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Sviluppo locale - un progetto per l'Italia
Tipologia: Dispense
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SVILUPPO LOCALE di Trigilia Carlo
CAP. 1 PERCHE’ LO SVILUPPO LOCALE DIVENTA PIU’ IMPORTANTE
“Globalizzazione e sviluppo locale”
Con la globalizzazione l’economia è sempre più sradicata dai singoli luoghi, diventata mobile nello spazio. Questi processi hanno porto un miglioramento della comunicazione e diffusione delle reti telematiche. C’è chi auspica la globalizzazione come strumento per liberare i mercati dalla regolazione politica e sindacale, e chi la vede come una minaccia per l’autonomia regolativa degli Stati nazionali, indi alle politiche del lavoro e di protezione sociale. Alla globalizzazione, negli ultimi anni, si è contrapposto lo sviluppo locale , attenzione per luoghi, città, regioni che mostrano dinamismo. Legame tra i territorio e il suo contesto sociale e istituzionale che suscita interesse negli amministratori e politici locali, dirigenti di organizzazioni o esponenti di associazioni sociali e culturali. Istituzioni locali sviluppano esperienze di cooperazione innovativa attraverso accordi. Esempi: Silicon Valley per l’alta tecnologia, biotecnologie di Oxford. Lo sviluppo locale non si identifica con specializzazioni produttive o modelli istituzionali di regolazione dell’economia; non associato esclusivamente a distretti industriali di piccola impresa. Riguarda sistemi produttivi locali con diversi caratteri, la stessa specializzazione produttiva può variare (da tessile, mobili ceramiche a settori di alta tecnologia). L’elemento che caratterizza lo sviluppo locale è la capacità dei soggetti istituzionali locali di cooperare per avviare e condurre percorsi di sviluppo condivisi che mobilitino risorse e competenze locali. Questo sviluppo locale non significa chiusura verso i processi di globalizzazione, anzi lo sviluppo riesce quando arrivano risorse esterne di tipo politico, economico e culturale. Ciò che distingue lo sviluppo locale dal dinamismo locale è la capacità di usare risorse
esterne per valorizzare quelle interne. La globalizzazione non è solo sradicamento dei luoghi, ma crea nuove forme di radicamento, nuove esperienze, nuova innovazione.
“L’organizzazione produttiva post-fordista e il territorio”
A partire dagli anni ’70 ci sono stati profondi cambiamenti nei rapporti tra economi e territorio che hanno dato maggior rilievo allo sviluppo locale. Caratteristica del fordismo: separare l’economia dalla società, importanza dell’imprenditorialità personale e il contesto istituzionale locale nello sviluppo economico. Le imprese verticalmente integrate sostituiscono la gerarchia al mercato, rimpiazzando gli imprenditori con i manager. A livello macro importanti le politiche di stato di Keynes (regolazione della domanda e stabilizzazione del mercato). È dagli anni ’70 che con la crisi dell’assetto istituzionale fordista-keynesiano l’autonomia del territorio nei percorsi di sviluppo è tornata a crescere. Ricerca di maggiore flessibilità , rapido adattamento al mercato, maggiore qualità dei prodotti. L’aumento dei benessere nei paesi sviluppati si è trasformato in un mutamento delle preferenze e domande dei consumatori, orientati verso prodotti di differenziati e di qualità. Anche le grandi imprese hanno seguito la strada di maggiore flessibilità e qualità, ristrutturandosi. Ciò ha spinto le grandi imprese multinazionali a collocare le loro unità produttive in aree a forte specializzazione, dove è possibile una collaborazione con piccole e medie imprese di subfornitura. Ciò da maggiore rilievo al territorio. Si formano reti di imprese(o distretti), agglomerazioni di piccole e medie imprese-reti che si localizzano in certi territori. Economie esterne importanti, esse sono frutto di beni collettivi locali perché abbassano i costi e possono accrescere la capacità di innovazione. Sono beni che le singole aziende non possono o non vogliono produrre in quantità adeguate, ma da cui dipende la competitività di ciascuna di esse. Questi beni collettivi locali possono essere frutto di una tradizione locale che si è consolidata, o di uno specifico intervento pubblico, oppure da soggetti privati (beni di club), o per cooperazione tra pubblico e privato. I modelli produttivi post-fordisti rendono le imprese più dipendenti dal contesto territoriale, anche se con il procedere della globalizzazione possono accrescere le possibilità di scelta dei territori.
