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Appunti di Sviluppo Locale: Strumenti e Applicazioni (Prof. Celata), Appunti di Geografia Economica

Appunti di Sviluppo Locale: Strumenti e Applicazioni o Geografia del Made in Italy. Prof. Filippo Celata

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 21/01/2021

Dado.90s
Dado.90s 🇮🇹

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6-10-2020
TEORIA NEOCLASSICA DELLA CONVERGENZA
CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA
-PROCESSI DI DIFFUSIONE
-TRICKLE-DOWN (HIRSCHIMAN)
APPROCCIO KEYNESIANO SVILUPPO POLARIZZATO
(STATO INTERVENTISTA)PROCESSI MOLTIPLICATIVI
GLI SQUILIBRI TENDONO AD ACUIRSI
APPROCCIO MARXIANO SVILUPPO INEGUALE
APPROCCIO DI MYRDAL (1957) PROCESSO CUMULATIVO
CAUSAZIONE CIRCOLARE CUMULATIVA
SVILUPPO ECONOMICO COME PROCESSO CUMULATIVO TENDENTE ALLAGGLOMERAZIONE E ALLA FORMAZIONE DI SQUILIBRI
INTERNAZIONALI/INTERREGIONALI
MYRDAL CRITICA ALLIDEA DELLEQUILIBRIO ECONOMICO
SECONDO LUI ILCAMBIAMENTONON PROVOCA SEMPRE UNA REAZIONE NELLA DIREZIONE OPPOSTA
NELLA REALTÀ SOCIALE IL MOVIMENTO È CONTINUO E ACCELERATO (CUMULATIVO NELLA STESSA DIREZIONE [CIRCOLO VIZIOSO])
ACCIDENTE INIZIALE LA LOCALIZZAZIONE DI UNIMPRESA IN UN LUOGO POTREBBE ESSERE DEL TUTTO CASUALE
EFFETTI DI RIFLUSSO (BACKWASH EFFECTS) GLI EFFETTI AGGLOMERATIVI SONO SUPERIORI A QUELLI DI DIFFUSIONE
PER MYRDAL LA CAUSAZIONE CIRCOLARE CUMULATIVA TENDE AD ELARGIRE I SUOI FAVORI A COLORO CHE SONO GIÀ BEN DOTATI DI RISORSE
ED A FRUSTRARE LE REGIONI ARRETRATE
MYRDAL CRITICA LE TEORIE ORTODOSSE IN QUANTO SECONDO LUI SONO FALLACI AD INDAGARE LE RAGIONI DELLO SVILUPPO, ARRETRATEZZA,
SOTTOSVILUPPO
PER LUI I PAESI POVERI POSSONO AVERE MENO OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO, QUI LINDUSTRIALIZZAZIONE PUÒ ESSERE PER LO PIÙ UN ENCLAVE
(INDUSTRIALIZZAZIONE CHE NON COMPORTA LO SVILUPPO)
ALTRO APPROCCIO: FRANÇOIS PERROUX (’50-’60)
(TEORIE DELLE INTERDIPENDENZE)
PER LUI LA CONCORRENZA PERFETTA NON ESISTE QUINDI PER LUI LA CONCORRENZA È MONOPOLISTICA
SPAZIO ECONOMICO COME CAMPO DI FORSE CENTRIPETE/CENTRIFUGHE, INTERDIPENDENZE E RELAZIONI ASIMMETRICHE TRA ATTORI,
FORME DI SUBORDINAZIONE
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TEORIA NEOCLASSICA DELLA CONVERGENZA

CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA

  • PROCESSI DI DIFFUSIONE
  • TRICKLE-DOWN (HIRSCHIMAN)

APPROCCIO KEYNESIANO  SVILUPPO POLARIZZATO

(STATO INTERVENTISTA) PROCESSI MOLTIPLICATIVI

GLI SQUILIBRI TENDONO AD ACUIRSI

APPROCCIO MARXIANO  SVILUPPO INEGUALE

APPROCCIO DI MYRDAL (1957)  PROCESSO CUMULATIVO

CAUSAZIONE CIRCOLARE CUMULATIVA

SVILUPPO ECONOMICO COME PROCESSO CUMULATIVO TENDENTE ALL’AGGLOMERAZIONE E ALLA FORMAZIONE DI SQUILIBRI

INTERNAZIONALI/INTERREGIONALI

MYRDAL  CRITICA ALL’IDEA DELL’EQUILIBRIO ECONOMICO

SECONDO LUI IL “CAMBIAMENTO” NON PROVOCA SEMPRE UNA REAZIONE NELLA DIREZIONE OPPOSTA

NELLA REALTÀ SOCIALE IL MOVIMENTO È CONTINUO E ACCELERATO (CUMULATIVO NELLA STESSA DIREZIONE [CIRCOLO VIZIOSO])

ACCIDENTE INIZIALE  LA LOCALIZZAZIONE DI UN’IMPRESA IN UN LUOGO POTREBBE ESSERE DEL TUTTO CASUALE

EFFETTI DI RIFLUSSO (BACKWASH EFFECTS)  GLI EFFETTI AGGLOMERATIVI SONO SUPERIORI A QUELLI DI DIFFUSIONE

PER MYRDAL LA CAUSAZIONE CIRCOLARE CUMULATIVA TENDE AD ELARGIRE I SUOI FAVORI A COLORO CHE SONO GIÀ BEN DOTATI DI RISORSE

