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Prefazione Linguistica - > nasce in Europa nel XX secolo per studiare le conoscenze sulla lingua e sul linguaggio.
Capitolo I – Materia della linguistica
- La materia di studio della linguistica *^1 è il nostro parlare → capacità di usare e sapere usare le parole e le frasi → appartiene alla specie umana
- Usiamo le parole per parlare, scrivere - capire ciò che gli altri ci dicono, scrivono. Non possiamo capire le parole usate dagli altri senza prima conoscerle.
- Didattica delle lingue o glottodidattica : disciplina che si occupa di come si insegnano e si apprendono le lingue. → Bisogna stimolare e verificare, in chi sta apprendendo una lingua, la presenza di quattro abilità verbali ( verbal skills ): 1 – Parlare (cioè usare le parole con la voce); 2 – Scrivere ; 3 – Ascoltare (e capire le parole dette da altri); 4 – Leggere (e capire le parole scritte). Usi delle parole
- Uso produttivo delle parole e delle frasi → dire o parlare in senso stretto (usare la voce o la scrittura per comunicare)
- Uso ricettivo delle parole e delle frasi → quello che facciamo ascoltando o leggendo e recepiamo; [Gli usi produttivi e ricettivi sono detti, insieme, usi esofasici o esofasia (da eso- , “fuori, esterno”, e - fasia )]
- *^2 Pensiero 1 – Pensiero operativo o procedurale , si sviluppa mentre facciamo cose complesse, ma abituali e molto rapide e non articoliamo frasi per intero nella nostra mente (es.: alla guida non pensiamo frasi estese riguardo ciò che dobbiamo fare, come “adesso devo sterzare, frenare, ecc…”); 2 – Pensiero verbale , avviene attraverso la produzione interiore di parole e frasi per esteso. È spesso indispensabile per prendere certe decisioni, per riflettere su cose viste o sentite, per ragionare. *^2 Usi delle parole
- Uso interiore , discorso interiore o endofasìa (termine di origine greca: endo- , “dentro, interno” e - fasia , “parlare”) → quando leggiamo o commentiamo interiormente. Una forma di endofasìa è la lettura muta e la recitazione muta di preghiere. La conoscenza dell’endofasìa è basata sulla registrazione di introspezioni intuitive. Finché i metodi di indagine oggettiva (radioelettrica) dell’attività cerebrale che si svolge quando usiamo parole e frasi non saranno più progrediti, potremo solo affidarci alle intuizioni. Allo scopo di studiare meglio l’endofasia ci appaiono utili le rappresentazioni letterario del discorso interiore (es.: James Joyce). *^1 Più specificatamente, materia di studio della linguistica è l’insieme degli usi endofasici e degli usi esofasici (produttivi e ricettivi, scritti e parlati) delle parole.
- I vari usi delle parole sono documento e risultato dell’ attività verbale degli esseri umani, cioè della loro capacità di mettere in parole le loro esperienze. *^1 Possiamo quindi dire più brevemente: materia di studio della linguistica è l’attività verbale degli esseri umani. Ma la linguistica studia veramente tutte le attività verbali di tutti gli esseri umani esistiti? NO.
- Ci è giunta solo una parte minima della tradizione orale del passato, che probabilmente si è originata circa 200.000 anni fa, con l’apparizione dell’ Homo sapiens sapiens. Anche la tradizione scritta del passato, originatasi circa 5.000 anni fa, è stata in larga parte perduta. Tuttavia, la documentazione del parlato e scritto del passato è pur sempre immensa rispetto alle nostre
capacità di tenerne conto. La documentazione di oggi è molto più vasta, tutto può essere registrato, documentato e studiato, ma è un’attività impensabile.
- È possibile limitare la materia della linguistica? Sì, ed è necessario. Ma come si fa?
- In passato alcuni campi sono stati trascurati, come ad esempio l’espressione orale, ma è stato commesso un grave errore. La scrittura è secondaria alla lingua parlata, e soprattutto non è espressione di tutti i ceti.
- Si potrebbe limitare l’attenzione del linguistica a soli documenti significativi. Ma significativi in base a quale criterio? È possibile studiare solo le opere letterarie? No, poiché non si può discernere un’opera alta dal contesto in cui si muove, compresi i parlanti meno colti. Giacomo Devoto: “Per il linguista sono egualmente importanti sia il più umile graffito o la più banale esclamazione sia un vasto, splendido poema.”. Roman Jakobson: “Sono un linguista: niente di linguistico mi è estraneo”. Non è possibile limitare così la mole di documenti da analizzare. Niente può essere ritenuto indegno dell’attenzione scientifica di un linguista.
Capitolo II – Obiettivo della linguistica: le lingue
- Gli individui capaci di intendere e farsi intendere dagli altri costituiscono una comunità linguistica. Una comunità linguistica non necessariamente coincide con un’entità politica definita.
