmessa da alcuni letterati cristiani che utilizzano i testi antichi per ampliare le loro conoscenze: le lettere classiche passano al servizio della cultura cristiana. Nel VI secolo però l’insegnamento cristiano prende una direzione ben diversa: nascono scuole cristiane destinate alla formazione dei chierici, dove si studia quasi soltanto la Bibbia. Alle scuole presbiterali ed episcopali non possono però accedervi i giovani laici, che vi entreranno solo a partire dal VII secolo quando la scuola antica sarà scomparsa ed essi non avranno modo di istruirsi diversamente. La cultura antica si trasforma lentamente in una cultura cristiana ed ecclesiastica, ma le scuole presbiterali ed episcopali non sono gli ultimi anelli della sua diffusione perché i chierici che vi si sono formati diffondono la dottrina cristiana soprattutto attraverso una predicazione estremamente semplificata ed accessibile a tutti.
Cap. V. L’Impero restaurato di Giustiniano
- La civiltà bizantina Nel VI secolo si ha una differenziazione molto avanzata fra l’Occidente e l’Impero romano d’Oriente, in tutti i campi : economico, sociale, istituzionale. Occidente : economia urbana e mercantile sempre più ridotta. Nascono e si strutturano i regni romano-barbarici. Oriente: le città conservano una grande vitalità commerciale. Si liberano dalla pressione dei Germani (e sopravvive quasi un millennio (1453) dopo la caduta
dell’Impero d’occidente). Impero romano d’Oriente: caratterizzato dalla civiltà bizantina (Bisanzio antico nome di Costantinopoli). Il mondo bizantino, chiaramente delineato tra VI e VII secolo. Trova le sue origini nell’età di Diocleziano e di Costantino per 3 motivi:
- le riforme di questi 2 imperatori mutarono profondamente le strutture della società romana;
- la religione cristiana divenne una componente fondamentale per l’Impero;
- furono gettate le basi di un legame profondo tra Stato e Chiesa (caratteristico della storia di Bisanzio). Fino a Costantino l’Impero era stato caratterizzato da 2 elementi: una forte struttura statale ed una cultura ellenistico - romana. Questi 2 elementi sopravvissero nell’Impero Bizantino ma come tratti caratteristici emersero la religione cristiana e lo strettissimo legame Stato – Chiesa. La Chiesa si trovò in una posizione privilegiata, ma fu sempre più subordinata all’autorità imperiale. Si affermo a Bisanzio il principio del cesaropapismo, per cui l’Imperatore tendeva ad assumere responsabilità e competenze anche in campo spirituale. I Bizantini costituiscono dunque lo sviluppo della civiltà romana, conservando i 2 elementi costantiniani e con 2 elementi nuovi. A prova di questa continuità: ancora Nel XV secolo i Bizantini continuavano a chiamarsi romanoi (romani), e il loro Imperatore “imperatore dei romani”. Nell’Impero bizantino rimaneva viva l’idea di un dominio universale (tipica di Roma) e disponeva di una solida burocrazia, di un sistema fiscale efficientissimo, di un esercito permanente, di una flotta agguerrita, di scuola. La coscienza di appartenere alla tradizione greco – romana non impedì alla civiltà Bizantina di aprirsi agli stimoli culturali e le idee di altri popoli, divenendo un crogiuolo di popoli e diede vita a una civiltà aperta, ma basata su una forte coscienza di sé.
- Bisanzio nel V e nel VI secolo: i problemi etnici e religiosi Da Roma, Bisanzio ereditò anche problemi: i rapporti con le popolazioni barbariche e della loro pressione sulle regioni a sud del Danubio ed i dissidi (tumultuosi e laceranti) di carattere religioso. Preoccupò soprattutto nella seconda metà del V secolo la pressione degli Ostrogoti, stanziati in Pannonia (attuale Ungheria). Il problema fu risolto convincendo il loro re Teodorico a dirigersi verso Occidente per abbattere Odoacre (488). Il problema della potenza germanica all’interno dell’Impero trovò invece soluzione grazie all’alleanza con il bellicoso popolo degli Isauri, stanziato in Asia Minore e suddito dell’impero, ma ufficialmente « non barbaro». I capi Isauri si ribellarono poi e dovettero venir combattuti con vere e proprie guerre: l’imperatore Anastasio (491-518) spezzò la loro resistenza e diede il via alla deportazione in massa degli Isaur che portò alla fine delle crisi etniche, che avevano attanagliato l‘Impero per un secolo. Problemi di carattere religioso : mettevano in pericolo la pace sociale (Egitto, Siria) associandosi alle già presenti tendenze autonomistiche locali. La dottrina monofisita (dottrine teologica che nega la duplice natura, divina e umana, del Cristo che crea un conflitto all’interno della cristianità.), godeva in Siria ed Egitto di grande popolarità e per mettere fine alle sanguinose persecuzioni contro di essa, l’Imperatore Zenone (474-491), tentò nel 482 di accordarla con la dottrina fissata nei concili ecumenici proclamando l’Henoitikon (editto dell’unione). Il tentativo fallì provocando, tra Roma e Costantinopoli uno scisma durato un trentennio. L’atteggiamento imperiale contro i Monofisiti era oscillante : Giustino (518-527) e poi Giustiniano (527-565), tornarono a una politica intransigente verso i cristiani di Siria ed Egitto e perseguitarono ebrei e dissidenti. Mentre L’imperatrice Teodora, moglie e consigliera di Giustiniano, accordò ai monofisiti protezione. Era cmq una scelta difficile perché se si accontentavano Siria ed Egitto, sarebbero scoppiati disordini a Costantinopoli e nei Balcani, avversi al monofisismo. Più fortunati furono gli sforzi di cristianizzare i popoli non civilizzati. La Chiesa di Roma trovò in Giustiniano un protettore e un capo estremamente fermo : giunse a far arrestare e costrinse all’obbedienza papa Virgilio contrario alla conciliazione col monofisismo voluta dall’Imperatore (Giustiniano). Ma la sua politica fallì : i monofisiti non si placarono! In Italia l’opposizione all’atteggiamento imperiale provocò una frattura con l’episcopato: alcuni vescovi del Nord (capeggiati dal vescovo Paolino da Aquileia), non riconobbero infatti papa Pelagio (556- 560), allineato alla politica di Giustiniano “scisma di Aquileia”, durato circa un secolo e mezzo.
