
















Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Informazioni sullo studio della tragedia
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
1 / 24
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!

















Antigone (Sofocle) «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl'Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.» (Antigone, vv. 450-457) Antigone (in greco antico: Ἀντιγόνη, Antigónē ) è una tragedia di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C.[1] L'opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l' Edipo re e l' Edipo a Colono , descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo. Trama[modifica | modifica wikitesto] L'opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell'indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è suicidata impiccandosi. Questo porta al suicidio il figlio di Creonte, Emone (promesso sposo di Antigone), e poi la moglie di Creonte, Euridice,[2]^ lasciando Creonte solo a maledire la propria stoltezza. Prologo (vv. 1-99): Sorge l'alba, il giorno dopo che Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si sono dati la morte l'un l'altro nel combattere per il trono di Tebe. Antigone, sorella dei due, informa l'altra sorella Ismene che Creonte, nuovo re della città, parrebbe intenzionato a dare onoranze funebri al corpo di Eteocle, lasciando invece insepolto quello di Polinice. La cosa non è stata ancora annunciata ufficialmente, ma se così sarà, Antigone afferma che cercherà di dare comunque sepoltura a Polinice, sfidando l'ordine del re, e chiede alla sorella di aiutarla. Ismene, spaventata, si tira indietro: Antigone dovrà tentare l'impresa da sola. Parodo (vv. 100-162): Entra il coro di anziani tebani, trionfante perché l'esercito invasore guidato da Polinice è stato sconfitto da quello tebano con a capo Eteocle, e annuncia l'imminente arrivo del nuovo re Creonte. Primo episodio (vv. 163-331): Creonte, nel proclamarsi re di Tebe, come previsto decreta che il corpo di Polinice sia lasciato in pasto a uccelli e cani, e che chiunque si opponga a questa decisione sia punito con la morte. Arriva però una guardia che, timorosamente, informa il sovrano che qualcuno ha contravvenuto al suo ordine, gettando della sabbia sul corpo di Polinice e compiendo dunque il rito funebre. Furioso, Creonte è convinto che tale atto sia opera di cittadini contrari al suo governo, e congeda bruscamente la guardia con l'ordine di rintracciare i colpevoli. Primo stasimo (vv. 332-375): Il coro si lancia in un elogio dell'ingegno umano: molte sono le cose mirabili al mondo, ma nessuna è come l'uomo, che ha saputo sottomettere la terra e gli animali alla propria creatività, ha organizzato la propria vita in maniera civile tramite le leggi e ha trovato la cura a molte malattie. Tuttavia l'ingegno umano può volgersi anche al male, e distruggere quelle cose che esso stesso ha costruito. Secondo episodio (vv. 376-581): Appare nuovamente la guardia, recando con sé Antigone. Racconta che, dopo aver tolto la sabbia sopra il corpo di Polinice ed essere rimasto in attesa, ha visto la ragazza che tornava a seppellire nuovamente il corpo. Antigone non nega di aver commesso il fatto, anzi afferma che la sepoltura di un cadavere è un rito voluto dagli dei, potenze molto superiori a Creonte. Il re reagisce
furiosamente rinfacciandole il mancato rispetto dei suoi ordini (soprattutto lei che è una donna) e confermando la sua condanna a morte. Antigone è sua nipote,[3]^ ma le questioni di Stato prevalgono sugli affetti. Appare Ismene, ora desiderosa di morire insieme alla sorella, ma Antigone rifiuta il suo appoggio, dopo che nel momento del bisogno era stata lasciata sola. Alla fine Creonte fa portare via in catene entrambe le donne (ma la sola Antigone è condannata). Secondo stasimo (vv. 582-625): Il coro riflette in maniera sconsolata su quanto effimera sia la vita umana, colpita da sventure continue e senza un comprensibile disegno. Terzo episodio (vv. 626-780): Appare Emone, figlio di Creonte, molto preoccupato perché Antigone è la sua promessa sposa, ma il re si mostra risoluto: Emone non potrà che sottostare al volere di suo padre. Il figlio ribatte che la popolazione parteggia per Antigone e spera che sia salvata, ma Creonte è assolutamente irremovibile, anzi minaccia il figlio di far uccidere Antigone sotto i suoi occhi. Disperato e sdegnato, Emone corre via. Terzo stasimo (vv. 781-801): Il coro canta di Eros, la cui forza è invincibile nel rendere folli tutti coloro che ne sono colpiti. Edipo e Antigone (Antoni Brodowski, 1828 ) Quarto episodio (vv. 802-943): Antigone lamenta, insieme al coro solidale con lei, la propria triste sorte di fanciulla destinata a morire prima ancora di conoscere il matrimonio, quando appare Creonte. Egli afferma che, per non contaminarsi di un crimine odioso agli dei (uccidere una propria consanguinea), si limiterà a gettarla in una grotta, perché lei lì muoia, o viva nella sua prigione lontana da tutti. Antigone non è certo risollevata, immaginandosi sola e disperata per il resto dei suoi giorni, mentre le guardie la portano via. Quarto stasimo (vv. 944-987): Il coro ricorda alcuni personaggi mitologici la cui sorte fu quella di essere imprigionati: Danae, Licurgo e i figli di Cleopatra. Quinto episodio (vv. 988-1114): Appare Tiresia, indovino cieco, che si rivolge a Creonte affermando che la città è impura a causa della mancata sepoltura di Polinice (del resto anche Polinice, come Antigone, era nipote di Creonte, che quindi compiva tale sfregio verso un consanguineo). Creonte dovrebbe quindi abbandonare le proprie posizioni inflessibili. Il re accusa Tiresia di fare tali affermazioni per tornaconto personale e riafferma il proprio primato di sovrano, contro i poteri dell'indovino.