ED A FRUSTRARE LE REGIONI ARRETRATE

MYRDAL CRITICA LE TEORIE ORTODOSSE IN QUANTO SECONDO LUI SONO FALLACI AD INDAGARE LE RAGIONI DELLO SVILUPPO, ARRETRATEZZA,

SOTTOSVILUPPO

PER LUI I PAESI POVERI POSSONO AVERE MENO OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO, QUI L’INDUSTRIALIZZAZIONE PUÒ ESSERE PER LO PIÙ UN ENCLAVE

(INDUSTRIALIZZAZIONE CHE NON COMPORTA LO SVILUPPO)

ALTRO APPROCCIO: FRANÇOIS PERROUX (’50-’60)

(TEORIE DELLE INTERDIPENDENZE)

PER LUI LA CONCORRENZA PERFETTA NON ESISTE  QUINDI PER LUI LA CONCORRENZA È MONOPOLISTICA

SPAZIO ECONOMICO COME “CAMPO DI FORSE” CENTRIPETE/CENTRIFUGHE, INTERDIPENDENZE E RELAZIONI ASIMMETRICHE TRA ATTORI,

FORME DI SUBORDINAZIONE

TEORIA DELLE INTERDIPENDENZE:

  • PROFITTI  LA DOMANDA SI ATTIVA TRA IMPRESE
  • DECISIONI  ES. PREZZI DECISI DA ATTORI (IMPRESE)

PER LUI LO SVILUPPO AVVIENE IN ALCUNI POLI (POLI DI CRESCITA; ES. GRANDI CITTÀ) – ANCHE DENTRO A QUESTI POLI CI SONO ATTORI

DOMINANTI (IMPRESE MOTRICI O PROPULSIVE) E ATTORI SUBORDINATI – PER QUESTO PARLA DI “INTERDIPENDENZA”

SPAZIO ECONOMICO  DIVERSO DALLO SPAZIO GEOGRAFICO

TEORIE DELLO SVILUPPO POLARIZZATO COME STRUMENTO DI INTERVENTO PUBBLICO NELLE REGIONI ARRETRATE

  • ROSESTEIN-RODAN  BIGPUSH  INTERVENTO PUBBLICO
  • BOUDEVILLE, 1966-68  INTERDIPENDENZA SETTORIALE + AGGLOMERAZIONE SPAZIALE LO SVILUPPO POLARIZZATO COME STRATEGIA DI INDUSTRIALIZZAZIONE INDOTTA NELLE AREE DEPRESSE DEI PAESI AVANZATI E NEI PAESI IN VIA

DI SVILUPPO (ANNI ’60-’70)

QUESTIONE MERIDIONALE  CASSA PER IL MEZZOGIORNO (’50-’80)

  • RIFORMA AGRARIA
  • PROGRAMMA INFRASTRUTTURALE
  • INDUSTRIALIZZAZIONE INDOTTA DA ’60 A ‘
  • INTERVENTO DIRETTO DELLO STATO TRAMITE IL SISTEMA DELLE PARTECIPAZIONI STATALI
  • INTERVENTO INDIRETTO TRAMITE INCENTIVI E SOVVENZIONI PER DIMINUIRE I COSTI E PROMUOVERE LA LOCALIZZAZIONE DI GRANDI IMPRESE PRIVATE

140 MILIARDI DI EURO DAL 1951 AL 1992

QUESTIONE MERIDIONALE E CASSA PER IL MEZZOGIORNO

POLITICHE INDUSTRIALI  NEI PAESI MERIDIONALI

IN QUESTI ANNI IL CONCETTO DI “SVILUPPO” VENIVA INTESO COME SVILUPPO INDUSTRIALE, DA QUI SI EVINCE CHE LE POLITICHE (MODELLI) DI

SVILUPPO SI CONCENTRASSERO NELL’IMPIANTARE INDUSTRIE IN TERRITORI “SOTTOSVILUPPATI”

C’ERA L’IDEOLOGIA DELLA MODERNIZZAZIONE LEGATA ALL’INDUSTRIALIZZAZIONE (INDOTTA)  ES. PORTO DI GIOIA TAURO

CITTÀ PRIMATO (ES. ROMA)  CITTÀ CARATTERIZZATE DA GRANDI STRUTTURE URBANE

FRANCIA  STRUTTURA “CENTRO-PERIFERIA” (PARIGI FA DA FULCRO AGLI ALTRI CENTRI ABITATI)

ITALIA  STRUTTURA POLICENTRICA  ABBIAMO GRANDI METROPOLI (ES. MILANO, NAPOLI)

FRANCIA 1952, GRAVIER  POLITICHE DI RIEQUILIBRIO TERRITORIALE

IN OGNI PAESE C’È IL PROBLEMA DELLA CONCENTRAZIONE DELLO SVILUPPO

POLITICHE DELLA POLARIZZAZIONE INDUSTRIALE NEI PAESI DEL SUD

CASSA PER IL MEZZOGIORNO  INTERVENTI  INFRASTRUTTURE, CONTRIBUTI AI SETTORI PRODUTTIVI, …

1. AREE DI SVILUPPO INDUSTRIALE INDUSTRIALIZZAZIONE INDOTTA NEL MEZZOGIORNO

2. NUCLEI DI INDUSTRIALIZZAZIONE

NUCLEI  AREE DI SVILUPPO INDUSTRIALE (ISTITUZIONALIZZATI NEL 1957; ASI [1957])

