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Riassunto libro di Ester Capuzzo "Italiani, visitate l'Italia", Sintesi del corso di Sociologia del Turismo

Riassunto libro da leggere per i non frequentanti

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 26/07/2021

AnnieBenincasa
AnnieBenincasa 🇮🇹

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Introduzione: la storia dei viaggi ha il suo fulcro nel Grand Tour, invece la storia del turismo in Italia come
filone autonomo e specifico si afferma tra gli anni ’90 e 2000. L’interesse per questo campo ha mostrato
come il turismo sia un fenomeno complesso, e data la sua evoluzione lo si può usare come sensore
economico, culturale e sociale. Se si guarda in una prospettiva “turistica” le vicende dell’Italia durante il
secolo breve, e ancor di più nel periodo delle due guerre mondiali, caratterizzato dal passaggio dallo stato
liberale al fascismo, porta alla nascita di politiche pubbliche volte non solo a disciplinare il settore, ma anche
a renderlo uno degli assi portanti del processo della nazionalizzazione delle masse e della costruzione
dell’identità. Queste politiche coniugavano gli obiettivi dello sviluppo turistico con le ambizioni totalitarie del
regime, offrendo potenzialità di crescita. A partire dalla fine della 1° guerra mondiale si segna una svolta per
il fenomeno del turismo. Successivamente con la conclusione del conflitto e la crisi economica iniziava a farsi
strada l’obiettivo strategico che i flussi turistici in entrata potessero aiutare a migliorare la condizione
finanziaria post bellica. L’intervento dello Stato, già durante l’età liberale, puntava a costruire
un’organizzazione istituzionale del turismo portando nel 1919 alla nascita del primo ente turistico parastatale
con la creazione dell’Ente nazionale per le industrie turistiche finalizzato a promuovere il paese all’estero con
le città d’arte e le bellezze naturali, infatti nel 1924 le presenze straniere superavano il milione, e le mete
turistiche prevalenti erano Venezia, Firenze, Napoli, Roma, Capri e Taormina, mentre erano ancora pochi i
viaggi degli italiani all’estero, però anche se lentamente gli italiani iniziarono a viaggiare in Italia, e in
particolare nelle città d’arte. Durante gli anni 30 si riscopre l’interesse per le zone montane con la “scoperta”
delle Alpi rafforzata da significati ideali e simbolici perché la montagna assumeva la connotazione di confine
naturale e politico. Tra l’altro nella diffusione dell’ideologia nazionalistica e dell’idea dei sacri confini, trovano
spazio forme di turismo alpino come l’escursionismo promosso dal Club Alpino Italiano e altre società e che
aveva l’obiettivo di far conoscere agli italiani le zone che i trattati di pace avevano dato all’Italia. Le escursioni
nazionali promosse dal Touring Club Italiano (TCI) a partire dal 1919 nelle terre redente segnano l’inizio di un
turismo a sfondo patriottico, che sarebbe continuato anche durante il ventennio e avrebbe promosso la
conoscenza delle nuove province. Nel primo dopo guerra, poi, i campi di battaglia, i cimiteri di guerra, e dopo
i sacrari militari vennero elevati a mete di turismo, del quale poi si sarebbe appropriato il fascismo che sulla
retorica delle trincee fondava la religione della patria, a queste si aggiungeva lo sviluppo di una
toponomastica urbana legata ai luoghi e ai protagonisti più noti della guerra. Queste pratiche turistiche, da
una parte, davano vita ad una forma di turismo della memoria sull’esempio delle gite organizzate a cavallo
tra 800-900 sui luoghi del risorgimento, queste miravano a coagulare attorno al tema della guerra e della
vittoria discorsi identitari dove le visite ai luoghi delle battaglie erano considerate un modo del processo di
nazionalizzazione delle masse. Con l’avvento del fascismo, dopo una prima fase di misconoscimento
dell’importanza del turismo, che era considerato come un modo servile nei confronti degli stranieri,
all’iniziativa privata si sostituiva quella pubblica nella progressiva attrazione del turismo all’interno della
progressiva attrazione del turismo dentro le istituzioni del regime, come l’Opera Nazionale Dopolavoro. Tra
le altre cose i viaggi verso Roma vengono recuperati in chiave di mitologia politica, perché attraverso il suo
passato imperiale, l’Italia strapaesana era visitata in viaggi organizzati dalle sezioni del dopolavoro. Di contro
l’Opera Nazionale Balilla e poi la Gioventù del Littorio organizzavano campeggi, colonie montane e marine,
mentre le sezioni dei Gruppi Universitari Fascisti portavano in crociera negli anni 30 gli universitari nelle
colonie mediterranee. Il turismo, se per lo Stato liberale era stato un indicatore di ricchezza, per il fascismo
è una leva politica e uno strumento di controllo. Inoltre sempre negli anni 30, questo diventa un comparto
dello Stato e presentava un’organizzazione istituzionale a forma piramidale che mostrava la funzione politica
che Mussolini attribuiva al settore. La nascita di una strutturata amministrazione del settore turistico in quegli
anni rifletteva la nuova logica che muoveva il regime finalizzata allo sviluppo, all’incremento e al sostegno al
turismo di massa, o comunque a quei segmenti sociali più ampi rispetto al ceto alto borghese che nello stato
liberale aveva incarnato la tipicità del turista italiano. Quest’obiettivo non si collegava solo ad un’idea di
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Introduzione: la storia dei viaggi ha il suo fulcro nel Grand Tour, invece la storia del turismo in Italia come filone autonomo e specifico si afferma tra gli anni ’90 e 2000. L’interesse per questo campo ha mostrato come il turismo sia un fenomeno complesso, e data la sua evoluzione lo si può usare come sensore economico, culturale e sociale. Se si guarda in una prospettiva “turistica” le vicende dell’Italia durante il secolo breve, e ancor di più nel periodo delle due guerre mondiali, caratterizzato dal passaggio dallo stato liberale al fascismo, porta alla nascita di politiche pubbliche volte non solo a disciplinare il settore, ma anche a renderlo uno degli assi portanti del processo della nazionalizzazione delle masse e della costruzione dell’identità. Queste politiche coniugavano gli obiettivi dello sviluppo turistico con le ambizioni totalitarie del regime, offrendo potenzialità di crescita. A partire dalla fine della 1° guerra mondiale si segna una svolta per il fenomeno del turismo. Successivamente con la conclusione del conflitto e la crisi economica iniziava a farsi strada l’obiettivo strategico che i flussi turistici in entrata potessero aiutare a migliorare la condizione finanziaria post bellica. L’intervento dello Stato, già durante l’età liberale, puntava a costruire un’organizzazione istituzionale del turismo portando nel 1919 alla nascita del primo ente turistico parastatale con la creazione dell’Ente nazionale per le industrie turistiche finalizzato a promuovere il paese all’estero con le città d’arte e le bellezze naturali, infatti nel 1924 le presenze straniere superavano il milione, e le mete turistiche prevalenti erano Venezia, Firenze, Napoli, Roma, Capri e Taormina, mentre erano ancora pochi i viaggi degli italiani all’estero, però anche se lentamente gli italiani iniziarono a viaggiare in Italia, e in particolare nelle città d’arte. Durante gli anni 30 si riscopre l’interesse per le zone montane con la “scoperta” delle Alpi rafforzata da significati ideali e simbolici perché la montagna assumeva la connotazione di confine naturale e politico. Tra l’altro nella diffusione dell’ideologia nazionalistica e dell’idea dei sacri confini, trovano spazio forme di turismo alpino come l’escursionismo promosso dal Club Alpino Italiano e altre società e che aveva l’obiettivo di far conoscere agli italiani le zone che i trattati di pace avevano dato all’Italia. Le escursioni nazionali promosse dal Touring Club Italiano (TCI) a partire dal 1919 nelle terre redente segnano l’inizio di un turismo a sfondo patriottico, che sarebbe continuato anche durante il ventennio e avrebbe promosso la conoscenza delle nuove province. Nel primo dopo guerra, poi, i campi di battaglia, i cimiteri di guerra, e dopo i sacrari militari vennero elevati a mete di turismo, del quale poi si sarebbe appropriato il fascismo che sulla retorica delle trincee fondava la religione della patria, a queste si aggiungeva lo sviluppo di una toponomastica urbana legata ai luoghi e ai protagonisti più noti della guerra. Queste pratiche turistiche, da una parte, davano vita ad una forma di turismo della memoria sull’esempio delle gite organizzate a cavallo tra 800-900 sui luoghi del risorgimento, queste miravano a coagulare attorno al tema della guerra e della vittoria discorsi identitari dove le visite ai luoghi delle battaglie erano considerate un modo del processo di nazionalizzazione delle masse. Con l’avvento del fascismo, dopo una prima fase di misconoscimento dell’importanza del turismo, che era considerato come un modo servile nei confronti degli stranieri, all’iniziativa privata si sostituiva quella pubblica nella progressiva attrazione del turismo all’interno della progressiva attrazione del turismo dentro le istituzioni del regime, come l’Opera Nazionale Dopolavoro. Tra le altre cose i viaggi verso Roma vengono recuperati in chiave di mitologia politica, perché attraverso il suo passato imperiale, l’Italia strapaesana era visitata in viaggi organizzati dalle sezioni del dopolavoro. Di contro l’Opera Nazionale Balilla e poi la Gioventù del Littorio organizzavano campeggi, colonie montane e marine, mentre le sezioni dei Gruppi Universitari Fascisti portavano in crociera negli anni 30 gli universitari nelle colonie mediterranee. Il turismo, se per lo Stato liberale era stato un indicatore di ricchezza, per il fascismo è una leva politica e uno strumento di controllo. Inoltre sempre negli anni 30, questo diventa un comparto dello Stato e presentava un’organizzazione istituzionale a forma piramidale che mostrava la funzione politica che Mussolini attribuiva al settore. La nascita di una strutturata amministrazione del settore turistico in quegli anni rifletteva la nuova logica che muoveva il regime finalizzata allo sviluppo, all’incremento e al sostegno al turismo di massa, o comunque a quei segmenti sociali più ampi rispetto al ceto alto borghese che nello stato liberale aveva incarnato la tipicità del turista italiano. Quest’obiettivo non si collegava solo ad un’idea di