disobbedienza individuale alle sue idee gli appare come un'opposizione politica. Tale personaggio, a un ateniese del V secolo a.C., doveva apparire come la tipica figura del sovrano dispotico e non illuminato, incapace di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e, soprattutto, incapace di frenare la sua collera.[5][6]^ Egli ragiona forse in maniera corretta quando afferma di dover anteporre la legge agli affetti familiari (Antigone e Polinice erano entrambi suoi nipoti),[7]^ ma, da lì, arriva a pretendere di contravvenire anche a leggi non scritte, sentite come divine. Soltanto alla fine Creonte riconosce i suoi errori,[8]^ tale ammissione però non corrisponde a una maturazione od evoluzione del personaggio, bensì solo a un riconoscimento della catastrofe cui è stato portato dal proprio comportamento.[9] La ribellione di Antigone [modifica | modifica wikitesto] In una società come quella dell'antica Grecia dove la politica (gli affari che concernono la città) è esclusiva degli uomini, il ruolo di dissidente della giovane donna Antigone si carica di molteplici significati, ed è rimasto anche dopo millenni un esempio sorprendente di complessità e ricchezza drammaturgica. La ribellione di Antigone non riguarda soltanto la sottomissione al nomos del re, ma anche il rispetto delle convenzioni sociali che vedevano la donna come sempre sottomessa e rispettosa della volontà dell'uomo (in tutta la Grecia ma ancor più ad Atene).[10]^ Creonte trova intollerabile l'opposizione di Antigone non solo perché si contravviene a un suo ordine, ma anche perché a farlo è una donna.[11]^ In questo senso, le azioni di Antigone potrebbero anche essere considerate un atto di hybris , di tracotanza. Nel suo ribellarsi però la donna risulta essere una figura meno dirompente di altre eroine come Clitennestra[12]^ o Medea,[13]^ poiché la sua azione non è rivolta a scardinare le leggi su cui si fonda la polis , ma solo a tutelare i suoi affetti familiari.[5] I contrasti [modifica | modifica wikitesto] Oltre al già notato contrasto tra Antigone e Creonte, nell'opera vi sono ulteriori contrasti significativi, ad esempio quello tra Creonte ed Emone: Creonte incarna infatti la figura dell' anèr (il vero maschio, il vir dei Romani), mentre Emone rappresenta il ragazzo, innamorato della sua donna, che non teme di perdere la virilità mostrando i suoi sentimenti. È inoltre riscontrabile un ulteriore contrasto tra Antigone e Ismene (sorella della protagonista): ciò è atto a evidenziare la figura eroica di Antigone, contrapponendola a quella tradizionale di Ismene, che, al contrario, rappresenta il modello femminile del suo tempo di donna debole, sottomessa all'uomo e obbediente al potere. Si può peraltro intendere Ismene anche come il contraltare debole di Antigone, ossia come colei che esprime i dubbi che sono in effetti anche di Antigone stessa, che però si risolve ad agire.[14] Estetica [modifica | modifica wikitesto] A questa tragedia s'ispirò il filosofo tedesco Georg Hegel nell'opera Estetica , per mettere in evidenza il dissidio sussistente tra legge della famiglia e legge dello Stato (in particolare lo Stato assoluto), entrambe legittimate a sussistere in quanto espressione di aggregazioni sociali consolidate. Hegel dà però un valore maggiore alla legge dello Stato, in quanto più evoluta rispetto alla più antica e quindi meno sviluppata istituzione familiare.[15] Rappresentazioni significative[modifica | modifica wikitesto]
Eteocle e Polinice, morti, vengono portati via Antigone contro i totalitarismi [modifica | modifica wikitesto] Presentando lo scontro tra privato cittadino e Stato dispotico, l’ Antigone è stata spesso vista, in tempi moderni, come una metafora dei diritti del singolo contro gli Stati totalitari (nonostante Sofocle nella sua opera non si schieri apertamente a favore di nessuna delle due parti). Già in passato il dramma di Sofocle aveva ispirato analoghe tragedie, in cui l'argomento politico è messo in evidenza (come nell' Antigone di Alfieri).[16] Il primo a proporre la rilettura dell' Antigone di Sofocle come un simbolo dell'anti- totalitarismo fu il poeta e antifascista italiano Lauro De Bosis, il quale ne pubblicò una nuova traduzione italiana, pochi anni prima di morire in un'azione di volantinaggio aereo antifascista.[17]^ Ci furono in seguito numerose riletture di questo tipo, comprendenti sia versioni moderne del personaggio e rifacimenti sia messe in scena dell'originale dramma sofocleo, in chiave libertaria contro i regimi: emblematiche, a questo proposito, la versione di Walter Hasenclever (1917) e le rappresentazioni di Bertolt Brecht a Zurigo ( 1948 ) e Salvador Espriu ( 1955 ), contro i rispettivi regimi oppressivi (la Germania nazista e la Spagna franchista) in un periodo in cui tali Stati erano caratterizzati dal totalitarismo o ne erano appena usciti. Anche il Teatro Harbin, proveniente dalla Cina, presentò a Delfi nel 1980 una versione dell'opera che metteva in guardia contro i soprusi di un'autorità ingiusta, rappresentando Antigone in maniera assolutamente positiva e Creonte come rappresentante del male.[18] Sempre nell'ottica di critica ai totalitarismi la regista Liliana Cavani nel 1969 opera una trasposizione in chiave moderna dell'Antigone nel film I cannibali. Molti dialoghi del film La Rosa Bianca di Marc Rothemund, incentrato sulla resistente antinazista Sophie Scholl, sono ispirati all' Antigone .[19] Antigone, eroina e vittima di questa tragedia, è un personaggio vivo, straziato dal dolore ma fermamente, coraggiosamente e fieramente sicuro di dover obbedire alle leggi degli dei e non ad un’autoritaria imposizione umana. La scelta che deve compiere tra la propria vita e ciò che ella sente come un dovere – dare sepoltura al fratello morto, traditore della città ma pur sempre a lei legato dal sangue e dagli affetti, punto di riferimento in un’esistenza costellata da lutti senza tregua – è estremamente dolorosa e sofferta, ma Antigone non sembra mai avere accenni di esitazione. Colpisce di Antigone soprattutto la fermezza di principi, l’assenza di ripensamenti, la convinzione assoluta di essere nel giusto, la fierezza delle proprie idee, difese a costo della propria vita. D’altronde, proprio questa fermezza sembra rendere il suo carattere molto spigoloso: ella è troppo altera, mai dolce, mai pronta alla tenerezza, né con la sorella Ismene né verso Polinice – agisce per dovere, non parla mai apertamente di amore. Non ha mai parole di affetto per Emone: pare quasi che una parola, un gesto di affetto possano rovinare la purezza del suo proposito. Eppure proprio questo proposito la porterà all’annientamento di se stessa, quasi la morte fosse il suo unico e vero amore.