ESEMPI: POLO SIDERURGICO DI TARANTO

PETROLCHIMICO DI AUGUSTA

NEL CAPITALISMO RISIEDE LA CAUSA DELLE DISUGUAGLIANZE SOCIALI/ECONOMICHE

L’ARRETRATEZZA NON È DOVUTA A CONDIZIONI INTERNE ALLE REGIONI PERIFERICHE, MA L’ESITO DI UN SISTEMA (GLOBALE) DI

ACCUMULAZIONE CHE DETERMINA UNA PARTICOLARE “DIVISIONE SPAZIALE DEL LAVORO”

SISTEMA CAPITALISTICO  CONDANNATO A UNA CRESCITA PERPETUA

(PRODUCE DISOCCUPAZIONE, PRODUCE POVERTÀ)

PER MARX

SI ESPANDE GEOGRAFICAMENTE (PRIMO CONCETTO DI GLOBALIZZAZIONE)  INSTALLAZIONE DI ECONOMIE DI

MERCATO IN PAESI IN VIA DI SVILUPPO

TEORIA DELLA DIPENDENZA E SCAMBIO INEGUALE (ANNI ’70)

POLARIZZAZIONE + “DIPENDENZA” E “SCAMBIO INEGUALE”

REGIONI CENTRALI (RICCHE) REGIONI PERIFERICHE

DOMINANO

DIPENDENZA

FORME DI DIPENDENZA:

  • COMMERCIALE (TRADE): IMPORTAZIONE IN REGIONI PERIFERICHE DI PRODOTTI NON ESISTENTI
  • TECNOLOGICA
  • ORGANIZZATIVA
  • ECONOMICA
  • POLITICA
  • CULTURALE

ANNI ‘80/’90  MAINSTREAM

KRUGMAN 1991  NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA E AGGLOMERAZIONE

(KEYNESIANO)

TEORIE DI ECONOMIA INTERNAZIONALE + AGGLOMERAZIONE

  • MODELLO SEMPLICE: EQUILIBRIO MACROECONOMICO GENERALE
  • CONCORRENZA MONOPOLISTICA (DIXIT-STIGLITZ 1977)
  • RENDIMENTI CRESCENTI DI SCALA

DOVE, PERCHÉ E IN CHE MODO SI EVOLVONO I PROCESSI DI AGGLOMERAZIONE/SVILUPPO E COME CAMBIANO ( NEGLI USA )

EAST-COAST STATI UNITI  ZONA PIÙ URBANIZZATA UN SECOLO FA

“MANUFACTORING CITIES”

(MANUFACTORING BELT) POLO DI AGGLOMERAZIONE

DETROIT ENTRA IN CRISI

SI SVILUPPANO ALTRI POLI VERSO OVEST

ENORME CRESCITA DELLE REGIONI TRA FLORIDA, TEXAS, CALIFORNIA (SUNBELT)

ZONA DETTA “RUST BELT”

NUOVI SETTORI E NUOVE TECNOLOGIE (PRODUTTIVE E ORGANIZZATIVE) RICHIEDONO NUOVI SPAZI INDUSTRIALI NELLE PERIFERIE DI REGIONI

URBANE SECONDARIE (PRECEDENTEMENTE NON INDUSTRIALIZZATE)

IN ITALIA (ANNI ’80)

POLO INDUSTRIALE  MILANO

TERZA ITALIA  DISTRETTI INDUSTRIALI: VENETO, EMILIA-ROMAGNA, MARCHE, TOSCANA

LE TEORIE CLASSICHE NON SONO IN GRADO DI SPIEGARE QUESTI FENOMENI:

  • MODELLI DI LOCALIZZAZIONE NEOCLASSICI BASATI SULL’EQUILIBRIO E SUL RUOLO DEI COSTI DI TRASPORTO (ES. WEBER, AREE DI

MERCATO)

  • MODELLI KEYNESIANI DI CAUSAZIONE CUMULATIVA (ES. MYRDAL)
  • MODELLI MARXIANI DELLO SVILUPPO POLARIZZATO E TEORIE CENTRO-PERIFERIA

LA GEOGRAFIA DELLO SVILUPPO È CUMULATIVA, INERZIALE, RICORRENTE + QUALCHE EFFETTO DI DIFFUSIONE (TRICKLE-DOWN) LUNGO LA

GERARCHIA URBANA CONSOLIDATA E DELOCALIZZAZIONI IN CERCA DI COSTI MINORI (IMPRESE FOOTLOOSE)

CONCORRENZA MONOPOLISTICA  BENI PRODOTTI DALLE IMPRESE NON SONO PERFETTAMENTE SOSTITUIBILI

CONCORRENZA PERFETTA  PRODOTTI SOSTITUIBILI E DIVERSIFICAZIONE DEI PRODOTTI

MODELLI DI KRUGMAN:

T1 = 2 REGIONI NEL MONDO, SENZA AGGLOMERAZIONE

T2 = REGIONE A DIVERSIFICA IL PRODOTTO, DETERMINA DEI PROFITTI, ENTRANO NUOVI PRODUTTORI MANIFATTURIERI, AUMENTO ECONOMIE

ESTERNE

T3 = AUMENTA DOMANDA LAVORO REGIONE A, I LAVORATORI IMMIGRANO FINO A CHE LA DIFFERENZA DEI SALARI SI ANNULLA

NEG-AUTOCRITICA

L’AGGLOMERAZIONE (CONSIDERANDO 2 REGIONI) DIPENDERÀ DAI:

  • COSTI DI TRASPORTO (TROPPO BASSI, TROPPO ALTI)
  • ESTERNALITÀ DI TIPO NON PECUNIARIO (TRASFERIMENTO DI CONOSCENZA) NON DANNO LUOGO AD UN RISPARMIO DI SOLDI

IL MODELLO DI KRUGMAN SPIEGA BENE LA DISTRIBUZIONE SPAZIALE DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE DI ‘800 E ‘900 MA NON LA SITUAZIONE

ATTUALE

RAPPORTO BANCA MONDIALE 2009  SCALA SUB-NAZIONALE

RESHAPING ECONOMIC GEOGRAPHY

PROBLEMA: SQUILIBRI INTERNI AI PAESI EMERGENTI

DISTANZA  SCARSA ACCESSIBILITÀ AI SERVIZI, ALLE OPPORTUNITÀ DI LAVORO E AI MERCATI COME CAUSE

ED EFFETTO DEL SOTTOSVILUPPO

DENSITÀ  LE AREE A FORTE CONCENTRAZIONE DI ATTIVITÀ E DI POPOLAZIONE CHE, SI SOSTIENE, SONO

ESSENZIALI PER LO SVILUPPO ECONOMICO

DIVISIONI  I CONFINI DEGLI STATI E LE BARRIERE DEL COMMERCIO E ALLA MOBILITÀ

LA TRANSIZIONE POST-FORDISTA:

  • NUOVI MODELLI DI ORGANIZZAZIONE INDUSTRIALE
  • RIDUZIONE MEDIA DEGLI IMPIANTI
  • RIDUZIONE PESO ECONOMIE INTERNE
  • ESTERNALIZZAZIONE
  • OUTSOURCING
  • DECENTRAMENTO PRODUTTIVO
  • DISINTEGRAZIONE VERTICALE
  • INDUSTRIALIZZAZIONE DIFFUSA
  • RETI DI FORNITORI/SUB-FORNITORI

(DEFRAMMENTAZIONE DELL’INDUSTRIA)

TERZIARIZZAZIONE, FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA

INDUSTRIA “DIFFUSA”  FINE ANNI ‘70/INIZIO ANNI ’80 SOPRATTUTTO IN ITALIA NORD-OVEST, FINE DEL GIGANTISMO INDUSTRIALE

(ES. FIAT)

SPECIALIZZAZIONE FLESSIBILE:

1) AUMENTO COMPETITIVITÀ

2) CAMBIAMENTI DELL’OFFERTA

3) STRATEGIE DI DISINTEGRAZIONE VERTICALE:

RIDURRE COSTI PRODUZIONE

  • MASSIMIZZARE I BENEFICI DI SPECIALIZZAZIONE
  • MIGLIORAMENTO CAPACITÀ EVOLUZIONE TECNOLOGICA
  • RIDUZIONE COSTI SPIAZZAMENTO TECNOLOGICO

(DA) SPECIALIZZAZIONE INTERNA  (A) SPECIALIZZAZIONE ESTERNA

IL DISTRETTO  MODELLO ORGANIZZATIVO DEL POST-FORDISMO

1) RECUPERO MODALITÀ ARTIGIANALI

2) DOPPIA CONVERGENZA

3) VANTAGGIO DI ESSERE PICCOLI

ACCUMULAZIONE FLESSIBILE  COME RISPOSTA DAL CAPITALISMO ALLA COMPETIZIONE GLOBALE, ALLA RIDUZIONE DEI PROFITTI E

ALL’IRRIGIDIMENTO DELLE RELAZIONI TRA CAPITALE, LAVORO E STATO

RISPOSTE DALLE IMPRESE: - FUSIONI E ACCORPAMENTI

  • DIVERSIFICAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE
  • FLESSIBILITÀ
  • FINANZIARIZZAZIONE

EFFETTI SUL LAVORO: PRECARIZZAZIONE, RICORSO A MERCATI DEL LAVORO PERIFERICI E SEMI-PERIFERICI, DECENTRAMENTO DEL RISCHIO,

AUMENTO DELL’AUTOIMPRENDITORIALITÀ, RIDUZIONE DELLA SINDACALIZZAZIONE, CRISI DELLE CAPACITÀ REGOLATIVE E REDISTRIBUZIONE

DELLO STATO

PREVISIONI: INCAPACITÀ DI RISPONDERE ALLA CRESCENTE FLUIDITÀ DEGLI INVESTIMENTI, AUMENTO DI FORME DI CAPITALE FITTIZIO E

INDEBITAMENTO, CRISI

DALL’ANALISI DELLA LOCALIZZAZIONE ALL’ANALISI DELL’ORGANIZZAZIONE SPAZIALE DELLA PRODUZIONE

SISTEMA FINANZIARIO

TECNOLOGIA, PROCESSO INNOVATIVO, RES

INPUT (MATERIALI E IMMATERIALI)  TRASFORMAZIONE IN PRODOTTI FINITI E INTERMEDI  DISTRIBUZIONE BENI E SERVIZI  CONSUMO

SERVIZI LOGISTICI PER IL TRASPORTO MERCI, PERSONE E INFORMAZIONI

REGOLAZIONE, COORDINAMENTO, CONTROLLO

INTEGRAZIONE VERTICALE/ORIZZONTALE VS. DISINTEGRAZIONE

DIVISIONE TECNICA VS. DIVISIONE SOCIALE DEL LAVORO

ECONOMIA DI SCALA (INTERNE/ESTERNE) / ECONOMIE DI SCOPO

GOVERNANCE GERARCHICA / ETERARCHICA

TEORIA DEI COSTI DI TRANSAZIONE

SOLUZIONI ORGANIZZATIVE: STANDARD DI PRODUZIONE (GLOBALI); FREQUENZA, STABILITÀ ED ESCLUSIVITÀ DELLE RELAZIONI CLIENTE-

FORNITORE PER RIDURRE L’INCERTEZZA, LE ASIMMETRIE INFORMATIVE, SCORAGGIARE I COMPORTAMENTI OPPORTUNISTICI E MIGLIORARE LA