- Eremi e Cenobi: forme di vita monastica Grande Importanza ebbe (tra V e VI secolo) il monachesimo. Nell’età di Giustiniano conobbe una delle sue esperienze più significative, quella di Benedetto da Norcia (480-543), fondatore del monastero di Montecassino. Il Monachesimo cmq era già diffuso. Il monachesimo ebbe origine dalle esperienze religiose degli eremiti che fra III e IV sec. Praticavano una vita ascetica, di isolamento individuale, di rinunzie e meditazione nei deserti dell’Egitto desiderio di realizzare un ideale di martirio. Secondo grande momento del monachesimo: fu il suo sviluppo nella forma cenobitica comunità monastiche, desiderose di incarnare le pratiche ascetiche (in comunità) e la meditazione. Fu un monaco egiziano, Pacomio, a stabilire alla fine del III secolo la prima regola della vita comunitaria: i cenobiti dovevano vivere del proprio lavoro, praticare la castità, la povertà e l’ubbidienza. In Occidente queste comunità si diffusero dapprima sulle coste della Provenza, ma poi si estesero oltre i confini dell’Impero, fra le popolazioni celtiche d’Irlanda. Il monachesimo
- Luci e ombre dell’opera di Giustiniano Procopio di Cesarea (ex-fedele allontanato dalla corte) dice di Giustiniano : «cinico, infido, senza scrupoli, avido, crudele, implacabile coi nemici, incostante nelle amicizie, sensibile alle insistenze della moglie Teodora e ai discorsi degli adulatori..». Il bilancio degli sforzi di Giustiniano per rendere più grande e splendido il proprio regno ristabilire l’unità imperiale, ma è un bilancio soltanto in parte attivo:
- ottenne risultati sul piano commerciale e del riordino legislativo, ma le sue riforme non riuscirono a rigenerare internamente il vecchio stato romano.
- i suoi tentativi di riportare l’unità religiosa spesso aumentarono le tensioni.
- i suoi effimeri trionfi militari lasciarono l’Impero esausto. L’Impero in preda alle lotte interne e agli attacchi dei Longobardi in Italia, dei Persiani in Oriente, degli Avari e degli Slavi nei Balcani, avrebbe nel giro di qualche anno subito pesanti perdite territoriali.
- Fra VI e VII secolo: travagli interni e ridimensionamento territoriale In questo periodo 2 fenomeni caratterizzarono la vita dell’Impero Bizantino:
- una paurosa crisi interna, guerre civili, rivolte popolari e militari (che gli Imperatori MAURIZIO (582-602) e FOCA(602-610) tentarono invano di arginare).
- l’incapacità di difendere le frontiere dalle minacce dei Persiani, Avari e Slavi in Oriente, Longobardi e Visigoti in Occidente. Cause: amputazioni territoriali gravissime (malgrado l’Impero si difese con tutte le forze):
- l’Italia fu occupata in gran parte dai Longobardi, a partire dal 568.
- Cordova, il caposaldo bizantino in Spagna, fu ripreso definitivamente dai Visigoti nel 584.
- Quanto agli Slavi, si riversarono sulla penisola balcanica (580) e presero possesso dei territori occupati. L’insediamento definitivo degli Slavi (in nuclei) nei Balcani aprì nel VII secolo un lungo processo che portò alla creazione degli stati slavi in queste regioni. Le enormi perdite territoriali (fine VI secolo e inizio VII secolo) spostarono definitivamente il baricentro dell’impero verso oriente.