Segue un confronto serrato con la sorella impaurita, Ismene, ma Antigone la rifiuta come corresponsabile e le dice: “non ti appropriare di ciò che non hai neppure sfiorato. La mia morte basterà”. E poco dopo aggiunge: “tu hai scelto di vivere, io di morire” (544 e 555). Antigone ricompare poi sulla scena ormai prigioniera, attorniata dai servi di Creonte. All’avvicinarsi della morte è sempre più fiera, ma un po’ meno sicura di sè, perchè rimpiange quanto non potrà mai più avere: il matrimonio con Emone, figlio di Creonte (807–815). Si paragona a Niobe, che venne tramutata in pietra, perchè sa che verrà sepolta viva in una grotta (821). Si rivolge dunque ai Tebani, chiamandoli a testimoni che una legge “inaudita” l’attende e le sue spoglie rimarranno “illacrimate” (845–855): “ma infelice, non fra i vivi, non fra i morti accolta sarò” (850–855). Nei versi seguenti (846 e segg.) troviamo forse per la prima volta l’Antigone più umanamente colpita dal destino che sta per travolgerla, lo stesso destino che ha annientato la sua famiglia, ed ella piange la sua sorte, definendosi “disgraziata”, “maledetta” ed affermando “senza amici, senza compianto, senza imenei a questo viaggio imminente infelice sono tratta”. Antigone sembra ora quasi abbandonarsi al suo tristissimo destino e perdere tutta la sua fierezza, quando (892 e segg.) si rivolge alla sua tomba dicendo che in quel momento la sua unica consolazione (e speranza) è che il suo arrivo fra i morti rallegrerà il padre, la madre ed il fratello. Tuttavia Antigone ritrova tutto l’orgoglio perduto quando (905) afferma, parlando idealmente al fratello Polinice, che “fu giusto l’onore che ti resi, almeno agli occhi di chi ha la mente retta”. Il legame fraterno è per Antigone insostituibile, perchè, dice, essendo morti padre e madre, nessun fratello ella potrà mai più avere. Ormai al termine della sua presenza in vita (917), Antigone si chiede ancora: “ho forse violato la legge divina?”, ribadendo la sua certezza di aver obbedito alla legge più importante per gli uomini; e ancora: “a chi domanderò aiuto, se per la mia pietà mi sono guadagnata il nome di empia?” (920). Le ultime parole di Antigone sono quasi un grido, forte e deciso, che ribadisce tutto il suo carattere inflessibile: “o Tebe, città dei miei padri, o dei aviti, mi trascinano via e più non posso tardare. Guardate, o principi tebani, quale sopruso, e da quali uomini, subisco, io, dei vostri re ultima figlia, solo perchè onorai la pietà” (937–940). Singolare è il fatto che Antigone concentri tutta la propria attenzione sul fratello traditore Polinice, che giace insepolto, e non sparga una lacrima od una parola di compianto anche sul fratello “buono”, Eteocle: ella forse intimamente piange entrambi, ma tutto il suo gesto di sfida si basa sul sovvertimento della legge umana di Creonte, a favore della legge divina non scritta. Di Antigone la più bella descrizione nella tragedia è quella che di lei fa la guardia: “scorgemmo la ragazza, che emetteva gemiti acuti, come un uccello desolato, che trovi il suo nido vuoto, predato dei pulcini. Così anch’ella quando vide il cadavere messo a nudo scoppiò in lacrime, scagliando imprecazioni contro gli autori di tale sacrilegio” (420). Ismene
La sorella , la “consanguinea” (1), come la definisce Antigone stessa, l’unico ed ultimo legame familiare della protagonista, è accomunata a lei nella sventura di appartenere alla stirpe di Edipo. “Carissima” è chiamata da Antigone, ed è subito chiamata a dimostrare di non essere “figlia degenere di nobili genitori” (35). Ma Ismene non ha la tempra di Antigone ed esita subito (37, 39, 42 e 44), ponendo ad Antigone una serie di domande e non promettendole di slancio il suo aiuto come la sorella sperava. Al contrario di Antigone, che non si comporta come la classica donna greca, sottomessa ai voleri dell’uomo, sarà proprio Ismene a ricordare ad Antigone che “le donne non sono capaci di tenere testa agli uomini “ e che le donne “sono governate dai più forti” e che dunque è “loro dovere obbedire a questi ordini e ad altri ancora più ingrati” (58 – 64) Ismene è quindi consapevolmente sofferente per l’ingiustizia che stanno subendo, ma è priva di coraggio per reagire (72). Suscita quindi lo sdegno della sorella che l’accusa di cercare pretesti ( v 80 ) e la definisce “odiosa” (85). Ismene conclude