benessere dei lavoratori e di pace sociale, ma anche il tentativo di modernizzare il paese e di attuare una governance di un settore strategico. Tra le diverse pratiche turistiche sviluppate dal fascismo oltre alle escursioni sui luoghi di guerra, si affiancano anche le dinamiche legate al turismo nei territori della Libia e poi verso l’Africa. Sempre durante gli anni 30 si ha la promozione dei territori coloniali in funzione turistica puntando sul patrimonio naturalistico e archeologico. L’Italia, giunta per ultima nello scacchiere africano, il turismo coloniale contribuiva a gettare le premesse di un’immagine che racchiudesse il consenso e smuovesse le masse verso una prospettiva coloniale con un’ideologia condivisa e che portasse alla creazione di un immaginario coloniale sulla base di fiere, esposizioni, musei. In un’ottica più ampia il turismo coloniale assumeva per il fascismo un’attività politicamente necessaria ed economicamente conveniente per affermare una visione modernizzante del paese. A partire dalla seconda metà degli anni 20 in Libia, ma anche a Rodi, il turismo inizia a non essere più considerato dalle autorità coloniale un’attività marginale, ma veniva assurto a strumento di governo per sviluppare un’amministrazione incisiva sul territorio. Lo sviluppo turistico, soprattutto nelle colonie mediterranee dell’Italia, da un lato introduceva pratiche di viaggio e di divertimento che dovevano essere adeguate alle condizioni locali, ma anche ad un modello di vita, bisogni e tecniche estranee alla società locale che in Libia e Rodi partecipava con manodopera indigena all’incremento turistico. La promozione turistica in questi luoghi, e poi in Africa, introdusse una lettura della storia dei territori oltremare dove passato e presente si fondevano nel solco di Roma e della sua grandezza. Tuttavia gli obiettivi attribuiti dal fascismo al turismo i AOI avevano un successo parziale in quanto non riuscivano a creare flussi turistici per la brevità della presenza italiana, né ad impedire la separazione tra bianchi e neri. Questi erano tasselli della politica fascista che miravano a fare dell’AOI un laboratorio sperimentale dentro al quale il regime progettava una società improntata a rigidi criteri totalitari rispetto a quella metropolitana che lo scoppio della guerra non avrebbe permesso di formarsi. Capitolo 1 “dalla belle époque al fascismo” : i decenni della bella époque sono stati caratterizzati da pratiche turistiche elitarie e esclusive che riguardavano l’aristocrazia e l’alta borghesia. Al turismo termale balneare, nella prima metà dell’800 si affiancava lo sviluppo del turismo urbano nelle maggiori capitali europee attraverso ad esempio le esposizioni universali che promuovevano prodotti nazionali e stranieri. Inoltre il modello del grand tour veniva sostituito da viaggi che rimandavano al desiderio di svago e alla soddisfazione personale. Negli anni di fine secolo, l’Italia vede crescere il movimento turistico, ma scontando il gap nel ritardo nell’organizzazione turistica. A cavallo tra la crisi di fine secolo e la svolta liberale lo sviluppo del turismo si legava molto al processo di modernizzazione che si era avviato in Italia con la creazione nel 1899 della prima associazione di categoria del settore turistico “Società italiana per gli albergatori”, ad opera di Fioroni, che coglieva il ruolo giocato nello sviluppo economico dalla presenza di stranieri secondo un trend che aveva attraversato tutto l’800 e che aveva origine nell’illuminismo. Nel 1901 viene creata, poi, grazie a Ferraris, a Roma l’ Associazione nazionale italiana per il movimento dei forestieri ” che poi diventerà la Pro Italia. Questa ebbe il merito di precedere di qualche anno ciò che veniva realizzato in vari paesi europei, come la Spagna e la Francia, che prendevano il nome di Pro Loco. Con la nazionalizzazione delle ferrovie in Italia avvenuta nel 1905 diventa più forte l’attenzione verso le questioni legate al turismo, incrementando il dibattito sulle tariffe ferroviarie che erano state soggette a sconti per eventi celebrativi come i 25 anni della presa di Porta Pia. Lo stato liberale era chiamato a intervenire in un settore che stava avendo una celere evoluzione, e per ciò necessitava di una regolamentazione e programmazione. Ferraris si era fatto portatore della necessità di incrementare negli anni dell’industrializzazione, il movimento turistico interno e esterno adeguandolo alle esigenze di mercato. Egli si preoccupava delle gravi conseguenze che una sensibile diminuzione del traffico turistico poteva avere sulla bilancia dei pagamenti, infatti aveva già esternato il suo timore attraverso una serie di interventi sulle ferrovie, sottolineando la necessità di aumentare il traffico su rotaia, ampliando il bacino di utenza e attuando tariffe più basse. Questa sua preoccupazione si fondava su dati raccolti nel 1898 da Bodio, su dati forniti dalle

ufficio ferroviario, perché riteneva che gli uffici pubblici non potessero assolvere queste funzioni di promuovere all’estero delle bellezze e di dare impulso all’organizzazione recettiva interna che era ancora carente. Anche Tajani riteneva che fosse inopportuno attribuire un ufficio turistico alle ferrovie. Anzi a suo avviso era necessario che nelle stazioni più importanti si trovasse un interprete che fornisse informazioni ai viaggiatori, che il personale avesse una divisa. Nonostante la reiterata sollecitazione di Ferraris a dare vita ad un organismo pubblico per la propaganda e lo sviluppo del traffico dei viaggiatori, la sua proposta non aveva pratica attuazione. Secondo le sue intenzioni l’ufficio forestieri avrebbe dovuto essere un organo consultivo e deliberativo volto a coordinare e disciplinare il settore del turismo con l’azione dello stato. Nell’ottica dell’aspetto del turismo e delle pratiche connesse si celavano gli intenti di rafforzare l’identità nazionale dando a quest’organo funzioni organizzative tipiche del settore turistico. Dopo l’assassinio di Sarajevo che porta alla fine della belle époque la Rivista Mensile del Touring Club Italiano (TCI) illustrava dalla sue pagine le questioni relative alla preparazione bellica, descrivendo la preparazione bellica. Lo scoppio delle ostilità obbligò fin dall’estate del 1914 a sospendere le escursioni nazionali e altre manifestazioni turistiche organizzate dal sodalizio milanese che termina le sue attività con la quarta settimana del TCI. Inoltre vennero sospese anche le relazioni tra le associazioni turistiche straniere. In Italia sia per il CAI che per il TCI il conflitto rappresenta un forte momento di coesione nazionale, alla mobilitazione del TCI contribuiva con la sua rivista articoli a sostegno del fronte interno, anche se durante il conflitto si ridusse di molto la produzione editoriale, però la pubblicazione della grande carta topografica permetteva ai soci di seguire l’andamento della guerra descritta attraverso La Guerra d’Italia. Lo scoppio della prima guerra mondiale segnava una battuta d’arresto dei flussi turistici si aggiungeva la requisizione per esigenze belliche delle strutture recettive e dei mezzi di trasporto, però non si sopiva il dibattito sulle tematiche turistiche prima della conclusione della guerra, infatti nel 1918 Guarnati dalle pagine di “Le Vie d’Italia” discuteva di come in Italia a differenza della Francia non ci fosse un turismo locale, la sua denuncia era chiara: il turismo italiano si era svolto fino a quel momento senza una guida, permettendo ai singoli una data marginalità. Venne stabilito un tributo, simile a ciò che accadeva in Austria e Germania, rappresentava il primo intervento pubblico nel settore pubblico nel settore turistico, dimostrando come a livello politico si iniziasse a percepire l’importanza del settore per l’economia del paese. Però allo sviluppo del settore mancava un’organizzazione turistica capillare, sebbene nel primo decennio del 900 ci fossero Pro Loco diffuse sul territorio. Secondo Guarnati era necessario che l’organizzazione turistica fosse sorretta da un organo di vertice, a questa poi si doveva affiancare lo sviluppo delle infrastrutture e delle strutture ricettive, soprattutto nei piccoli centri. La sua posizione era anche quella assunta criticamente dal TCI nel periodo post-bellico con Ferraris con il timore che la creazione di un organismo pubblico avrebbe burocratizzato le attività private, e dunque era considerato incapace di dare impulso decisivo all’organizzazione ricettiva interna e di assolvere efficacemente alla promozione turistica all’estero. Partendo dalla convinzione che il turismo nel dopoguerra fosse la prima industria che permetteva, dopo la vittoria, di assicurare il recupero delle perdite e una rapida rinascita, si istituì nel 1919 una commissione presso il ministero per l’Industria, commercio e lavoro, che aveva come compito di presentare proposte per lo sviluppo dei forestieri e l’incremento dell’industria alberghiera. Dal suo operato nasce l’ente nazionale per l’incremento delle industrie turistiche, con personalità giuridica e autonomia. La decisione di affidare ad un organo apposito il compito di studiare strategie specifiche da usare per diffondere l’immagine turistica dell’Italia, nasceva dalla consapevolezza della necessità di una cultura della promozione e valorizzazione turistica del paese. L’ENIT rappresentava il primo tentativo statale per l’assetto turistico, e portò all’affermazione delle basi del turismo in vasta scala. Quest’ente era, almeno in origine, finanziato con un contributo dato dallo stato ed era a carico del ministero dell’economia nazionale e con i proventi di una tassa corrisposta attraverso un’imposizione della tassa turistica sui conti dell’albergo. Questa tassa di soggiorno venne istituita nel 1910 e nel 1929 fu modificata, e il governo di Giolitti venne estesa anche a coloro che