- Il sorgere dell’ordinamento “tematico” e la ripresa di Bisanzio Importanti misure organizzative permisero a Bisanzio di conservare alcuni possedimenti imperiali in Occidente: L’Imperatore Maurizio non rispettò più la separazione tra potere militare e civile (che aveva costituito uno dei cardini dell’amministrazione romana) e a Ravenna e a Cartagine raggruppò quel che rimaneva delle province d’Italia ed Africa. L’amministrazione di queste 2 province venne affidata agli esarchi (Comandanti) che provvedevano alla difesa tramite milizie militari. La concentrazione del potere nelle mani dei capi militari si estese rapidamente e divenne la base del cosiddetto sistema dei temi sorto al tempo di Eraclio (610-641). Eraclio fu uno dei più grandi Imperatori bizantini; egli dovette difendere l’Impero anche dagli attacchi dei Persiani che avevano conquistato quasi tutta l’Asia Minore. Eraclio pose le basi di un sistema che avrebbe caratterizzato per secoli l’amministrazione provinciale dello Stato Bizantino medievale: suddivise in circoscrizioni (temi) il territorio nell’Asia minore non ancora conquistato dai Persiani. Questi temi erano unità amministrative a carattere decisamente militare. Al vertice c’era un generale (stratega) che esercitava (come a Ravenna e Cartagine) il massimo potere civile e militare. Crollò così del tutto il vecchio ordinamento amministrativo che risaliva a Diocleziano e poi a Costantino. Ai soldati furono attribuite proprietà private ereditarie dei fondi, in cambio dovevano prestare servizio militare allo stesso modo ereditario. L’amministrazione dei «temi» assomigliava al vecchio istituto tardo-romano del territorio di frontiera (limes), difeso dai soldati - coloni. Ci vollero quasi 3 secoli prima che tutto l’Impero fosse suddiviso in temi e funzionasse una nuova organizzazione interna. La riorganizzazione dell’esercito ebbe importanti conseguenze:
- l’Impero fu liberato dal gravoso impegno di reclutare mercenari;
- ebbe a disposizione truppe assai più economiche e anche « motivate », infatti i soldati-coloni difendevano le « proprie » terre;
- si rafforzò la piccola proprietà. Nella lotta tra Bisanzio e i Persiani la chiesa Greca pose i suoi tesori a disposizione dello Stato. Eraclio riuscì a sconfiggere i persiani e a riconquistare tutti i territori un tempo appartenuti all’Impero:
- l’Armenia
- la Mesopotamia romana
- l’Egitto
- la Siria
- la Palestina Il contributo più significativo di Eraclito fu la riforma militare ed amministrativa che pose i fondamenti dello Stato bizantino medievale.
PARTE SECONDA: L’Alto Medioevo Cap. VI. In Oriente: il sorgere della potenza araba e le trasformazioni dell’impero bizantino
- Ragioni e conseguenze di un’espansione Prima metà VII secolo la predicazione di Maometto, ispirata al giudaismo e al cristianesimo diede origine all’Islam. Aspetti significativi della sua diffusione:
- L’Islam trasformò le bellicose tribù beduine in un popolo unito dalla fede in un unico dio (e guidato da un solo capo: Maometto).
- questo popolo si trasformò in un popolo di conquistatori: l’uso beduino di razziare i territori nemici venne elevato al rango di « guerra santa » ; l’abitudine alla razzia si trasformò in volontà di conquista in meno di un secolo s’impadronirono di un Impero immenso che andava dalle rive dell’Indo alle sponde dell’Atlantico.
- Decadimento del Mediterraneo (pur rimanendo un’area di scambi relativamente importante). Il dominio cristiano su di esso passò al mondo arabo il quale strinse l’Europa in una morsa che andava dalla penisola Iberica all’Armenia spostamento del cuore politico e commerciale della cristianità verso settentrione. Gli arabi combatterono in principio contro Imperi indeboliti da lacerazioni interne (vedi Siria ed Egitto: pressione fiscale e persecuzioni contro i monofisiti) dove trovarono terreno fertile al cambiamento. Gli arabi conquistano dunque territori vi si insediano e diventano agricoltori : non sono più beduini che vivono secondo le regole della tribù, ma sono retti da un’amministrazione centrale efficiente coordinata da un successore di Maometto: il califfo. Quest’amministrazione è modellata su quella bizantina trovata in Siria e In Egitto. Metà del VII secolo: i califfi non sono più elettivi, ma si trasmettono la carica per via ereditaria ed esercitano un potere assoluto. Mentre la civiltà araba si sviluppa, l ‘Impero d’Oriente subisce gravi amputazioni territoriali (diventa sempre più uno stato greco). Nel IX e X secolo tuttavia riesce a riconquistare territori nei Balcani e nel Mediterraneo.