il colloquio con la sorella, definendo per due volte “impossibile” quanto la sorella ha in mente di compiere (90 e 95). Dopo il confronto con Antigone, Ismene viene condotta al cospetto di Creonte: sembra avere un sussulto di orgoglio, assumendosi la propria parte di responsabilità (537) e chiedendo ad Antigone di “lasciarla morire, lasciarle venerare il morto insieme” (544). Quando infine Antigone viene condannata e portata via, Ismene nella sua pavidità può solo constatare: “che vita mi resta, sola, senza di lei?” (667). In queste parole c’è tutta la solitudine della vita che l’attende, senza nessun legame di sangue superstite e con il presunto disonore di appartenere ad una stirpe macchiata da orribili delitti. Emone E’ il più giovane dei figli di Creonte, fidanzato di Antigone. Nel colloquio drammatico con il padre, dapprima gli si mostra sottomesso ed obbediente sia come figlio che come suddito (635): “tu con i tuoi avveduti consigli mi indichi la via corretta: sempre li seguirò. Nessun matrimonio sarà mai più prezioso per me della tua guida sicura”. In un secondo momento Emone dice al padre quanto già gli aveva detto Antigone, cioè che “il suo sguardo intimidisce il semplice cittadino, impedendogli di esprimere ciò che ti potrebbe dispiacere” (687). Emone confida al padre che, stando nell’ombra, ha sentito che la città si ribella all’indegna morte di Antigone, colpevole solo di un nobile gesto.
Il capo del coro ha una parte importante nella tragedia, sia perchè dialoga con i protagonisti, sia perchè formula talvolta dei giudizi o fornisce spiegazioni al pubblico: egli assume quindi funzioni di collegamento tra quello che avviene sulla scena e chi vi assiste. Il corifeo avvisa il pubblico che arriva Creonte e spiega in seguito a quali vicende egli sia diventato sovrano dopo le “fatali vicissitudini” e si domanda: “quale pensiero lo agita? Perchè ha fissato questa riunione di anziani?” (155). Il corifeo dialoga con Creonte (204) per meglio esplicitare le disposizioni del sovrano, come anche al verso
Quando la guardia entra trascinando Antigone il corifeo formula una serie di domande per far capire al pubblico quanto era successo fuori dalla scena: “tu fatta prigioniera? Tu sorpresa a trasgredire – in un eccesso di follia – gli ordini del sovrano?” (380). Il corifeo commenta , dopo che Antigone ha risposto fieramente alle accuse di Creonte: “quella ragazza rivela l’indole fiera di un padre fiero: non sa cedere ai mali” (465). Il corifeo annuncia al pubblico l’imminente arrivo di Ismene, che piange per la sorella, con il viso sconvolto (530). Domanda a Creonte se dunque non vuole più le nozze tra Antigone ed Emone, anticipando, per così dire, la domanda che gli spettatori si sarebbero certamente fatti e conclude, due versi dopo: “la sua morte è decisa, a quanto vedo” (575). Il corifeo annuncia l’arrivo di Emone, commentando che, probabilmente, è spinto a venire dall’ansia per la sorte di Antigone e per le sue nozze andate a monte (630). Nel dialogo serrato e spietato tra padre e figlio egli interviene ancora al verso 680, affermando che, a suo avviso, Creonte ha parlato con saggezza; poi al verso 723 dice che entrambi hanno parlato bene. Dopo l’uscita di scena di Emone, dialoga con Creonte (765) spiegando come Emone se ne sia andato pieno d’ira, domandando se il sovrano abbia veramente intenzione di uccidere le due sorelle e quale morte abbia decretato per Antigone. Quando Antigone rientra in scena, attorniata dai servi di Creonte, il corifeo, vedendola, si dice commosso “vedendo Antigone incamminarsi verso il talamo dove tutti riposano” (802). Il corifeo interrompe Antigone, che si era paragonata a Niobe, divenuta di pietra, ricordandole che “noi siamo solo mortali e figli di mortali” (832). Interrompe nuovamente Antigone: “sei giunta, figlia, al limita dell’audacia ... paghi le colpe di tuo padre” (855). E, poco dopo, al verso 873, afferma: “onorare i morti è dovere pietoso, ma chi detiene il potere non permette che altri lo violi. Ti ha perduto il tuo carattere inflessibile”. E’ forse questo il commento principale, per quanto sintetico, che spiega tutta la tragedia. Dopo l’uscita di Tiresia, che aveva dialogato con Creonte, il corifeo spiega che l’indovino, che aveva lasciato “tremende profezie” non aveva “mai vaticinato il falso” alla città di Tebe (1092).
