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Tullio de Mauro- sociolinguistica, Schemi e mappe concettuali di Sociolinguistica

Appunti / riassunti di sociolinguistica anno 2021. Tullio de Mauro

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

Caricato il 09/01/2023

martiina1998
martiina1998 🇮🇹

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4. storia linguistica dell’Italia unita. (lezione 13 aprile)
Tullio De Mauro, grande intellettuale del secondo 900’ italiano una delle figure
chiave nella riflessione sull’istruzione in Italia e in generale della storia della
linguistica italiana. egli fu autore di un libro che ha segnato il nostro sapere
sociolinguistico chiamato “la storia linguistica dell’Italia unita”. volume che esce nel
1963, e che mette in chiaro le dinamiche che hanno accompagnato l’italianizzazione
linguistica dell’Italia; De Mauro fu forse l’unico ad aver portato i numeri nella ricerca
linguistica. In quel tempo la linguistica veniva chiamata “glottologia” perché era
considerata una disciplina per lo più di carattere storico.
De Mauro tra i primi inizia a farea storia linguistica e a parlare di lingua però
facendolo con tabelle, dati e numeri extralinguistici; ha studiato quindi da un punto
di vista quantitativo la presenza reale di questa presunta lingua nazionale.
Fatta l’unità D’Italia, la domanda principale era “chi effettivamente parla italiano?”.
per capire quanta gente parlasse italiano, il discrimine fondamentale era il livello
d’istruzione. oggi oltre il 90%delle persone ha la licenza elementare, ma 150 anni la
situazione era diversa perché il tasso di analfabeti in Italia era mediamente del 75%
della popolazione. Solo l’1,6% della popolazione italiana nel 1861 parlava italiano ed
era costituito dai romani e dai toscani. Roma è stata nella fase preunitaria l’unico
stato della penisola ad avere strutturalmente una realtà multilinguistica perché
aveva una capitale dello stato pontificio in cui la classe dirigente era per natura
multilinguistica, perché cardinali provenivano da altre parti dell’italia e oltre e
ognuno parlava la propria lingua. Quindi sia a livello di classi dirigenti sia a livello di
classi popolari, nella città di Roma c’è sempre stato un sovrapporsi di lingue e
dialetti differenti e la convergenza su una lingua di comodo in cui tutti si trovano
d’accordo. Oggi, infatti il toscano e il romano sono molto comprensibili e molto
simili.
Fino all’Unità d’Italia l’italiano scritto era presente solo nelle grandi scritture di
Dante, Boccaccio e Petrarca, quindi amata e stimata dall’Elite del tempo. La lingua
scritta non aveva il ruolo che ha oggi, non esistevano fatti e scritti quotidiani come
oggi. Anche la vita urbana che era fatta di scambi culturali e commerciali era tutta in
lingua locale. L’italiano di fatto non esisteva nella pratica quotidiana e soprattutto
orale della stragrande maggioranza della popolazione italiana.
Dopo 50 anni di unità nazionale, la percentuale degli analfabeti in Italia scende dal
75% al 40% e si assottiglia poi fino al 14% nel 1951.
Tra gli anni 50’ e gli anni 70’ diversi fattori hanno permesso all’italiano di diffondersi
in modo massiccio come lingua parlata. Il primo è l’emigrazione, diffusasi dalla
seconda metà dell’800 come fenomeno di massa in Italia. Da un lato non è
extranazionale, cioè la base etnica (rete sociale) non è ancora intesa come area
nazionale perché la patria di una persona è una sola; dall’altro lato ha un effetto