“Perché la globalizzazione crea opportunità per lo sviluppo locale”
Un effetto ben noto della globalizzazione è l’indebolimento della capacità regolativa dello Stato nazionale. Dagli anni ’70 diventa sempre più difficile tenere sotto controllo la spesa pubblica, per la pressione di gruppi di interesse, invecchiamento della popolazione, ecc. La globalizzazione e l’integrazione europea impongono vincoli più stretti di bilancio. I costi della protezione sociale vanno tenuti sotto controllo per evitare un regine di mobilità dei capitali finanziari spinga le imprese nazionali a delocalizzare.
“Come avviene la produzione di beni collettivi locali”
Via via che lo sviluppo procede diventa importante la capacità di coordinamento consapevole e intenzionale tra i vari soggetti e l’interazione tra attori collettivi. Occorre un’intensa e complessa collaborazione tra produttori formalmente autonomi, rapidi riadattamenti ed è necessario che ognuno faccia la propria parte rispettando modalità e tempi di produzione necessari. Peso incisivo cel’hanno le risorse normative, ovvero la disponibilità di legami fiduciari e di meccanismi informali di controllo reciproco tra gli attori coinvolti, in modo da evitare costosi inconvenienti. Perché l’ambiente si qualifichi e lo sviluppo locali si attivi o preservi, è necessario saper offrire quei beni collettivi che creino e ricreino economie esterne adeguate. Il processo è influenzato dalla disponibilità di reti cooperative tra soggetti individuali e collettivi.
“Una definizione e tre domande”
I costi di transazione crescono e sono fonte di rischi che vanno controllati per rendere possibile il processo produttivo. Negli ultimi anni si sono definite le reti di relazioni sociali personali tra soggetti individuali come capitale sociale , sinonimo di cultura civica (civicness): cultura condivisa che limita i comportamenti opportunistici e favorisce la cooperazione. In altri casi il capitale sociale
“Implicazioni per le politiche di sviluppo”
Nelle aree arretrate vi è in genere una disponibilità non trascurabile di reti sociali, legate alla famiglia, comunità locale e altre appartenenze. La generazione per sperimentazione di nuove reti tra soggetti collettivi viene ad assumere un ruolo strategico.
I distretti industriali sono una ben nota forma di sviluppo locale, hanno cominciato ad attirare l’attenzione a partire dagli anni ’70. Appariva quasi un residuo del passato, dato che la protagonista indiscussa dell’epoca era la grande impresa fordista. La diffusione dei distretti non ha assunto la stessa intensità nei vari paesi, due fattori hanno giocato a favore di questi modelli emergenti: crescente domanda di beni meno standardizzati e la sperimentazione di nuove tecnologie che permettevano di ridurre i costi di produzioni per volumi ridotti di beni. I distretti erano una forma di nuovi modelli post fordisti ai quali si sarebbero presto avvicinate anche le imprese maggiori in via di ristrutturazione. Nel nostro paese c’erano zone in cui si erano preservate delle tradizioni produttive locali ed era anche presente un contesto sociale e politico capace di offrire i beni collettivi necessari per la crescita di questo particolare tipo di sistemi locali. Aree ricche di economie esterne materiali e immateriali che sostenevano lo sviluppo delle piccole imprese. I distretti sono una forma di sviluppo locale in cui le economie esterne sono alimentate da dotazioni originarie, risorse tangibili e intangibili. Le appartenenze forti sono importanti. Le reti cooperative fra attori istituzionali pubblici e privati rinforzano la produzione di beni collettivi attraverso processi più intenzionali. Quando si fa riferimento a sistemi di piccole imprese in settori di alta tecnologica, tipo produzione di software, biotecnologie, ecc. si è parlato di distretti high tech. Questi distretti sono un tipo particole di sistema produttivo locale distinto dai distretti industriali tradizionali. Gli high tech sono da considerare come un nuovo tipo di sistema produttivo locale di piccole e medie imprese.
