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Antigone tragedia di Sofocle, Dispense di Filosofia

riassunto della tragedia di Sofocle

Tipologia: Dispense

2017/2018

Caricato il 12/11/2018

alessia-gobbo
alessia-gobbo 🇮🇹

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ANTIGONE
Esperienza teatrale tragica come metafora della vita che per Nietzsche avviene in un tempio e luogo sacro
estraneo alla vita quotidiana
Tragedia: canto per il capro (sgozzato) = ritmo della rappresentazione
L’autore
Sofocle figlio di Sofilo del demo di Colono (in greco antico: 1 F C 6Σοφοκλ ς, Sophoklês; 496 a.C. – Atene, 406
a.C.) è stato un drammaturgo greco antico. È considerato, insieme ad Eschilo ed Euripide, uno dei maggiori
poeti tragici dell'antica Grecia.
L’opera
Antigone (in greco antico 1 F 0 8: ντιγόνη, Antigóne) è una tragedia/dramma di Sofocle, rappresentata per la prima
volta ad Atene alle Grandi Dionisie (una cerimonia in onore di Dioniso durante la quale era consuetudine
svolgere agoni tragici) del 442 a.C.
L'opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi
discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l'Edipo re e l'Edipo a Colono, descrivono gli eventi precedenti,
benché siano state scritte anni dopo l’opera si apre in base agli eventi precedenti
L'opera racconta la storia di Antigone: Considerando Polinice un traditore, Creonte ordina con un editto che
il suo cadavere rimanga insepolto. Ma Antigone, mossa dall'affetto di sorella e appellandosi alle leggi divine
che impongono pietà per i morti, disobbedisce al decreto del nuovo re. Dopo aver inutilmente tentato di
coinvolgere nell'azione la timorosa sorella Ismene, esce di notte fuori le mura, si reca sul luogo ove è stato
portato il cadavere di Polinice e gli una simbolica sepoltura cospargendolo di polvere. Sorpresa dalle
guardie di Creonte, viene portata alla presenza del re, dinanzi al quale rivendica con fierezza la legittimità
del suo gesto: ella ha violato l'editto del sovrano, ma ha inteso obbedire alle leggi degli dei: leggi "non
scritte, inalterabili, fisse, che non da ieri, non da oggi esistono, ma eterne" e perciò di gran lunga superiori
alle leggi dei mortali. Creonte, adirato ma incapace di replicare alle argomentazioni della fanciulla, ordina
che sia rinchiusa in una grotta fuori città. Invano suo figlio Emone, fidanzato di Antigone, cerca di
intercedere per lei: il dispotico Creonte è sordo anche alle sue preghiere. Solo quando Tebe è colpita da una
serie di eventi infausti e l'indovino Tiresia spiega che essi sono dovuti alla collera degli dei, il re concede
infine che a Polinice siano resi gli onori funebri. Vorrebbe anche liberare Antigone, ma è troppo tardi: la
fanciulla si è tolta la vita impiccandosi; lo stesso Emone, alla vista della fanciulla morta, si suicida; e anche
Euridice, la moglie di Creonte, quando apprende che ha perso suo figlio, pone fine ai suoi giorni. A Creonte,
solo e disperato, non resta che vivere nel dolore.
Personaggi
Antigone è un personaggio della tragedia greca, figlia del rapporto incestuoso tra Edipo, re di Tebe figlio di
Laio e sua madre Giocasta. Antigone era sorella di Ismene, Eteocle e di Polinice.
La storia di Antigone inizia laddove termina la tragedia di Sofocle Edipo re, ovvero quando Edipo va in
esilio. Quando Edipo si rese conto di ciò che aveva compiuto e cioè di avere ucciso il padre e avere sposato
inconsapevolmente la madre Giocasta, si accecò e, scacciato da Tebe, peregrinò per tutta l'Attica
accompagnato dalle figlie Antigone e Ismene. Quando giunse presso il bosco sacro alle Eumenidi, nel quale
era vietato l'ingresso ai profani, egli decise di entrarvi e perciò le Eumenidi stesse, irate, fecero strazio del
suo corpo. Antigone a questo punto decise di ritornare a Tebe, ove era appena iniziata la guerra dei Sette
contro la città, causata da discordie fra i suoi fratelli che vicendevolmente si erano uccisi. Quando vi giunse
Creonte, il nuovo re di Tebe, fratello di Giocasta, emanò un bando che proibì la sepoltura di Polinice, uno dei
due fratelli di Antigone, lasciando il suo corpo giacente in pasto ai cani. Antigone, disobbedendo agli ordini
di Creonte, seppellì degnamente suo fratello Polinice - traditore della patria. Il re diede così ordine di murarla
viva. Tiresia, l'indovino cieco, individuò la prigione-tomba di Antigone che fu aperta dopo qualche giorno,
ma la fanciulla al suo interno era già morta. Alla vista del corpo, il promesso sposo di Antigone, Emone,
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ANTIGONE