temporaneamente dimora presso una stazione idroterapica balneare o climatica per svago e soggiorno. La necessità di estenderla portò un notevole incremento dei bilanci, anche comunali, nonostante questo l’anno successivo venne abolita e sostituita con un contributo annuo fisso a carico del ministero dell’economia. La creazione dell’ENIT si legava alla consapevolezza di effettuare interventi nel settore turistico, tra l’altro si parlava delle potenzialità dell’industria turistica italiana però rapportata alle statistiche si avevano sempre le medesime cifre, dunque il turismo necessitava di studi accurati e una copiosa raccolta di dati. Con lo scopo, così, di ridurre il gap con gli altri paese europei e sviluppare una propaganda turistica, l’ente stinse legami con ferrovie dello stato, e ciò porto ad una serie di pubblicazioni che ampliavano quelle già fatte da ferrovie, e venne inaugurato l’opuscolo Italia, inoltre la specializzazione dell’ENIT nelle pubblicazioni turistiche era contrassegnata anche dalla diffusione di opuscoli a carattere generale come il calendario del turista, che era una sorta di vademecum delle località italiane di maggior interesse, a questa si affiancavano pubblicazioni per soggiorni, come si direbbe oggi low cost, che volevano sfruttare a scopo turistico l’altro tasso di cambio di alcuni paese per attirare i turisti stranieri. L’ENIT aveva sede a Roma presso la stazione termini, luogo strategico. Nel 1921 l’ENIT afferma la sua presenza sulla scena internazionale allestendo lo stand dedicato all’Italia all’Esposizione del principato di Monaco e presso altre esposizioni internazionali, tutto ciò incoraggiava una serie di iniziative locali. Il suo obiettivo era quello di facilitare ogni iniziativa che direttamente o indirettamente potesse giovare a una maggiore conoscenza delle risorse turistiche del paese come nel caso delle riprese della Buston Holmes Travelouges i cui documenti sull’Italia venivano proiettati nel teatro della Paramount. L’ENIT per far conoscere l’Italia puntava sul predisporre informazioni e dati in opuscoli come il clima in Italia, invece nelle sale cinematografiche venivano proiettati documentari di propaganda turistica, celebre è quello intitolato Italia che tra il 1924 e 1925 veniva corredato con didascalie in varie lingue e inviato all’estero. Durante gli anni 20 l’ENIT pubblicava una serie di opuscoli dedicati alle regioni italiane e guide brevi delle maggiori città, questi sono importanti anche per l’attività dell’ente che si era impegnato a salvaguardare i beni paesaggistici. L’organo ufficiale dell’ENIT era la rivista del TCI le vie dell’Italia, a questo l’ente dal ’22 al ’27 pubblicava un proprio bollettino destinato agli uffici di viaggio. Successivamente dopo lo sganciamento dall’ENIT della parte commerciale con la nascita del CIT, l’ente diventava un vero e proprio ufficio turistico di Stato che alla fine degli anni 20 evidenziava la necessità per il paese di attirare viaggiatori americani amanti del lusso e delle comodità, ma distratti dalla campagna see America first. Il ritardo con cui l’Italia si muoveva era segnalato da Mariotti che richiamava l’esempio della Germania che era riuscita ad avere turisti statunitensi. Per diffondere più rapidamente le informazioni turistiche l’ENIT inviava una volta a settimana ai quotidiani un notiziario per la stampa, redatto in varie lingue e integrato da un supplemento mensile in lingua inglese: ENIT news. Questi strumenti si affiancavano le guide d’Italia che hanno permesso la conoscenza del nostro paese a generazioni di italiani. L’uso di quelle che potremmo definire nuove tecnologie spingeva l’ente a usare la radiofonia per diffondere notizie di attualità e il radiogiornale dell’ENIT trasmesso in varie lingue. Un contributo è dato anche dalla fotografia che era uno strumento di propaganda del patrimonio. Nella primavera del ’25 venne ultimato un documentario l’Italia e inviato ai più importanti uffici di viaggio e turismo dell’ente all’estero. Infine con la creazione dell’Istituto Luce alla fine del ’25 la propaganda cinematografica veniva trasferita all’ENIT al regime per realizzare film e documentari. L’ENIT con la convenzione stipulata con le ferrovie dello stato si assumeva il compito di gestire gli uffici di viaggio a Parigi, Londra e New York, e vedeva riconosciuta la possibilità di aprirne altri, avviando una serie di trattative con banche italiane per dar vita ad un consorzio italiano per gli uffici di viaggio e turismo pensato come un organo esecutivo dell’ENIT, di cui più volte il presidente del TCI Bertarelli ne aveva sollecitato la creazione. Questo consorzio sviluppava una rete di agenzie all’estero e sul territorio nazionale diventando la massima organizzazione di viaggi nel paese e rappresentando uno strumento di diffusione dell’italianità all’estero. La posizione assunta dal consorzio suscitava critiche e malcontento tra le diverse agenzie di viaggio

giorni. Il riconoscimento di azienda autonoma presupponeva una coscienza identitaria territoriale e la consapevolezza della valenza turistica del territorio, cosa che non era facile da ottenere per i comuni. Questo mancato riconoscimento riguardava comuni che non erano meta internazionale. Perplessità sui contenuti della nuova normativa vennero manifestate durante il 6° congresso nazionale delle stazioni di cura dove venne evidenziato la differenza tra località turistiche e quelle straniere e la scarsa valorizzazione delle risorse idroterapiche, la situazione era resa più complessa con la devoluzione di un quarto dell’imposta di cura a vantaggio dell’opera nazionale maternità e infanzia per sostenere le fasce deboli della popolazione. Nel 1931 la riforma della finanza locale cercava di calibrare meglio l’imposta del soggiorno alla quale molti villeggianti cercavano di sottrarsi con cambi di residenza fittizi. Capitolo 2: le politiche turistiche del fascismo Quando cadde lo stato liberale e ci fu l’avvento del fascismo il turismo assumerà caratteristiche e contenuti fortemente ideologizzati e legati alle direttive del regime, perché il turismo diventa per il fascismo un settore strategicamente importante sia sul fronte interno che esterno per costruire il consenso. Nel 1923 Mariotti direttore dell’ENIT affermava che l politica del turismo aveva un contenuto ideale: mirava a imprimere alle direttive generali del turismo un’impronta di nazionalismo e patriottismo. Ciò qualche anno più tardi sarebbe stato pubblicato in un editoriale per il turismo degli italiani della rivista turismo d’Italia, dove si esplicava la valenza spirituale del turismo come fonte di conoscenza e godimento del patrimonio storico-culturale e naturalistico del paese. Vicino a quest’intento pedagogico la rivista affiancava l’idea che il turismo attivo favorisse la reciproca conoscenza dei cittadini creando un sentimento di fratellanza. Chi si occupava del turismo sosteneva che questo traesse la sua motivazione da due fattori: la persona e il luogo, legati da una correlazione fisica e psichica. In riferimento alla persona si pensava che assolvesse a una serie di bisogni insiti nella natura umana, come quelli spirituali, invece per il luogo ci si ricollegava a pratiche turistiche legate alla natura e turismo culturale. Però questo schema non inficiava la considerazione del turismo come fenomeno complesso. Nel frattempo il turismo si va ad arricchire di un altro significato dato dalla pubblicità e dalla politica di pressi che erano alla base della commercializzazione del prodotto turistico. Tra l’altro nel 1934 Andrea Pais richiamava la distinzione del fenomeno turistico da quello più generale degli spostamenti umani considerando il turista come consumatore e distributore di ricchezza. Nel 1925 una spinta alle politiche turistiche del fascismo fu l’istituzione dell’opera nazionale del dopolavoro, che era finalizzata all’uso collettivo del tempo libero e sostenuta da Turati. Con l’organizzazione del tempo libero mirata a ricercare il consenso, l’ond favoriva gite di gruppo ricreative e culturali contribuendo a diffondere la conoscenza del paese in un’ottica educativa e politica. Nel tentativo di creare una conoscenza turistica nazionale che doveva amalgamare gli italiani e le loro diversità territoriali, le attività turistiche dell’ond dovevano aprire nuovo orizzonti intellettuali. Favorire il turismo interno delle masse lavoratrici erano le parole d’ordine del regime, che trovavano applicazione nell’accordo stipulato tra l’ond e il CIT per organizzare viaggi a costo basso favorendo le fasce meno abbienti della popolazione. Nel 1927 venne organizzata un’escursione sui luoghi della grande guerra. Successivamente l’ond favoriva l’estensione di pratiche turistiche a segmenti più ampi della società italiana, infatti si facevano pellegrinaggi ai campi di battaglia e ai cimiteri di guerra con l’obiettivo di creare il mito della grande guerra voluto dal regime. Allargare il bacino di utenza del turismo interno era anche uno degli scopi della rivista turismo d’Italia creata nel 1927 dal partito. Sul piano pratico invogliare gli italiani a partecipare alle attività turistiche dell’ond era che si poteva essere iscritti senza essere iscritti al partito. Dalla fine degli anni 20 e durante gli anni 30 le gite domenicali dei lavoratori e delle loro famiglie divennero sempre più frequenti in treno o in bicicletta, mentre le escursioni festive all’aperto, le visite ai siti archeologici spingevano a gite fuori porta. Nonostante l’impronta propagandistica del regime, c’era ancora molto da fare per ampliare l’organizzazione ricettiva di tante località e svilupparne l’industria turistica, in particolare nelle regioni meridionali dove la carenza di alberghi rappresentava un’annosa questione, che nelle intenzioni del governo si sarebbe potuta