“Economie esterne e beni collettivi locali”
Settori di alta tecnologia: industria aero spaziale, settori connessi, chimica, farmaceutica, comunicazione. Non tutti i settori ad alta tecnologia danno vita a sistemi locali di piccole e medie imprese.
Le economie esterne e i beni collettivi che le alimentano sono importanti per spiegare la concentrazione territoriale delle piccole e medie imprese high tech e le modalità di funzionamento dei sistemi locali legati ad esse. Una volta scoperto un nuovo prodotto che funziona si può riprodurlo a costi bassi. Il problema p la generazione di nuovi prodotti in settori in cui questo processo p più direttamente influenzato dal processo scientifico. Le imprese high tech hanno personale qualificato e con elevata istruzione, gli operai specializzati e comuni costituiscono una percentuale bassissima rispetto a quella delle imprese dei distretti industriali. Nelle high tech il ruolo di una identità forte è meno rilevante, si sviluppano e agiscono attraverso comunità professionali. Si riproduce e produce più per sperimentazione che per appartenenza. Le reti sociali sono legami più deboli.
“La produzione di beni collettivi locali”
Ruolo centrale è la forte identità locale, il saper fare diffuso. L’origine di sistemi locali high tech risulta parte di processi spontanei e incrementali, più legata a processi consapevoli di costruzione politica. La politica è spesso sollecitata da altri attori locali e non interviene con strumenti tradizionali di tipo distributivo. La produzione di beni collettivi di questo tipo non è facile, c’è sempre rischio di allocazioni inefficienti delle risorse o di coalizioni collusive.
“La governance dei distretti high tech”
Le origini e il funzionamento degli high tech sono più dipendenti da politiche pubbliche rispetto ad altri sistemi produttivi locali basati su piccole imprese. Cruciali sono quei beni che migliorano la comunicazione tra mondo della ricerca e delle imprese, si favorisce la generazione di nuove conoscenze da cui dipende la competitività dei prodotti. Rispetto ai distretti industriali, il margine di autonomia del sistema locale delle scelte nazionali, sembra più limitato per i sistemi high tech. Le associazioni nella governance dei distretti industriali, forniscono autonomamente beni di club, oppure beni collettivi per le imprese locali, in stretto rapporto con i governi locali. Le istituzioni intermedie dei sistemi high tech forniscono particolari beni collettivi: comunicazione fra strutture di ricerca e imprese, selezione, sostegno e finanziamento di progetti innovativi, fornitura di servizi più tradizionali (formazione).
Importanza del ruolo dei rapporti familiari nella formazione e gestione di molte piccole imprese dei distretti industriali, cosa che non accade in quelle high tech dove è più frequente la collaborazione di soggetti con cui
si è stabilito un rapporto di conoscenza nella fase di formazione o di precedenti lavori. I distretti high tech dispongono di rapporti formalizzati e di istituzioni specializzate che costituiscono una risorsa per affrontare i problemi del cambiamento e rimanere competitivi, ma rispetto a un distretto tradizionale manca del senso di appartenenza che può più facilmente mobilitare la comunità locale nei confronti delle sfide.
Nei distretti tradizionali lo sviluppo è legato alle dotazioni iniziali di conoscenze e valori, mentre dei distretti high tech è una costruzione consapevole degli attori locali, ma entrambi causano una combinazione di processi spontanei e di azioni collettive orientate a incoraggiare lo sviluppo. Una variante nuova degli ultimi anni è progettare lo sviluppo locale con politiche specifiche che mirano a promuovere la cooperazione fra gli attori locali (pubblici e privati). Le politiche nelle aree arretrate erano concepite come interventi dello Stato centrale (governi che realizzavano
contrattazione fra interessi pubblici e privati è definita ex ante. Attraverso l’interazione ripetuta si possono sviluppare rapporti di fiducia e reti di relazione che aiutano l’innovazione economica.