- L’Arabia preislamica Tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo: l’Arabia (3000 kmq) è una terra arida (deserti percorso dai nomadi beduini arabi), ma al Sud clima migliore e popolazione sedentaria di agricoltori. I Beduini si spostavano continuamente, guidavano le carovane attraverso i deserti. Aspetti della vita economica e sociale della penisola araba:
- l’organizzazione sociale: tribù capo eletto tra gli anziani
- campo religioso: mosaico politeistico
- le attività religiose e commerciali si integravano presso i santuari. Questa integrazione (religione-commercio) si realizzò in maniera esemplare alla Mecca, sede dellakaaba (importante santuario): un’oligarchia di famiglie della tribù dei Quaraysh seppe organizzare un’sistema ammirevole di ricevimento e di transito di merci: avorio, oro, schiavi d’Africa, spezie, incenso, tessuti, armi, stoffe. L’evoluzione della Mecca investì tutta la regione e la penisola Arabica diventava sempre più un punto nevralgico degli scambi internazionali dell’età alto-medievale. L’Arabia è un mondo in rapida trasformazione caratterizzato da un orientamento religione unitario e da un’organizzazione politica altrettanto unitaria.
- Il primo messaggio religioso di Maometto La predicazione di Maometto iniziò nel 610 alla Mecca. Egli parlava in nome di Allah che presentava come un dio unico. L’aspetto fondamentale del suo messaggio era appunto l’affermazione dell’unicità di dio nella penisola arabica. Allah gli era apparso e gli aveva comunicato i messaggi da trasmettere all’uomo (predicazione semplice):
- Allah, creatore di tutto, é infinitamente buono e potente;
- l’uomo deve essere riconoscente ad Allah, adorarlo, sottomettersi a lui (Islam = sottomissione totale alla volontà divina); -il castigo eterno aspetta agli ingrati ed ai ricchi che non si sottomettono e non si purificano donando ai poveri parte delle loro ricchezze. Non intendeva però scardinare i pilastri della società araba : Maometto rispettava i riti del popolo (purché dedicati ad Allah), e riconosceva come legittima la ricchezza purché non procurata mediante l’usura e usata a buon fine. L’Islam penetrava soprattutto nelle classi basse degli sfruttati dall’aristocrazia meccana incontrò così l’opposizione dei Quaraysh, preoccupati sia dalla composizione sociale della comunità musulmana sia dalla predicazione antipoliteista. Di fatti colpiva i suoi interessi economici poiché erano i custodi del tempio (kaaba) di una moltitudine di divinità (conflitto d’interessi). La comunità maomettana fu fatta oggetto di una persecuzione attiva. 622 svolta fondamentale: Maometto e la sua comunità religiosa abbandonano la Mecca e si trasferiscono a Yatrib, ribattezzata Medina (città del profeta). Fu la famosa egira, ovvero fuga, migrazione che segnò l’inizio dell’era musulmana. Nacque un nuovo tipo di comunità che comprendeva anche gli ebrei. Questa comunità riconosceva l’autorità incontrastata del profeta scissione
Dopo Maometto un trentennio di califfato elettivo in cui governava a turno uno dei «prescelti» dalle 3 fazioni: fu un periodo travagliato; 3 califfi morirono assassinati ed alcune tribù beduine non volevano sottostare all’autorità del califfo. L’espansionismo arabo fu il mezzo che fece tacere i contrasti interni fra le tribù avide di bottino. La politica espansionistica fu coronata da un successo enorme e rapidissimo: a subirne le conseguenze furono l’impero Bizantino e quello Persiano. L’Imperatore bizantino Eraclio fu battuto e colonne islamiche conquistarono fra il 633-645 la Siria l’Egitto, la Cirenaica e la Tripolitania. Le ostilità con l’Impero persiano permisero di incorporare l’Iraq e la Mesopotamia e di annettersi poi l’intera dominazione Sasanide (655). Sempre nel 655 alle coste della Licia annientarono una flotta bizantina comandata dall’imperatore Costante II (641-668). Per tali imprese si utilizzarono i cantieri navali ed i marinai di Egitto e Siria. La velocità delle loro conquiste era soprattutto dovuta alla debolezza degli avversari: per Siriani ed Egiziani fu un sollievo quello di essere liberati dal controllo dell’impero Bizantino, dal suo fiscalismo e dalle persecuzioni religiose contro i Monofisiti.
- L’amministrazione dei territori conquistati e le trasformazioni della società musulmana Occorreva adattare leggi non ancora codificate ai bisogni di una comunità ormai immensa ed eterogenea. Alcune trasformazioni imponenti:
- organizzazione di un’amministrazione statale
- evoluzione del califfato in un potere ereditario assoluto
- radicamento degli arabi nelle province Il modello dell’amministrazione fu offerto dall’efficiente costruzione statale romano - bizantina che gli Arabi trovarono in Siria ed Egitto e dal sistema amministrativo persiano (amministrazione finanziaria con la gestione degli introiti pubblici). Attinsero inoltre da questi 2 Imperi un senso di unità e le prerogative di Stato che andavano oltre le loro tradizioni di anarchia tribale. Quest’evoluzione modificò la figura del califfo: divenne via via l’erede di una dinastia assoluta. Non coordinava più soltanto i rapporti fra le tribù ma mirò ad imporre un potere assoluto, universale. A partire da Othman si creò una classe di proprietari terrieri arabi, esenti dall’imposta fondiaria, tutti membri del suo clan famigliare o alleati. In altri termini: si creò una vasta clientela politica devota alla sua famiglia (Omayyadi), che grazie a questa clientela, s’impossessò del califfato. Con gli Omayyadi si attuò anche la trasformazione dei soldati arabi in proprietari terreni fondiari nei paesi occupati che favorì il loro radicamento (rendendoli proprietari) e fece in modo che essi godessero di un trattamento fiscale «particolare».
