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Storia del Turismo in Italia: Dalla Belle Époque al Fascismo - Prof. Capuzzo, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Una panoramica dettagliata sull'evoluzione del turismo in italia dalla belle époque al periodo fascista. Esplora le prime iniziative di organizzazione turistica, il ruolo del commissariato per il turismo e l'importanza delle guide turistiche. Analizza anche lo sviluppo del turismo in regioni come il trentino-alto adige e la libia, evidenziando le strategie promozionali e le politiche del regime fascista per incentivare il turismo interno e coloniale. Un'analisi approfondita delle dinamiche storiche e delle politiche che hanno plasmato il settore turistico italiano.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 05/09/2025

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“ITALIANI. VISITATE L’ITALIA” ESTER CAPUZZO
CAPITOLO I DALLA BELLE EPOQUE AL FASCISMO
1.1- All’origine dell’organizzazione turistica in Italia
Durante la belle epoque pratiche turistiche elitarie della vecchia aristocrazia europea e alta
borghesia industriale. Accanto al turismo termale balneare e montano della prima metà dell’800 si
affianca nella seconda metà del secolo il turismo urbano nelle capitali europee, favorito dallo
sviluppo ferroviario. Consumatosi il modello del grand tour, in Italia cresceva il movimento turistico
con un forte ritardo nell’organizzazione turistica e nei flussi turistici interni. Questi flussi erano
sostenuti nei decenni dopo l’Unità da sodalizi privati: club alpino italiano (Torino 1863), Touring club
italiano (Milano 1894) e poi regio automobil club italiano e altri. Processo di modernizzazione in
Italia a cavallo del secolo:
- nel 1899 a Como viene creta su iniziativa dell’imprenditore genovese Fioroni la prima associazione
di categoria nel settore turistico, la Società Italiana per gli Albergatori, che prestava attenzione al
ruolo dei forestieri nello sviluppo economico.
- nel 1901 su impulso di Maggiorino Ferraris viene creata a roma l’Associazione nazionale italiana
per il movimento dei forestieri, poi Pro Italia.
1.2 Maggiorino Ferraris e l’Associazione nazionale italiana per il movimento dei forestieri
Nazionalizzazione delle ferrovie in Italia nel 195, si intensifica l’attenzione verso le questioni legate
al movimento turistico e si fa strada l’idea di affidare la gestione delle attività di coordinamento e
sostegno al turismo alle ferrovie dello stato. Il settore si stava evolvendo rapidamente e aveva
bisogno di regolamentazione e programmazione. Di questo si era fatto portavoce Maggiorino
Ferraris, politico piemontese tra i più attenti alle tematiche turistiche: egli voleva ampliare il traffico
su rotaia e il suo bacino d’utenza con una serie di agevolazioni tariffarie. Si era visto dai dati che il
deficit commerciale italiano avrebbe potuto essere coperto dalle spese dei viaggiatori stranieri.
Ferraris suggeriva di sfruttare le risorse turistiche del paese e vedeva lo stresso nesso tra ferrovie e
turismo. Grazie alla sua proposta
- nel 1902 viene costituita a Roma l’Associazione per il movimento dei forestieri, volta a favorire,
promuovere e agevolare il movimento dei forestieri in tutto il regno. Tra i fondatori altri politici
liberali quali Francesco Guicciardini, Luigi Luzzatti e Luigi Rava. Si diffuse in varie città e si occupava
di nodi importanti per lo sviluppo del turismo: ampliamento rete ferroviaria, incremento industria
alberghiera, ispezione doganale dei bagagli.
In occasione dell’esposizione internazionale di Saint Louis, Ferraris chiese maggiore attenzione al
settore, suggerendo una mostra delle bellezze naturali e artistiche, a poco meno di un anno dalla
legge Rava per la conservazione della pineta di Ravenna, prima legge di tutela ambientale del nostro
paese (1905).
- 1904 primo congresso nazionale dell’Associazione in campidoglio, mentre Ferraris partecipava
all’esposizione di saint louis con un viaggio di propaganda.
- 1907 associazione pubblica una Guida ufficiale delle stazioni climatiche termali marittime d’Italia,
nel 1913 un opuscolo dedicato a Le acque salutari d’Italia e tra 1913 e 1915 un mensile intitolato
Monti e marine. Rivista delle stazioni climatiche italiane.