risolvere anche con il contributo economico degli emigranti e dei nativi italiani, che nonostante avessero fatto fortuna nel paese di accoglienza secondo il regime sarebbero stati felici di migliorare il loro luogo di origine. Tant’è che era proprio su questi italiani che il fascismo puntava per la cosiddetta bonifica turistica del paese, ciò nell’ottica del regime avrebbe favorito da un lato il rientro in Italia degli emigrati, e avrebbe riportato i fogli nati in terra straniera, ovvero le seconde generazioni che spesso avevano alleggerito il loro legame con la terra di origine; dall’altro avrebbe dato agli emigrati la funzione di pubblicizzare nei paesi d’arrivo l’organizzazione turistica e le bellezze del loro luogo. La valorizzazione, soprattutto di piccoli centri, di quelli che oggi sono i borghi d’Italia, ciò si legava all’ideologia ruralista del regime che faceva dei piccoli luoghi il fulcro del network turistico con le Pro Loco. Nel 1936 per valorizzare e promuovere città di nuova fondazione venne pubblicata una guida dedicata a Littoria e Provincia. L’antiurbanesimo fascista si rifletteva anche nel turismo, con lo stretto rapporto che veniva evidenziato dalle pagine di Turismo d’Italia tra bonifica integrale e turismo che avrebbe portato gli italiani a vedere posti nuovi e di favorire la nascita dell’anima turistica. Se nelle intenzioni del regime la creazione di Littoria rappresentava l’affermazione dell’Italia sanamente e fondamentalmente rurale, da un punto di vista turistico veniva scalzata da Formia e dalle bellezze del Circeo. Inoltre il regime porta a compimento lo sviluppo di Ostia Nuova, così facendo la balneazione, favorita anche dalla creazione di infrastrutture come l’autostrada e una linea ferroviaria, diventava un vero e proprio affare commerciale con la nascita in poco tempo di stabilimenti balneari. All’inizio il regime non aveva colto le potenzialità sia politiche che economiche del turismo considerandola come un’attività servile e un fattore di degenerazione del carattere italiano, ciò dava vita a rimostranze della rivista turismo d’Italia che denunciava l’incomprensione del fenomeno e che ciò ledesse gli sforzi fatti per dare al paese un’organizzazione ricettiva dignitosa. Una posizione diversa era assunta da altri esponenti del regime come Achille Starace che introdusse nel 35 il sabato fascista, a imitazione del sabato inglese. Questo doveva favorire non solo la mobilitazione rituale delle masse ma anche le pratiche turistiche delle organizzazioni del regime. L’iniziale incomprensione del fascismo verso il turismo venne superata dalla consapevolezza dell’apporto non secondario all’economia del paese e della sua valenza politica, tant’è che nel 1936, rifacendosi ad un’idea del fratello di Mussolini, il regime acquistò il complesso delle Terme di Castrocaro. Altra prova del cambio di rotta da parte del regime vi era un articolo del giornalista Daquanno che sulle pagine di Turismo d’Italia riteneva essenziale per il turismo internazionale condurre in Italia e dall’Italia grandi comitive, adottando per il turismo il sistema di scambio compensato. Questo cambio di rotta de regime lo si può collegare alla questione della propaganda fascista diretta ai paesi stranieri e della sua esportabilità che in quegli anni spingeva ad un cambio di strategie di promozione all’estero nella considerazione che i caratteri spirituali del fascismo fossero universali. All’attuazione di questo principio contribuivano anche le organizzazioni turistiche straniere e in particolare quelle di altri regimi autoritari europei. Per sviluppare la conoscenza dell’Italia mussoliniana all’estero attraverso la propria forma di diplomazia culturale incoraggiando le visite in Italia di personalità straniere di prestigio, per il regime questi viaggi pur avendo scopi turistici si dimostravano utili contribuendo alla divulgazione all’estero di libri sull’Italia fascista favorendo la traduzione di opera italiane di stampo propagandistico. Nel periodo interbellico il fascismo non era il solo regime dittatoriale europeo ad avvalersi del turismo come uno degli strumenti di diplomazia culturale in modo da ottenere l’appoggio dei governi stranieri, tuttavia l’idea del turismo come mezzo di conoscenza fra i popoli venne paventata al 7 congresso internazionale degli organi di propaganda turistica tenutosi a Roma nel 32. Anche in Germania si usava il turismo nella stessa ottica, però qui aveva come obiettivo di offrire viaggi e divertimento nel tempo libero non solo ai lavoratori ma anche ai datori di lavoro per poter raggiungere la visione totalitaria del regime della comunità del lavoro, vista come uno strumento adeguato per conservare la pace nel mondo del lavoro. Negli anni 20 il turismo era in crisi ed era dimostrata dal fatto che erano diminuiti i flussi di entrata, tant’è che il senatore Stuart analizzava il fenomeno turistico lamentando il fatto che gli americani nei loro viaggi