FIDUCIA

COROLLARIO: SE I COSTI DI TRANSIZIONE DIPENDONO DA SPECIFICITÀ, COMPLESSITÀ E INNOVATIVITÀ DELLA FORNITURA, LE IMPRESE

ESTERNALIZZERANNO COMPONENTI STANDARDIZZATE DEL PRODOTTO (DOVE CONTA SOLO IL PREZZO)

ES. APPLE E FOXCONN  INTEGRAZIONE VERTICALE – COSTI DI TRANSAZIONE BASSI

PENROSE  CRITICA LA TEORIA DEI COSTI DI TRANSAZIONE

TEORIA RESOURCED-BASED  LE ESTERNALIZZAZIONI NON RIGUARDANO SOLO COMPONENTI STANDARDIZZATE PER LE QUALI CONTA SOLO IL

COSTO, MA ANCHE COMPONENTI AVANZATE PER LE QUALI LE IMPRESE NON HANNO POSSIBILITÀ/CONVENIENZA A SVILUPPARE CONOSCENZE

SPECIFICHE

COSTI DI TRANSAZIONE (IMPLICAZIONI GEOGRAFICHE)

PAESI SOTTOSVILUPPATI  COSTI PIÙ ALTI

LA DISTANZA GEOGRAFICA TRA FORNITORI E IMPRESE È UN FATTORE DI AUMENTO DEI COSTI NEI PAESI PIÙ RICCHI  COSTI PIÙ BASSI

DISTRETTI INDUSTRIALI  MARSHALL FU IL PRIMO A STUDIARE LE AREE INDUSTRIALI NEL CENTRO DELL’INGHILTERRA

DISTRETTO  INSIEME DI PICCOLE IMPRESE CHE SI SPECIALIZZANO IN UNA TIPOLOGIA DI PRODUZIONE

MARSHALL AVEVA INTUITO UNA TRANSIZIONE VERSO GRANDI IMPRESE INTEGRATE (FORDISTE) [ECONOMIE INTERNE DI SCALA]

ANNI ‘70/’80  I DISTRETTI DIVENTANO UNA FORMA PARADIGMATICA DELLA SPECIALIZZAZIONE FLESSIBILE

IN ITALIA: LA MAGGIOR PARTE DELLE ESPORTAZIONI AVVIENE DA PICCOLE IMPRESE CHE SI CONCENTRANO IN UN

MEDESIMO PROCESSO PRODUTTIVO

DISTRETTI INDUSTRIALI MARSHALLIANI : INSIEME DI PICCOLE IMPRESE CHE INTRATTENGONO RAPPORTI DI FORNITURA E SUB-FORNITURA

SPECIALIZZAZIONE FLESSIBILE  BASSI COSTI

 ALTA QUALITÀ

RELAZIONI  LOCALI

 MERCATO GLOBALE

dal lato opposto, si critica chi vuole quantificare con variabili il capitale sociale, in quanto sarebbe più

interessante la qualità, che la quantità di reti sociali;

capitale sociale cattivo, la riproduzione di uno status quo deleterio per un luogo (es. mafia);

problematiche di cause-effetto, capire come può svilupparsi economicamente un territorio, se attraverso le

risorse possedute o attraverso induzione di finanziamenti;

spiegazioni ipo-socializzate/iper-socializzate contro il “radicamento” dell’agire economico, ovvero se

affidarsi poco (ipo) alle leggi delle scienze economiche o sopravalutarle (iper), per Granovetter

occorrerebbe trovare una via di mezzo: per egli bisogna studiare le relazioni sociali analizzando le micro e le

macrostrutture.

Capitale sociale bounding : quando le reti sociali creano una sorta di “trappola” tra soggetti simili (dal punto

di vista sociale è positivo) dal punto di vista prettamente economico questo è uno svantaggio perché crea

una ripetizione negli scambi (mobilità sociale e cerchie ristrette).

Capitale sociale bridging : connessioni più inaspettate e infrequenti, che aprono nuove opportunità (nuovo

lavoro, nuova mobilità sociale, nuovi tessuti sociali).

[ Jacobs : incontri da luoghi differenti, stessa logica del “bridging” ma per le città]

Granovetter – La forza dei legami deboli (1973)

Per Granovetter il capitale sociale che conta è quello di natura “bridging” (ossia i legami sociali deboli).

Tradizionalmente l’analisi economica ha ignorato questa differenza, mentre l’analisi sociale ha indagato sui

“legami sociali forti”.

Legami sociali forti : sono quei legami di natura bonding, ovvero legami tra gruppi fortemente coesi

(famiglia, colleghi, amici), nell’ottica economica (conoscenze, partner).

Legami sociali deboli : per l’analisi sociali sono irrilevanti o alienanti, ma nell’ottica economica invece sono

questi i legami cruciali e anche per Granovetter.