- La possibilità di un frequente intendere o intendersi è detta mutua comprensione o intercomprensione. L’intercomprensione è il collante che tiene insieme ciascuna comunità. Essa è resa realizzabile dal fatto che una comunità linguistica usa molte parole comuni e modi comuni di connettere tali parole in frasi. Possiamo quindi dire: Una lingua è un repertorio di parole e costrutti proprio di una particolare comunità linguistica. Questo consente ai suoi componenti, che chiamiamo parlanti o locutori , l’intercomprensione.
- In una stessa comunità possono coesistere due lingue, di cui una sarà di maggior prestigio. Le lingue non egemoni prendono il nome di dialetti , ma si tratta in ogni caso di lingue a tutti gli effetti, in cui repertori di parole garantiscono l’intercomprensione tra i parlanti di una comunità.
- Due lingue diverse possono avere delle affinità. Ciò può dipendere da una comune origine ( affinità genetiche ) o da contatti e prestiti ( affinità di contatto ).
- Quando in due aree linguistiche si presenta uno stesso tratto comune (ad esempio la presenza di uno stesso elemento che altrove è scomparso), la zona interessata viene rappresentata su una carta geografica circoscrivendola con una linea, detta isoglossa (dal greco iso - , “eguale”, e – glossa , “parola”, “lingua”). Spesso è il fenomeno linguistico stesso ad essere definito isoglossa.
- In conclusione: l’obiettivo della linguistica è ricondurre gli infiniti usi linguistici individuali a manifestazioni concrete di un numero limitato di lingue e mostrare come queste siano in grado di spiegare gli usi individuali documentati e possibili.
Capitolo III – La linguistica di fronte alle lingue: un po’ di storia (e di geografia)
Com’è fatta una lingua?
- Dal tardo Rinascimento si è cercato di costruire una grammatica generale , cioè capace di dar conto degli elementi presenti nella grammatica di ogni lingua, come la Grammaire générale et raisonnée ( 1662 ), di Port-Royal. In realtà, la Grammatica Generale guardava soprattutto alla grammatica e alla sintassi del latino, ma già da un paio di secoli erano giunte a maturità in Europa nuova condizioni linguistiche. Non era più possibile dedicarsi solo al latino e, eccezionalmente, a delle lingue da esso derivate, come il francese. Ricordiamo le maggiori vicende storiche che hanno inciso sull’assetto linguistico dell’Europa moderna e sul modo di considerare le lingue:
- In Europa, per tutto il Medioevo, il latino era la lingua delle classi colte (preti, monaci, medici, giuristi,
- 1775 → Dictionary, with a Grammar and History of the English Language ;
- 1774 - 86 → Versuch eines vollständigen grammatischkritischen Wörterbuchs der hochdeutschen Mundarten. Torniamo alla questione religiosa. Se da una parte il popolo si avvicinò all’alfabetizzazione e i Testi Sacri vennero tradotti in volgare, dall’altra i colti e i teologi si sentirono obbligati a confrontare gli antichi testi in ebraico con le più recenti traduzioni greche e latine. Tra il ‘500 e il ‘700, per gli intellettuali colti era quindi fondamentale conoscere anche l’ ebraico , una lingua affine all’ aramaico parlato in Palestina ai tempi di Gesù e all’ arabo inizialmente parlato da tribù nomadi e fissatosi poi con il Corano. Queste lingue e altre molto antiche, come l’ accadico babilonese , l’ ugaritico o l’ eblaitico costituiscono nell’insieme la famiglia linguistica semitica. Altri due grandi processi storici portarono a ampliamenti dell’orizzonte linguistico della classi colte europee:
- Dopo la scoperta dell’America (1492) si accompagnò al sistematico sterminio dei conquistadores il tentativo di evangelizzare questi popoli. Ciò non era possibile se non nelle loro lingue, numerosissime e diverse tra loro. Missionari, soprattutto gesuiti, scrissero grammatiche o vocabolari delle lingue amerindiane.