I rapporti stretti che sul piano locale si erano intrecciati tra Azienda, podestà e imprenditori privati nonché la loro distribuzione disomogenea sul territorio nazionale che determinava un controllo difficile su questi organismi portava alla creazione dei Comitati provinciali del turismo presieduti dai prefetti e all’interno dei quali un delegato dell’ENIT assicurava il controllo centrale e l’assoggettamento a direttrici unitarie. Così facendo le oscillazioni tra pubblico e privato che avevano caratterizzato la maggior parte degli anni 20 avevano fine con l’avvento della governance del fenomeno turistico. Il primo assetto istituzionale del turismo veniva realizzato dal regime agli inizi degli anni 30 e rispecchiava la concezione centralistica verso cui si stava avviando il settore. Fino alla metà degli anni 20 le principali competenze in materia erano attribuite a diversi organi dell’amministrazione centrale, successivamente le funzioni importanti vennero date al ministero dell’interno e a livello periferico ai prefetti. Nel frattempo il regime era sempre più consapevole che il turismo potesse essere d’aiuto alla costruzione del consenso usando organizzazioni create appositamente come l’OND e l’ONB che promuovevano in collaborazione con altri enti una serie di iniziative come treni domenicali e gite domenicali. Nel 1929, dopo la fascistizzazione, l’ENIT assumeva un carattere di organo statale cambiando la sua denominazione e veniva affiancato nella sua azione di propaganda all’estero da altri enti che promuovevano sul piano internazionale l’immagine dell’Italia come l’istituto per le relazioni culturali all’estero. All’ENIT venne data anche la funzione di diffondere la cultura tecnica inerente alle industrie turistiche. Nel 1931 venne istituito il commissariato per il turismo posto alle dirette dipendenze del capo del governo, e che rappresentava la prima istituzione pubblica posta in essere nel paese per la gestione del settore. C’erano diverse motivazioni alla base: in primo luogo la necessità di rendere effettiva l’azione del governo in ambito turistico, ponendo fine alla conflittualità venutasi a creare tra l’ENIT e la CIT; in secondo luogo il mutato approccio del regime nei confronti del turismo, favorito da un’intensa campagna di stampa dei maggiori quotidiani italiani. L’industria del forestiero in Italia, così come in altri paesi, veniva considerata un fenomeno a carattere nazionale dai larghi riflessi economici, sociali e politici, e per questo doveva essere governato in maniera uniforme con una distinzione tra la funzione politica e commerciale. Nel 1931 l’on. Giovanni Maresca sottolineava la necessità di incrementare il turismo in Italia allo scopo di sviluppare alcune zone del paese di fama mondiale per le loro bellezze storico e artistiche ma non dotate di comfort per il turismo. Infatti potenziare il paese in ottica turistica offriva ai turisti possibilità di svago come le località turistiche internazionali. L’intervento di Maresca non si limitava solo a mettere in luce i soli aspetti organizzativi ma rilevava il fatto che il movimento turistico non avrebbe dovuto dare vita solo ad attività commerciali ma aprire uno speciale mercato di consumo dei prodotti agricoli italiani. A sottolineare l’esigenza di aumentare le potenzialità turistiche attraverso un’ampia offerta di attrazioni turistiche cu fu l’intervento di Suvich che era un convinto sostenitore dell’urgenza di incrementare le manifestazioni musicali e teatrali. Una volta che il fenomeno turistico fu inquadrato come dipendente della presidenza del consiglio era chiaro che il movimento dei forestieri venisse visto in un’ottica prettamente accentratrice. Infatti al commissariato per il turismo ebbe il compito di studiare i problemi del turismo e formulare proposte di provvedimenti per lo sviluppo di attività turistiche. Ultimo tassello per rendere istituzionale il turismo venne messo nel 1932, anno in cui furono istituiti i Comitati provinciali per il turismo presso i consigli provinciali dell’economia corporativa nelle province che presentavano notevoli interessi turistici. Questi erano presieduti dai prefetti e tre anni più tardi furono sostituiti enti provinciali del turismo. La creazione nel 1935 di questi enti provinciali per il turismo mira a realizzare l’assetto istituzionale periferico del settore, nella visione di organizzazione totalitaria turistica integrale del paese, che a livello locale doveva contribuire allo sviluppo del turismo attivo, miglioramento delle strutture alberghiere e servizi turistici. Inoltre gli EPT segnano la fine dell’autonomia delle aziende autonome. Questi EPT erano finanziati con contributi di vari enti e con il gettito d’imposta sulle imprese, suscitando rimostranze e malcontento da parte degli industriali che non accettavano di devolvere tributi ad

attività estranee dal loro settore. Il regime, una volta che si era inserito sul territorio con gli EPT, non aveva più nessun ostacolo per realizzare un’operazione politico-sociale necessaria per accrescere il consenso. Nel dicembre 1936 si riunirono a Roma i presidenti degli EPT alla presenza di Dino Alfieri, il quale durante questa riunione sottolineava l’importanza del turismo per valorizzare l’Italia all’estero sollecitando l’organizzazione di manifestazioni turistiche che avvicinassero gli italiani alle tradizioni del territorio. Dopo la creazione degli EPT venne fatta una ricognizione delle località che nelle province avessero le caratteristiche per essere di interesse turistico, sulla base di questo si delinearono 7 categorie: 1) località d’arte; 2) località di cura dotate di acque salutari o altre risorse curative; 3) località per sport invernali; 4) località di soggiorno estivo; 5) località che anche senza i requisiti richiesti interessavano il movimento dei forestieri per la loro ubicazione. Tra l’altro tutte le località erano segnalate al Ministero della cultura popolare. A completare l’organizzazione periferica del turismo la direzione generale del turismo stabiliva nel 1936 che fossero create delle pro loco in tutte le località nelle quali si manifesta un movimento di ospiti a scopo di villeggiatura o sport, e che una volta sottoposte agli EPT venissero assoggettate ad un controllo politico diretto. Questi organi provinciali avevano compiti di svolgere azioni di propaganda fra coloro che avevano interesse diretto al movimento dei forestieri intorno al valore economico dell’apporto turistico e alla necessità di potenziare il miglior assetto ricettivo. Nel 1937 venne stabilito l’elenco ufficiale delle pro loco e gli ETP avevano il compito di nominare gli organi statuari. Dunque con una maggiore governance a livello locale del fenomeno turistico non soltanto le grandi città ma anche nei centri provinciali grazie all’attività editoriale degli ETP, ed è in questo senso che va letto l’opuscoletto stampato nel 1939 intitolato Roma estiva, che promuoveva luoghi e monumenti della città eterna. Nel 1939 venne creato l’Ente nazionale industria turistica e alberghiera che aveva il compito di migliorare le strutture ricettive sostenendo l’iniziativa privata. Compito dell’ente era quello di costruire, comprare, affittare, arredare, gestire alberghi e pensioni rafforzando il capitale investito dagli imprenditori privati. Di fatto la sua attività si limitava al risanamento di alcuni alberghi già esistenti. Inoltre la creazione dell’ENITEA, rappresentava l’ultima espressione dell’intervento statale nel turismo, anche se comunque non riusciva a risolvere la questione del credito alberghiero alla quale lo stato cercava di offrire un correttivo concorrendo al pagamento degli interessi dei mutui contratti dagli imprenditori e società private. Alla fine degli anni 20 l’Italia si poneva tra i paesi europei e non che avevano una forte vocazione al turismo, e negli anni 30 riusciva a mantenere questa posizione. Nonostante ciò era però all’interno del paese che il regime trovava terreno per la propaganda e per la fascistizzazione degli italiani attraverso l’organizzazione dopolavoristica destinata a formare in molti il senso del turismo e ad organizzare il tempo libero secondo i dettami della dimensione di massa politica. Questa coscienza veniva individuata nelle forme del turismo sportivo, culturale e religioso. Dal punto di vista del regime la questione dello sviluppo del turismo interno non si collegava solo alla questione di carattere economico ma anche alla mancanza di un’educazione turistica negli italiani che impediva da un lato la reciproca conoscenza dei cittadini, e dall’altro la distruzione delle false prevenzioni che avrebbero potuto contribuire ad un processo di omogeneizzazione nazionale. Negli ultimi cinque anni degli anni 20 il turismo in Italia subiva una flessione a causa della diminuzione delle presenze turistiche e dalla durata del soggiorno, dato dalla crisi europea, compensata però dalla richiesta da parte delle fasce meno abbienti favorite da una politica turistica che incoraggiava il turismo popolare. Grande successo propagandistico avevano i treni speciali celeri per i servizi festivi popolari, che erano stati introdotti dalla politica di concessioni e sconti volti a determinate destinazioni. A queste agevolazioni potevano accedere alcune categorie di viaggiatori: gruppi familiari diretti nelle località balneari o termali, o viaggiatori provenienti dall’estero e diretti verso le spiagge dell’adriatico. Si emettevano biglietti circolari per turisti stranieri e biglietti di andata e ritorno domenicali e festivi a tariffa ridotta per alcune città importati dal punto di vista storico-artistico. Tra il 1931 al 1939 i treni popolari divennero un mezzo efficace per diffondere tra gli italiani la pratica del viaggio come la visita alle grandi città e le gite fuori porta con il pranzo