sulla diffusione dell’italiano, perché gli emigrati che sono andati fuori dall’Italia si
sono resi conto dell’importanza del conoscere e dell’istruzione. L’emigrazione non è
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4. storia linguistica dell’Italia unita. (lezione 13 aprile) Tullio De Mauro, grande intellettuale del secondo 900’ italiano una delle figure chiave nella riflessione sull’istruzione in Italia e in generale della storia della linguistica italiana. egli fu autore di un libro che ha segnato il nostro sapere sociolinguistico chiamato “la storia linguistica dell’Italia unita”. volume che esce nel 1963, e che mette in chiaro le dinamiche che hanno accompagnato l’italianizzazione linguistica dell’Italia; De Mauro fu forse l’unico ad aver portato i numeri nella ricerca linguistica. In quel tempo la linguistica veniva chiamata “glottologia” perché era considerata una disciplina per lo più di carattere storico. De Mauro tra i primi inizia a farea storia linguistica e a parlare di lingua però facendolo con tabelle, dati e numeri extralinguistici; ha studiato quindi da un punto di vista quantitativo la presenza reale di questa presunta lingua nazionale. Fatta l’unità D’Italia, la domanda principale era “chi effettivamente parla italiano?”. per capire quanta gente parlasse italiano, il discrimine fondamentale era il livello d’istruzione. oggi oltre il 90%delle persone ha la licenza elementare, ma 150 anni la situazione era diversa perché il tasso di analfabeti in Italia era mediamente del 75% della popolazione. Solo l’1,6% della popolazione italiana nel 1861 parlava italiano ed era costituito dai romani e dai toscani. Roma è stata nella fase preunitaria l’unico stato della penisola ad avere strutturalmente una realtà multilinguistica perché aveva una capitale dello stato pontificio in cui la classe dirigente era per natura multilinguistica, perché cardinali provenivano da altre parti dell’italia e oltre e ognuno parlava la propria lingua. Quindi sia a livello di classi dirigenti sia a livello di classi popolari, nella città di Roma c’è sempre stato un sovrapporsi di lingue e dialetti differenti e la convergenza su una lingua di comodo in cui tutti si trovano d’accordo. Oggi, infatti il toscano e il romano sono molto comprensibili e molto simili. Fino all’Unità d’Italia l’italiano scritto era presente solo nelle grandi scritture di Dante, Boccaccio e Petrarca, quindi amata e stimata dall’Elite del tempo. La lingua scritta non aveva il ruolo che ha oggi, non esistevano fatti e scritti quotidiani come oggi. Anche la vita urbana che era fatta di scambi culturali e commerciali era tutta in lingua locale. L’italiano di fatto non esisteva nella pratica quotidiana e soprattutto orale della stragrande maggioranza della popolazione italiana. Dopo 50 anni di unità nazionale, la percentuale degli analfabeti in Italia scende dal 75% al 40% e si assottiglia poi fino al 14% nel 1951. Tra gli anni 50’ e gli anni 70’ diversi fattori hanno permesso all’italiano di diffondersi in modo massiccio come lingua parlata. Il primo è l’emigrazione, diffusasi dalla seconda metà dell’800 come fenomeno di massa in Italia. Da un lato non è extranazionale, cioè la base etnica (rete sociale) non è ancora intesa come area nazionale perché la patria di una persona è una sola; dall’altro lato ha un effetto sulla diffusione dell’italiano, perché gli emigrati che sono andati fuori dall’Italia si sono resi conto dell’importanza del conoscere e dell’istruzione. L’emigrazione non è