Esperienza teatrale tragica come metafora della vita che per Nietzsche avviene in un tempio e luogo sacro estraneo alla vita quotidiana

Tragedia: canto per il capro (sgozzato) = ritmo della rappresentazione

L’autore

Sofocle figlio di Sofilo del demo di Colono (in greco antico: Σοφοκλ 1 F C 6ς, Sophoklês; 496 a.C. – Atene, 406 a.C.) è stato un drammaturgo greco antico. È considerato, insieme ad Eschilo ed Euripide, uno dei maggiori poeti tragici dell'antica Grecia.

L’opera

Antigone (in greco antico : 1 F 0 8ντιγόνη, Antigóne ) è una tragedia/dramma di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie (una cerimonia in onore di Dioniso durante la quale era consuetudine svolgere agoni tragici) del 442 a.C.

L'opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l' Edipo re e l' Edipo a Colono , descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo l’opera si apre in base agli eventi precedenti

L'opera racconta la storia di Antigone: Considerando Polinice un traditore, Creonte ordina con un editto che il suo cadavere rimanga insepolto. Ma Antigone, mossa dall'affetto di sorella e appellandosi alle leggi divine che impongono pietà per i morti, disobbedisce al decreto del nuovo re. Dopo aver inutilmente tentato di coinvolgere nell'azione la timorosa sorella Ismene, esce di notte fuori le mura, si reca sul luogo ove è stato portato il cadavere di Polinice e gli dà una simbolica sepoltura cospargendolo di polvere. Sorpresa dalle guardie di Creonte, viene portata alla presenza del re, dinanzi al quale rivendica con fierezza la legittimità del suo gesto: ella ha sì violato l'editto del sovrano, ma ha inteso obbedire alle leggi degli dei: leggi "non scritte, inalterabili, fisse, che non da ieri, non da oggi esistono, ma eterne" e perciò di gran lunga superiori alle leggi dei mortali. Creonte, adirato ma incapace di replicare alle argomentazioni della fanciulla, ordina che sia rinchiusa in una grotta fuori città. Invano suo figlio Emone, fidanzato di Antigone, cerca di intercedere per lei: il dispotico Creonte è sordo anche alle sue preghiere. Solo quando Tebe è colpita da una serie di eventi infausti e l'indovino Tiresia spiega che essi sono dovuti alla collera degli dei, il re concede infine che a Polinice siano resi gli onori funebri. Vorrebbe anche liberare Antigone, ma è troppo tardi: la fanciulla si è tolta la vita impiccandosi; lo stesso Emone, alla vista della fanciulla morta, si suicida; e anche Euridice, la moglie di Creonte, quando apprende che ha perso suo figlio, pone fine ai suoi giorni. A Creonte, solo e disperato, non resta che vivere nel dolore.

Personaggi

Antigone è un personaggio della tragedia greca, figlia del rapporto incestuoso tra Edipo, re di Tebe figlio di Laio e sua madre Giocasta. Antigone era sorella di Ismene, Eteocle e di Polinice.