- La seconda fase dell’espansione e la frattura del mondo musulmano Gli Omayyadi portarono un loro membro al governo della Siria: Muawija (660-680). Con la dinastia dei califfi omayyadi fondata da Mauwija, l’impero conobbe una nuova fase di espansione: in meno di 50 anni (tra i primi anni di Muawija e il 715) il dominio arabo si estese fino alle bocche dell’Indo e a nord-est venne a confinare con la Cina. Fallirono invece gli attacchi a Costantinopoli (717-718), l’imperatore Leone III l’Isaurico inflisse agli Arabi una sconfitta che ne avrebbe fermato per secoli l’espansione nei territori bizantini. Sul fronte african furono necessarie parecchie campagne per scacciare i Bizantini dalla regione di Cartagine. Nei primi anni VIII secolo il Magreb viene conquistato, anche se le tribù locali si dimostravano ostili ai califfi. Dal Maghreb nel 711 le truppe arabo – berbere maghrebine) degli Omayaddi passarono in Spagna ed abbatterono il Regno Visigoto, indebolito dalle continue crisi interne, e conquistarono anche la Settimania, un prolungamento di dominio visigoto nella Francia Meridionale. Questa fu la fine della seconda espansione. Venne strappato alla cristianità il dominio del Mar Mediterraneo che perse in parte la sua importanza economica, ma i legami commerciali sussistevano fra i 2 mondi. Il mondo musulmano era diviso da lotte religiose: un prolungamento naturale dei vecchi antagonismi tra le tribù, che avevano tendenze autonomistiche in varie regioni dell’Impero a cui si aggiungeva lo scontento per l’ingiustizia del fisco. Nel 750 vi fu rivolta armata guidata dalla famiglia meccana degli Abassidi, che s’impadronì del califfato, detenendolo fino al 1258, con oltre 500 anni di dominio. Gli Omayyaddi si trasferirono in Spagna, trasformando l’emirato locale di Cordova in un regno indipendente, mentre altri emirati indipendenti sorsero nelle provincie africane di Marocco, Tunisia ed Egitto. Nel X secolo queste 3 caddero in mano alla dinastia sciita dei Fatimidi (con sede al Cairo), che estese la sua influenza anche sulla Siria e la Palestina, causando una frattura: da una parte l’Islamismo sciita dei Fatimidi, dall’altra l’ortodossia sunnita degli Omayyadi e degli Abbasidi.
- La società musulmana nell’età degli Abbasidi Nel VII secolo, nei territori conquistati si cambiarono soltanto i vertici della gerarchia, perché i funzionari rimasero gli stessi. Essi continuarono ad usare le lingue greca, iraniana e copta. La lingua araba però si diffondeva a poco a poco grazie al numero crescente di Arabi nelle provincie. All’inizio VIII secolo il Califfo Omayyade Abd Al Malik (685-705) avviò l’arabizzazone dell’amministrazione pubblica: l’arabo divenne la lingua ufficiale e funzionari arabo-musulmani furono immessi ovunque negli uffici. Nel settore finanziario si
coniarono, nel 695, le prime monete di oro e d’argento musulmane per sostituire quelle bizantine e sasanidi, favorendo la centralizzazione dell’amministrazione pubblica. Nel Medio Oriente la centralizzazione dello Stato fu portata avanti dagli Abbasidi che crearono il visir, una sorta di primo ministro che avrebbe poi finito per usurpare il loro potere effettivo. L’unificazione di un immenso territorio favorì una crescita della città: i campi militari provinciali divennero poco a poco grandi centri amministrativi e commerciali, degni delle città bizantine. Furono fondate nuove città, come Baghdad, sulle rive del Tigri, che divenne la capitale del mondo abbaside. L’importanza della città favorì anche trasformazioni culturali con l’incontro di 2 culture che rinnovò la cultura ellenistica, grazie a traduzioni arabe di Aristotele, successivamente interpretato, nel XI secolo, dal persiano Avicenna e nel XII secolo dall’arabo-spagnolo Averroè. A tutto questo si devono aggiungere contributi nel campo della matematica e dell’astronomia.