però solo fuori dall’Italia ma è anche interna al territorio italiano, quindi scambio di lingue locali. Il secondo fattore è l’industrializzazione, che ha portato tante persone di campagna a spostarsi in territori industrializzati e a dover imparare, scrivere e parlare l’italiano quotidianamente. Un altro fattore è l’urbanesimo, cioè la tendenza della popolazione a concentrarsi in centri urbani e a spopolare gradualmente la realtà delle case sparse. Poi c’è la scuola, cioè l’istruzione formale che ovviamente avviene tramite l’italiano. Il 5° fattore sono le infrastrutture sociali, cioè la burocrazia e l’esercito. L’esercito come infrastruttura che collega il territorio e che porta alla mobilità di una intera classe sociale; i militari sono tanti e si spostano tanto. La burocrazia come infrastruttura che mette tutta la popolazione sullo stesso piano: un documento ufficiale burocratico è scritto in italiano standard. Con l’800’ si diffonde la stampa periodica e quotidiana grazie all’industrializzazione e all’urbanizzazione. Il ruolo fondamentale che la stampa ha avuto nella diffusione della lingua italiana riguarda la diafasia, cioè la diffusione di moduli espressivi diversi: nuovi registri, nuovi modi di arrivare alla gente e in qualche modo di influenzare i loro pensieri. Si sviluppa una nuova lingua, quella colloquiale e quotidiana. L’ultimo fattore è la diffusione di spettacoli e trasmissioni di massa: cinema (inizio 900’), teatri, radio. I primi modi in cui l’italiano inizia a circolare in tutto il territorio a livello sonoro. Con l’avvento della televisione dei secondi anni 50’, la diffusione colloquiale e orale dell’italiano si allarga ampiamente (diafasia), grazie ai varietà, ai grandi politici che fanno i discorsi istituzionali, i telegiornali etc.. L’italiano in questo caso ha una diffusione quantitativa, perché la tv ci entra in casa e non è lo stesso di andare al cinema una volta alla settimana. INSTAT: Istituto Nazionale di Statistica. Sin dagli anni 70 ha fatto periodicamente una inchiesta sull’uso dell’italiano, dei dialetti e delle altre lingue parlate in Italia. Negli ultimi anni è stata fatta una statistica su parlanti dai 6 anni in su. E’ stato rilevato che a seguito della grande migrazione degli anni 90’ lungo l’Adriatico dall’Albania, Tunisia, Marocco e Libia, il 7% in più dei partecipanti all’inchiesta dichiara di parlare un’altra lingua, quindi non italiano e neanche dialetto. Inoltre, c’è stato un dimezzamento della quota tra gli ultimi anni 80’ (32,0%) ed oggi (14,1%) delle persone che parlano il dialetto. oltre a questi dati è stato rilevato che tra l’uso esclusivo dell’italiano e la grande perdita del dialetto, ci sia soprattutto il fatto che è crollato l’uso misto di entrambe le lingue. Alla fine degli anni 80’ e inizio 90’ si diffonde, infatti, in buone parti d’Italia, l’uso misto delle due lingue e fino ad oggi la quota rimane costante e invariata, se non scesa dello 0,7% nel 2015.