In vista del cinquantesimo anniversario dell’unificazione nazionale nel 1911, l’associazione
organizzò viaggi per roma e torino con speciali abbonamenti a rate per fini morali ed educativi, per
far conoscere l’Italia agli italiani. Nel 1908 l’Associazione organizza anche il congresso internazionale
degli albergatori a Firenze in cui si discussero temi centrali come la propaganda turistica dell’italia
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“ITALIANI. VISITATE L’ITALIA” – ESTER CAPUZZO

CAPITOLO I – DALLA BELLE EPOQUE AL FASCISMO

1. 1 - All’origine dell’organizzazione turistica in Italia Durante la belle epoque pratiche turistiche elitarie della vecchia aristocrazia europea e alta borghesia industriale. Accanto al turismo termale balneare e montano della prima metà dell’800 si affianca nella seconda metà del secolo il turismo urbano nelle capitali europee, favorito dallo sviluppo ferroviario. Consumatosi il modello del grand tour, in Italia cresceva il movimento turistico con un forte ritardo nell’organizzazione turistica e nei flussi turistici interni. Questi flussi erano sostenuti nei decenni dopo l’Unità da sodalizi privati: club alpino italiano (Torino 1863), Touring club italiano (Milano 1894) e poi regio automobil club italiano e altri. Processo di modernizzazione in Italia a cavallo del secolo:

  • nel 1899 a Como viene creta su iniziativa dell’imprenditore genovese Fioroni la prima associazione di categoria nel settore turistico, la Società Italiana per gli Albergatori, che prestava attenzione al ruolo dei forestieri nello sviluppo economico.
  • nel 1901 su impulso di Maggiorino Ferraris viene creata a roma l’Associazione nazionale italiana per il movimento dei forestieri, poi Pro Italia. 1.2 – Maggiorino Ferraris e l’Associazione nazionale italiana per il movimento dei forestieri Nazionalizzazione delle ferrovie in Italia nel 195, si intensifica l’attenzione verso le questioni legate al movimento turistico e si fa strada l’idea di affidare la gestione delle attività di coordinamento e sostegno al turismo alle ferrovie dello stato. Il settore si stava evolvendo rapidamente e aveva bisogno di regolamentazione e programmazione. Di questo si era fatto portavoce Maggiorino Ferraris, politico piemontese tra i più attenti alle tematiche turistiche: egli voleva ampliare il traffico su rotaia e il suo bacino d’utenza con una serie di agevolazioni tariffarie. Si era visto dai dati che il deficit commerciale italiano avrebbe potuto essere coperto dalle spese dei viaggiatori stranieri. Ferraris suggeriva di sfruttare le risorse turistiche del paese e vedeva lo stresso nesso tra ferrovie e turismo. Grazie alla sua proposta
  • nel 1902 viene costituita a Roma l’Associazione per il movimento dei forestieri, volta a favorire, promuovere e agevolare il movimento dei forestieri in tutto il regno. Tra i fondatori altri politici liberali quali Francesco Guicciardini, Luigi Luzzatti e Luigi Rava. Si diffuse in varie città e si occupava di nodi importanti per lo sviluppo del turismo: ampliamento rete ferroviaria, incremento industria alberghiera, ispezione doganale dei bagagli. In occasione dell’esposizione internazionale di Saint Louis, Ferraris chiese maggiore attenzione al settore, suggerendo una mostra delle bellezze naturali e artistiche, a poco meno di un anno dalla legge Rava per la conservazione della pineta di Ravenna, prima legge di tutela ambientale del nostro paese (1905).
  • 1904 primo congresso nazionale dell’Associazione in campidoglio, mentre Ferraris partecipava all’esposizione di saint louis con un viaggio di propaganda.
  • 1907 associazione pubblica una Guida ufficiale delle stazioni climatiche termali marittime d’Italia, nel 1913 un opuscolo dedicato a Le acque salutari d’Italia e tra 1913 e 1915 un mensile intitolato Monti e marine. Rivista delle stazioni climatiche italiane. In vista del cinquantesimo anniversario dell’unificazione nazionale nel 1911, l’associazione organizzò viaggi per roma e torino con speciali abbonamenti a rate per fini morali ed educativi, per far conoscere l’Italia agli italiani. Nel 1908 l’Associazione organizza anche il congresso internazionale degli albergatori a Firenze in cui si discussero temi centrali come la propaganda turistica dell’italia

sul mercato internazionale, l’incremento della viabilità extraurbana (si iniziavano a diffondere le automobili), gli alberghi nei piccoli centri. Pietro Lanza di Scalea sosteneva che ci volesse qualcosa in più rispetto alle mete dei pellegrinaggi e al fascino della grandezza romana, l’Associazione riteneva che i vantaggi economici legati al turismo fossero incomparabili con qualsiasi altra industria e che il contatto con gli stranieri portava vantaggi anche culturali. Evidenziava inoltre il divario che si era creato nel settore turistico con la francia, molto all’avanguardia in questo campo. C’era bisogno di curare tutti quegli aspetti che avrebbero reso più gradito il soggiorno nella penisola: l’educazione all’ospitalità, il miglioramento delle vie e dei mezzi di trasporto, la protezione del paesaggio e del patrimonio artistico, abbandonando quella via del lasciar fare che aveva finora caratterizzato la gestione del settore che contava sull’uso delle risorse naturali e culturali così com’erano.