- L’Impero Bizantino dal VII al X secolo La conquista araba porta a delle rinuncie territoriali da parte di Bisanzio. Tra VIII e IX secolo l’Impero perse tutti i territori rimasti in Italia e in Sicilia. Nella penisola balcanica, dopo il 750, i Bulgari divennero motivo di preoccupazioni, ma Bisanzio ristabilì e mantenne il controllo delle regioni vitali. Sul fronte orientale la vittoria di Leone III sugli Arabi che assediavano Costantinopoli bloccò definitivamente la loro espansione. Tra VII e VIII secolo, l’Impero si ridusse alla zona periferica del Mar Egeo, divenne dunque un impero greco, privo delle province mediterranee. Vi furono profondi cambiamenti nell’amministrazione centrale e provinciale: le vecchie prefetture vennero sostituite da 4 ministeri: degli affari interni ed esteri, dell’esercito, delle finanze e degli affari imperiali. L’amministrazione dei temi (unità a carattere militare) fu centralizzata e gli strateghi che le gestivano vennero posti alle dirette dipendenze dell’imperatore. Alla fine del IX secolo erano scomparse le ultime istituzioni del periodo tardo - romano: i temi estesi a quasi tutto il territorio dello Stato erano l’unica organizzazione provinciale. La grande aristocrazia fondiaria, già danneggiata nel periodo di crisi tra il VI e il VII secolo, fu privata definitivamente dei beni presi dagli Arab e molte grandi proprietà andarono in rovina. I villaggi indipendenti si moltiplicarono e si sviluppò una piccola proprietà di contadini liberi che affiancò glistratioti, dei soldati inseriti nell’ordinamento dei temi, che insieme costituirono la forza economica fondamentale dell’Impero bizantino. Era florida, per via di donazioni e dell’esenza dalle imposte, la situazione della Chiesa che intaccava le basi della fiscalità e fu combattuta dall’Impero per via dell’iconoclastia, la lotta contro il culto delle icone. Questa era fonte d’ingenti guadagni per la Chiesa (commerci d’icone), ma le regioni orientali dell’Impero erano contrarie a questi commerci a causa anche degli influssi islamici e giudaici che diffusero la ripugnanza per le rappresentazioni della divinità. Contro il culto si schierò anche Leone III, convinto che non si potevano difendere i confini dell’Impero dagli arabi senza l’aiuto delle popolazioni locali, che erano contro il culto delle icone. Nel 726 vietò il culto delle immagini sacre e ne ordinò la distruzione provocando l’opposizione del papato. Quando, verso la metà del IX secolo, il pericolo arabo cessò, in Occidente il Papato si allontanò sempre più dall’Imperatore, provocando la perdita dei domini bizantini in Italia. In seguito tra l’867 il 1057, sotto la dinastia macedone i confini balcanici furono riportati al Danubio, Creta fu riconquistata (961), le popolazioni slave furono evangelizzate e l’Impero ritornò ad essere una grande potenza mediterranea.
Cap. VII. Sintesi romano – germaniche nell’Europa del VII e VIII secolo
- Fusione di due mondi Tra VII e VIII secolo Il Mediterraneo, a causa degli Arabi, cessa di essere il «cuore» politico ed economico della cristianità. In Occidente le strutture della vita economica diventano quasi esclusivamente rurali. Intanto il Cristianesimo penetra lentamente in Inghilterra e in Germania, mentre il baricentro dell’Europa cristiana si sposta nel grande regno creato dai Franchi. Le capacità organizzative dei monaci che hanno convertito l’Inghilterra vengono messe a frutto per la riforma delle strutture ecclesiastiche nei principali regni romano – germanici, che assumono tali caratteristiche:
- fusione nell’antica Gallia dei 2 mondi: romano e germanico (incontrati al tempo delle grandi invasioni);
- maturazione di un processo analogo (fusione) anche in altri regni: i Longobardi, insediatisi in Italia nel 568, distruggono il ceto senatoriale;
- nascita del vassallaggio nel regno franco con un giuramento di fedeltà verso un potente. La fusione é favorita dalla conversione al cattolicesimo delle popolazioni germaniche e dalla fusione della loro aristocrazia militare con l’aristocrazia terriera dei popoli romanizzati (matrimoni misti ed imitazione nei modi di pensare e di comportarsi) mentre l’aristocrazia fondiaria assume atteggiamenti militareschi quella germanica si trasforma in una classe di possessori di terre. Quanto al vassallaggio, esso consente alla famiglia dei Pipinidi, che controlla la carica di “maestro di palazzo” nel regno franco e che disporre di un’ampia clientela militare che la rende così forte da consentirle, con l’appoggio del papato, d’impadronirsi dell’autorità regia a scapito della dinastia merovingia.
come patrimonio di una dinastia e dunque ereditario. Non era dunque più eletto dal popolo, ma dall’aristocrazia militare. Il rapporto tra il potere regio e il popolo era mediato dall’aristocrazia militare e fondiaria, legata al re da vincoli clientelari.