- Negli stessi secoli, i rapporti con l’Oriente asiatico con fini commerciali diventarono sempre più intensi. Commercianti e missionari promossero lo studio di lingue già grammaticalmente descritte dai rispettivi dotti madrelingua ma profondamente diverse dalle lingue europee: il cinese e il giapponese. In India, invece, commercianti, missionari e colonizzatori si imbatterono nel sanscrito. La conoscenza del sanscrito fu decisiva per gli studi linguistici:
- Offrì agli studiosi europei nuovi modi di analisi dei fatti fonetici e della morfologia e formazione delle parole. Infatti, quelli elaborati in India dal IV secolo a.C. con la grammatica scritta da Pànini, erano molto più rigorosi e fini delle descrizioni grammaticali di tradizione greco-latina;
- Mise in evidenza l’esistenza di corrispondenze tra parole del sanscrito (India) e parole latine, greche, germaniche, difficili da spiegare senza fare l’ipotesi di un’origine comune tra lingue tanto distanti nello spazio. Questo accumulo di conoscenze di lingue antiche e nuove rese possibile uno studio linguistico comparato nell’Europa dell’Illuminismo e del nascente Romanticismo. La comparazione rivelò che, nonostante differenze nella pronuncia o nella scrittura, lingue diverse presentavano alcune affinità. A partire da tali studi si consolidò una nuova disciplina, la linguistica , che si occupava di capire se tali affinità fossero casuali o meno, ed eventualmente a cosa fossero dovute. Ma il confronto tra le lingue, la Vergleichung dei grandi studiosi tedeschi tra il XVIII e XIX secolo, ebbe e conserva finalità diverse. Ne enumeriamo almeno quattro:
- Capire sempre di più struttura e storia di ogni lingua confrontandola con altre: compito della storia della lingua o storia linguistica di ciascun popolo;
- Studiare il trasformarsi delle lingue nel tempo e il loro raccogliersi in lingue di origine comune: dall’Ottocento è uno studio affidato alla linguistica storica ;
- Individuare alcuni tipi di lingue che, al di là delle differenze, mostrano tratti comuni: compito della linguistica tipologica o tipologia linguistica ;
- Individuare tratti comuni a tutte le lingue: compito della linguistica generale. In un’opera capitale degli studi del Novecento, Corso di linguistica generale (1916), il ginevrino Ferdinand de Saussure (1857-1913) aveva teorizzato:
- La necessità di osservare ogni sfumature dei fatti linguistici, studiando storia (cioè sia trasformazioni interne sia condizionamenti esterni ) e strutture di ciascuna lingua ( langue ), come queste strutture vengono usate nelle espressioni individuali ( paroles ), il costituirsi e funzionare delle lingue grazie al linguaggio , una facoltà innata nell’uomo ( faculté du langage );
- Necessità di collocare ogni fatto linguistico su tre dimensioni, rispetto a tre coordinate: a. l’ asse della sincronia o della simultaneità , per capire la funzione, in una lingua, di un dato
elemento linguistico in rapporto agli altri con cui coesiste e co-funziona; b. l’ asse della diacronia o della successione , per capire da cosa deriva un elemento linguistico e come cambia; c. l’ asse della pancronia o delle leggi universali , per capire in che modo un elemento si collega ad ogni punto della realtà linguistica, cioè quindi alla natura universale del langage. La chiusura tra i diversi indirizzi della linguistica ha ritardato la comprensione della complessa visione saussuriana. Alcune novità da lui introdotte, come la concezione della lingua come sistema funzionale e l’ analisi sincronica , hanno fatto sì che si creassero due blocchi: pro o contro Saussure. Nei paesi come Italia, Gran Bretagna o Germania, in cui gli studi di linguistica storica erano dominanti, la linguistica generale e le descrizioni funzionali di singole strutture linguistiche sono stati a lungo ignorati. Negli Stati Uniti si privilegiò a lungo lo studio dei soli elementi fonici della lingua, escludendo lo studio dei significati, che il maestro di Saussure, Michel Bréal, chiamò semantica : il compito del linguista avrebbe dovuto essere quello di analizzare le somiglianze e le regolarità di tati comportamenti ( behaviours ) linguistici. In nome di questa concezione, detta behaviourismo , le università statunitensi hanno a lungo vietato gli studi europei, fino a spingersi a vietare la lettura del Corso di linguistica generale di Saussure, accusato di parlare di cose non tangibili, come la lingua, e quindi accusato di mentalismo. Negli USA, contro il behaviourismo, si è levata negli anni 50 e 60 la protesta di Noam Chomsky e degli studiosi che, sulle sue orme, si sono detti generativisti. Nei generativisti la critica a Saussure è soprattutto rivolta all’ esecuzione (in termini saussuriani paroles), alla variabilità degli usi linguistici e, inizialmente, al significato. L’interesse dei generativisti si è concentrato invece sulle strutture mentali che regolano la produzione e la comprensione delle frasi.
