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Sintesi sulla vita e le opere del filosofo Tommaso d'Aquino
Tipologia: Appunti
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Tommaso d’Aquino è stato un teologo e filosofo cristiano del XIII secolo, soprannominato “l’Aristotele cristiano”, dal momento che parte delle sue idee si basano su concetti già precedentemente sviluppati da Aristotele, in particolare per quanto concerne la metafisica. Nonostante questa ingente influenza di Aristotele, l’opera tomistica è da considerarsi frutto di un ragionamento personale, dato che tutte le idee aristoteliche sono state quasi perfettamente adattate all’ottica e alla religione cristiana. Per iniziare a illustrare il pensiero di Tommaso, ho letto un brano presente sul nostro libro di testo, tratto dalla Somma contro i Gentili : in questo passo, intende ragionare sul rapporto fra fede e ragione, in particolare sui motivi secondo cui è impossibile che queste due facoltà si contraddicano. Tommaso ammette per prima cosa la superiorità della fede sulla ragione, ma esclude il fatto che questa (la ragione) giunga attraverso il ragionamento ad un dato falso. Per dimostrare questa tesi, si serve di quattro ragionamenti distinti. Il primo di questi si basa sul fatto che sia i principi conosciuti attraverso la ragione sia quelli conosciuti mediante la fede sono veri (dal momento che i primi sono ricavati dall’esperienza, mentre i secondi sono donati da Dio). Il contrario del vero è il falso; perciò se per assurdo una verità della fede fosse contraria ad una conosciuta con la ragione, allora una delle due sarebbe sicuramente falsa. E questo l’abbiamo dimostrato impossibile all’inizio. Nel secondo ragionamento, si esplicita il fatto che i principi conosciuti in natura dalla ragione, sono anche presenti in Dio, poiché è lui colui che ha creato la nostra natura. Perciò anche questi principi sono presenti in Dio, proprio come le verità della fede. Di conseguenza le due verità devono concordare necessariamente; in caso contrario Dio sarebbe lacerato da una contraddizione. Il terzo punto illustra il fatto che è impossibile che Dio infonda conoscenze contrastanti, perché, in questo modo, non permetterebbe all’uomo di raggiungere la verità (quindi Dio stesso). L’ultima prova, di cui si serve Tommaso, è la seguente: un principio naturale non può essere mutato finché persiste la natura; Dio perciò non può dare mediante la fede una conoscenza incompatibile con la natura. Perciò, conclude Tommaso, è impossibile che la ragione vada in contrasto con la fede. Tommaso sviluppò anche il tema della metafisica nella sua opera, in particolare nell’opuscolo intitolato L’ente e l’essenza. Tommaso parte dalla distinzione di due enti: uno reale e uno logico. In particolare, lui si concentra su quello reale, che descrive come sintesi di essenza e atto d’essere (ossia l’esistenza effettiva). L’essenza è la quidditas , ossia il significato del concetto di un certo ente. L’esistenza, invece, è la proprietà dell’ente che gli permette di esistere. Ma queste due proprietà non sono una dipendente dall’altra: infatti noi possiamo pensare all’essenza di un ente senza doverne implicare l’esistenza (basti pensare alla fenicie di cui parla Tommaso).
Queste due proprietà stanno in un rapporto di potenza-atto: infatti l’essenza sta all’esistenza, come la potenza sta all’atto, dal momento che ogni essenza ha la possibilità di esistere, ma non è detto che questo accada. Ogni ente quindi è finito e contingente, perciò soltanto possibile. Però bisogna notare che ogni ente possibile, per essere, deve ricevere l’essere da qualcos’altro: per i cristiani questo “qualcos’altro” è Dio. Quindi Dio è necessario e infinito: necessario, perché causa dell’esistenza degli enti finiti, infinito, perché, se non lo fosse, vorrebbe dire che in un certo momento Dio non avrebbe posseduto l’essere e perciò si riaprirebbe il problema iniziale. Di conseguenza, l’essenza di Dio implica la sua esistenza, in quanto ente necessario. Si può quindi dire che gli enti finiti sono creati da Dio e Tommaso chiama questo concetto partecipazione, in quanto gli enti prendono parte (e quindi partecipano) all'essere attraverso Dio. Però l’essere di Dio è diverso dall’essere degli enti: infatti l’essere degli enti può venire separato dalla loro essenza, mentre ciò non può accadere in Dio. Queste due “tipologie” di essere sono analoghe, ossia simili (perciò né assolutamente diverse né assolutamente uguali). Tommaso quindi le pone in rapporto di analogia. Secondo Tommaso l’esistenza rende in qualche modo perfetto un ente, dal momento che lo “completa”. Da qui nasce la dottrina dei trascendentali: i trascendentali sono delle proprietà essenziali dell’ente, le quali permettono all'ente di esistere; sono quindi sono presenti sia nel singolo ente che in Dio; la differenza sta nel fatto che in Dio i trascendentali sono al livello massimo (quindi Dio è il ben sommo,...). Queste proprietà fondamentali sono cinque: res, unum, aliquid, verum, bonum, che si riducono però a tre (dal momento che nel significato ente è implicito quello di res, e nel significato di unum quello di aliquid). Quindi, in breve: l’ente è unum, poiché è un intero (non può essere diviso in più enti) e diverso da altri enti; è verum, perché essendo creato da Dio gli corrisponde in parte; è bonum, perché essendo creato da Dio deve essere necessariamente un bene. Un’altra riflessione molto conosciuta (e importante) di Tommaso è la prova dell’esistenza di Dio, presentata nella Somma teologica. In realtà, Tommaso elabora non una sola, ma ben cinque prove (che lui chiama vie) a posteriori al fine di dimostrare l’esistenza di Dio. Tommaso non accetta la prova ontologica di Anselmo d’Aosta, perché a priori. Lui ritiene infatti che la prova debba essere necessariamente a posteriori- La prima via è quella ex motu : ogni cosa si muove perché è mossa da altro, ma è necessario un motore primo, senza il quale nulla si muoverebbe. Questo motore primo è Dio. La seconda è la via ex causa : ogni effetto necessita di una causa efficiente, ma è necessario che ci sia una causa prima, senza la quale altrimenti non ci sarebbero neppure le altre cause (che sono effetti della causa precedente). Perciò questa causa efficiente prima è Dio. La terza via è quella ex possibili et necessario : ogni ente è possibile grazie a qualcos’altro, e così via; però non si può procedere all’infinito, perciò si giunge necessariamente ad un ente necessario, che è Dio.