  • 1910 viene approvata la legge sulla tassa di soggiorno dal governo Luzzatti, presentata dal Ministro delle finanze Luigi Facta. Essa concedeva ai comuni con stabilimenti idroterapici o considerati stazioni climatico-balneari di applicare una tassa di soggiorno ai visitatori che doveva essere utilizzata esclusivamente per opere mirate al miglioramento e all’abbellimento delle località turistiche in funzione dell’accoglienza. È di fatto il primo intervento pubblico nel settore turistico. Nel 1913, Ferraris propose l’istituzione di un ufficio turistico presso la Direzione generale delle ferrovie, che si sarebbe occupato di promuovere e gestire tutti i fattori che concorrevano al movimento dei forestieri sia all’interno sia all’estero, tramite agenzie. La proposta venne ripresa nel 1917, trovando il dissenso di Luigi Vittorio Bertarelli del tci che non riteneva gli uffici pubblici delle ferrovie in grado di assolvere funzioni di promozione all’estero e di dare impulso all’organizzazione ricettiva interna, ancora molto carente, occupandosi al contempo di alberghi, dogane, trasporti e istruzione professionale. L’organismo voluto da Ferraris avrebbe dovuto principalmente: valorizzare il patrimonio artistico e naturale, diffonderne la conoscenza, sviluppare le stazioni termali e le località marine e montane, conservare le tradizioni folkloristiche, promuovere viaggi d’istruzione in categorie estranee al target del viaggiatore italiano come studenti e operai, favorire il turismo congressuale e legato ad eventi, attirare scrittori per un ritorno di immagine; un organo consultivo per coordinare nel settore turistico l’azione dello stato e degli enti e associazioni di settore. La proposta non troverà però pratica attuazione. L’intento celato era quello di rafforzare l’identità nazionale attraverso un processo di nation building posto in essere dallo stato liberale, al quale già contribuivano sodalizi come il cai e il tci. 1.3 – La guerra Nel periodo tra l’ultimatum lanciato dall’Austria alla Serbia, lo scoppio del conflitto, la neutralità dell’Italia e la sua entrata in guerra a fianco dell’Intesa, la Rivista mensile del tci illustrava le questioni relative alla preparazione bellica e descriveva tramite tecnici ed esperti le regioni alpine e adriatiche italofone soggette alla monarchia austro-ungarica, rievocandone la storia dalla romanità alla signoria di venezia per evidenziarne il sentimento patriottico. Lo scoppio della guerra nel 1914 interrompeva le escursioni organizzate dal sodalizio milanese, mentre gli Imperi centrali, austria- ungheria e germania, venivano escluse dall’alleanza internazionale del turismo. Per il cai e il tci il conflitto rappresentava un forte momento di coesione nazionale e il tci contribuì non solo con gli uomini che si recarono a combattere ma anche attraverso articoli pubblicati sulla sua rivista a favore del fronte interno e la produzione della Grande carta topografica della fronte della guerra italiana che permetteva ai soci di seguire l’andamento della guerra, che veniva descritta ne La guerra d’Italia, pubblicata nel 1918 e distribuita anche alle truppe francesi, inglesi e americane in italia. Lo scoppio del conflitto segnava una battuta d’arresto dei flussi turistici, oltre alla requisizione delle strutture ricettive e dei mezzi di trasporto per scopi bellici, ma il dibattito continuava: il giornalista Guarnati su Le vie d’italia denunciava l’assenza in italia di un turismo regionale o locale e il fatto che

1.5 – Editoria e propaganda turistica Per diffondere la conoscenza dell’Italia, l’enit puntava sulla predisposizione di informazioni e dati contenuti in opuscoli come gli Elenchi regionali degli alberghi, proiettando nelle sale documentari di propaganda turistica, il più famoso dei quali fu Italia, tra il 1924 e 1925. Pubblicò una serie di opuscoli dedicati alle regioni e alle maggiori città nel corso degli anni 20. Era anche impegnato nella salvaguardia dei beni paesistici nella consapevolezza della loro importanza per una politica turistica qualificata, come nel caso della difesa delle grotte di postumia, e incoraggiò la costituzione di parchi nazionali, primo tra tutti il parco nazionale d’abruzzo. L’organo ufficiale dell’Enit era la rivista del tci Le vie d’Italia che contribuiva a diffondere