Capitolo IV – Come è fatta una lingua: la fonologia segmentale, i fonemi
- In qualunque lingua, parole e frasi sono segni linguistici. Si tratta di entità a due facce:
- Da un lato vi è il significante → regola (cioè limita e indirizza) le possibili realizzazione foniche ; *^1
- Dall’altro vi è il significato → regola i possibili usi della parola o della frase per riferirsi a cose esterne. Inoltre:
- Si definiscono enunciazioni (o, col termine saussuriano, paroles ) le concrete realizzazioni individuali di una parola o di una frase;
- Si definiscono espressioni le realizzazioni del significante, sia fatte con la voce che percepite con l’udito, e quindi fonico-uditive , sia fatte con la scrittura che percepite con la vista, e quindi grafico-visive ;
- Si definiscono sensi i particolari usi, le particolari realizzazioni di un significato. Tra queste vi sono gli usi referenziali delle parole, cioè quelli in cui una parola o una frase si riferiscono a una cosa o una situazione di fatto. Tale cosa o situazione viene detta referente. *^1 : ci soffermeremo sul significante per approfondire successivamente gli altri concetti. In tutte le lingue, i segni linguistici (frasi, parole) non costituiscono insiemi inanalizzabili. Essi si articolano linearmente in una successione di sintagmi e morfi, entità dotate di significante e di significato. Quindi, solo il significante dei morfi ha una seconda articolazione lineare , ed è cioè analizzabile in una successione di segmenti minimi alternanti tra loro. Essi, di per sé, non hanno significato, sono asemantici , ma concorrono a individuare e differenziare i significanti di morfi, sintagmi e frasi. In questo modo concorrono indirettamente alla distinzione dei significati di parole e di frasi. Questi segmenti minimi asemantici prendono il nome di fonemi. Nella realizzazione dei segni troviamo le realizzazioni concrete dei fonemi i foni o suoni linguistici nel parlato e le lettere nello scritto. Il fonema non coincide quindi col fono, ovvero il suono concreto che udiamo o articoliamo. La fonologia segmentale studia i fonemi. I fenomeni che coinvolgono più segmenti (es.: sillabazione, accentazione, intonazione) sono oggetto di studio della fonologia soprasegmentale. La fonetica raggruppa i foni in classi a seconda della loro similarità articolatoria o uditiva. L’immensa varietà
2 – Effetti acustici dei suoni articolatori:
- L’analisi strumentale della voce consente di isolare, per ogni fono, lo spettro acustico o spettrogramma delle rispettive vibrazioni acustiche. 3 – Considerare i tratti per l’impressione che suscitano sul nostro udito, per esempio:
- Impressione di diffusione o concentrazione, di minore o maggiore acutezza, di maggiore o minore tensione o rilassatezza. Ridondanza → le combinazioni possibili tra consonanti e vocali sono circa 700, ma nessuna lingua raggiunge un numero di combinazioni così elevato. Lo scarto tra combinazioni possibili e combinazioni reali è detto ridondanza.
Capitolo V – La fonologia soprasegmentale: sillaba, accento, intonazione
Fenomeni soprasegmentali sono: la sillabazione, l’accentazione e la parola fonologica, l’intonazione o prosodia. Sillabazione
- In tutte le lingue, si costata come i fonemi si combinino tra di loro aggregandosi in sillabe. La sillaba è dunque un aggregato di fonemi costituito da un vocoide V intorno al quale possono disporsi dei contoidi C.
- Vocoide V → sono vocoidi le vocali e quelle articolazioni che condividono alcuni tratti delle vocali, ovvero sonorità , continuità del suono e modulabilità (possibilità di realizzare il suono su note diverse senza interruzioni), e che possono portare l’accento e fare da centro alla sillaba. In italiano, gli unici vocoidi sono le vocali. La sillabazione esclude la possibilità di combinazione tra soli contoidi, creando regole di restrizione. Essa è quindi una fonte di ridondanza , dal momento che alcune possibili combinazioni vengono escluse. Le sillabe possono essere:
- Aperte , quando terminano per vocale;
- Chiuse , quando terminano per consonante. In italiano non vi è una distinzione tra vocali brevi o lunghe, tuttavia le vocali in sillaba chiusa sono sempre brevi , mentre quelle in sillaba aperta sono brevi se la sillaba è atona (non accentata) e lunghe se la sillaba (non finale) è accentata. Mora → durata di una vocale breve; si dice breve ogni vocale il cui suono è lungo una mora, e lunga ogni vocale il cui suono è lungo due more. Simboli → per la durata breve ͝, per la durata lunga ˉ͞. In tutte le lingue, le consonanti antevocaliche di una sillaba hanno una durata prossima a zero. Hanno invece durata di una mora le consonanti postvocaliche che concludono la sillaba. Ne deriva che le sillabe chiuse sono necessariamente lunghe. In italiano, una sillaba tonica non finale è sempre lunga, mentre le sillabe atone sono lunghe se chiuse, brevi se aperte. Accentazione Le sillabe di ciascuna parola fonologica (sequenza di sillabe, non necessariamente coincide con le parole del dizionario o con la loro forma declinata) si aggregano intorno ad una sillaba tonica o accentata. Le parole che troviamo nel vocabolario ma che, in una data lingua, non portano (o possono non portare) accento e si appoggiano all’aggregato accentato di altre parole si dicono clitici. In italiano, sono clitici gli articoli, le preposizioni, le particelle pronominali, ecc. Sono proclitici i clitici che si appoggiano all’accento di una parola successiva (es.: gli in gli dirò ) e enclitici i clitici che si appoggiano a una parola precedente (es.: gli in dirgli ).