distinto da quello del corpo; è anche immortale, perché forma pura. Per questo motivo è anche incorruttibile, dal momento che non può separarsi da se stessa. Tommaso spiega anche come sia possibile che l’anima sopravviva anche dopo la sua separazione dal corpo: questo è possibile grazie al fatto che l’anima è legata al corpo mediante il suo essere, che è comunque autonomo; perciò anche se il corpo viene a mancare l’essere dell'anima non scompare, ma continua ad esistere. Tommaso nei suoi scritti sviluppa anche l’etica. Secondo Tommaso, il modo di agire dell’uomo è direttamente legato alla sua natura: ciò significa che l’uomo, agendo, tende a Dio e cerca la felicità, che si ottiene soltanto con la contemplazione di Dio. Tutto (quindi sia uomini che cose) è soggetto alla provvidenza, ma questa non esclude l’esistenza della libertà dell’uomo, che anzi ne fa parte: la provvidenza infatti determina sia le cose necessarie che quelle contingenti. Alla provvidenza appartiene anche il concetto di beatitudine, ossia una condizione a cui l’uomo è indirizzato da parte di Dio; la beatitudine dell’uomo non è però necessaria, dal momento che c’è bisogno anche della volontà dell’uomo (oltre che quella di Dio) per raggiungerla. Dio è dotato, d’altronde, anche di una prescienza, ossia la capacità di conoscere tutte le azioni future dell’uomo: essa è infatti necessaria alla provvidenza. Tommaso ammette quindi il libero arbitrio dell’uomo, ossia la sua libertà: Dio, grazie alla grazia, “mostra la via del bene” all’uomo, ma la scelta di percorrerla o no sta nelle mani dell’uomo. Perciò la presenza del male deriva soltanto dal libero arbitrio. Tommaso definisce due tipi di mel: la pena e la colpa. Gli uomini possiedono la capacità di capire che cosa sia il bene e di seguirlo. Questa disposizione naturale ( habitus ) si chiama sinderesi e scatura una facoltà propria dell’uomo, la coscienza. L’ habitus è la conseguenza costante di una scelta libera dell’uomo; per esempio secondo Tommaso le virtù sono habitus. Tommaso fa una distinzione molto precisa delle virtù: possono essere innanzitutto intellettuali, morali o teologali; le virtù morali più importanti sono chiamate cardinali (giustizia, temperanza, fortezza, prudenza); le virtù teologali sono necessarie per la beatitudine e sono direttamente donate da Dio (fede, speranza, carità). Infine, Tommaso espone anche i suoi pensieri per quello che concerne la politica. Per curare questa parte, ho deciso di sviluppare il tema attraverso la lettura e l’analisi di due brani antologizzati, tratti rispettivamente dalla Summa teologica e dal De regimine principum. La dottrina politica di Tommaso si basa principalmente sulla teoria del diritto naturale, sviluppata dallo stoicismo. Tommaso afferma l’esistenza di quattro leggi principali. La prima è la legge eterna, quella regolata da Dio. La seconda è la legge di natura, che è l’immagine negli uomini (o per meglio dire nelle creature) della legge eterna; questa legge si basa sulla ragione e su tre principi: conservare la vita, procreare, vivere in società. La terza legge è quella umana, inventata quindi proprio dagli uomini. Tommaso
definisce questa legge nella questioni 95 e 96, della Summa teologica: le leggi umane hanno il compito di rendere gli uomini virtuosi, attraverso l’impiego della paura per la pena; per questo motivo esse <<non sono soltanto utili, ma anche necessarie>>. Inoltre una legge, per essere considerata tale, deve essere in accordo con la ragione, e perciò con la legge naturale. L’obiettivo di una legge umana è il bene comune di una determinata società; per far sì che questo accada essa deve anche essere possibile: con questa espressione Tommaso ammette che non tutti i vizi debbano essere perseguibili (questo sarebbe infatti pressochè impossibile), ma soltanto quelli che impediscono la corretta realizzazione del bene comune. Allo stesso modo, la legge umana non promuove tutte le virtù, ma soltanto quelle volte al bene dello Stato, anche perché l’uomo, di natura, è obbligato mediante la coscienza a seguire le leggi giuste (quelle orientate al bene comune) e non ingiuste. L’ultima è la legge divina, che aiuta l’uomo a raggiungere il suo fine principale, la contemplazione di Dio. Nell’opuscolo De regimine principum, Tommaso definisce il fine della politica. Uno degli scopi dell’uomo è vivere bene, ossia secondo virtù e questo deve essere anche il fine dello Stato; d’altra parte il fine ultimo dell’uomo è la contemplazione di Dio. Questo fine non può però essere raggiunto attraverso la mediazione di un re (o di un qualsiasi governatore terreno), bensì attraverso un governo divino. Questo governo divino ha come mediatori i sacerdoti, principalmente il Papa, ossia il rappresentante di Dio. Di conseguenza è necessario, secondo Tommaso, che tutti i re terreni sottostiano al pontefice.