- La riforma dell’episcopato franco e l’intesa tra Carolingi e Papato Cosa rese così forti i Pipinidi da impadronirsi della dignità regia? Vanno considerati due elementi:
- la strettissima alleanza con il papato;
- la forza della loro clientela militare. L’intesa con il papato non si era creata in occasione del colpo di Stato che aveva portato Pipino il Breve sul trono; era però una collaborazione più antica che aveva permesso di riorganizzare le strutture ecclesiastiche del regno franco, colpite da una grave crisi. Tra VII e VIII secolo la disciplina del clero era decaduta e l’organizzazione gerarchica della Chiesa franca che avrebbe dovuto inquadrare saldamente le popolazioni, regione per regione, si stava sfaldando. I Pipinidi erano ovviamente interessati a questo inquadramento, ma il problema era impiantare un’organizzazione ecclesiastica e territoriale. I Pipinidi fecero convocare un sinodo che riordinasse le strutture della chiesa da San Bonifacio, il quale aveva già organizzato in episcopati strettamente legati al papato i territori germanici dove aveva operato come missionario. La riforma avvenne in numerosi concili e in vari decenni a partire dal 742: la disciplina fu restaurata, furono ripristinate le funzioni dei vescovi, le diocesi furono sottoposte all’autorità di un metropolita. Rilevante fu l’attenzione dedicata all’istruzione dei monaci e dei chierici, che fu la base di tutta la riorganizzazione amministrativa. Questa riorganizzazione fu poi estesa a gran parte dell’Occidente. Infine, San Bonifacio diede grande importanza al coordinamento dell’episcopato franco con la Chiesa di Roma ed in questo modo si spiega così il connubio fra Carolingi e papato.
- La monarchia franca: la formazione della potente clientela militare dei Pipinidi I Pipinidi riuscirono a legare a sé, mediante la distribuzione di terre, un’importante clientela vassallatica. Ai tempi di Carlo Martello i Franchi erano poco inclini ad abbandonare la gestione dei loro fondi per partecipare alle battaglie ed il vecchio esercito di popolo era dunque in crisi. Era il periodo in cui cresceva l’importanza della cavalleria ma non tutti potevano permettersi economicamente l’equipaggiamento del cavaliere e il sostentamento degli scudieri per i 3 mesi all’anno delle campagne militari. Per garantire il reclutamento dei cavalieri, si cercò di legarli al potere politico mediante il rapporto del vassallaggio, creando uno speciale rapporto di fedeltà militare. Era vassallo di un re o di un signore potente il cavaliere che si obbligava con giuramento a prestare servizio d’armi. Egli veniva ricompensato con un beneficio (concessione di terre) date in godimento per la durata del servizio stesso (fino a che combatteva per il signore). Carlo Martello moltiplicò la distribuzione di terre e soprattutto di beni ecclesiastici (usurpati) che concedeva ai suoi guerrieri che venivano ad integrare l’esercito di popolo. Furono infatti gli immensi patrimoni ecclesiastici a fare la fortuna dei Pipinidi: Carlo si trovò a poter distribuire ai suoi vassalli una grande quantità di terre e ciò gli permise di reclutare una clientela molto più numerosa e potente di quella delle famiglie aristocratiche concorrenti. Questa “forza” dei Pipinidi fu la base di un grandioso processo di espansione militare in Europa (in Italia, ad esempio, ne fecero le spese i Longobardi).
- L’insediamento longobardo in Italia: una serie di “fratture” nella storia della penisola Nel 568 una nuova ondata di Germani, in prevalenza Longobardi, abbandonata la Pannonia agli Avari (Mongoli), penetrò i confini dell’Impero romano dirigendosi verso l’Italia. Questi Longobardi erano guidati da Alboino e si erano stanziati solo recentemente ai confini e quindi non avevano quella familiarità con il mondo romano (come ad esempio i Goti). 3 aspetti caratterizzanti:
- a differenza di quanto avvenne in Gallia, dove Franchi, Visigoti e Burgundi lasciarono sopravvivere l’aristocrazia locale, i Longobardi distrussero completamente il vecchio ceto senatoriale, causando una netta frattura ed una rivoluzione dei rapporti sociali. Le terre, attraverso un processo violento, passarono ai Germani liberi e armati. Questi diventarono così dei possessori e acquisirono dai vinti un forte senso della proprietà individuale. Non colpirono solo l’aristocrazia, ma anche la popolazione fu ridotta ai margini e le classi di coloni (contadini) erano sfruttati stabilmente dai Germani, che si sostituivano agli antichi possessori fondiari.
- l’insediamento non fu omogeneo e provocò fratture territoriali: non fu una conquista sistematica poiché fu opera di capi militari che agivano per loro conto, senza un piano d’insieme. In pratica restarono ai Bizantini: le coste da Venezia (che sorse in quel momento) a Ravenna collegate da una fascia (Appennini) a Roma (e dintorni), il tacco, e la punta dello stivale (Spoleto e Benevento), la regione intorno a Napoli e un’altra macchietta appena sotto. Anche la parte sud della Liguria (che sarebbe poi caduta in mano ai Longobardi verso il 650) era bizantina ed anche le isole erano tali.
- lo stanziamento fu attuato da gruppi di guerrieri che si richiamavano a un antenato comune. Le regioni via via conquistate vennero rette da comandanti dei singoli corpi che s’insediarono nelle città fortificate (prevalentemente) di origine romana.