l’immagine dell’Italia nel paese e all’estero, ma tra il 1922 e il 1927 l’ente pubblicò un proprio bollettino mensile, Le tourisme en Italie, destinato soprattutto agli uffici di viaggio dopo il loro distacco dall’Enit e il loro accorpamento nella Compagnia Italiana Turismo: dopo lo sganciamento della parte commerciale dall’enit e la creazione della cit, l’ente divenne un vero e proprio Ufficio turistico di stato. Esso segnalava la necessità per l’italia di attrarre i turisti americani, amanti del lusso e delle comodità, che erano trattenuti nel loro paese dalla See america first, organizzazione che favoriva il turismo interno negli usa. Per una maggiore diffusione delle informazioni turistiche, l’enit inviava ai maggiori quotidiani settimanalmente un notiziario per la stampa in inglese, francese e tedesco, con un supplemento mensile in inglese e uno in francese. A questi si affiancavano le famose Guide d’italia del tci che hanno contribuito a far conoscere l’italia a generazioni di italiani e altre pubblicazioni dal raci, dal cai, dal consorzio delle stazioni di cura, soggiorno e turismo, dalle pro loco. Tramite l’eiar, l’enit utilizzava la radiofonia per diffondere il proprio radiogiornale e usava anche la fotografia come strumento di propaganda diretta, con soggetti dedicati al paesaggio e al patrimonio culturale, soprattutto storico-artistico e monumentale. Nel 1925 l’enit terminava il documentario Italia e, per documentare le opere del regime, girava il documentario Vita nova, da inviare agli uffici di viaggio e turismo dell’ente all’estero (new york, Londra, parigi, vienna, berlino). Nel novembre 1925, con la creazione dell’Istituto luce, il settore della propaganda cinematografica viene sottratto all’enit. 1.6 – La Compagnia Italiana Turismo (CIT) Nel 1920, l’enit stipula una convenzione con le ferrovie dello stato per la gestione degli uffici di viaggio di parigi, londra e new york e la possibilità di aprirne altri in tutto il mondo; avvia una serie di trattative con i maggiori istituti bancari italiani e altri enti per costituire il Consorzio italiano per gli uffici di viaggio e turismo, concepito come organo esecutivo dell’enit, presieduto da Luigi Vittorio Bertarelli, presidente del tci. Il consorzio sviluppò una rete di agenzie all’estero e in italia divenendo la massima organizzazione di viaggi nel paese, ma attirando le critiche delle agenzie di viaggio italiane, prime tra tutte la Sommariva e la Chiari, per la concorrenza sleale che esso costituiva, tanto che il governo decise di scioglierlo e di costituire la Compagnia Italiana Turismo con la partecipazione delle ferrovie, dell’enit, del banco di napoli e del banco di sicilia. La cit gestiva gli uffici di viaggio e turismo, le agenzie di viaggi e navigazione, le biglietterie ferroviarie e tutti i servizi relativi al turismo nazionale e internazionale, rappresentando le ferrovie dello stato con uffici di viaggio e turismo all’estero e in italia, comprese alcune città coloniali come tripoli in libia. Aveva la funzione di diffondere il materiale pubblicitario edito da enit e ferrovie, come gli opuscoli della Rivista mensile di Propaganda edita dal 1933. Sin dal 1921 l’enit aveva sollecitato l’istituzione di treni domenicali a tariffa ridotta, anticipando i treni popolari ideati dal fascismo, aveva dedicato attenzione alle questioni legate alla circolazione automobilistica in rapida diffusione e alle frontiere, ottenendo che ai viaggiatori stranieri non venisse più chiesto il visto alla frontiera né il permesso di soggiorno. In quest’ottica rientra la costruzione dell’autostrada Milano laghi che univa Milano, como e varese con le zone turistiche del