La storia di Antigone inizia laddove termina la tragedia di Sofocle Edipo re, ovvero quando Edipo va in

esilio. Quando Edipo si rese conto di ciò che aveva compiuto e cioè di avere ucciso il padre e avere sposato inconsapevolmente la madre Giocasta, si accecò e, scacciato da Tebe, peregrinò per tutta l'Attica accompagnato dalle figlie Antigone e Ismene. Quando giunse presso il bosco sacro alle Eumenidi, nel quale era vietato l'ingresso ai profani, egli decise di entrarvi e perciò le Eumenidi stesse, irate, fecero strazio del suo corpo. Antigone a questo punto decise di ritornare a Tebe, ove era appena iniziata la guerra dei Sette

contro la città, causata da discordie fra i suoi fratelli che vicendevolmente si erano uccisi. Quando vi giunse Creonte, il nuovo re di Tebe, fratello di Giocasta, emanò un bando che proibì la sepoltura di Polinice, uno dei due fratelli di Antigone, lasciando il suo corpo giacente in pasto ai cani. Antigone, disobbedendo agli ordini di Creonte, seppellì degnamente suo fratello Polinice - traditore della patria. Il re diede così ordine di murarla viva. Tiresia, l'indovino cieco, individuò la prigione-tomba di Antigone che fu aperta dopo qualche giorno,

ma la fanciulla al suo interno era già morta. Alla vista del corpo, il promesso sposo di Antigone, Emone,

figlio di Creonte, si tolse la vita. In seguito, però, anche la madre di Emone, Euridice, decise di uccidersi, provocando così anche la morte volontaria di Creonte.

Antigone è un personaggio emancipato, che si oppone a delle leggi arcaiche fondate sull’onore in nome di un sentimento morale estremamente moderno. Il suo gesto coraggioso e le nobili motivazioni che lo ispirano hanno fatto di lei un simbolo dell'emancipazione femminile e della libertà di coscienza contro ogni sopraffazione esterna.

Creonte (in greco antico: Κρέων, Kréon) è un personaggio della mitologia greca. Re tiranno di Tebe, era figlio di Meneceo e padre di Emone e di un altro Meneceo. Era inoltre fratello di Giocasta, madre e sposa di Edipo. Per lui prima della psyche ci sono le leggi della città logos che si fa guerra tra Antigone e Creonte

Ismene (in greco antico: 1 F 3 8σμήνη, Ismēnē) è una figura della mitologia greca, figlia di Edipo e di Giocasta, sorella di Antigone. Nella Antigone Ismene è dipinta come l'opposto, mite e rassegnata, della forte e

combattiva sorella, Antigone: in tal modo, Ismene si configura come vox media, che in Sofocle ha sempre lo scopo di mettere in risalto le gesta e gli incrollabili propositi dell'eroe. Quando Antigone sarà condannata a morte, allora Ismene si dirà pronta a morire con lei; ma sarà troppo tardi e, anzi, Antigone rifiuterà con violenza il suo sacrificio.

Polinice è un personaggio della mitologia greca (parte integrante del ciclo tebano), figlio di Edipo e di

Giocasta e fratello di Eteocle, Antigone e Ismene. Edipo si cavò gli occhi e, per allontanare la pestilenza, fu bandito ed esiliato dalla città; sulla porta cittadina, pressato dalla folla, avrebbe scagliato maledizioni sugli dèi, su Creonte e in particolare sui suoi figli, "augurando" loro di uccidersi vicendevolmente. Secondo una variante del mito Edipo non avrebbe abbandonato Tebe dopo essersi accecato, ma si sarebbe rinchiuso in una delle camere più remote del palazzo. Giocasta, invece, disgustata dalla relazione avuta con il figlio e omicida

del precedente marito, si impiccò. Il regno, dunque, fu gestito da Creonte, il fratello di Giocasta, per un breve periodo d'interregno. Una volta raggiunta l'età per regnare, Eteocle e Polinice, essendo gemelli e non potendo vantare un diritto certo sul trono, si accordarono per istituire una forma di diarchia, regnando insieme, a turno, un anno alla volta. Fu estratto a sorte chi avrebbe iniziato per primo: Eteocle.