A questo punto (1093), il corifeo invita alla prudenza Creonte e gli suggerisce di liberare Antigone dal suo sepolcro e di dare sepoltura a Polinice, agendo in fretta, perchè rapide si avventano le sciagure mandate dagli dei e tagliano la strada agli uomini insensati”. Il corifeo domanda al nunzio quale nuovo dolore sia giunto ad annunciare per i sovrani. E poi fa domande sempre più incalzanti per avere spiegazioni su quanto è successo fuori scena: sono le stesse domande che forse si pone il pubblico che segue lo svolgersi della vicenda:”chi ha ucciso? Chi è morto?” e poi “Come? Per mano del padre? Per mano sua?”. Infine conclude: “Indovino, fu vera la tua profezia!” (1170). Il corifeo annuncia l’arrivo di Euridice, “sventurata sposa di Creonte”, che è uscita dal palazzo. Quando la donna esce di scena, si domanda: “cosa pensare? Se ne è andata senza proferir parola, nè buona nè cattiva”, facendo presagire la tragedia che arriverà poco dopo (1183). Il corifeo avvisa che sta arrivando il re, recando tra le braccia la “prova palese che non ad altri deve la propria rovina, ma al suo cieco errore”, dando in questo modo un giudizio personale su quanto è avvenuto (1257). Le ultime parole della tragedia, come suggello, sono del corifeo, che dice (1350): “la saggezza è la prima condizione della felicità. Non si deve mai commettere l’empietà verso gli dei. Le parole superbe degli uomini arroganti scontano i colpi spietati del destino ed in vecchiaia insegnano ad essere saggi”. Di nuovo quindi egli aggiunge un suo personale commento sul comportamento di Creonte, che tanto dolore e morte ha disseminato. Creonte E’ indiscutibilmente, con Antigone, il protagonista della tragedia, impersonificando – se si può passare questo punto di vista – il “male”, se Antigone rappresenta il “bene”. Con le sue azioni, infatti, determinerà una serie di eventi nefasti. Antigone aveva infatti contravvenuto una sua legge, ma, essendo tale legge in opposizione alle leggi divine non scritte, la sua decisione di punirla ricadrà su di lui medesimo attraverso le morti violente di Emone – suo figlio – e di Euridice – sua moglie. Al verso 168 Creonte dichiara apertamente come egli intenda la responsabilità del governo: “è impossibile penetrare a fondo anima intelligenza e carattere di un uomo, se costui non ha rivelato se stesso nell’esercizio del potere e delle leggi. Per me che governa lo stato senza attenersi alle decisioni più giuste, ma tiene la bocca chiusa per qualche paura, non da ora io lo stimo un essere spregevole; e parimenti non ho nessuna considerazione per chi tiene un amico in maggior conto della propria patria”. E dopo aver spiegato perchè Polinice deve rimanere insepolto conclude (202): “mai da me i malvagi riceveranno più onore degli uomini giusti; ma io onorerò chi è devoto a questa città, da vivo e da morto”. Il carattere sanguigno e dispotico di Creonte si evidenzia anche quando risponde stizzosamente al vecchio corifeo, definendolo “vecchio e stupido” (280) Si rende conto che il suo comando è mal sopportato dal popolo (290) ed attribuisce tuttavia al denaro (295) la colpa di molti misfatti.
Quando infine apprende che anche la moglie Euridice si è tolta la vita, dichiara di essere “ormai un uomo morto” (1287) e si augura di essere anch’egli “trapassato da una spada affilata” (1310), lui che è “affondato in un immenso dolore” (1312). Continuerà ad invocare la morte (1330), perché “un destino intollerabile è balzato sul suo capo” (1345). La guardia La guardia era stata posta a custodire il corpo di Polinice perché nessuno gli desse sepoltura contravvenendo l’ordine di Creonte. Conosce bene le ire del sovrano e deve quindi avvertirlo quando qualcuno gli ha dato sepoltura: per strada si ferma a lungo a pensare ed afferma di essere stato più volte sul punto di ritornare indietro per la paura. Sa che verrà punito per la propria disattenzione (nessuna delle guardie si è accorta di nulla) e cerca dunque di scaricare la propria responsabilità su altri (238). Come già il nunzio ed il corifeo, anche la guardia riferisce ciò che sulla scena non si è visto: il corpo ricoperto di terra, le sentinelle che si rimproverano a vicenda, la decisione concitata di riferire l’accaduto al sovrano. “Nessuno ama chi riferisce disgrazie” (277) – esclama la guardia impaurita al pensiero della reazione di Creonte. Ma poco dopo ha il coraggio di stuzzicare il sovrano: “e il fastidio dove ti punge, nell’orecchio o nell’anima? Il colpevole ti tormenta l’animo, io l’orecchio” (318). Più tardi la guardia torna in scena baldanzosa, trascinando Antigone e raccontando come si è giunti alla scoperta del colpevole della violazione delle leggi divine: l’episodio, nella sua vivida descrizione, appare chiaro davanti agli occhi del pubblico. La guardia, per il suo peculiare linguaggio troppo confidenziale nei confronti del re, è ben delineata da Sofocle come personaggio “popolare” rispetto agli altri più nobili protagonisti della tragedia. Il nunzio Questo personaggio appare verso la fine della tragedia ad annunciare prima la morte di Emone e poi quella di Euridice: nel primo caso a colloquio con il corifeo ed Euridice, nel secondo con Creonte. Nonostante la sua parte limitata, questo personaggio ha occasione di porre delle considerazioni degne di nota, tali da coinvolgere gli spettatori in una riflessione sulla vita: “senza tregua – esclama infatti – la sorte abbatte il fortunato e risolleva l’infelice”. E continua: “prima Creonte appariva – almeno a me – invidiabile. Ora tutto è perduto”. Ancora: “quando un uomo ha smarrito la gioia dell’esistenza, si può dire che non viva più. E’ come un morto che respira. Accumula pure ricchezze nella tua casa, vivi con il fasto di un re: ma se la gioia è spenta, non darei per tutto il resto, in cambio della felicità, l’ombra di un fumo”. La seconda funzione del nunzio è quella di narrare quello che in scena non è stato rappresentato, come ad esempio quando racconta alla regina Euridice come è morto suo figlio, dopo che Creonte stesso ha dato sepoltura a Polinice: l’episodio è raccontato con ricchezza di particolari nella sua drammaticità, in forte contrasto con la schematicità della parte di tragedia che vive sulla scena. Quando poi il nunzio fa la sua seconda apparizione, deve annunciare che anche la sua sposa è morta: “quante sciagure, mio sovrano, hai finito per tirarti addosso! Una la tieni tra le braccia (il figlio), l’altra sta nella tua casa (la moglie), e presto la vedrai”. Ed è impietoso nel dire a
Creonte che Euridice, prima di morire, ha invocato sul marito, “assassino di suo figlio”, “sciagure orribili” (1305). Tiresia Un discorso a sé merita il personaggio di Tiresia. Egli fu uno dei più celebri indovini dell’antichità, un cieco originario di Tebe in Beozia. Il suo nome significava forse “interprete dei segni celesti”, da ricondurre etimologicamente al greco “thras”, ovvero “prodigio”. L’origine della sua cecità per il mito sono differenti: secondo un racconto, fu Atena ad accecarlo perché Tiresia, pascolando le sue greggi sull’Elicona, vide cose che occhi umani non dovevano vedere, ovvero Atena stessa che si bagnava alla fonte di Ippocrene, dove egli si era avvicinato per dissetarsi. La dea gli avrebbe allora tolto per sempre la vista e come compenso gli avrebbe donato la profezia. In una seconda versione del racconto, invece, Tiresia ebbe a vedere in gioventù due serpenti che si accoppiavano: uccisa con un bastone la femmina, si ritrovò immediatamente trasformato in femmina e così rimase finchè non si imbatté in una scena del tutto uguale e con un bastone uccise il serpente maschio e tornò uomo. Questa sua del tutto singolare esperienza fece sì che egli venisse interrogato dagli dei sui piaceri d’amore che aveva provato da uomo e da donna: il suo giudizio suscitò l’ira di Era, che per punirlo lo accecò, mentre Zeus per consolarlo gli regalò al contempo una vita lunga 7 generazioni ed il dono della profezia. La sua vita estremamente lunga ed il dono della profezia lo resero celebre nel mondo antico e le sue vicende si intrecciano con quasi tutti i principali miti Greci come interprete degli oscuri disegni divini. Durante la guerra dei sette contro Tebe dichiarò che Tebe avrebbe ottenuto la vittoria solo se il re Meneceo si sarebbe sacrificato. Quando morì, Tiresia mantenne anche nell’Oltretomba prerogative del tutto peculiari: a differenza degli altri morti, che non erano che ombre, egli conservò la sua sensibilità ed i suoi poteri percettivi.Il ruolo di Tiresia fu tanto centrale nella mitologia che ben pochi episodi si svolgono senza che egli vi abbia un ruolo ben preciso e talora determinante. La presenza di questo veggente in miti tanto distanti nel tempo – pur nell’ottica di un passato senza tempo preciso – veniva in qualche modo giustificata sulla base della sua lunghissima esistenza. Nella tragedia dell’Antigone, l’indovino è l’unico in grado di tenere testa a Creonte da pari a pari, anche se il sovrano lo tratta con asprezza e vorrebbe vedere anche lui sottomesso alla propria volontà. Tiresia avvisa il re dei pessimi presagi che ha tratto dai sacrifici da lui compiuti: “presagi inconcludenti di un rito indecifrabile” ed aggiunge che la città è malata per colpa del sovrano. Infine dichiara che “tutti gli uomini possono sbagliare, ma chi – una volta commesso il proprio errore – non persevera e fa invece ammenda del male in cui è caduto, costui non è più stolto né sventurato. L’ostinazione, al contrario, è segno di grettezza” (1020). Alla violenta reazione di Creonte, Tiresia rivela allora la seconda parte della propria profezia, preannunciandogli la morte del figlio, dal momento che il re si è macchiato di una duplice colpa, verso Polinice e verso Antigone: “non passerà molto tempo e nella tua casa echeggeranno lamenti di uomini e di donne” (1077). “Poiché tu stesso mi provochi – conclude Tiresia – con tutto il mio odio scaglio contro di te, come fossi un arciere, questi strali infallibili, al cui bruciore non potrai sfuggire” (1080). Il Coro La tragedia greca esordisce con un prologo, ovvero con una o più scene con lo scopo di esporre la situazione in cui il dramma si sarebbe svolto, prima dell’ingresso del Coro. Al prologo fanno seguito un certo numero di parti, gli episodi, corrispondenti ai