Possiamo ora ampliare la definizione di parola fonologica : una parola normalmente accentata cui siano aggregati dei clitici, sicché per esempio nella sequenza gli dissi di andarsene per favore distinguiamo sei parole grafiche ma solo tre parole fonologiche (- gli dissi - di andarsene - per favore - ). A seconda delle lingue, l’accento viene realizzato con due diverse procedure foniche: 1 – L’ accento espiratorio o di intensità è realizzato con un aumento di tensione della sillaba accentata e un maggior volume di voce in rapporto alle altre sillabe. L’italiano è una lingua ad accento espiratorio; 2 – L’ accento melodico o musicale è realizzato con un aumento della frequenza delle vibrazioni glottidali, e quindi dell’altezza della vocale accentata in rapporto alle vocali delle altre sillabe. La collocazione dell’accento varia secondo parametri diversi da lingua a lingua, per esempio: è completamente libera in giapponese, è completamente fissa in francese, è condizionata dalla lunghezza delle sillabe in latino. In italiano, la collocazione dell’accento è relativamente libera. Di norma, l’accento non cade mai prima della terzultima sillaba se non in seguito alla coniugazione o all’aggiunta di particelle enclitiche ( fàbbricano, fàbbricacelo ). Intonazione o prosodia Le diverse intonazioni (ascendente [↗], discendente [↘], sospesa [↔], ecc…) segnalano: 1 – Il raggrupparsi delle parole fonologiche in unità più ampie, i sintagmi ; 2 – I rapporti tra i sintagmi, come i rapporti di predicazione o di incidentalità; 3 – Il rilievo che si vuole dare, la focalizzazione o messa in rilievo di una delle parole della frase; 4 – Una particolare valenza della frase (es.: esclamazione, dubbio, minaccia, constatazione, ecc…). Una rappresentazione scientifica e fissa delle possibili variazioni prosodiche è pressoché impossibile a causa delle varie sfumature che ogni intonazione può dare a ciò che diciamo.
Capitolo VI – Parole, lessemi e morfi: la grammatica
Il termine parola può indicare: a) la parola grafica , intesa appunto come parola scritta; b) i tipi o forme di parole, ottenute attraverso le regole grammaticali di una lingua (es.: topi è forma di topo , vanno è forma di andare , …); c) l’ unità lessicale , alla quale le diverse forme delle parole sono riconducibili (es.: topo , andare , …). Ciascuna forma grammaticale viene indicata con la sua unità lessicale, per esempio, in un dizionario. Per questo, l’unità lessicale è anche detta forma di citazione o lemma. In linguistica, per indicare l’unità lessicale, si usa il termine lessema ; d) la parola fonologica , cui non sempre corrisponde una sola parola grafica, e che è sostanzialmente un gruppo di sillabe raccolte attorno ad una sillaba preminente accentata. Parti graficamente distinte possono essere graficamente unitarie. Le parole possono inoltre avere più repliche o occorrenze , cioè apparire più volte all’interno di una stessa frase. Un lessema può presentarsi in forme diverse a seconda del co-testo (ciò che segue e precede il lessema) e della frase in cui occorre una sua replica. Il lessema può, per esempio, essere troncato (es.: andaron , cuor , …). Queste modifiche non hanno impatto sul significato. Sono più importanti le variazioni con funzione grammaticale. L’insieme di queste ultime costituisce, per ciascun lessema, la cosiddetta flessione del lessema :
- Declinazione nel caso di articoli, sostantivi, aggettivi e pronomi;
- Coniugazione nel caso di verbi. Grazie alle flessioni del lessema, vengono segnalate:
- Le funzioni di un dato lessema rispetto agli altri lessemi della frase (es.: la persona alla quale è coniugato un verbo ci indica chi è il suo soggetto);
lessemi verbali, e intrattiene rapporti paradigmatici con i morfi di superlativo /-’issimo/ o /-‘issima/ e con il morfo /-i/ di /’verdi/. I suoi allomorfi complementari sono le desinenze di aggettivo singolare femminile e maschile /-a/ e /-o/ di bianco , rossa , ecc…. Descrivere il reticolo di relazioni sintagmatiche e paradigmatiche che legano ogni morfo presente in una frase al complessivo repertorio di mori è compito della linguistica sincronica. Al reticolo che regola la costruzione delle frasi diamo il nome di grammatica , o, più esattamente, di grammatica implicita o vissuta , per distinguerla dalla sua descrizione esplicita, che chiamiamo grammatica esplicita o riflessa (la tradizionale grammatica normativa e le descrizioni scientifiche del funzionamento di una lingua sono esempi di grammatica esplicita).