chiedendo il nome o il modo in cui loro chiamavano un oggetto o qualcosa. Ruegg notava che c’era solo una nozione diffusa in maniera totale in Italia che non prevedeva geosinonimi, ed era il “caffè espresso”. In realtà, un altro studioso di nome Reggis, ci fa notare che al bar noi oggi non ordiniamo mai “un caffè espresso”, ma ogni parte d’Italia ha il suo modo di chiedere un caffè al bar. In Sicilia se si chiede un “caffè” senza aggiungere altro si intende un espresso; a Bergamo, ad esempio un caffè normale si dice “caffè liscio”; ancora, a Firenze si dice “caffè alto”, a Trieste caffè macchiato si dice “cappuccino piccolo” e cappuccino si dice “cappuccio o caffellatte”, e così via. Molti termini regionali si sono via via imposti nell’italiano comune, al punto da risultare difficile da riconoscerne l’origine locale (o dialettale):

  • lombardo: risotto, panettone, stracchino
  • piemontese: grissino
  • napoletano: cafone, camorra, scugnizzo, terrone, scippo
  • siciliano: lupara, mafia, trazzera questi non sono però geosinonimi, ma semplici parole regionali diventate comuni. A livello morfosintattico (tutto ciò che appartiene a una lingua, al livello di analisi, alla costruzione delle parole e il collegamento di esse all’interno di frasi), ci sono diversi casi interessanti come:
  • le perifrasi aspettuali : la perifrasi è composta da più elementi solidali che formano una stessa cosa; l’aspetto è una categoria grammaticale che serve a rappresentare un evento nel tempo, non in termini di passato o futuro, ma nel senso che un fatto sia compiuto o in fase di compimento.
  • presente progressivo : indica un’azione non conclusa, che si sta svolgendo. è un aspetto imperfettivo, che si oppone ai passati perfetti dell’inglese o del tedesco che, invece, indicano un passato che si è concluso. esempio: “Paola sta studiando” si può realizzare in diverse forme nelle varie parti dell’Italia. Paola sta a studiare -> varietà centrali; Paola sta studia -> varietà salentina Paola è studiando -> varietà sarde Paola è li che studia -> varietà settentrionali Paola è dietro che studia/ a studiare -> varietà meridionali Altri fenomeni morfosintattici di varietà settentrionali:
  • usi particolari di preposizioni: “Martedì vado Padova”
  • usi particolari di articoli: “domani chiamo il Fabio”
  • usi particolari di particelle: “come si chiama già?” per esprimere il fatto di non ricordarsi qualcosa che è appena stata detta, “dov’è più l’asciugamano?”
  • negazione post-verbale: “oggi dormo niente”, “prima della partita mangio mica”
  • doppio complementatore: “quando che sarete partiti” “dove che ti trovi?”… i complementatori sono i pronomi relativi generici come il “che”
  • particolari perifrasi verbali: “fai che telefonarmi” Varietà centrali:
  • usi particolari pronomi: “vieni anche te al cinema?” “ormai noi si vuole aiutarvi” “essa mi ha detto di si”
  • usi particolari di verbi: “non sono potuto andare” “non ho potuto leggere”
  • particolari costruzioni: “ a Franco” serve a locuzione per chiamare una persona, oppure “a dottò” riducendo il nome della persona chiamata interrompendo la parola sulla sillaba tonica. Varietà meridionali:  uso transitivo di verbi intransitivi: “esci la macchina”, “entra la sedia”; in italiano standard sarebbero “porta fuori/dentro”  oggetto preposizionale: “ho visto a Mario” (ma non “ho visto a un gattino”) in Sicilia lo usiamo sulle perosne, sui nomi propri, sui pronomi o su nomi vicini come “ho visto a tuo padre” piuttosto che “ho visto al cugino di tuo cognata”  particolari costruzioni e tempi verbali: “che cosa vuoi che ti regalo per Natale?”  allocuzione inversa: “mangiala la verdura, a mamma”  reduplicazione: “risolviamo il problema veloce veloce” “Pippo cammina casa casa” Il piano pragmatico-testuale è quello studiato in modo meno sistematico. Possiamo però osservarne alcuni esempi:  l’uso di tu/ voi/ lei di cortesia (varietà meridionali). in latino non esisteva il lei, ma il voi (vostra signoria).  usi pragmatici-discorsivi di forme dell’italiano comune: alcune forme che sono apparentemente italiane, come “avevano confusione mentre?” (IR della Sicilia sudorientale come Ragusa) la parola “mentre” viene usata con funzione di costruzione del discorso -> “c’era per caso confusione?”.  “ la verità la cassatina non i piace”, usato a Napoli per dire “ad essere sinceri”; oppure “può accompagnare solo” tipico del Piemonte per dire che una cosa di poco valore può solo accompagnarne un’altra. Italiano regionale di Sicilia.

 usi della reduplicazione: “a quando a quando ci sono riuscito” “chi viene viene, io ci vado” Diatopia dell’italiano e variabilità diastratica e diafasica. a) in basso b) in alto “IR popolare” “IR standard” Esempi di italiano regionale popolare in Sicilia: “ha quattro anni che la conosco” “ora vado a faccio una cosa” Esempi di italiano regionale standard piemontese: “nell’occasione, omaggio lo suocero” frase tratta da un saggio storico scientifico di Einaudi pubblicato nel 2000. In Piemonte la parola “suocero” e, in particolare il suono “suo” vuole l’articolo al maschile singolare “LO”. “a questo punto il Boavista molla. Gioca solo più per onor di firma.” frase tratta da un giornale del 1996. Il Boavista di una squadra gioca ormai soltanto perché deve giocare. “solo più” usato in Piemonte -> ormai soltanto. “i piccoli prati antistanti le case erano solo più terra spaccata dell’arsura da cui si sfaldavano anche i cespugli di erba secca” tratta dal romanzo “Bambini nel tempo” di Einaudi tradotto da S. Basso nel 1987. “solo più” -

soltanto. 27 Aprile. La lingua va vista come un insieme di possibilità di variazione e quindi dobbiamo capire come individuare queste variazioni e come si relazionano tra di loro. Questi rapporti tra varietà possiamo intenderli come metafora dell’architettura della lingua, che ci da l’idea di come un edificio stia in piedi. in ottica sociolinguistica intendiamo quindi l’italiano come gamma di varietà, un insieme coerente di possibilità che abbiamo a disposizione. Varietà linguistica -> le varie lingue, i vari idiomi