lago di como e del lago maggiore, inaugurata nel primo tratto nel 1924; la Roma-ostia nel 1928 e la firenze-mare nel 1933. Luigi vittorio bertarelli, primo presidente tci, ricorda una delle maggiori questioni che affliggevano l’industria turistica italiana, quella alberghiera. L’enit affrontava la questione con consistenti difficoltà nel reperire i fondi, nonostante il ministero dell’economia avesse appoggiato la sua proposta di istituire all’interno del consorzio un’apposita sezione di credito alberghiero. L’enit cercava di recuperare le strutture requisite durante il conflitto e di incentivare l’iniziativa privata per la costruzione di nuove strutture, favoriva la costruzione nelle grandi città nelle zone adiacenti alle stazioni di hotel terminus e touring. Modello era quello americano, tanto che il tci invia un socio ingegnere a chicago per studiarne l’organizzazione alberghiera e crea al suo interno una commissione per il miglioramento alberghiero. 1.7 – Lo sviluppo delle Pro Loco L’azione dell’enit si scontrava non solo con le difficoltà finanziarie, ma anche con l’incapacità della politica di vedere nel turismo una fonte di ricchezza per il paese. L’enit incoraggiava la diffusione delle Pro Loco, associazioni locali nate spontaneamente negli ultimi decenni dell’800 per opera di comitati di cittadini con lo scopo di promuovere e sviluppare il territorio d’appartenza; per fare questo, dice l’Enit, bisognava valorizzare tutto quello che la regione offriva al turista, offrendo comodità e riposo. Tra il 1920 e il 1921 l’enit, in collaborazione con il tci, diede impulso alla creazione di varie pro loco in ogni parte d’italia, tra cui la pro sardinia a cagliari, prima associazione turistica dell’isola: a fine 1921 si contavano 200 pro loco, di cui 80 legate all’enit. Esse contribuivano alla soluzione di molti problemi locali, dato lo stretto rapporto col territorio, e ad esse venne attribuito il compito di favorire l’industria del souvenir, molto ricercata dagli stranieri. Nonostante questo, non si raggiunsero i risultati sperati e nel 1926 le pro loco vennero in gran parte sciolte e sostituite dalle Aziende autonome di cura, soggiorno e turismo. Dalla metà degli anni 30 sarebbero dipese dagli enti provinciali del turismo, in esse si sarebbe innervato il regime con la presenza del segretario politico del fascio di combattimento e del podestà, tenendo sotto controllo le attività turistiche locali. 1.8 Le Aziende autonome di cura, soggiorno e turismo Per porre rimedio alla questione della ricettività alberghiera, nel 1926 vennero create delle Aziende autonome nelle località di cura e di soggiorno, affiancate qualche anno dopo dal Consiglio centrale delle stazioni di cura, soggiorno e turismo presso il ministero dell’interno con compiti di direzione, coordinamento, prevenzione e vigilanza delle attività turistiche. Nel 1921 l’enit aveva proposto il riconoscimento delle stazioni di cura, l’applicazione della tassa di soggiorno e il suo investimento per migliorare l’offerta turistica, estendendo queste misure anche alle località di soggiorno. Località e territori frequentati da turisti venivano elevati ad aziende autonome di cura, soggiorno e turismo, in comuni nei quali nell’economia locale era preponderante il concorso dei forestieri a scopo di cura, soggiorno o svago. Alcuni centri, sede di fonti termali o rinomati per bellezze naturali, venivano dichiarati di particolare interesse turistico e in essi veniva costituita un’azienda autonoma del turismo, dotata di personalità giuridica distinta dal comune, che si occupava di valorizzare e favorire lo sviluppo turistico. A parte per quelle località già stazioni di cura, il riconoscimento del nuovo status era un atto amministrativo complesso, che spettava al consiglio centrale delle stazioni di cura, soggiorno e turismo, con requisiti ristretti che penalizzarono molti comuni che ne restarono esclusi. Delle perplessità vennero espresse già nel sesto congresso nazionale delle stazioni di cura, soggiorno e turismo tenutosi ad Abbazia nel 1927, in cui vennero evidenziate le differenze tra le località turistiche straniere e italiane e la scarsa valorizzazione delle risorse idroterapiche. A complicare il tutto, venne stabilita la devoluzione di un quarto dell’imposta di cura a vantaggio dell’Opera nazionale maternità e infanzia per sostenere le fasce più deboli della popolazione, mentre molti