“I problemi di realizzazione e le critiche ai patti”
L’80% della superfiche del Mezzogiorno è stato interessato dal fenomeno, contro il 34% del Centro Nord, ciò testimonia il successo dei patti, ma ha dimostrato anche una scarsa selettività dei meccanismi di valutazione che ha spesso inciso negativamente sulla qualità dei progetti. Ci sono differenze significative all’interno delle diverse generazioni di patti, alcune con una performance nettamente superiore. A livello nazionale ci sono stati ritardi nell’erogazione dei contributivi, insieme a debolezze e inefficienze, cose che non sono accadute nei patti europei per i quali erano previste procedure più chiare e fissata una scadenza precisa, rispettata. Le difficoltà riscontrate in sede di realizzano hanno alimentato forti critiche nei riguardi dei patti come strumento di sviluppo. In generale i patti non sono stati più valorizzati nella politica economica del governo che ha recepito le critiche avanzate da molti settori della sua maggioranza e da Confindustria. Oltre ai ritardi sono stati criticati, anche, per la lentezza delle procedure decisionali legate alla concentrazione e diffusione di pratiche collusive tra i soggetti locali (coalizioni per attingere a finanziamenti pubblici eludendo i vincoli). La sfiducia nei patti ha portato a richiedere meccanismi di incentivazione automatici e impersonali, sfavorendo la contrattazione e gli accordi.
“Tre storie di Patti”
Maturate in 3 contesti diversi, segnati da condizione di notevole disagio economico e sociale.
industriali sostenuti da interventi straordinari. Anni ’90 crisi dei vecchi insediamenti industriali e della crescita delle piccoli medie imprese di artigianato locale, abbigliamento e calzature. Elevatissima densità demografica, forti tassi di disoccupazione e lavoro nero, speculazione edilizia e presenza ovunque delle Camorra. Anche qui la rinnovazione delle regole per le elezioni del sindaco provoca cambiamenti importanti, con l’elezione ad Acerra di una donna di centrosinistro che pone l’obiettivo di introdurre elementi innovativi per il territorio. Anche qui incontro tra più sindaci della zona, istituti bancari, forze sociali locali; si decide di percorrere la strada del patto territoriale, avviata una discussione sulle linee del progetto, e si formalizza la costituzione di un Tavolo di concentrazione arrivando alla predisposizione di un Piano di azione locale. Approvato il patto viene costituita la società di gestione a composizione mista pubblico-privata. SI cerca di dare sostegno al tessuto di piccole e medie imprese (finanziamento iniziative imprenditoriali, infrastrutture di servizio, ecc.) e intervenire sulla qualità urbana per combattere il degrado (recupero di edifici di interesse storico, attrezzati giardini), e sul tessuto sociale per migliorare la formazione
professionale e contrastare la devianza e disagio giovanile. Sono state 350 iniziative quasi tutte realizzate tra il 1999 e il 2001. Esperienza positiva
“I risultati di una ricerca”
19 patti, tra cui i 3 già discussi, la ricerca mostra che vi è un nucleo più esteso di buone pratiche e aiuta a capire quali fattori hanno aiutato a conseguire migliori risultati. Per ogni caso 3 indici di performance: impatto sull’economica locale, governace (funzionamento delle istituzioni) e rendimento complessivo. Buona performance (rapidità di erogazione) riguardo soprattutto i patti europei e quelli di prima generazione, mentre sono meno brillanti i patti di seconda generazione; ciò perché i patti europei e di prima generazione, probabilmente, sono stati sostenuti da una mobilitazione maggiore della società locale che ha potuto influire sui risultati della progettazione e realizzazione. La qualità della concertazione può essere misurato con il gradi di presenza di un nucleo ristretto e stabile di attori che svolgono una funzione di stimolo e coordinamento e partecipano attivamente al progetto e numero di protocolli sottoscritti. Dove è emersa una leadership istituzionale forte è stato più facile istituire un tessuto fiduciari, attraverso una concentrazione più seria e impegnata. I risultati sono apparti più efficienti dove la leadership politica e gli attori della concertazione erano presenti nelle società di gestione. I risultati migliori sembrano venire quando non si rompe l’equilibrio fra istanze politico e tecnicoamministrative. Obiettivo dei patti è non limitarsi a
compensare con aiuti pubblici le imprese per affrontare problemi ambientali che ne limitano la produttività, ma di incidere sulle condizioni di contesto.