Logica del BRIDGE (o ponte)  Non può mai essere un legame forte in quanto unisce individui che non

condividono le stesse reti di amicizie o conoscenze, ma proprio per questo secondo la teoria appena citata

possono rappresentare una chiave di svolta e un momento di rottura, quindi uno sviluppo economico e

sociale, per dei soggetti e per un luogo. Sono legami esclusivi, tra network separati (es. A e B sono colleghi

universitari, creano un ponte per un percorso comune ma non sono amici).

Nell’epoca dei social-media i legami deboli non sono più così scontati come al tempo di Granovetter, i gradi

di separazione tra soggetti, attori e territori si sono largamente assottigliati, vi sono più possibilità oggi di

incontri tra parti simili e non simili (es. algoritmi di Facebook che ti suggeriscono le amicizie in base agli

amici in comune).

Trattini tratteggiati da A e B sono legami deboli (bridging), A-E-C-D sono amici coesi fra loro (bonding).

Qualora le relazioni si limitassero a relazioni bonding non esisterebbe un sistema sociale molto esteso, che

invece si crea appunto con i legami deboli.

I legami bridging sono essenziali per creare connessioni (es. accedere a finanziamenti, creare gruppi di

lavoro disomogenei).

La nuova sociologia economica e radicamento (embeddedness)

Critica da un lato ai ragionamenti troppo economicistici e da un lato quelli di natura troppo sociologica.

Un’ottica tende nel lungo termine e limitare l’altra (es. gruppi religiosi che rivestono anche un potere

economico).

L’informazione : fluisce attraverso le relazioni interpersonali che la filtrano, può essere accurata, affidabile,

un amico o conoscente ci può assicurare che sia un’informazione esatta.

La fiducia : per Granovetter non richiede proprietà istituzionali, ma è puramente informale.

molto discusso è stata la “competizione” tra regioni, ad esempio le tasse in misura del PIL regionale, che ha

rappresentato un incentivo per le imprese (localizzarsi laddove le tasse sono meno salate).

I cittadini hanno due sistemi di controllo democratico :

- votare;

- migrare (andare a vivere altrove).

Lo stato centrale, in realtà, tende ad attuare politiche troppo uniformi in territori diversi.

[Un esempio attuale che ci fa comprende il processo decisionale tra Stato-Regioni è quello della “prima

fase” delle misure di contenimento nel periodo marzo-maggio della pandemia Covid-19: il governo ha

imposto un lockdown generalizzato a tutte le regioni, senza differenziamento dell’indice dei contagi. Questo

ha reso omogenei anche gli effetti economici (disastrosi) che potevano essere forse evitati differenziando. Il

caso opposto è avvenuto successivamente quando i contagi sono divenuti omogeni nelle differenti regioni,

ma in questo caso si sono attuate misure di contenimento differenziate ( lockdown a zone ).]

Lo sviluppo locale in Italia

Sul finire degli anni ’90 e inizi anni 2000 si è molto dibattuto in merito di politiche di sviluppo locale e

interventi sui territorio. Come detto questo è avvenuto sulla scia si una stagione di riforme, in particolare di

interventi di sulle regioni del Mezzogiorno, e un processo di europeizzazione (devoluzione verso l’alto) con

le cosiddette “politiche di coesione europea”. L’Unione Europa richiedeva che esistesse un livello sub-

regionale nei vari Stati membri, quindi una decentralizzazione degli Stati. Vi è stata anche una forte

influenza del territorialismo e lo studio dei distretti industriali.

Politiche di sviluppo locale : sono mirare sulle specificità delle regioni (endogeno), complessive, olistiche o

“integrate” ossia interventi di natura settoriale e non più meramente assistenzialistiche alle imprese. A

questo si aggiunge una maggiore autonomia locale alle regioni (e i propri attori) e una collaborazione, con

un approccio quindi pluri-attoriale.

Negli anni ‘90 vengono attuate una serie di riforme tra ’96-’98 ( programmazione negoziata ) un insieme di

interventi sul territorio di diverso tipo:

- contratti d’area : sono strumenti messi a disposizione in quelle zone caratterizzate da imprese in crisi, si

basano sulla concertazione, dialogo tra imprese, sindacati e stato.

- patti territoriali : (20% delle risorse nazionali) un accordo tra PA e parti sociali e altri soggetti pubblici e

privati per programmare una serie di interventi volti allo sviluppo locale, anche qui troviamo un approccio

competitivo, sono strumenti finanziari e su base volontaria (bandi), chi accetta di ottenere queste risorse in

cambio deve svolgere un dialogo con le parti sociali locali (partenariato).

Alcuni esempi: a livello europeo il “programma di sviluppo rurale”, i “ gruppi di azione locale” e i “patti

territoriali per l’occupazione” (anni ’90); a livello nazionale i “progetti integrati territoriali nel mezzogiorno”

(2003); “politiche destinate a distretti industriali” o i “sistemi locali (es. turistici)”; pianificazioni strategiche

in ambito urbano/metropolitano (es. rigenerazione urbana nelle città).

Le tre dimensioni dello sviluppo:

- locale : parliamo di una dimensione sub-regionale, una scala contenuta che esula dalle Regioni

amministrative, che non assicurano un’omogeneità interna, aree specifiche identificate da come quel luogo

si è organizzato (es. Salento, Cilento, Barbagia, Paestum ecc.)  hanno carattere di omogeneità,

integrazione funzionale, specializzazione, identità. Nel caso dei patti territoriali questa territorializzazione

viene fatta dal basso (approccio competitivo), mentre nei progetti integrati territoriali avviene dall’alto (la

leadership qui può essere assunta da agenzie, comuni, province).