Emone (in greco antico : Α 1 F 3 5μων, Haímôn ) è un personaggio della mitologia greca, figlio di Euridice e di Creonte, il re di Tebe. Quando Edipo lasciò il trono di Tebe, i suoi due figli, Eteocle e Polinice si accordarono di avvicendarsi sul trono ogni anno e, non mostrando alcuna attenzione per il padre, quest'ultimo li maledisse. Dopo il primo anno, Eteocle rifiutò di lasciare il trono e Polinice attaccò Tebe, scatenando una guerra durante la quale, dopo che entrambi i fratelli morirono in duello, Creonte ascese al trono di Tebe e decretò che Polinice non fosse seppellito. Emone è la legge del cuore del padre, è l’unico che lo fa ragionare anche se poi il padre non c rede alle sue parole e litigano. Tiresia è un vecchio indovino cieco della mitologia greca, figlio di Evereo, della stirpe degli Sparti, e della ninfa Cariclo. Tiresia ebbe una figlia, Manto, anche lei indovina.

Euridice nella mitologia greca è moglie del re di Tebe Creonte. Antigone, figlia di Edipo e Giocasta, viene imprigionata a vita da Creonte per aver dato sepoltura a suo fratello Polinice, considerato traditore, così ella si suicida. Emone, figlio di Euridice e promesso sposo di Antigone, trovando la sua amata senza vita decide di uccidersi. Infine Euridice, nel sapere che il figlio si è ucciso, pone anche lei fine ai suoi giorni.

Guardia Due Messaggeri Coro di vecchi tebani diviso in due gruppi di 7 vecchi ciascuno. Cerca di far dialogare e officia (fa agire le figure, le presenta, le chiama, descrive il loro stato d’animo, le spinge al confronto) e vede.

Sezioni dell’opera PROLOGO (vv. 1-99): Sorge l'alba, il giorno dopo che Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si sono dati la morte l'un l'altro nel combattere per il trono di Tebe. Antigone, sorella dei due, informa l'altra sorella Ismene che Creonte, nuovo re della città, parrebbe intenzionato a dare onoranze funebri al corpo di Eteocle, lasciando invece insepolto quello di Polinice. La cosa non è stata ancora annunciata ufficialmente, ma se così

TERZO STASIMO (vv. 781-801): Il coro canta di Eros, la cui forza è invincibile nel rendere folli tutti coloro che ne sono colpiti. Il coro è trascinato a piangere, non si può resistere a compatire Antigone come non si può resistere ad Eros.

QUARTO EPISODIO (vv. 802-943): Antigone lamenta, insieme al coro solidale con lei, la propria triste sorte di fanciulla destinata a morire prima ancora di conoscere il matrimonio (metafora caverna: Antigone esce dalla caverna, vede, toglie i veli e poi ritorna, senza amici, sola e viene uccisa = prigioniero di Platone), quando appare Creonte. Egli afferma che, per non contaminarsi di un crimine odioso agli dei (uccidere una propria consanguinea), si limiterà a gettarla in una grotta, perché lei lì muoia, o viva nella sua prigione lontana da tutti. Antigone non è certo risollevata, immaginandosi sola e disperata per il resto dei suoi giorni, mentre le guardie la portano via. tema pietà/empietà di Antigone

QUARTO STASIMO (vv. 944-987): Il coro ricorda alcuni personaggi mitologici la cui sorte fu quella di essere imprigionati: Danae, Licurgo e i figli di Cleopatra.

QUINTO EPISODIO (vv. 988-1114): Appare Tiresia, indovino cieco, che si rivolge a Creonte affermando che la città è impura e malata a causa della mancata sepoltura di Polinice (del resto anche Polinice, come Antigone, era nipote di Creonte, che quindi compiva tale sfregio verso un consanguineo) e prevede la sua condanna. Creonte dovrebbe quindi abbandonare le proprie posizioni inflessibili. Il re accusa Tiresia di fare tali affermazioni e previsioni per tornaconto personale e riafferma il proprio primato di sovrano, contro i poteri dell'indovino. Andandosene, Tiresia gli dà un ultimo avvertimento: stia attento Creonte perché le Erinni stanno per muoversi contro di lui. Il re resta profondamente turbato dalle parole dell'indovino, e discutendo con il coro degli anziani decide infine di dare sepoltura a Polinice e liberare Antigone. Comprende che deve mutare decisione poiché è impossibile combattere la necessità ( Ananke ) e teme (parola ambigua) che il meglio sia compiere la vita custodendo le leggi dei padri (in contrasto con quelle della patria vedi pag.9)

QUINTO STASIMO (vv. 1115-1152): Il coro è contento per il ravvedimento di Creonte, e invoca il dio Dioniso perché guardi benevolo alla città a lui prediletta.