Varietà di lingua -> una delle varianti in cui una lingua si può presentare. In ambito sociolinguistico, una varietà di lingua si stabilisce tramite la concorrenza di fatti linguistici e fatti sociali (strati sociali, situazione sociale, etnia, sesso, etc..). In base a questi fatti sociali possiamo osservare i fatti linguistici. Per comprendere queste varietà possiamo aiutarci attraverso le dimensioni di variazione, cioè criteri. Nel 1987 Berruto ha proposto una rappresentazione grafica dell’architettura dell’italiano ragionando proprio a partire da queste dimensioni di variazione (diatopia, diastratia, diafasia, diamesia). Tre premesse dell’architettura dell’italiano. a) distinzione e intersezione degli assi della variazione; b) la diatopia è sullo sfondo: cioè è la dimensione di variazione più importante in termini di repertorio, ma che in termini di architettura dell’italiano non serve perché è talmente comune a ogni realizzazione linguistica dell’italiano che può essere anche non considerata. c) necessità di includere la diamesia: cioè la necessità di sottolineare anche la differenza tra lingua scritta e parlata. Tra l’altro, la diamesia, è stata anche una dimensione di variazione che nel 1987 Berruto ha dovuto giustificarne l’importanza; poi nel 2012 con una riedizione dello stesso libro la situazione è cambiata, e si è scoperto che la diamesia non era secondaria ma anzi oggi si è ulteriormente complessata. Ritornando allo schema disegnato da Berruto, vediamo i tre assi dell’architettura dell’italiano: x) diamesia -> orizzontale, estremi scritto (polo sinistro) e parlato (polo destro) y) diastratia -> verticale, estremi alto e basso (a livello di istruzione) z) diafasia (duplice) -> obliquo, estremi formale (alto a sinistra) e informale (basso a destra) “centro” -> (standard) rivolto più sul lato alto a sinistra, perché più colto che incolto, più scritto che parlato, più formale che informale. “periferia” -> alto a destra (super standard, la lingua scritta sulle lapidi commemorative o l’alta poesia, la lingua aulica) e in basso a sinistra (sub-standard, tutto ciò che è informale, orale e NON scritto per cui non bisogna avere un alto livello culturale).

h) l'almeno parziale scempiamento delle geminate: detto/ de’to Semplificazione linguistica : una forma linguistica che può essere considerata di più facile comprensione. Un rapporto fra due forme linguistiche secondo cui ad una forma X si contrappone una forma Y più semplice della stessa lingua. alcuni esempi di varietà semplificata:  varietà di apprendimento (o interlingua)  varietà impoverite (lingue d’immigrazione)  foreigner talk  baby talk. semplificazione linguistica ai vari livelli d’analisi:  lessico: vocabolario ridotto, termini generici come parole monomorfemiche e parafrasi di parole complesse;  sintassi: prevalenza di paratassi (relativa al collegamento semplificato delle parole nelle frasi); ordine delle parole invariante; assenza di parole funzionali, come “essere a conoscenza di” in cui “di” ci aiuta a collegare l’oggetto della frase.  morfologia: mancanza di flessione; radici invarianti;  fonologia: semplificazione delle vocali e consonanti come nella parola “psicologo” spesso detta “pissicologo”. diversi tipi di semplificazione linguistica:  semplificazione voluta: quando ad esempio si parla con persone straniere che non capiscono la nostra lingua;  semplificazione spontanea dei non nativi: mentre si impara una lingua;  semplificazione spontanea dei nativi: varietà diafasiche e diastratiche, molto più semplici e molto più spontanee. La ristandardizzazione dell’italiano. Differenza tra standard letterario e neo-standard. Nel centro dell’architettura dell’italiano abbiamo individuato due varietà:  Standard letterario: la lingua italiana per come si è sviluppata nel ‘300 e standardizzata nel ‘500, l’idea di italiano che abbiamo