Capitolo VII – Categorie di morfi e formazione delle parole
- Classificazione degli elementi lessicali:
- Morfi lessicali → sono portatori di significato lessicale e si intrecciano tra loro. Vengono studiati dalla lessicologia *^3 ;
- Morfi grammaticali → sono portatori di informazioni grammaticali, e l’uso di uno esclude l’altro. Sono presentati dalla grammatica e vengono studiati dalla morfologia e sintassi , o morfosintassi. I morfi grammaticali si distinguono in due categorie:
- Morfi grammaticali legati → si connettono immediatamente ad un morfo lessicale o ad un altro morfo grammaticale legato. Si tratta di desinenze, prefissi (come in - , de - , …) e suffissi (come – mento , - zione , …);
- Morfi grammaticali relativamente liberi → possono connettersi immediatamente a un morfo lessicale, o anche esserne separati. Si tratta di preposizioni, ( di , a , dalla , …), alcuni pronomi personali ( io , egli ), congiunzioni ( e , o , che , quando ). Queste ripartizioni non sono rigide, ma ammettono casi intermedi, per esempio:
- “ è ”, terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere, rinchiude i valori lessicali del lessema essere e il valore grammaticale di modo, tempo e persona verbale. Si tratta di un morfo allo stesso tempo lessicale e grammaticale.
- Morfema → unità linguistica minima dotata di significato.
- Prefissi , suffissi e infissi La combinazione di elementi finalizzata alla formazione di nuove parole prende il nome di derivazione o affissazione, e si distingue in:
- Prefissazione → si ha quando l'elemento che aggiungiamo, che viene chiamato prefisso , si trova a sinistra, come in “ adatto ” + “ in ” = “ inadatto ”;
- Suffissazione → si ha quando l’elemento che aggiungiamo, che viene chiamato suffisso , si trova a destra;
- Infissazione → si ha quando l’elemento che aggiungiamo, che viene chiamato infisso , viene inserito all'interno della parola. Non esiste nella lingua italiana. Generalmente, l'elemento che si aggiunge è un morfema legato , cioè che non ha significato se analizzato isolatamente. La base, invece, è un morfema libero , che ha un valore semantico indipendentemente dalla presenza di qualsiasi affisso.
- Composizione, abbreviazione, transcategorizzazione, polirematizzazione
- Composizione → combina tra loro morfi lessicali semplici per dar luogo a morfi composti. Per esempio, da cassa e panca si ha cassapanca. Una classe particolare di composti è quella formata da prefissoidi e suffissoidi , detti confissi. Si tratta di prefissi e suffissi che derivano da una lingua classica (greco, latino), come micro - , macro - , - logo , logo - , ….
- Abbreviazione → procedimenti irregolare che opera su lessemi, spesso composti, particolarmente lunghi. Per esempio, da metropolitana si ha metro.
- Transcategorizzazione → consente di formare sostantivi e (più raramente) aggettivi a partire da elementi lessicali di ogni altra categoria: - da preposizioni e avverbi: il sopra , il sotto , il dopo , … ;
- da avverbi: l’ieri , l’oggi , il domani , … ;
- dall’infinito dei verbi si ottengono i corrispondenti sostantivi: il volere , il dovere , il sapere , ….
- Polirematizzazione o formazione di lessemi complessi → consiste nella formazione di locuzioni complesse, dette polirematiche , con valore di sostantivi, aggettivi, verbi, … , il cui significato non è ricavabile dai costituenti ma è del tutto nuovo. Per esempio: vedere rosso (essere arrabbiato), dare corda a (incoraggiare), essere a terra (essere tristi), tromba d’aria , …. Spesso, questi procedimenti cooperano per formare nuovi lessemi.
Capitolo VIII – Il lessico: stratificazioni etimologiche, statistiche e sociolinguistiche
Cosa si può intendere per vocabolario o lessico di una lingua? Ne fanno parte tutti i vocaboli che rispondono alle caratteristiche della fonologia, della grammatica e della formazione delle parole tipiche di una data lingua. A questi si aggiungono anche i vocaboli “presi in prestito” da lingue straniere, gli esotismi o prestiti non adattati o grezzi.
- Etimologia → lo studio delle fasi e forme che una certa parola ha avuto nel tempo. Grazie all’etimologia, possiamo distinguere nel lessico italiano questi sei gruppi:
- Parole che l’italiano e i dialetti italiani hanno ereditato direttamente dal latino e che sono state modificate nel significante a causa dei mutamenti fonologici che hanno segnato il passaggio dal latino alle lingue romanze;
- Parole che l’italiano e i dialetti hanno ereditato dal latino ma che sono state sottoposte a mutamento fonologico. Nel caso degli allotropi , tali parole restano nella lingua in due forme: come parola che si è trasformata e come parola presa in prestito;
- Parole derivanti da altre lingue romanze ed inserite nella lingua italiana già dal Medioevo, dette esotismi o prestiti adattati ;
- Parole derivanti da altre lingue e recentemente inserite nella lingua italiana, e da cui possono essere formati verbi, aggettivi, …. Tali parole, come sport ( sportivo ) o lager , black out ( / ) .vengono dette esotismi o prestiti non adattati.
- Parole che si formano all’interno di una lingua in base ai meccanismi di formazione delle parole, dette parole endogene (da fiume , fiumana o fiumarolo );
- Parole formate da morfi di una lingua aggregate secondo il modello di aggregazione di lingue straniere, dette calchi o prestiti semantici.