- Il regno longobardo: trasformazioni della società e del potere regio Alboino condivideva il potere di comando con i duchi (poi divenuti duchi di Spoleto e Benevento). Le “fare” (gruppi di guerrieri) si permettevano larga autonomia. Alboino e il suo successore, Clefi, furono assassinati, il primo nel 572 e Clefi nel 574. Dopodiché il potere si frantumò per 10 anni nelle mani dei vari capi militari. Fra VI e VII secolo i re lottarono per affermare il proprio potere su quello dei duchi (i quali godevano di autonomia eccessiva) e per costruire uno Stato di carattere tendenzialmente romano. Autari (584-590) e soprattutto Agiulfo (590-615) furono i veri fondatori dello Stato longobardo. Il regno si organizzò in modo più unitario come dimostrano la creazione di una capitale stabile del regno, dal 626 Pavia, e l’emanazione nel 643 dell’Editto di Rotari che intendeva assoggettare anche i duchi all’autorità del re. Con questo editto, il re Rotari (636-652) mie per iscritto le tradizioni giuridiche dei Longobardi (fino ad allora trasmesse a memoria) e fece spazio anche ad elementi di diritto romano: l’abolizione della “faida” (vendetta privata), sostituita con un risarcimento in denaro (guidrigildo); egli intendeva infatti sostituire alla giustizia privata una giustizia amministrata dallo Stato e garantita dal re. Con Rotari l’autorità del re appare ormai adeguata alle esigenze di una società non più fondata sul valore militare, ma sul possesso terriero. Ma sulla strada della costruzione di un forte potere monarchico, Pavia non poté andare fino in fondo: non poté contare su contribuzioni imposte ai sudditi in modo uniforme, ma sul vasto patrimonio fiscale che faceva capo al re (in pratica pagavano le imposte solo in questi territori). L’azione unificatrice non riuscì a superare la Pianura Padana e la Toscana. Per i duchi di Benvento e Spoleto il riconoscimento dell’autorità regia fu quasi sempre solo formale perché erano di fatto autonomi e anzi imitavano la corte pavese per costruire anch’essi un potere centralizzato. La struttura più unitaria, ovvero Pavia (e Lombardia e Toscana) si affermò grazie anche al contatto con il mondo romano - cattolico: la regina Teodolinda (prima moglie di Autari e poi di Agiulfo), era una principessa bavara cattolica e profondamente romanizzata. La conversione di un re però tardò perché il primo re longobardo cattolico fu Ariperto I (653-661). Come l’esercito franco, quello longobardo coincideva con la classe dei possessori non fu però potenziata dai vassalli armati (gasindi), rimase un esercito di popolo, con una piccola parte di origine romana.
- L’Italia Bizantina dopo l’invasione longobarda La grande aristocrazia, nelle regioni italiche controllate da Bisanzio che i Longobardi non erano riusciti a sottomettere si vide privata però di tutti i beni posseduti nelle aree di occupazione longobarda. In queste regioni controllate da Bisanzio avvennero trasformazioni politiche e amministrative:
- la trasformazione dei funzionari e mercenari bizantini in grandi e piccoli possessori di terre che vennero poi assimilati ai possessori di origine latina (romani) ed affluirono ben presto sia nell’esercito, sia nella burocrazia.
- i territori bizantini acquistarono un’autonomia sempre maggiore dall’Impero d’Oriente: la difesa dai Longobardi fu spesso diretta dal papa e non dall’esarca (il comandante militare bizantino). Papa Gregorio Magno (590-604), membro di una potente famiglia romana, assicurò la difesa militare di Roma e riorganizzò l’amministrazione della città:
- sparirono i funzionari tradizionali (il prefetto della città e il prefetto dell’annona) e le loro funzioni passarono al Papa stesso.
- migliorò la gestione del patrimonio di San Pietro, proprietà situate soprattutto nel territorio bizantino. Tali complessi fondiari (massae) erano diretti da funzionari (conductores) ed erano raggruppati regolarmente in patrimonia ed ognipatrimonia era affidato alla direzione di unrector. Nell’Italia bizantina del centro – nord, il potere sfuggì così al controllo imperiale e si concentrò nelle mani dei grandi proprietari terrieri e dei pontefici ed il gioco politico era dunque condotto dai re longobardi, dal papato e dall’esarca.
- Longobardi e papato nella prima metà dell’VIII secolo: le origini della dominazione politico – territoriale pontificia La conversione di Ariperto I non fu sufficiente a superare gli ostacoli che il papato metteva fra i Longobardi e l’incorporazione dell’area laziale al loro regno (longobardo). Vi era una forte diffidenza dei papi verso Ariperto I. Re Liutprando (712-744) cercò di attuare una politica distensiva e si presentò come sostenitore della chiesa di Roma negli urti che questa ebbe con Leone III l’Isaurico riguardo al culto delle immagini. In seguito a questo conflitto, Leone III confiscò ipatrimonia ecclesiastici in Sicilia e in Calabria. Il papa cercò dunque di costruire una propria dominazione politico - territoriale nei confini del ducato bizantino di Roma, amministrare meglio e accrescere i propri beni fondiari. A mutare le cose fu la politica di riunificazione della