Con l’ideologia ruralista del regime ben si sposava la valorizzazione dei piccoli borghi che, anche se si continuava a puntare sull’industria turistica balneare e sulle città d’arte, divennero il fulcro del network turistico attraverso la creazione delle Pro Loco. In esse, dipendenti prima dai Comitati e poi dagli Enti Provinciali del turismo, il regime si innervava con la figura del segretario del fascio di combattimento e del podestà, tenendo così sotto controllo le attività turistiche locali. L’antiurbanesimo fascista era evidente in ambito turistico, tanto che veniva dichiarato sulle pagine di Turismo d’Italia che i turisti avrebbero potuto vedere “qualcosa di nuovo un po’ dappertutto”, fornendo al turista un “diversivo all’urbanesimo”. La creazione di littoria nel 1932 rappresentava per il regime l’affermazione dell’italia rurale, tanto da venire promossa dopo soli 4 anni con la guida Littoria e provincia, ma nella realtà da un punto di vista turistico era scalzata dalle spiagge di Formia, dal circeo, da gaeta. Quanti si recavano a visitare Littoria e le altre città di fondazione dell’area pontina non erano certo spinti da un patrimonio storico-artistico ma dalla visione dell’operato del regime in sé. In quegli stessi anni il regime portava a compimento lo sviluppo di ostia nuova con l’inaugurazione nel 1928 della via del mare e dell’idroscalo nel 1926. Essa sarebbe esplosa turisticamente con l’apertura dell’autostrada e della ferrovia da porta san paolo, divenendo Lido di Roma e ospitando mussolini e l’establishment del regime, divenendo meta domenicale dei romani. In breve tempo sorsero gli stabilimenti balneari come il Roma, il Salus, il Battistini, i bagni vittoria lungo la riviera di ponente, di destinazione più popolare, e il rex, il duilio, il kursaal lungo quella di levante, più signorile. 2.4 – Turismo e fascismo: un iniziale difficile rapporto Inizialmente il regime non aveva colto le potenzialità politiche ed economiche del turismo, considerandolo un’attività servile e una degenerazione del carattere italiano, sfavorendone di fatto lo sviluppo. Ma anche all’interno dell’establishment stesso si levavano voci dal parere opposto: Achille Starace, Fulvio Suvich e Ezio Maria Gray. Starace era presidente della federazione nazionale escursionistica, a cui si deve l’introduzione del sabato fascista dal 1935 e che contribuì alle pratiche turistiche delle organizzazioni del regime come l’ond, la gioventù italiana del littorio e l’opera nazionale balilla; gray divenne presidente della Compagnia italiana turismo nel 1927 e Suvich prima presidente dell’enit poi nel 1931 al vertice del Commissariato per il turismo, organismo costituito dal regime per creare un’immagine dell’italia che promuovesse oltre alle bellezze artistiche e naturali anche i valori politici, morali, civili e produttivi. Suvich infatti, ambasciatore a Washington, si era reso conto di come l’italia attraesse gli americani più facoltosi e culturalmente sensibili non solo per le bellezze storico artistiche ma anche per l’eco acquisita dal regime e dal mito della romanità, con la stampa internazionale che esaltava l’operato di mussolini. In realtà, come dicevano i detrattori del fascismo, il regime tendeva ad intervenire appositamente sui luoghi più frequentati dai turisti, strumentalizzando il turismo per veicolare una determinata immagine dell’italia e delle sue realizzazioni. Dopo una iniziale incomprensione verso il fenomeno turistico, dunque, divenuto chiaro come esso fornisse un apporto importante all’economia del paese e avesse forte valenza politica, il regime creò una struttura istituzionale per il settore turistico e acquistò il complesso di Castrocaro terme, inaugurando una stagione di fasti per la località legata al turismo della salute e al divertimento. Dagli anni 30, erano sempre di più gli italiani che andavano a passare le acque con lo sviluppo del termalismo sociale favorito da provvedimenti del regime. Nel 1936 la fiera di Milano ospitò la mostra del turismo, organizzata dalla direzione generale per il turismo, che rifletteva l’importanza politica ed economica attribuita al settore. Questo cambio di considerazione per il settore turistico può essere inquadrato nella più ampia questione della propaganda fascista e nella sua esportabilità, nella considerazione che i caratteri spirituali del fascismo fossero universali e che quindi non riguardassero solo l’italia. A questo principio