formare il sentimento nazionale dei ceti medi. Queste gite patriottiche in bicicletta si inserivano in un più vasto quadro cerimoniali di eventi, commemorazioni di battaglie, inaugurazioni di monumenti e lapidi che facevano da sfondo alle pratiche legate ai nascenti rituali di massa. Dopo la conclusione del primo conflitto i primi visitatori dei campi di battaglia sul fronte occidentale iniziarono ad arrivare in Belgio e Francia, e chi poteva permetterselo intraprendevano un viaggio per vedere dove i loro figli, fratelli e padri erano caduti, dando vita ad un pellegrinaggio laico e religioso alla ricerca delle tombe. Nella società americana, tra l’altro, la memoria dei caduti in Europa era così intensa che nel 1929 Fiorello La Guardia presentava al congresso americano un progetto di legge per il sostegno pubblico al viaggio di madri e padri alle tombe dei loro figli caduti. A partire dal 1923 dopo l’istituzione da parte del congresso dell’american battle monuments commission si susseguirono una serie di pellegrinaggi che partendo da New York portarono tantissimi americani a visitare la tomba dell’infermiera Edith Cavell. In Italia, anche se più tardivamente rispetto agli altri paesi europei, nel dopo guerra arrivarono dagli USA veterani di guerra per visitare le zone di guerra dove avevano combattuto e caduti i loro compagni o congiunti. Per molti veterani sia europei che statunitensi l’esperienza della guerra avvenuta in posti lontani da casa avevano rappresentato il primo contatto con la realtà e paesi diversi se non addirittura estranei al loro orizzonte culturale e geografico. Infatti l’esperienza bellica aveva significato per molti combattenti il primo viaggio importante della loro vita. I viaggiatori americani, dopo lo scoppio della guerra, erano rimasti lontani dall’Europa, però abituati a visitare i campi della guerra civile, vennero richiamati nel vecchio continente grazie alle descrizioni delle zone di guerra compiute dai corrispondenti di guerra in forme e modi non diversi da quelli usati nelle guide turistiche. La ripresa, poi, dei flussi turistici provenienti dal nord America e diretti in Europa venne rallentata nel dopo guerra dalle restrizioni ai viaggi transoceanici imposte dalle autorità americane, e dalla scarsità di navi passeggeri. Dopo la fine del conflitto, una volta superate le difficoltà dei trasporti, i turisti americani, grazie anche alla grande differenza nei tassi di cambio, iniziarono a rifluire in Europa permettendosi alberghi di lusso nelle principali città del vecchio continente. Dell’importanza di questo tipo di turismo per i flussi turistici esteri ne era consapevole Angelo Mariotti che nel 1923 scriveva che il forestiero era attratto non solo dalle bellezze, ma anche dalla visione dei campi di battaglia che ancora erano caldi di conflitto. Quei luoghi, secondo lui, assumevano la valenza di attrattive di ordine sentimentale e economico, e queste visite fatte dai turisti stranieri erano favorite dalla svalutazione della lira e dal fatto che in Italia le zone di guerra presentavano bei panorami. Inoltre anche in Italia alla fine del conflitto i campi di battaglia con le loro devastazioni divennero meta di turisti di ex combattenti e di familiari provenienti dalle diverse parti alla ricerca delle tombe, e a differenza di altri paese come la Francia e il Belgio, che registravano l’afflusso di turisti provenienti in maggioranza dalla Gran Bretagna e dagli USA, in Italia le escursioni organizzate dal TCI nelle terre redente erano finalizzate a far conoscere agli italiani i nuovi territori e rendere omaggio ai soldati. Il primo viaggio venne organizzato nel 1919 dal sodalizio milanese per far conoscere agli italiani le nuove bellezze della patria e che vedeva in pellegrinaggio verso i luoghi sanguinosi della guerra più di mille soci che partendo da Milano con un treno speciale raggiunsero località del Trentino e dell’Alto Adige. Il resoconto di quest’escursione fu pubblicato in modo dettagliato sul corriere della sera, e qui venne riportata l’accoglienza entusiastica offerta alla carovana da parte della popolazione della zona, invece la descrizione del paesaggio conteneva i segni della battaglia, con trincee e reticolati. Nell’intento di promuovere ulteriormente questa pratica nel 1920 il Touring Club dalla sua rivista invitava ad imitare l’esempio francese che nelle zone di guerra si adoperava a promuovere la costruzione di alberghi e ristornati e metteva a disposizione dei viaggiatori i baraccamenti dove durante la guerra erano stati alloggiati i soldati. Queste escursioni ricalcavano dal punto di vista organizzativo e dei contenuti ideali il modello sperimentato dal sodalizio milanese per le gite nei luoghi risorgimentali alternando però al ricordo del conflitto con il pellegrinaggio ai cimiteri di guerra, dunque queste si ponevano a metà tra una pratica turistica e un pellegrinaggio di guerra ed erano corredate da un reportage fotografico, contribuendo a creare in Italia

una sorta di memoria pubblica, condivisa e collettiva della prima guerra e sulla quale si sarebbe innestato il fascismo. Al di là del valore simbolico e del loro significato legato ad un discorso di costruzione della nazione il TCI voleva risollevare la situazione economica dei territori in via di annessione invitando altri ospiti a popolare le ville e gli alberghi per rinnovare la ricchezza che negli anni di guerra era andata persa, dal momento che diverse strutture ricettive nel corso del conflitto erano state trasformate in ospedali militari e danneggiate dai bombardamenti. Negli anni 20 nelle zone sacre il turismo era incentivato anche dall’ENIT che per celebrare i luoghi delle battaglie come il proscenio del patriottismo e dell’eroismo nazionale, organizzava una serie di escursioni nelle zone di guerra collaborando con l’istituto del lavoro. Vicino alle carovane turistiche si sviluppa anche un turismo individuale a cui il TCI forniva informazioni pratiche pubblicando i servizi offerti. Nella seconda metà degli anni 20 grazie alla stabilizzazione del regime, le escursioni sui campi di battaglia assumevano il carattere di pellegrinaggio laico che commemorava il sacrificio eroico dei soldati e la rinascita dell’Italia che aveva vinto il conflitto, il tutto contribuì a formare una memoria collettiva. Nel decennale dell’intervento dell’Italia in guerra il TCI organizzava una nuova escursione nelle terre sacre al culto di ogni italiano e che a differenza della precedenza aveva un carattere di ufficialità per la creazione di un comitato d’onore presieduto da Mussolini. Nella preparazione dell’escursione il TCI avvertiva che date le condizioni alberghiere in condizioni ancora anomale, gli escursionisti sarebbero stati alloggiati in edifici offerti dalle autorità militari. Nonostante l’impegno messo in atto dal TCI, negli anni 20 il basso livello dei consumi impediva il consolidarsi di una significativa domanda turistica interna e i luoghi del conflitto diventavano meta di escursioni giornaliere, spesso organizzate da sezioni dopolavoristiche. L’importanza di questo tipo di turismo venne sottolineato da Suvich in una relazione sui problemi del turismo in Italia, dove richiamava la necessità di sviluppare sull’esempio francese il turismo nei luoghi della prima guerra mondiale. Egli era convinto che si potesse recuperare questo gap individuando tutte quelle zone che avrebbero potuto essere risistemata rifacendo una toilette di guerra, ovvero rimetterle in perfette condizioni l’attrezzatura bellica, ricostruendo in forma perfetta lo stato in cui si trovavano prima della guerra per dare l’illusione di visitare il fronte in un momento di calma. Emblematica è la città di Gorizia che appariva come il luogo che meglio di tutti dava l’idea di un campo di battaglia di grande guerra e offrire quel memoriale che il regime stava tessendo del conflitto con la costruzione del sacrario di Redipuglia. Per il presidente dell’ENIT la risistemazione di queste zone avrebbe consentito di trasformarle in luoghi turistici, mete di scuole, comitive e ex combattenti desiderosi di rinnovare memorie personali. Durante gli anni 30 il messaggio propagandistico lanciato dal regime si amplia a nuovi segmenti della società italiana come le scolaresche e i lavoratori iscritti all’OND, perché questi gruppi erano visti come soggetti mediante cui forgiare l’uomo nuovo che il fascismo voleva creare. Sempre in questi anni vennero organizzate altre escursioni dal TCI che si impegnava in questa pratica di viaggi devozionali. Inoltre ad attirare gruppi di turisti erano i grandi sacrari che in questi anni rappresentavano un segno forte dell’impronta fascista nell’ottica della commemorazione, questi erano circondati da una zona sacra che conservava alcune vestigie di guerra. Questi erano collocati in zone di grande spettacolarità come l’Altopiano d’Asiago. Nell’estate del 1936 dopo la risistemazione della zona del Grappa e dell’Altopiano d’Asiago con l’inaugurazione dei nuovi sacrari e l’apertura della strada della prima armata, che in quei luoghi aveva operato negli anni del conflitto, il TCI organizzava un’escursione ai campi di battaglia dell’Alto Vicentino. Per l’inaugurazione del maggiore sacrario italiano, nel ventennale della vittoria Mussolini compiva un viaggio nelle tre Venezie che, avvenuto in un momento di grave crisi internazionale, era contrassegnato da una serie di visite ai luoghi topici che celebravano e commemoravano i caduti. Gli itinerari e i percorsi del turismo di guerra venivano segnalati dal TCI che pubblicava a partire degli anni 20 i tre volumi della guida d’Italia dedicati alle tre venezie, in quest’opera ampio spazio venne dedicato alla segnalazione delle lapidi delle battaglie e dei cimiteri militari, e della conta dei militari italiani e di quelli austriaci in essi sepolti, quest’ultima sezione era la parte dell’opera maggiormente sottoposta alla revisione