- Vocabolario comune → normale vocabolario che racchiude i lessemi più usati di una lingua;
- Vocabolario corrente → vocabolario che racchiude i lessemi di uso più sofisticato ma comunemente noti. Entro il vocabolario corrente si colloca il vocabolario di base di una lingua. Esso, a sua volta, comprende:
- Il vocabolario fondamentale , l’insieme dei lessemi che ricorrono con maggior frequenza e rappresentano quindi circa il 90% di un testo o discorso. Sono, per esempio, di , a , da , e , o , … ;
- Il vocabolario di alta frequenza , l’insieme dei lessemi che coprono circa un ulteriore 6-8% di un testo o discorso. Sono termini noti a chi ha un livello medio di istruzione, e sono per esempio bensì , recarsi , … ;
- Il vocabolario di alta disponibilità o familiarità , l’insieme dei lessemi che i parlanti credono occorrano con più frequenza rispetto alle prime due categorie, ma che in realtà vengono raramente usati. Si tratta infatti di termini che appartengono alla vita quotidiana, e appaiono troppo banali per i testi scritti e possono essere facilmente sostituiti con semplici cenni o di mostrativi nel linguaggio orale.
- Vocabolario speciale → vocabolario che racchiude i vocaboli fortemente settoriali di una lingua, noti solo a chi è specializzato in un dato ambito. Statistica linguistica → studia la frequenza con cui i lessemi occorrono in testi e discorsi, e la loro dispersione nelle diverse categorie di testi di varia natura e argomento, e quindi il loro uso (prodotto della frequenza per la dispersione).
ormai fiutare abbia due accezioni: “inspirare” e “capire prontamente”, quest’ultima collegata metaforicamente alla prima;
- Metonimia → tra un referente R e un morfo M si crea una relazione, tale che il morfo, il cui significato iniziale o abituale non include tra i sensi R, si usa anche includendo R tra i suoi referenti. Per esempio, un cameriere che con un semplice numero si riferisce ai clienti seduti al tavolo a cui è stato assegnato tale numero realizza una metonimia occasionale. Come i sensi metaforici, anche quelli sinonimici possono trasformarsi in accezioni stabili della parola. Non sempre la relazione di sinonimia è simmetrica: possiamo considerare sinonimi simmetrici come gatto e micio , ma tra gatto e felino il rapporto sinonimico si configura come un rapporto di subordinazione della parola gatto , che viene detta iponimo , alla parola di significato più generale, detta iperonimo , mentre gli altri iponimi di felino ( tigre , leone , …) sono detti tra loro, gatto compreso, coiponimi. Una relazione importante tra i significati è quella di polare o di antonimia , che sussiste tra alto e basso , buono e cattivo , bianco e nero. La frequenza d’uso di un lessema ha effetto anche sull’ agglutinazione (fusione) di lessemi. La frequente continuità sintagmatica di due morfi in una certa fase linguistica ne provoca in diacronia la fusione, anche fonologica, dando luogo ad un terzo e nuovo morfo con significato e significante autonomo. Per esempio, in italiano abbiamo ancora da anche ora , …. Un’agglutinazione puramente semantica è la formazione di lessemi composti o locuzioni polirematiche : in condizioni di frequente contiguità, due o più lessemi, anche per effetto di estensioni metaforiche e metonimiche, danno luogo a una locuzione che affianca l’uso sciolto, non polirematico delle singole parole e il cui significato complessivo non è ricavabile dal significato dei singoli lessemi, come essere al verde , ….
- Metaforicità e metonimicità non sono una condizione necessaria al formarsi di polirematiche. Specialmente nei linguaggi tecnici si costituiscono polirematiche in cui i lessemi costituenti sono adoperati senza speciali estensioni metaforiche o metonimiche, ma con vincoli restrittivi di riferimento a speciali categorie di referenti oggettivi: per esempio, locuzioni come particella elementare in fisica, lessema complesso in linguistica, …. Ciò avviene anche nell’uso corrente per una categoria speciale di polirematiche, come fare le corna , strizzare l’occhio , …. Esse descrivono un atto, un gesto, che si carica delle valenze simboliche che vengono ad esso attribuite in una data società (es. strizzare l’occhio a qualcuno vuol dire cercarne la complicità, …).