contribuivano i contatti con le istituzioni turistiche straniere, in particolare con gli altri regimi autoritari europei come la Spagna, i centri per stranieri d’informazioni sul fascismo della gioventù italiana del littorio e l’attività dell’ond, che organizzava viaggi di scambio tra germania e italia, anche se quest’ultima, dopo l’annessione dell’Austria, impediva agli austriaci, frequentatori delle spiagge e delle località della Venezia giulia, di varcare le frontiere. Sempre per favorire la conoscenza dell’italia mussoliniana all’estero, il regime usò la diplomazia culturale incoraggiando visite in italia da parte di personalità straniere di prestigio; mossa di cui si avvalevano anche altri regimi dittatoriali con l’intento di ottenere l’appoggio dei governi stranieri sulla scena internazionale piuttosto che di perseguire quello che sarebbe uno degli effetti benefici dichiarati del turismo, ovvero quello di favorire la libera conoscenza reciproca fra i popoli e una coesione morale tra le nazioni, come dichiarato dallo stesso Suvich. Anche la germania nazista puntava sul turismo per rafforzare il senso di appartenenza comunitaria e per sviluppare forme di consenso, mediante l’associazione ricreativa nazionalsocialista kdf (forza attraverso la gioia). Questa, facente parte dell’organizzazione dei lavoratori, venne istituita nel 1933 dopo un viaggio in italia di Ley, presidente dell’organizzazione dei lavoratori, molto colpito dall’idea della pianificazione del tempo libero. A differenza dell’esperienza italiana, quella tedesca voleva garantire viaggi e divertimento nel tempo libero non solo ai lavoratori ma anche ai datori di lavoro, nell’ottica della visione totalitaria del regime della “comunità del lavoro”. 2.5 – La battaglia per il turismo Alla fine degli anni 20 il turismo fu colpito dalla crisi, anche in Italia, dove il senatore Gallenga Stuart lamentava che i turisti preferissero visitare le altre grandi capitali europee piuttosto che roma, attribuendone la colpa alle campagne diffamatorie dei fuoriusciti antifascisti e ai controlli frontalieri troppo pressanti e invasivi. Suvich invece difendeva la necessità di controlli accurati e di collaborazione tra enti turistici e organi di polizia per evitare critiche da parte dei turisti, questione lamentata dallo stesso Mussolini. Del resto, il contatto con i controlli frontalieri era il primo contatto dei turisti con la “nuova italia” e questo richiedeva dunque personale specializzato e istruito a dovere. Malgrado ciò, le limitazioni imposte ai controlli frontalieri dal regime erano pesanti ed in contrasto con l’immagine favorevole dell’italia mostrata all’esterno con l’accoglienza degli uffici turistici della cit e dell’enit.

  • Per favorire il superamento della crisi internazionale e aumentare i flussi turistici verso l’italia, venne lanciata alla fine degli anni 20 la “battaglia del turismo”, a imitazione della più nota battaglia del grano del 1925. Si segnalava la necessità di diminuire i prezzi degli hotel, troppo alti rispetto agli standard europei a causa delle tasse a cui erano sottoposti e di diffondere maggiormente la pubblicità degli eventi culturali. 2.6 – I “forestieri del nostro sangue” Le politiche turistiche del regime erano state ben definite da mussolini con particolare riferimento alla propaganda all’estero nel tentativo di attirare in italia i “forestieri del nostro sangue”, gli italiani residenti all’estero. In questo scenario fu importante il Giubileo del 1925 indetto da Pio XI, che attirò a roma decine di migliaia di turisti stranieri e che vide per la prima volta arrivare pellegrini in aereo e utilizzare manifesti raffiguranti l’angelo del bernini. Proprio per l’evento, vennero avviati diversi lavori edilizi, come l’ingrandimento della stazione termini; nel 1933 sarebbe stato indetto un ulteriore giubileo, straordinario, per celebrare i 1900 anni dalla morte e resurrezione di Cristo. Gli italiani emigrati all’estero rappresentavano nella visione autoritaria patriottica del regime degli ambasciatori della civiltà italiana, strumenti per la politica estera. Essi mantenevano i legami con la patria attraverso le Case d’Italia aperte nei paesi d’accoglienza, le festività dell’italian day e l’ond che organizzava il tempo libero degli emigrati; le iniziative ebbero generalmente scarsa presa sugli