Antigone è anche il personaggio principale della tragedia Antigone di Sofocle , rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C. Analisi dell’Antigone di Sofocle L’Antigone pone in primo piano il contrasto tra Antigone e Creonte, tra legge naturale e legge umana , tra re e suddito , fra potere politico e cittadino , tra famiglia e stato come rivela Hegel. Le usanze tradizionali permettevano la sepoltura anche dei traditori, purché avvenisse fuori dalla città. Creonte si era, perciò, spinto oltre il limite della pena prescritta; tuttavia era nel potere del re emanare editti che implicassero l’obbligo di obbedienza da parte di tutti. L’atto di Creonte è un atto di tracotanza nei confronti degli dèi, rappresentati dall’ indovino Tiresia , loro interprete, insultato dal sovrano come prezzolato e bugiardo. E una società fondata sul diritto, qual era il pubblico dell’Antigone, non poteva non giudicare l’atto di Creonte come una barbarie. Il comportamento di Antigone, che decide di violare le leggi umane in nome delle leggi del sangue, più antiche e sacre di quelle scritte, mette in discussione l’autorità di Creonte. Antigone è un personaggio dalla grande forza d’animo , che deriva dalla sua stessa esperienza di vita: Antigone appare, nell’antefatto del dramma, l’unico personaggio con il coraggio e la forza di accompagnarsi, fra umiliazioni e patimenti di ogni tipo, all’individuo più turpemente peccaminoso che avesse mai visto la luce del sole, eppure a lei padre e fratello, Edipo. Antigone ha visto morire i suoi fratelli, sua unica speranza. Per questi motivi non riesce a condividire i timori della sorella Ismene , né ad accettare le regole di un mondo fatto dagli uomini, l’Antigone « nata per condividere non l’odio, ma l’amore» , l’Antigone che ritiene la morte solo un guadagno. Creonte necessita di punire la nipote Antigone, non può accettare la ribellione da parte dei suoi stessi familiari, perché ne va della sua credibilità di re e della sua inflessibilità in fatto di giustizia. Quella di Creonte è la ragion di stato dei sofisti , mirante esclusivamente all’utile – che Protagora individua come criterio di scelta. Una
politica, quella di Creonte nell’Antigone, che Sofocle condanna e dà come perdente: sarà, infatti, Creonte lo sconfitto. Così, in ultima analisi, se si può affermare che Antigone sia un personaggio che rivela un certo sperimentalismo, Creonte, il cui nome in greco significa potente , signore , rimane simbolo di arroganza e strapotere. Il contenuto etico di Antigone L’ Antigone di Sofocle fu rappresentata nel 442-1 (8), a distanza dunque di pochi anni dall’ Aiace , la più antica tragedia sofoclea rimastaci, e in un periodo nel quale il poeta, partito dalle conclusioni eschilee, andava maturando una sua originale visione religiosa. Di fatto l’ Antigone riprende, ponendolo al centro dell’azione, un problema già posto nella parte finale dell’ Aiace : la liceità morale di lasciare insepolto il cadavere dì un nemico ucciso. Le due tragedie mostrano più di un’analogia: anche nell’ Aiace l’ordine di lasciare Aiace insepolto è emanato dai due capì dell’esercito, o in nome di un meschino desiderio di vendetta di fronte a un nemico che finalmente si vede alla propria mercè (vv. 1068-9) o nel timore di non apparire abbastanza fermi e incapaci di punire con la dovuta energia chi ha osato ribellarsi (v. 1362). La situazione è risolta dall’intervento di Odisseo, il quale non rinnega la propria rivalità nei confronti dell’eroe morto, riconoscendo anzi che Aiace era per lui la persona più ostile di tutto l’esercito (v. 1336). Ma in un cosmo ben regolato, in cui ogni passione e sentimento, anche negativo, deve avere il suo spazio, esiste un limite anche per l’odio: Odisseo ha odiato Aiace finché poteva essere motivo di nobiltà, nel contesto eroico in cui l’azione si svolge, spingere la propria rivalità fino ai limiti dell’odio (v. 1347): dopo la morte tali sentimenti non hanno più ragion d’essere, e la stessa divisione fra bene e male assume contorni sfuggenti. Nel sottolineare il valore dell’eroe morto, Odisseo dissuade Agamennone dallo spingere la vendetta a un eccesso che farebbe «calpestare la giustizia» (v. 1335); lasciare insepolto Aiace «non costituisce un affronto a quest’uomo, bensì alle leggi degli dèi» (v,. 1343-4). Semplice e lineare è il nucleo drammatico intorno a cui s’incentra la vicenda dell’ Antigone. Il bando di Creante è all’inizio della vicenda una discriminante, uno spartiacque quasi, che obbliga i diversi personaggi a regalare il proprio comportamento su di esso; nel procedere della vicenda il vero punto di divisione non sarà più il bando, bensì Antigone stessa, e gli altri personaggi saranno giudicati in base al diverso comportamento nei confronti di lei. Sofocle ha conferito all’azione una serie di implicazioni e riferimenti morali, religiosi, politici, che, riassumendosi nella figura della protagonista, le offrono uno spessore e un rilievo tali da giustificare la varietà di letture e di interpretazioni a cui tragedia e protagonista sono state sottoposte. Né va dimenticato quanto ha mostrato V. Ehrenberg nel suo libro sui rapporti tra Sofocle e Pericle: nell’età periclea Atene raggiunge la sua acme politica, artistica ed economica, ma già s’intravedono in questa fioritura le prime ambiguità e contraddizioni, che sono le stesse