Capitolo XI – Tipi di segni linguistici e frasi, strutture superficiali e profonde: la sintassi
Segno linguistico → ogni lessema o aggregato di lessemi che, rispondendo alle regole grammaticali di una lingua, sia adeguato alle esigenze di produzione e comprensione degli enunciati, anche se in essi non è presente una predicazione. Frase → ogni segno linguistico che sia predicativo. Nelle lingue in cui vi è distinzione tra sostantivi e verbi, la predicazione è generalmente affidata ai verbi e alle parole che ne dipendono. Il sintagma verbale (SV) è quindi il generale portatore della predicazione, e coincide con il sintagma predicativo (SPre) attribuito al sintagma nominale (SN) , che fa da soggetto alla predicazione. In certi casi, (SV) è sostituibile con un (SN) con funzione predicativa, che chiameremo (SNPre) (es.; frasi esclamative, come “ Bella questa! ”). Si possono avere anche frasi nominali , dette anche frasi a verbo zero. Wilhem von Humboldt, Saussure, Chomsky → “Segni e frasi di una lingua sono potenzialmente infiniti”. Sintassi di una lingua → lo studio delle regole secondo cui le parole si combinano tra loro per dare luogo ad una delle innumerevoli forme di frase. Generazione delle frasi → processo per cui, con un numero infinito di regole, vengono comprese, prodotte o analizzate le singole frasi a partire dalla loro forma canonica.
Nella sintassi tradizionale , le regole di una lingua si raggruppano a partire dalle classi di parole o partes orationis individuate nella lingua stessa. Per esempio, in italiano, si cercano e si enumerano le regole sintattiche riguardanti articoli, nomi, aggettivi, verbi, avverbi, …. Nella sintassi generativa , invece, le regole sono ordinate a seconda del posto che ad esse tocca nel processo di generazione di una frase. È possibile rappresentare i rapporti tra sintagmi con i diagrammi ad albero. Frasi semplici → frasi contenenti un solo predicato, uniproposizionali , costituite da una sola proposizione. Frasi complesse → frasi contenenti più predicati, pluriproposizionali , costituite da più proposizioni e dette anche periodi. In tali frasi, le proposizioni possono essere coordinate o subordinate ad una proposizione principale.
Capitolo XII – Enunciato, parole , atti linguistici, testi
- All’uso enunciativo, concreto, individuale delle frasi di una lingua diamo, con Saussure, il nome di parole. La parole sia produttiva sia ricettiva è il luogo in cui i locutori sperimentano di continuo nuove pronunce, nuovi sensi, nuovi vocaboli, nuovi modi di organizzare la frase, … , cioè innovazioni. La linguistica delle parole è dunque interessante al fine di studiare il mutamento linguistico. Speech acts / Atto linguistico → enunciati in quanto azioni , modi verbali di cui ci serviamo per interagire con altri. Un atto locutorio è spesso anche un atto illocutorio , ovvero un atto linguistico con una forza pragmatica , capace di impegnare a certe azioni chi li pronuncia (“ Ti prometto che… ”, “ Mi impegno a …”, …), o di minacciare, invitare, obbligare, …. L’atto linguistico si configura così come atto perlocutorio , che attraverso parole e frasi produce effetti sugli interlocutori e ne modifica intenzioni e comportamenti. Gli enunciati vanno contestualizzati. Raramente parliamo per frasi sconnesse, al contrario gli enunciati che produciamo sono connessi tra loro in un discorso o testo. Possiamo definire il testo come unità transfrastica che connette gli enunciati in un insieme unitario. La linguistica testuale studia le condizioni di coerenza degli enunciati che costituiscono un testo, e tale coerenza riopera su ciascuno degli enunciati limitandone e indirizzandone la realizzazione fonica e il senso.
Capitolo XIII – La lingua nello spazio e nel tempo
Gli elementi e aspetti di una lingua sono considerati in quanto coesistenti simultaneamente in un sistema chiuso, che consente di generare le infinite frasi di una lingua. Le differenze tra i parlanti di una lingua, se ci sono, vengono azzerate e l’analisi idiosincronica si riferisce ad un parlante ideale. La rappresentazione idiosincronica e generativa di una lingua ci permette di risalire solo ad una parte di ciò che sappiamo di una lingua. Essa mette tra parentesi la variabilità intrinseca di ogni lingua. Da ciascun parlante reale la lingua è utilizzata in modi differenti in base allo spazio geografico e demografico in cui la lingua è in uso. Distinguiamo diversi tipi di variazioni :
- Variazione diatopica → consiste nelle variazioni fonologiche, lessicali, sintattico-grammaticali correlate alla diversa area geografica di appartenenza dei parlanti. In italiano, e soprattutto nel lessico quotidiano, esistono moltissimi geosinonimi , ovvero nomi diversi per uno stesso oggetto in base all’area geografica;
- Variazione diastratica → i diversi strati sociali di persone usano una stessa lingua in modi diversi. Infatti, pronunce, lessico, apparato morfologico e sintassi consentono di individuare la diversa estrazione sociale del parlante;
- Variazione diafasica → correlata ai diversi tipi di discorso e testo producibili in una lingua, come conversazioni amichevoli, conferenze, …, nei quali ci si può riferire ad uno stesso argomento ma si sceglierà di usare lessico e struttura sintattica differenti a seconda della situazione.
È altrettanto impetuoso lo sviluppo delle neuroscienze e dei metodi di analisi oggettiva del funzionamento del cervello permette di capire sempre meglio la complessità delle operazioni che gli esseri umani compiono quando produco o capiscono anche la più semplice delle frasi.