comunemente e che ci viene insegnata a scuola. (norma prescrittiva dell’italiano che ci impone l’uso corretto della lingua sia scritta che parlata)  Neo- standard: una nuova lingua emersa in Italia dall’italiano standard. (norma descrittiva, cioè la forma dell’italiano che di fatto viene usato nella sua varietà comune a tutti, quotidiano) Berruto nel suo libro parla di ristandardizzazione, ovvero la tendenza a ri-normativizzare, cioè a ristabilire una norma a partire dall’uso effettivo di essa. Lo standard della lingua Italia assume tutto un insieme di tratti storicamente sub-standard, tradizionalmente fuori dallo standard. Certe cose che prima non si potevano dire si sono imposte nella lingua parlata quotidiana come “a me mi”. Dal 1861 a oggi è avvenuto che l’Italiano è divenuta la lingua effettiva dell’Italia come lingua materna. A metà del ‘900 ormai la dialettofonia smette di essere la varietà maggioritaria e si poteva dire che ormai tutti parlavano l’italiano come e lingua materna parlata sin da piccoli, magari accanto ad altre lingue. L’italiano quindi si “nativizza”, non più soltanto imparata a scuola o sui testi scritti, ma parlata da tutti nella vita quotidiana. Aumenta il numero di parlanti e i posti d’impiego, emerge la diatopia, perché tutti parlano la stessa lingua ma tutti non sono nati nello stesso posto, emerge la diafasia, perché iniziano a riaffiorare tratti tipici del parlato quotidiano. Viene così definito il nuovo standard. L’italiano standard è chiamato anche “italiano colto ancien regime”. Si caratterizza come lingua standard si da un punto di vista funzionale, caratterizzato da:  stabilità flessibile: è una lingua flessibile ma anche stabile, perché codificata.  intellettualizzazione: intellettualizzato nel senso che con questa lingua si possono scrivere testi astratti in letteratura, ma anche testi scientifici.  funzione unificatrice: perché serve come comunicazione sovralocale, comune a tutta la nazione.

 marcatezza diatopica: tratti principalmente orali, perché nasce effettivamente da un italiano parlato;  non solo innovazioni endogene o esogene: ma anche tratti presenti da sempre nell’italiano antico ma esclusi poi una volta usati nell’italiano standard normativo moderno. Livello fonetico- fonologico. in Italia non abbiamo un modello fonologico di riferimento, ogni regione ha un modo diverso parlare. Questo, ad esempio, non succede in Francia in cui il modello di riferimento è Parigi. Inoltre, in Italia, ci basiamo su un modello che rispetti la grafia, che è uno degli elementi comuni a tutti. Gli accenti, i raddoppiamenti, etc… Tratti principali:  tendenza verso un sistema pentavocalico: quando il toscano prevede 7 vocali perché la “e” e la “o” sono pronunciate come vocali aperte.  non adeguamento alla distinzione di “s” e “z”.  realizzazione variabile del raddoppiamento fonosintattico: presente nei parlanti meridionali ma non corrispondente al toscano. “dove ssei” “a ccatania/ppalermo”.  progressivo abbandono di tratti eufonici (eu= bello, buono): ad esempio: a) l’aggiunta della vocale i davanti a nomi che iniziano con “s” come, “ini Spagna”; b) aggiunta di “d” nelle preposizioni in contesto intervocalico come, “scelga lei tra Caltanissetta od Enna”; c) elisione delle vocali in elementi monomorfemici: cioè la vocale che viene tagliata come in gli, chi, si, le, che etc.. d) scomparsa di alcune preposizioni articolate fuse: con, li, per Livello morfosintattico. Tendenza generale a semplificare i paradigmi e ridurre le irregolarità.  frasi topicalizzate e segmentate: strutture che modificano l’ordine SVO della formazione di una frase.  dislocazione a sinistra -> “a Gianni non gli ho detto di venire” (Gianni è il topico) “a me il calcio non interessa”

 tema sospeso (anacoluto): “Gianni chi glielo dice adesso?” “nonna poi ci passiamo”  dislocazione a destra: “lo vuole un caffè?” “ci vai a Messina?”  frase scissa: “è paolo che porta il computer” “è a Roma che devi andare per mangiare una buona carbonara” “è che non voglio andare a lavoro oggi”  “c’è” presentativo: “c’è un gatto che mi sveglia ogni mattina” “c’è una questione che abbiamo in sospeso”  “che” polivalente: che ha diverse funzioni come connettore o complementatore generico (subordinante). Può avere:  valore temporale: “dal giorno che ti ho vista…”  valore esplicativo- consecutivo: “intanto vai tu, che sei pronto”  valore consecutivo- presentativo: “io sono una donna tranquilla che sto in casa, lavoro”  valore di introduttore di completiva pseudo-relativa: “lo vedo che arriva”, “vedo Marco che arriva”  valore enfatizzante-esclamativo: “che capelli si è fatto!” Tempo, modo e aspetto del verbo. Nel neo-standard alcuni tempi sono:  in disuso, cioè di fatto sono rarissimi se non inesistenti:  trapassato remoto “ebbi mangiato”; “fui stato”.  futuro semplice “l’estate prossimo andrò a Shangai”, sostituito dal presente “l’estate prossima vado a Shangai”.  passato remoto “Gianni andò in America quando era piccolo” sostituito dal passato prossimo “Gianni è andato in America…”  in espansione: come l’imperfetto in situazioni tipo:

  • impieghi di cortesia “volevo un etto di prosciutto” invece di “vorrei…”
  • per la creazione di mondi fantastici (giochi…) “giochiamo che io facevo il drago e tu il cavaliere”

 pronomi personali nel neo-standard: lui, lei, loro, in cui non viene fatta attenzione nel distinguere tra animatezza e inanimatezza -> “questo è un grosso problema anche lui”  pronomi clitici (che non può avere un accento in una frase e che per questo si appoggia ad altri elementi della frase stessa): generalizzazione della forma gli che sostituisce:  il plurale loro -> “ho incontrato Gianni e Mario e gli ho detto”  il femminile le -> “ho incontrato Maria e gli ho detto”  “ci” riferito a oggetti inanimati -> “cercavo quel libro, vorrei dargli un’occhiata” Questo fenomeno è oggi accettato in alcune grammatiche didattiche e ha origini antiche, per esempio Manzoni faceva questo “errore”. Inoltre, per la sovraestensione di “gli”, esso si può aggiungere ad altre particelle pronominali (lo, la, le) per ogni genere e numero -> glielo, gliela, gliene. Per il plurale, la particella “loro” è unica per tutti i generi e numeri. Tra i pronomi clitici ricordiamo la particella “ci”:  in sostituzione del locativo “vi” -> “ci sono” invece di “vi sono”  in particolare, con “avere” non in forma di ausiliare: “c’ho fame”  con verbi di cui modifica il significato -> starci, volerci, entrarci…  con funzione rafforzativa -> vederci (ci vedi?), sentirci, tenerci (tenere a qualcosa) … Altri usi dei pronomi clitici:  uso del “dativo etico”: per indicare partecipazione effettiva del soggetto -> “stasera mi guardo 8 puntate”, “mi devo bere qualcosa sabato”  ripresa della particella “ne”, soprattutto con il verbo parlare: “di questo fenomeno se ne sta parlando tanto”, “questo è un problema di cui ne sappiamo molto poco”  estensione della particella “lo” come pronome neutro: “lo so bene che non ne avresti voglia”, “Pippo si crede furbo, ma non lo è”

Altri fenomeni morfosintattici:  uso aggettivale di parole come -> gratis, bene, bis, niente, super “siamo entrati gratis; la Biella bene; il mio esame super”  uso avverbiale di aggettivi -> “mangiare sano”, “guidare veloce”  uso sostantivativo di aggettivi -> “ma tu lo dai il privato?” Uso dei costruttivi impersonali:  realizzati con la terza persona plurale -> “bussano alla porta”  realizzati con il “tu” generico -> “tu ti fai i fatti tuoi e poi ti coinvolgono lo stesso”  realizzati con il pronome indefinito “uno” -> “uno non ne può più” Per quanto riguarda il lessico, possiamo dire che è “la buccia del sistema”, cioè la parte più esterna di tutta la lingua e i suoi fenomeni interlinguistici. Fenomeni principali:  perdita di connotazione espressiva o volgare -> rompipalle, sputtanare, casino,  standardizzazione di termini di registro basso -> arrabbiarsi, seccare, scocciare  aumento dei forestierismi, cioè parole che vengono dall’estero che si diffondono in tutta la società -> baby, golf, night, esatto, optional Formazione delle parole -> espansione di:  suffissi: -ista, -ismo, -izzare, -ria, -oso  prefissi: inter-, tele-, para-, mega-, mini-  composti plurimembri: teleradiocomunicazioni, autoferrotranvieri, pluricassintegrato, sociopsicolinguistico.  sigle pronunciate come parole: efbiai, cielle, cia  abbreviazioni: frigo, foto, sub, prof, Juve etc… Livello pragmatico e testuale:  tendenza a semplificare la struttura del periodo  dal punto di vista paradigmatico (possibilità di scegliere elementi all’interno di un insieme): nello standard esistono decine di costrutti come “giacchè”, mentre nel neo-standard sono un gruppo ristretto;  dal punto di vista sintagmatico: la semplificazione comporta lo scioglimento di frasi e periodi complicati semplificandoli usando