“L’illusione decisionista: comuni e interessi locali dalla riforma del ’93 alla pianificazione strategica”
1993 importante riforma che si poteva di rafforzare le istituzioni locali; si trattava di garantire la stabilità dei governi locali, rafforza il ruolo delle giunte e quello dei sindaci, e di favorire una maggiore responsabilizzazione dei rappresentazioni nei riguardi dei cittadini. La riforma ha funzionato favorendo una maggiore stabilità ed efficienza dei governi comunali, ma non altrettanti positivi risultano essere i progressi ottenuti sul terreno della promozione dello sviluppo locale. A più di 10 anni dalla riforma il nodo del coordinamento con gli interessi privati per promuovere lo sviluppo emerge come questione cruciale.
“Una riforma alla prova”
facilitatori del dialogo e dell’intesa tra i vari attori coinvolti. Questa fase si chiude con la formale sottoscrizione del piano e in genere si accompagna alla costituzione di un organismo più stabile che raccoglie i sottoscrittori e altri soggetti interessati.
“Le prospettive della pianificazione strategica”
Condizioni endogene : legate alle caratteristiche del contesto, caratteri degli attori coinvolti e alle loro forme di interazione, alle scelte organizzative. Condizioni esogene : opportunità e vincoli che il quadro istituzionale offre per il rafforzamento di queste esperienze. Perseguire un progetto si sviluppo locale solido richiede tempo, interventi integrati i cui benefici non sono immediati. La leadership deve essere in grado di coordinare effettivamente le politiche settoriali e gli assessori che ad esse sovrintendono. Le organizzazioni di rappresentanza degli interessi sono tendenzialmente orientate alla rappresentanza a breve dei loro associati. I problemi di sviluppo delle città dipendono dalla capacità di coordinamento con le forze sociali, ma devono scontare la difficoltà di queste stesse forze di esprimere una rappresentanza capace di contribuire alla costruzione di vantaggi a lungo termine per i loro associati.
Questione più rilevante riguarda la strutturazione delle politiche regionali: la domanda di programmazione territoriali integrata che viene dai piani strategici trova difficoltà a incrociare un livello regionale congruente, deve quindi incanalarsi nella programmazione di settore con singoli progetti. Le politiche regionali sono vincolate da obiettivi che ne limitano l’utilizzo in altre aree territoriali, anche le politiche europee scontano uno scarso peso istituzionale e finanziario degli interventi specificamente rivolti alle città in una chiave non settoriali.
Lo “stato sociale keynesiano” ha comportato un maggiore radicamento sociale dell’economia, ma aveva caratteristiche particolari che sono state investite da intensi cambiamenti negli ultimi decenni. Lo Stato Centrale stabilizzava il mercato con le politiche keynesiane, le relazioni industriali e politiche sociali incidevano sulla distribuzione dei redditi, ed entrambe sostenevano il consenso per l’economia di mercato. Negli ultimi anni si segna il passaggio a nuovi esperimenti di radicamento sociale. La novità principale è la maggiore dipendenza della stessa organizzazione produttiva da forme di regolazioni sociali e politiche. L’economia si fa più relazionale, specie per le imprese dei paesi più avanzati, che non possono competere sui
costi, diventando importanti le economie esterne materiali e immateriali, quindi capacità di produrre beni collettivi dedicati che coinvolgono maggiormente reti di attori individuali e collettivi a livello territoriale.