ESODO (vv. 1153-1353): Arriva un messaggero, che informa il coro e la moglie di Creonte Euridice degli ultimi avvenimenti: il re, una volta seppellito Polinice, udì il lamento del figlio Emone provenire dalla grotta di Antigone. Lì vide Antigone, che si era impiccata per non voler passare il resto della sua vita imprigionata: l'ordine del re di liberarla era arrivato troppo tardi. Emone, che ne piangeva la perdita, nel vedere il re tentò di colpirlo con la spada, ma, mancatolo, rivolse l'arma contro sé stesso, uccidendosi (il rito nuziale diventa quello della morte, egli giace morto avvinghiato alla morta). Di fronte a queste notizie, ammutolita, Euridice rientra nel palazzo. Arriva Creonte con il cadavere di Emone, rimpiangendo la propria stoltezza che ha portato il figlio alla morte, quando si presenta un secondo messaggero, che riferisce che anche la moglie Euridice si è tolta la vita. A questo punto la rovina del re è completa: egli si ritrova solo e si definisce uccisore del figlio e della moglie e, disperato, invoca la morte anche per sé tema del tempo e della scelta agita troppo tardi

Interpretazioni e rielaborazioni del mito

La fierezza e il carattere forte di Antigone, il suo amore incondizionato per il fratello, la nobiltà dei suoi ideali, il suo coraggio hanno affascinato generazioni di spettatori e di lettori della tragedia di Sofocle. In epoca moderna la sua vicenda ha ispirato, tra l'altro, le rielaborazioni di Alfieri e, nel 20° secolo, del drammaturgo francese Jean Anouilh.

Al principio dell'Ottocento Hegel vide adombrato nel contrasto tra Antigone e Creonte il conflitto tra le esigenze della famiglia e quelle dello Stato. In realtà, del pietoso gesto di Antigone Sofocle sottolinea soprattutto le motivazioni affettive e la dimensione religiosa: per Antigone l'amore per il fratello e il rispetto degli dei valgono più della sua stessa vita. Nello scontro con Creonte è lei la vera vincitrice e il re sconta con la perdita dei suoi cari e con l'angoscia della solitudine il rifiuto di tener conto proprio degli affetti familiari

e della fede religiosa, che nella vita e nell'agire dei singoli individui hanno un'importanza fondamentale. Per lei infatti le leggi della città non la vincolano in alcun modo, è assolutamente estranea al loro comando la sua parola uccide il potere delle leggi vigenti, leggi che spezzano ed offendono gli dei chiamando a suo capo la più tremenda punizione

La parola che uccide (Massimo Cacciari)

Il grido acuto di Antigone deve poter essere udito in tutta la tragedia. La parola greco-tragica diviene così tremendamente potente nell’Antigone, che si manifesta nel dialogo. E’ parola capace di uccidere, di recare morte, di divenire mortale, incapace di comprendersi e accogliersi all’interno del dialogo tragico. Nel teatro antico le parole descrivono il mondo: lo spettatore vede quello che le parole dicono.

L’eroe tragico incarna il proprio destino e fa ciò che deve nel dubbio e nell’interrogazione, mai passivamente. All’enormità della pena segue quella del peccato. La coscienza della colpa si manifesta quando la parola che ha dato morte muore.

L’uomo è quello spettacolo della potenza, tremenda di fronte a tutti gli altri enti e a sé stessa, poiché suscita necessariamente l’interrogazione intoro a sé stessa, ai suoi stessi limiti, alla sua inesorabile finitezza. Il coro

vuole che si apprenda che ciò che limita i poteri dell’uomo è il divino. L’agire di Creonte in questo caso, non di accorda alla Dike divina ed è macchiato da hybris. Egli deve però sopravvivere, a lui non è concesso il “farmaco” della morte. Dura legge e dura prova, la cui necessità la parla tragica enuncia senza ombra di consolazione. E’ perciò il pathos che suscita e fa sapere, e solo nel sapere, guarisce.