questioni legate al turismo erano difficili da risolvere per motivi politici nella parte settentrionale della regione da territorio asburgico era diventato un territorio dell’estrema periferia italiana abitato da una popolazione di lingua tedesca. Per il Trentino, che aveva sofferto per l’interruzione dei flussi turistici provenienti dalla Germania, e per i danni bellici delle strutture ricettive, nel 1920 al congresso internazionale a Monaco venne proposto di creare un istituto di credito mobiliare da affiancare all’ENIT, e per favorire lo sviluppo del turismo interno si puntava alla clientela italiana sfruttando l’onda emotiva suscitata dalla guerra appena conclusa. Inoltre una spinta per riattivare i flussi turistici verso le dolomiti e i Kurorte della regione era data dall’uso di strade e ferrovie realizzate dall’Austria per scopi militare durante la guerra. Nello stesso anno la federazione alberghiera invocava l’applicazione per la regione del trentino la legge sui danni di guerra in modo da riavviare la stagione turistica a pieno regime a partire dal 1922. Questa richiesta faceva seguito a quella avanzata dall’associazione d’idrologia, climatologia e terapia fisica che sollecitava l’intervento dello stato per la ripresa delle attività delle stazioni climatiche e balneari nelle nuove province allestendo vie di comunicazione automobilistiche e ferroviarie comode e rapide come la linea Calalzo-cortina-Dobbiaco, con tariffe ridotte. Vennero allestite le teleferiche, simbolo di slancio verso la modernità della società degli anni 20 - 30, ovvero una società che puntava sulle nuove tecnologie e che cercava di allargare l’esperienza del tempo libero a settori più ampi della popolazione. Tra l’atro sempre negli anni 30 vennero creati nuovi alberghi e ammodernati gli impianti sciistici con la realizzazione della moderna slittovia, la cui realizzazione rientrava nel quadro delle iniziative del regime a sostegno delle discipline sportive come le gare di scii, e a promuovere l’arrivo di sciatori erano le riduzioni anche del 50% per i biglietti della durata di due mesi emessi durante la stagione invernale. Fermatesi nel dopoguerra i flussi turistici provenienti ad esempio dall’Europa orientale, l’Italia promuoveva le località della regione appena annessa, sfruttando la pubblicità turistica come modo per rinsaldare i legami con il Trentino e l’Alto Adige, per rafforzare l’identità nazionale e sostenere l’economia locale colpita dalla guerra, il tutto si traduceva nell’invito: italiani visitate il Trentino. Agli inizi degli anni 20 alla promozione della regione svolta in Italia, l’ENIT affiancava quella all’estero proponendo dai suoi uffici le località turistiche regionali, e in particolare quelle dell’Alto Adige come il lago di Braies. Alla promozione dell’ente si affiancava quella del comitato per il concorso dei forestieri nel Trentino che si occupava della pubblicità alberghiera. Nel momento in cui ripresero i flussi turistici provenienti dall’estero nell’area trentina una questione era quella legata alla difficoltà dei visti come denunciava il TCI, segnalando che nella fase dell’armistizio fino a quando erano state operative le missioni a Vienna vi era stata una certa facilità nel permettere ai turisti di entrare in Italia dall’Austria, mentre dopo l’annessione del Trentino le difficoltà burocratiche scoraggiavano i turisti provenienti dal nord Europa. In TAA la questione nazionale e lo scontro etnico si riflettevano anche nel turismo e in particolare sui rifugi alpini del Sudtirolo, questa era una questione che il CAI aveva prospettato al comando supremo presentando un memoriale sul passaggio di proprietà dei rifugi. Nel 1919 il comando non aveva preso nessuna decisione limitandosi a presiedere militarmente i rifugi, la questione venne risolta nel 1921 con un disposto che prevedeva che tutti i rifugi appartenenti alle sezioni italiane e straniere del Douav e di altri sodalizi presenti in Alto Adige dovessero essere affidati al CAI. Sempre durante la fase dell’armistizio le autorità militari italiane dislocate nel territorio regionale e facenti capo al governatorato di Trento affermavano la necessità di cedere al CAI o ai sodalizi alpini trentini la gestione dei rifugi del Sudtirolo. Qualche anno dopo l’annessione, il fascismo affrontava la questione dei rifugi sciogliendo tutte le associazioni che non erano legate al CAI, e nel 1924 tutte le proprietà dell’alpenverein Sudtirol venivano acquisite e passate al CAI. Poi nel 1927 con l’istituzione della provincia di Bolzano il CAI assume il ruolo di avamposto nella conquista nazionale delle montagne del Sudtirolo. Inoltre anche lo sviluppo del turismo invernale con la costruzione delle teleferiche indusse la sezione di Trento del CAI a risistemare il vecchio edificio dedicato al martire trentino. A 10 anni dalla fine della guerra la rivista del TCI riprende lo slogan coniato nei primi anni del 900 italiani visitate la

Venezia tridentina sollecitando una nuova forma di diporto atipica agli italiani. Nel 1931 il presidente del CAI ammetteva il crollo del turismo in AA rispetto al periodo prima della guerra non percependo che gli italiani erano attirati da mete meno elitarie. In trentino le condizioni climatiche e naturalistiche avevano favorito la nascita dell’industria del turismo con lo sviluppo dei Kurorte di arco e di riva e che avevano portato le due cittadine nella modernità con la loro stazione ferroviaria e l’assetto urbano. L’intensificarsi dei viaggiatori divenne evidente nel terzo decennio dell’800 e aveva suscitato l’interesse borghese imprenditoriale che vide un’opportunità di far evolvere il modello economico che era prevalente. Inoltre lo sviluppo della cittadina di Riva e dei suoi dintorni nel giro di qualche decennio era tale che la guida dedicata alla città consigliava di far visita al castello di Tenno dove il suo proprietario affittava ai turisti nella stagione estiva anticipando di un secolo l’ospitalità nelle dimore storiche che si affermò in Italia negli ultimi anni del 900. Con la progressiva importanza che acquisiva il turismo la dieta tirolese aveva dotato il Land tirolese di una legge sulla promozione del turismo con la creazione del consiglio del turismo. La frequentazione dell’Alto Garda tra 800 e 900 risentiva del sentimento dello struggimento dei tedeschi per il sud. Successivamente la fine del conflitto e la grave recessione rallentò la ripresa di un’economia che aveva puntato tutto sul turismo, e nel 1923 per sovvenire alla crisi che colpiva l’Alto Garda e per rivitalizzare l’industria turistica della zona, l’ENIT si faceva sostenitore della necessità di dotare il territorio di strutture in grado di operare con rapidità ed efficacia data la particolare natura del turismo lacustre. Nel 1929 venne inaugurato un nuovo tratto della Gardesana orientale che collegava Malcesine a Torbole, dunque il miglioramento della rete stradale permetteva lo sviluppo di un turismo meno elitario. Nonostante le difficoltà della ricostruzione delle strutture alberghiere, Riva riusciva a conservare la sua vitalità turistica grazie alla capacità di integrazione tra offerta locale ed esigenze dei villeggianti, situazione diversa era ad Arco che restava legata al mito di città di cura a causa della presenza del sanatorio. Negli anni 30 in trentino si assiste ad un aumento dei turisti italiani in Trentino soprattutto dalla Lombardia e dal Veneto, e così nel 32 venne istituito il comitato provinciale del turismo. Dopo gli accordi di Berlino firmati nel 39 tra la Germania e l’Italia la popolazione di madrelingua tedesca e ladina di provincie come quella di Bolzano dovevano scegliere tra mantenere la propria cittadinanza e restare nelle proprie case o prendere la cittadinanza tedesca, trasferirsi e liquidare i propri beni, questa era una questione politica con riverberi economici e si rifletteva anche sul settore turistico. Alla fine del 39 la commissione interministeriale stabilì di affidare all’ENITEA l’acquisto e la gestione degli alberghi di queste persone e che lo stato doveva rilevare in Alto Adige. L’ente promuoveva la costituzione della società anonima gestione alberghi e varie atesine che assumeva la gestione delle strutture recettive che sarebbero state acquisite dai proprietari optanti. Questa funzione risultava molto ridotta dato che l’ente nazionale per le tre Venezie si limitava ad affidare alla SAGEVA l’amministrazione degli alberghi. Questa questione si sarebbe trascinata per molto tempo con conseguenze nell’immediato dopo guerra per il rientro in Italia degli optanti che riacquisendo la cittadinanza italiana non volevano essere esclusi dalle gare e dalle trattive per il reintegro o l’acquisto di quelle proprietà. Nella guida delle tre Venezie del 25 il TCI si impegnava a far conoscere agli italiani le nuove province, questa rispetto alla guida del 20 era composta da tre volumi nei quali erano date indicazioni nuove sui luoghi dei combattimenti della guerra da poco conclusa. Dopo aver fatto una breve introduzione storico-geografica si evidenziava come la più importante industria fosse quella del forestiero favorita dallo sviluppo alberghiero e dalla rete di comunicazione che non aveva eguali. Inoltre la guida segnalava molti centri di dimora e di escursione che rendevano la regione un campo ideale per il turismo alpino e sport invernali. Nel 27 venne editata da Oreste Ferrari una guida di Trento che oltre a descrivere le bellezze storico-artistiche si aprivano simbolicamente con un’immagine del monumento di Dante. Nel 32 il TCI pubblicava una nuova edizione della guida la quale dopo aver sottolineato come l’industria alberghiera del Trentino e delle zone limitrofe fosse tra le più progredite, dedicava larga parte alle escursioni turistiche nelle valli e alle passeggiate in montagna.