“Le trasformazioni del modello sociale europeo”
La costruzione più compiuta del modello keynesiano si è avuta in Europa nel secondo dopoguerra, sotto l’influsso della socialdemocrazia e delle correnti cattoliche. Differenze significative tra i vari welfare state. Lo stato sociale ha significato sottrarre al mercato aspetti importanti delle condizioni di vita di singoli e famiglie (salute, vecchia, istruzione), ma anche condizionamenti derivanti dalla residenza; ciò ha richiesto la messa in opera di consistenti politiche redistributive, flussi crescenti di spesa pubblica finanziati attraverso il sistema fiscale. La redistribuzione si legava strettamente alle politiche keynesiane di regolazione e sostegno della domanda, anche se la forzava in una direzione diversa da quella che Keynes avrebbe immaginato. La spesa pubblica e l’uso delle leve fiscali e creditizie finivano per andare al di là della stabilizzazione del ciclo economico e dell’occupazione ipotizzata da Keynes. C’era la promessa di più occupazione, maggiori redditi e minori disuguaglianze di classe in cambio dell’accettazione del capitalismo di mercato; era un compromesso sociale e politico. Cosa ha rotto lo stato sociale europeo? Crescente difficoltà di controllo della spesa sociale e la progressiva apertura internazionale delle economie. Difficoltà di controllare la spesa sociale. I costi della redistribuzione hanno finito per rallentare la crescita e
aumentare la disoccupazione: i servizi costituiscono la più rilevante area di incremento dell’occupazione per compensare la diminuzione che si registra nell’industria a causa dell’innovazione tecnica. Il peso degli oneri sociali spinge a ridurre il numero di occupati accelerando innovazioni tecnologiche che tendono a risparmia lavoro. Il modello sociale europeo sta perdendo, negli ultimi anni, consenso sociale e politico, perché l’apertura economica e la crescita della concorrenza colpiscono gruppi sociali, aree, regioni che non godono più di protezioni di mercato sufficienti e possono contare meno su sussidi, pensioni e aiuti.
“Un nuovo equilibrio tra sviluppo e coesione sociale”
L’apertura e l’integrazione delle diverse economie europee, fino alle regolamentazioni più recenti dell’unione monetaria, hanno progressivamente privato gli Stati nazionali della possibilità di sostenere il pieno impiego attraverso l’intervento macro economico sulla domanda aggregata. Le difficoltà di ricostruire un nuovo keynesismo europeo hanno spinto a concentrare maggiormente l’attenzione sulla riorganizzazione del sistema di protezione sociale e di relazioni industriali a livello nazionale, per fra fronte ai problemi prima ricordati. Le sinistre europee vogliono evitare la soluzione americana: crescita occupazione (servizi a bassa produttività) a costo di una maggiore diseguaglianza sociale. Una questione importante riguarda la necessità di modificare il sistema di relazioni industriali in modo da consentire la creazione di occupazioni in settori e regioni con bassa produttività; occorrerebbe differenziare le retribuzioni in relazione alla produttività e rendere più flessibili i rapporti di lavoro per venire incontro alle caratteristiche di settori legati a una maggiore variabilità nell’iso del lavoro e servizi.
Paradosso dei paesi europei: la globalizzazione aumenta la mobilità territoriale delle imprese, ma allo stesso tempo le rende più dipendenti dal contesto esterno, ciò implica che la competitività delle singole imprese e i sistemi economici nazionali, dipende maggiormente dalla capacità degli attori locali di cooperare per accrescere le economie esterne e costituire dei vantaggi localizzativi solidi.
I problemi sulla ridefinizione del modello sociale europeo si manifestano con più intensità in Italia per due motivi: forte peso del debito pubblico che condiziona le manovre politiche, e i settori mede in Italy di piccola impresa che accusano serie difficoltà. Con la crisi del 1992 si è chiusa un’epoca di sviluppo del paese. Da un lato il paese poteva contare sulla mobilitazione di notevoli energie imprenditoriali e lavorative in moti terrori torio, le nuove condizioni aperte nel mercato internazionale, dall’altro lato queste energie finivano per ritardare la modernizzazione politica del paese traendone dei vantaggi a breve che avrebbero presto pagato.
Nel momento in cui il modello di sviluppo aveva bisogno di un sostegno consistente per accrescere la produttività e qualità, il paesi si avvitava in una crisi economica serie, peggiorata da una crisi, ancora più grave, politica con il problema di Tangentopoli e il venir meno dei principali partiti di governo. Con i primi governi tecnici degli anni ’90 (Amato e Ciampi) è stata avviata un’opera di risanamento dei conti pubblici che ha portato a ridurre il deficit e il debito e a mantenere sotto controllo l’inflazione; più tardi moneta unica avendo vantaggi dal punto di vista dei bassi tassi di interesse che hanno migliorato i conti pubblici e inflazione. Il problema è stato competere con l’euro senza lo sfogo della svalutazione.