un’oscura violazione della norma religiosa: quando la guardia affermerà di aver trovalo il Cadavere ricoperto da un leggero strato di terra, una domanda si affaccia al suo animo: «Sire, a me, il pensiero da tempo mi convince che forse questa è un’opera degli dèi» (vv. 278-9). Eppure per tutta la prima parte della tragedia questa percezione non sfocia in una consapevolezza. Conosce un’unica parola: obbedienza assoluta alle leggi della città, e non ammette che queste possano essere in disaccordo con la legge divina: il comportamento di Antigone è, agli occhi del Coro, più colpevole di quello di Creonte! Ben diversa è la statura di Antigone. La sua vita è trascorsa nel dolore: non esiste disgrazia che lei non abbia visto (vv. 2-6), e questa sua esperienza della vita, colta nei suoi aspetti più tristi, ha fatto nascere in lei un’esperienza estremamente lucida. Non ha tratto dalla sua genialità l’acuta percezione del bene e del male, bensì da una sofferta maturazione, al termine della quale sente le leggi di Dike come l’unica verità che possa guidare il cammino dell’uomo. La legge della giustizia è eterna: ogni uomo la trova scritta dentro di sé, ed abbraccia ogni parte del cosmo, il mondo dei vivi come quello dei morti (vv. 450-1). La consistenza del suo vivere è ora soltanto nel mettere in pratica queste leggi, fosse pure a rischio della propria vita (v. 72). Nel mondo che la circonda, il valore vero è continuamente velato da tanti valori apparenti: in un tragico rovesciamento di posizioni, la verità risulta follia, e Antigone è continuamente trattata come folle: anche le persone più care danno questo giudizio della stia azione. Ismene la invita a riflettere, la chiama più volte «misera, disgraziata» (vv. 39, 82), «insensata» (v. 99). Che Creonte la consideri pazza è del tutto naturale (vv. 561-2); ma anche il Coro vede in lei «la cruda stirpe di un crudo padre, incapace di adattarsi alla disgrazia» (w. 471-2), una persona «che ha proceduto fino all’estremo limite dell’audacia» (v. 853), e le riconosce solamente il merito di aver accettato eroicamente la morte, dopo essersela procurata senza un motivo apprezzabile (vv. 821-2), anzi, dimentica della sua natura di essere umano: «Noi siamo uomini e di stirpe mortale» (vv. 834-5). Antigone sa di apparire insensata, anche se il vero folle è Creonte (vv. 469-470), che pure lancia contro di lei la duplice accusa di tracotanza, nella violazione del bando e nella successiva apologia del reato (vv. 480-3). Ma Antigone non è toccata da questa illusione ottica che sanziona un rovesciamento dei valori. Antigone ha scelto tra il tempo e l’eternità; vuole essere gradita a coloro coi quali dovrà stare per sempre (v. 89), tanto da apparire
agli occhi di Ismene una «innamorata dei morti» (v. 88). Ma, a differenza di un’altra innamorata dei morti sofoclea, Elettra, in cui l’attaccamento ai defunti e al dovere si è trasformato in una visione della vita aspra e piena di rancore, in Antigone l’affetto per i cari conduce a un’apertura di amore; «Non per condividere l’odio, ma per condividere l’amore io sono nata» (12). Antigone dunque è mossa dal desiderio di testimoniare e affermare le leggi detta giustizia, anche a rischio della vita (vv. 96-7); dove la verità è follia, anche la vita assume le fattezze della morte: «La mia anima da tempo è morta» (vv. 559-560), afferma poco prima di affrontare l’ultimo viaggio, quando si rende conto della sua solitudine e, umanamente e tristemente, lamenta la giovinezza perduta e le gioie di amore mai godute. L’esatto negativo di Antigone è Ismene, che confusamente avverte quanto sia motivata la posizione della sorella, ma non accetta di seguirla, per una debolezza che non è dovuta solamente alla sua natura di donna, incapace di opporsi ai voleri degli uomini (vv. 61-2), ma pesca più profondamente nell’inerzia di chi non vuole assumersi responsabilità nei confronti del potere, fino a considerare insensato o addirittura colpevole («commettere eccessi non ha nessun senso» v. 68) chi queste responsabilità si sente di assumere. Ma la condotta di Antigone ha anche la capacità di mutare chi le sta vicino: il profeta muore in solitudine, ma la sua testimonianza non è vana per chi non ha del tutto chiuso il suo cuore. Dopo aver rifiutato di seguirla, Ismene vorrebbe morire con lei; anche se in modo tardivo, Ismene riconosce quale sia la giustizia e vorrebbe condividere la sorte di chi per questa giustizia si sta immolando. Analoga la posizione di Emone, il fidanzato di Antigone: questi forse non percepisce fino in fondo le motivazioni che hanno spinto la donna al suo gesto, ma intuisce la grandezza umana di Antigone e vorrebbe anche lui condividerne la sorte. Anche il Coro intuisce questa grandezza umana, ma, chiuso nella sua miope affermazione di una religiosità puramente formale (vv. 872-3) e fondamentalmente convinto della colpevolezza della donna, uccisa dalla sua «ira spontanea» (v. 875), si lascia trasportare a una serie di parole che suonano sinistra e involontaria irrisione di lei (v. 838). Tuttavia anche il Coro e Creonte cambieranno, quando la verità testimoniata da Antigone troverà il conforto e il sostegno di Tiresia, l’anziano vate di Tebe, la cui autorevolezza e la cui dimestichezza col divino non può essere negata. Tiresia accusa esplicitamente la colpa ( authadìa ) di Creonte (v. 1028), che si è voluto ergere a giudice supremo del bene e del male, calpestando Dike. Subito dopo la più superba delle sue affermazioni («neppure se le aquile di Zeus volessero rapire i suoi resti e portarli ai troni di Zeus, neppure così... io permetterò di seppellire quell’uomo», vv. 1040-3), in cui si risentono le nuove mode razionalisste della sofistica («io se bene che nessun uomo ha il potere di contaminare gli dèi», vv. 1043-4), Creonte crolla di schianto: avverte il peso delle parole di