 “ci” attualizzante -> “che c’entra?”  ripresa ridondante di “ne” minuto 26. esercitazione lezione 4 La dimensione diafasica: rappresentata dall’asse z dello schema precedente e indica la variazione in rapporto a situazione e la funzione comunicativa. Fondamentale per comprendere situazioni di sub standard e super standard. Lungo in continuum diafasico (l’asse z rappresentato obliquamente) si trovano: - l’italiano parlato colloquiale (fascia media); -l’italiano informale trascurato e it. gergale (estremo basso a destra); detti anche registri. -it. formale aulico, it. tecnico scientifico, it. burocratico (estremo alto a sinistra) sottocodici. I registri, o stili contestuali, variano in base:  al grado di formalità della situazione comunicativa;  alla relazione di ruolo tra i partecipanti;  al grado di attenzione e controllo (del modo in cui sto parlando). Nell’italiano contemporaneo si possono, quindi, identificare registri alti e formali, di media formalità, bassi e informali. L’uso dell’adeguatezza diafasica è molto importante e si divide in: - congruità del registro (adeguato registro formale o informale) -congruità dei diversi tratti (usata spesso dai comici per fare ridere) I registri possono essere: - alti e formali; -di media formalità; -bassi e informali. Caratteristiche dei registri bassi, legati all’oralità in base alla situazione. Essi hanno una fonetica ipoarticolata, cioè quando parlando si mischiano o si mangiano le parole; e hanno una forte marcatezza diatopica. Nei repertori settentrionali è tipico il troncamento di parole, in particolare nella prima e terza persona plurale dell’infinito dei verbi (dicon, son, veniam…). Anche la semplificazione di nessi consonantici “difficili” è molto comune in parole come “pissicologo”, “arimmetica”, “propio” ma anche “geografia”, spesso pronunciata “giografia”.

Ci sono anche i fenomeni di giuntura, come “presempio”, “’ndiama casa”, “prendilfazzolette dammelo”; e realizzazioni marcatamente regionali di fenomeni o nessi “difficili”, come [t-s] e [d-z]in azione e ronzare. A livello invece lessicale abbiamo tra le caratteristiche principali:

  • una forte preferenza per termini generici per persone (tizio, tipo, elemento, uno), cose (coso, cosa, roba) o eventi (storia, faccenda).
  • uso di disfemismi (cioè parolacce) scatologici o pornolalici (merda, fanculo, cazzo, puttanata)
  • uso di parole abbreviate (bici, tele, moto, prof, metro; situa, chissene, para)
  • uso di termini espressivi e connotati (pazzesco, assurdo, bestiale, cazziare) Principali caratteristiche dei registri alti (che rispettano gli usi scritti). I registri alti hanno tutte le caratteristiche opposte ai registri bassi: qui a livello fonetico si parla, infatti, di IPER articolazione, cioè il modo di scandire bene i suoni e le parole. Molto più conforme alla lingua standard; articolazione staccata delle unità morfosintattiche “prendi un fazzoletto e dammelo”; accuratezza nella pronuncia dei fonemi. A livello di macro-sintassi e testualità abbiamo:
  • sintassi elaborata;
  • l’uso frequente della subordinazione frasale;
  • ricorrenza di subordinate implicite (gerundi, nominalizzazioni “venendo a questo punto”, “avendo discusso”…)
  • uso frequente di connettivi tra frasi più lunghe e complesse e l’uso di glosse parentetiche (cioè spiegazioni tra parentesi)
  • sviluppo argomentativo del discorso (cioè io spiego cosa penso, cosa dico, come la penso e come la dico)
  • pochi riferimenti al parlante e alla situazione. In Italia la varietà diafasica ha un peso abbastanza limitato, nel senso che in base alle situazioni abbiamo un modo di parlare sciolto e adeguato, ma questo non cambia di tanto se, ad esempio, parliamo con un medico. Non c’è una profonda differenza. Una situazione “laboviana” la possiamo