- progettuale : progetti che includono a loro interno degli interventi sulla specialità del contesto (es.

politiche per il mezzogiorno), con un approccio integrato (centrale e locale) da settori e canali di

finanziamento. Possono essere incentivi alle imprese o interventi infrastrutturali. È un approccio di tipo

contrattuale, competitivo e multi-livello.

- collaborativa : intorno ai programmi si troveranno alcuni soggetti specifici che si troveranno a promuovere

e gestire tali programmi, attraverso un coinvolgimento attivo di una platea ampia (società civile) e

stakeholders in partenariati orizzontali e verticali (soggetti dotati di potere e influenza) fin dalla fase di

concertazione.

Lo “sviluppo locale”  critiche e questioni aperte

- Sottovalutazione dell’importanza di attori e processi che agiscono ad altre scale nazionali e globali, dal

punto di vista politico (governance multi-livello) e strategico (sviluppo locale e competitività globale).

- “Trappola locale” (Purcell): l’associazione di valori necessariamente “positivi” alla scala locale

(territorialismo progressista vs. conservativo/identitario).

- Ossessione per autonomia e “competizione tra territori” (vs. solidarietà, complementarità, sinergie).

- Eccessiva frammentazione delle strategie e delle risorse. Scarso coordinamento tra luoghi e tra scale di

intervento.

- Procedure complesse, mancanza di competenze locali, ruolo sostitutivo dei tecnici, scarsa assistenza

tecnica e incapacità dispesa.

- “Concertazione vuota” e scollamento tra programmazione e attuazione.

- Replicazione acritica di strategie e narrative standardizzate (vs. differenziazione e sperimentalismo), e

“iso-morfismo istituzionale” (“institutional mono-cropping”).

- Il problema della rappresentatività della società civile e i limiti della partecipazione (la “struttura delle

opportunitàpartecipative”).

Il primo passo per programmare la politica di sviluppo è:

- selezionare le aree interne eleggibili (amministrazione centrale e Regioni)

- variabile distanza: comuni a più di 20 minuti di distanza da un “centro di offerta di servizi”, ovvero

Comune o aggregato di Comuni confinanti con:

 almeno un liceo/istituto tecnico o professionale;

 almeno un Ospedale;

 almeno una stazione ferroviaria.

Le politiche sono importanti per risolvere le problematiche delle aree interne, anche per avviare

meccanismi di analisi del territorio e di dialogo tra attori a scala locale.

Politiche europee di sviluppo regionale

Si dividono sempre in una fase di programmazione e attuazione, dove in quest’ultima fase i soggetti

conducono un ruolo di leadership.

Metodo: Governance multi-livello  Centro-Regioni-Associazionismo-Unioni Comuni

Strumento: Accordo di Programma Quadro (legge 662/1996)

Ovvero una programmazione negoziata tra enti locali e una molteplicità di altri soggetti (pubblici e privati)

per l’attuazione di un programma di un programma di interventi di interesse comune o collegati occorrenti.

Per questa negoziazione vengono utilizzati strumenti come: missione di campo, focus group, tavoli di

approfondimento, open-data (condivisione della conoscenza). C’è una integrazione multi-fondo (nazionali e

europei). Le strategie delle forme associative si incrociano con i servizi gestiti in forma associata, in sintesi i

comuni collaborano per raggiungere i medesimi obiettivi (problematiche della stessa aree interna a cui

appartengono) ad esempio le “Comunità Montane”.

Le politiche europee di coesione e sviluppo regionale

La seconda voce di bilancio dell’Unione Europea (UE) e la fonte principale di finanziamento delle politiche di

sviluppo regionale in Italia:

Obiettivo: “rafforzare la coesione delle economie [degli stati membri] e assicurare il loro sviluppo armonioso

riducendo le differenze esistenti tra le varie regioni e l’arretratezza di quelle meno favorite” (Trattato di

Roma, 1957), incluse le disparità indotte dal processo di integrazione europea.

(Prima delle) politiche europee di coesione e sviluppo regionale

1958: istituzione Fondo Sociale Europeo ( FSE ).

1962: istituzione Fondo Europeo per l’Orientamento e la Garanzia in Agricoltura ( FEOGA ).

1969: istituzione DG e politiche regionali (CE), “Regional policy isclearly the concern of the public

authorities in the member states”.

1973: Rapporto Commissione Europea (CE) “The regional problems in the Enlarged Community” sul

problema delle disparità regionali (e allargamento a Irlanda, Gran Bretagna, Danimarca).

1975: istituzione Fondo Europeo di Sviluppo Regionale ( FESR/ERDF ) per le disparità regionali (con fondi

compensativi per i creditori del bilancio europeo gestiti dagli stati membri).

Fine anni ‘70: alcune prime esperienze pilota di programmi comunitari.

1981-1986: allargamento a Grecia, Spagna e Portogallo + Atto Unico Europeo (mercato unico) = maggiore

attenzione a convergenza/divergenza e agli svantaggi dell’integrazione per le regioni in ritardo.

Le politiche europee di coesione e sviluppo regionale  Periodi di programmazione e obiettivi

Momenti e novità negli anni ‘90 e 2000

1993: istituito SFOP , fondo europeo per la pesca.

1994: istituito il Fondo di Coesione (ambiente e infrastrutture di trasporto d'interesse comune).