A fiume nel 1885 venne fondato il club alpino fiumano CAF, che aveva sviluppato un turismo montano con escursioni sociali delle alpi giulie e venete. Nel dopo guerra, poi, accogliendo la domanda del CAF il congresso generale del CAI nel 19 ne sanciva l’adesione come sezione di fiume al CAI. Nonostante le difficoltà dare dalla situazione politica incerta della città che era stata annessa nel 24 la sezione svolgeva un’intensa attività di escursioni sulle sue montagne. Nel 23 il “gruppo sciatori Monte Nevoso” diventava una sezione e negli anni successivi venne inaugurato nel centro liburnico anche una sezione del TCI che collaborava alla stesura della guida delle tre Venezie per la parte di fiume. Dopo il trattato di Rapallo e la fine del periodo dannunziano l’ENIT si adoperava per migliorare il servizio di comunicazioni marittime da e per Venezia. La città dopo l’annessione sembrava potesse riprendere il suo tradizionale ruolo di anello di congiunzione tra l’Italia e il mondo danubiano balcanico, diventando capoluogo del Carnaro, ma la dissoluzione dell’Austria-Ungheria aveva privato la città del suo retroterra che era stato ripartito tra i diversi stati successori dell’impero asburgico. A sancire l’italianità della città era anche la decisione della società Dante Alighieri di indire nel 24 il suo 39° congresso, vista come ultima città tra le irredente dove la società aveva fatto un suo raduno annuale e per quest’occasione pubblicò una brochure che conteneva una parte intitolata Minuscola guida di Fiume con indicazioni per visitarla. Nel 27 Fiume aumentò le sue strutture recettive ubicate soprattutto lungo la strada della stazione ferroviaria e aumentarono anche gli stabilimenti balneari. Negli anni 30 a dominare la scena del turismo balneare è il Bagno Quarnero diviso in zona maschile e femminile, ma c’erano bagni anche più modesti come quelli di Nettuno. I visitatori si dedicavano a passeggiate nel pomeriggio sul lungomare, partite di tennis e di golf o gite sui piroscafi, poi i mondani si si ritrovavano nei bar notturni dove tra balli e bevute arrivavano all’alba incarnando appieno quello che allora era la società dei telefoni bianchi. I problemi recettivi andarono a colpire anche le stazioni balneari e climatiche del golfo del Quarnaro, di Abbazia e di Laurana che erano rinomate mete asburgiche di turismo internazionale e che l’Italia durante il fascismo cercò di rilanciare come località turistiche per gli italiani, con l’obiettivo di valorizzare non solo le loro bellezze naturali ma anche le capacità di accoglienza allineandosi agli altri paesi europei. Nel dopoguerra si voleva rendere la cittadina di Liburnica una tappa importante della via carovaniera delle migrazioni inutili che attraversava l’Europa mediterranea alla ricerca di sole e mare, tra l’altro data la sua posizione e il clima la cittadina di Liburnica divenne una meta ambita di turismo elitario e luogo mondano. Questa venne valorizzata dalla società delle ferrovie meridionali austriache con la costruzione a partire dal 1882 di alcuni alberghi. Altra cittadina fu Abbazia che accoglieva tantissimo forestieri nei mesi sia della stagione invernale che primaverile e che aumentavano durante la stagione estiva. A partire dagli anni 20 questa iniziò ad essere frequentata anche dagli italiani provenienti da Milano e Roma. A differenza di Fiume, ad Abbazia gli stabilimenti balneari erano comuni ai due sessi come i centrali Angiolina e Ondina costruiti sulla spiaggia e il Bagno Italia dove venivano date lezioni di nuoto. Questa cittadina si impose come centro turistico di classe e perciò diede impulso a sport elitari come il golf. Dopo la conferenza internazionale di Abbazia che aveva ribadito la necessità che i servizi automobilistici di granturismo dovessero completare i servizi ferroviari nelle località che non raggiungevano, e il governo tracciò un programma di sviluppo della viabilità per incrementare il fenomeno turistico. Oltre alle famose guide rosse del TCI, negli anni successivi alla prima guerra si va a sviluppare un’editoria turistica che fa riferimento alla Venezia Giulia, Zara e Fiume, e tra le prime ad essere pubblicate nel 20 ci fu quella di Cesare Battisti, il quale faceva propria l’idea di Ojetti di pubblicare una piccola guida illustrata e di carattere popolare. Questa guida integrava bene la descrizione dei monumenti facendo una rapida sintesi della storia di Pola dall’età pre romana con finalità divulgative in modo da diffondere la conoscenza della città che era in via di annessione. Invece di carattere prettamente pratico la guida generale di Fiume e della provincia del Carnaro pubblicata nel 25 e che offriva informazioni utili ai fini turistici. Accanto a questa c’era anche quella pubblicata per il turismo di Zara. Dopo un decennio dalla prima edizione della guida della Venezia Giulia uscì la terza edizione che includeva la Dalmazia. Il presidente del TCI motivava la scelta di

pubblicare gli itinerari anche della Dalmazia con il fatto che la regione era vicina agli italiani e conservava testimonianze d’arte e cultura italiane. Nella sezione avvertenze e informazioni utili la guida segnalava quale fosse la stagione più adatta al viaggio e il piano di viaggio, menzionando la possibilità di escursioni in montagna di tipo turistico tralasciando quelle però di tipo alpinistico. Capitolo 5: viaggi e organizzazione turistica nei territori di oltremare. Il turismo in Libia Nella formazione di una coscienza turistica nazionale, durante il fascismo un posto a parte l’aveva la creazione di una coscienza coloniale che prefigurava accanto alla colonizzazione dei territori oltremare fatta dai lavoratori italiani che diedero vita a flussi turistici verso questi paesi. Per il fascismo avere un’organizzazione per le colonie aveva duplice valenza sia sul piano nazionale in ottica di costruzione di consenso sia sul piano internazionale nei confronti di turisti stranieri a cui si dava un’immagine dell’Italia fuori dal paese ispirati alla modernità, ma anche strumento politico di colonizzazione alla stregua di altri paesi europei. A porre le basi di un turismo nella quarta sponda erano viaggi fatti dal TCI negli anni subito successivi alla conquista della Libia e avviati nella primavera del 14 con l’escursione nazionale nella parte costiera della Tripolitania, e le escursioni secondo il TCI dovevano essere organizzate non proprio militarmente ma dovevano essere usati criteri di disciplina. Durante quest’escursione c’erano state manifestazioni di carattere patriottico da parte ei partecipanti. Dopo la fine del primo conflitto che aveva rallentato i flussi turistici in Europa e in Libia il TCI auspicava una maggiore conoscenza delle nuove terre africane da parte degli italiani e lo sviluppo di Tripoli come stazione di sverno con la ripresa delle comunicazioni marittime, la costruzione di alberghi e villini nella zona più collinosa. Nel 20 si svolse un’escursion nazionale in Cirenaica, e nella brochure che la pubblicizzava vennero definiti le condizioni spartane del viaggio che vennero adeguate alle caratteristiche delle carovane del TCI. L’itinerario del tour in Cirenaica prevedeva la visita delle zone interne che erano interessanti dal punto di vista agricolo, commerciale e archeologico e anche della zona costiera con l’idea di mostrare quanto l’Italia anche se si trovava in Libia da meno di 10 anni avesse fatto nella colonia, e di suscitare un apprezzamento sia delle risorse attuali che future. A favorire lo sviluppo dei flussi turistici venne pubblicato nel 23 la guida della Libia dal TCI, questa era divisa in due volumi dedicati alla Cirenaica e alla Tripolitania e nelle avvertenze si esplicitava che il testo non si rivolgeva solo a chi era interessato alla colonia per le risorse, ma anche al turista che rinunciando alle comodità di cui era abituato avrebbe potuto godere di un ambiente incontaminato e selvaggio. Inoltre la guida consigliava di rivolgersi agli uffici governativi della colonia a Tripoli prima di iniziare il viaggio per informarsi sulle condizioni generali del paese e per ottenere dalle autorità militari il permesso di fare le gite progettate. A differenza di altre tipologie di guide turistiche, quelle dedicate alle colonie non erano semplicemente dirette a coloro che viaggiavano per piacere o affari, ma erano anche uno strumento di propaganda coloniale e di acculturazione verso i territori d’oltre mare per coloro che non si sarebbero mai recati in quei luoghi. Nel 1926 venne pubblicata la piccola guida della Tripolitania e anche qui, nella premessa, si illustrava come fosse stata pensata non solo per il turista ma anche per chi fosse interessato a conoscere le trasformazioni in atto nella colonia. Tra le altre cose il fascismo faceva anche un notevole sforzo di propaganda nell’illustrare agli italiani le risorse e le attrattive della regione privilegiando il fascino offerto dalle antiche città romane. Lo sviluppo iniziale di un sistema turistico in Libia venne avviato dal governatore Volpi e presto divenne uno degli elementi di punta del programma di rinascita della Tripolitania. Le iniziative prevedevano il miglioramento dei collegamenti marittimi tra l’Italia e la Tripolitania sia commerciali che turistici. All’archeologia coloniale con la riscoperta delle città romane il regime affidava il compito di una sua rappresentazione politica e celebrativa nel solco dell’eredità di Roma. Inoltre la stampa straniera, in particolare quella inglese, segnalava le scoperte archeologiche che via via emergevano volgendo l’attenzione verso l’opera di civiltà compiuta a Tripoli e in generale in Libia dal regime. Tra l’altro non solo l’archeologia