1995: Trattato di Schengen (per la libera circolazione delle persone nello spazio europeo) + allargamento a

Austria, Svezia e Finlandia

1997: Trattato di Amsterdam

2000: Strategia di Lisbona (competitività, innovazione e conoscenza) [competitività dello spazio europeo o

riduzione disparità interne?]

2002: moneta unica.

2004-2007: allargamento U.E. a Cipro, Malta, Polonia, Rep. Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania,

Slovenia, Slovacchia, Bulgaria, Romania.

2007: Agenda territoriale ; coesione territoriale (oltre che economica e sociale).

2010: “ Europa 2020 ” (occupazione, innovazione, educazione, inclusione e ambiente).

Le politiche europee di coesione e sviluppo regionale

Principi di base:

1) Concentrazione: geografica, tematica, finanziaria.

2) Partenariato (e governance multi-livello tra CE, autorità pubbliche nazionali, regionali e locali, partner

sociali ed economici.

n. 5b  Favorire lo sviluppo delle zone rurali con basso livello di sviluppo socio-economico (finanziato da

FSE, FEAOG – Orientamento).

Secondo periodo di programmazione: 1994-

Obiettivi e contenuti:

n. 1  Sviluppo e adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo, comprese le aree

rurali (interessava il 26% della popolazione comunitaria; oltre 2/3 dei finanziamenti);

n. 2  Riconversione delle regioni (o di parte di esse) gravemente colpite dal declino industriale

(interessava il 16,4% della popolazione comunitaria; 11% dei mezzi finanziari);

n. 3  (thematic) Lotta alla disoccupazione di lunga durata; inserimento professionale dei giovani;

integrazione delle persone minacciate di esclusione dal mercato del lavoro (questo obiettivo ingloba i

precedenti ob. 3 e 4). (9,4% delle risorse totali);

n. 4  (thematic) Adattamento dei lavoratori ai mutamenti industriali ed all’evoluzione dei sistemi di

produzione. (1,6% del totale delle risorse);

n. 5a  (thematic) Adeguamento delle strutture agricole (nell’ambito della riforma della PAC);

ristrutturazione del settore della pesca. (4,4% delle risorse complessive);

n. 5b  Promozione dello sviluppo e adeguamento strutturale delle zone rurali. Il 5% del totale dei

finanziamenti era destinato a questo obiettivo, che copriva l’8,8% della popolazione comunitaria;

n. 6  dal 1995 aree a bassa densità di popolazione: 0,4% degli abitanti della Comunità, 0,5% delle risorse

elargite (finanziarie complessive).

Obiettivi della politica regionale europea 2000-

Obiettivi e contenuti:

Obiettivo n. 1  Promuovere lo sviluppo e l’adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo

(69,7% dei fondi strutturali);

Obiettivo n. 2  Favorire la riconversione economica e sociale delle zone in difficoltà strutturale (11,5%);

Obiettivo n.3  (thematic) Favorire l’adeguamento e l’ammodernamento delle politiche di istruzione,

formazione e occupazione (12%).

Obiettivi della Politica di coesione 2007-

Obiettivi e contenuti:

Convergenza: Accelerare lo sviluppo economico.

Competitività regionale e occupazione: Copre tutte le regioni europee ad eccezione di quelle dell’Ob. 1.

Mira a rinforzare la competitività, l’occupazione e l’attrattività delle regioni.

Cooperazione Territoriale Europea : Promuove la cooperazione tra le regioni europee e lo sviluppo si

soluzioni comuni per problematiche di sviluppo urbano, rurale e costiero, gestione di risorse condivise o

miglioramento dei collegamenti di trasporto.

Struttura della politica di coesione 2014-

• Obiettivo “ Investimenti per la crescita e l’occupazione ” che interverrà in tutto il territorio UE, graduando

l’intensità degli investimenti a seconda che si tratti di regioni meno sviluppate (il cui PIL pro-capite medio è

inferiore al 75% della media UE), più sviluppate (il cui PIL pro-capite medio è superiore al 90% della media

UE) o in transizione (il cui PIL pro-capite medio è compreso tra il 75 e il 90% della media UE).

• Obiettivo “ Cooperazione territoriale europea ” che interverrà in specifiche aree frontaliere, dislocate

lungo i confini interni ed esterni dell’UE o transnazionali, che riguardano vaste porzioni del territorio

europeo e in alcuni casi coincidono con il territorio delle «Strategie macroregionali europee».

Priorità del FESR 2014-

Nella programmazione 2014-2020, concentrazione sulle priorità Europa 2020 per una crescita

intelligente, sostenibile ed inclusiva (tra il 50 e l’80% invest.) :

– Rafforzare la ricerca, lo sviluppo tecnologico e l’innovazione;

– Migliorare l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione;

– Promuovere la competitività delle PMI;

– Sostenere la transizione verso un’economia a bassa emissione di CO2;

– Promuovere l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi;

– Tutelare l’ambiente e promuovere l’uso efficiente delle risorse;

– Promuovere sistemi di trasporto sostenibili;

– Promuovere l’occupazione e sostenere la mobilità dei lavoratori;

– Promuovere l’inclusione sociale e combattere la povertà;

– Investire nelle competenze, nell’istruzione e nell’apprendimento permanente;

– Rafforzare la capacità istituzionale e promuovere una PA efficiente.

Le politiche europee coesione e di sviluppo regionale : cooperazione territoriale, transnazionale e

transfrontaliera (2014-2020) [+ENPI].

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