cosiddetti “organizzati libici”, cioè quei 13 mila bambini figli dei coloni che erano stati inviati in Libia e che venivano portati in italia per motivi di sicurezza, allontanandoli per lungo tempo dalle famiglie. 2.8 – Le istituzioni turistiche Se l’istituzione delle Aziende autonome delle stazioni di cura soggiorno e turismo del 1926 era orientata alla valorizzazione delle autonomie locali, i provvedimenti successivi e l’attribuzione alla presidenza del consiglio di competenze in ambito turistico segnavano interventi nel segno dell’accentramento. Del resto, i rapporti che si erano intessuti tra Aziende, podestà e imprenditori privati, oltre alla loro distribuzione disomogenea sul territorio, determinava una difficoltà di controllo su di essi, tanto che vennero creati dei Comitati provinciali del turismo, presieduti dai prefetti e in cui un delegato dell’Enit, ente ormai fascistizzato a tutti gli effetti, provvedeva al controllo centrale e all’assoggettamento a direttrici unitarie: si forma la governance dall’alto del fenomeno turistico. A partire dagli anni 30 funzioni rilevanti venivano assegnate al Ministero dell’Interno e a livello periferico ai prefetti, facendo dipendere gli organi turistici locali dal comune e dai consigli dell’economia corporativa, sancendo di fatto la loro assunzione di funzioni consultive e di coordinamento a scapito dei compiti legati alla promozione turistica e all’iniziativa economica. Il regime era ormai consapevole, oltre che del suo valore economico, che il turismo potesse essere utilizzato per la costruzione del consenso tramite organizzazioni apposite quali l’ond e l’opera nazionale balilla, che promuovevano in collaborazione con altri enti iniziative come i treni popolari, le gite domenicali, le colonie, le crociere, controllando e gestendo il tempo libero specialmente nelle fasce più povere della popolazione, con l’obiettivo di far loro conoscere non solo le bellezze dell’italia ma anche le grandi realizzazioni del regime. L’ond, in collaborazione con la cit, organizzava anche viaggi di nozze dopolavoristici. Nel 1929 l’Enit, dopo la sua fascistizzazione, assumeva sempre più carattere di un organo statale e veniva affiancato da altri enti nella sua funzione di propaganda estera come l’istituto per le relazioni culturali all’estero, gli Istituti italiani di cultura, la società Dante Alighieri. All’enit veniva anche assegnata la funzione di diffondere la cultura tecnica inerente alle industrie turistiche, compito a cui già aveva contribuito il tci con le sue scuole alberghiere; la funzione didattica trovò un primo riferimento nella cattedra di economia turistica presso la Sapienza. 2.9 – Il Commissariato per il Turismo Nel 1931 venne istituito il Commissariato per il turismo, alle dirette dipendenze del capo del governo, la prima istituzione pubblica per la governance del settore turistico, considerato ormai fortemente strategico sia sul piano internazionale che interno. Questo veniva da varie necessità: rendere effettiva l’azione del governo in campo turistico mettendo fine alla conflittualità tra enit e cit, risolvere la mancanza di direttive univoche dal punto di vista gestionale. Su questa decisione influì senz’altro la grave crisi economica del 1929 che spinse il regime a cercare di superare quell’immagine stereotipata dell’italia come paesi di “romantici ruderi e gustosi sorbetti”, promuovendo lo sviluppo dell’industria turistica. La mancanza di mezzi e di autorità era segnalata come uno dei problemi che affliggevano il settore: l’industria del forestiero veniva considerata un fenomeno a carattere nazionale dai larghi riflessi economici, sociali e politici e in quanto tale doveva essere governato in maniera uniforme, distinguendo la funzione politica da quella commerciale. L’onorevole Maresca Donnorso di Serracapriola, capo console del tci di napoli, sosteneva inoltre la necessità di sostenere il turismo per sviluppare quelle zone del paese rinomate a livello mondiale per le bellezze ma non dotate dei comfort e delle condizioni necessarie all’accoglienza del turista estero, ai quali andava offerta anche possibilità di svago. Auspicava inoltre che il turismo avrebbe alimentato un mercato di consumo dei prodotti agricoli locali. A questo si aggiunge Italo Bonardi, che sottolineava l’esigenza di una revisione della legislazione turistica, in particolar modo per le

stazioni di cura, soggiorno e turismo che in parte non erano che centri modesti inadatti ad ospitare un ufficio informazioni o creare un’Azienda separata dal comune e che venivano svantaggiati dall’entità della tassa di soggiorno. Suvich stesso sottolineò l’esigenza di aumentare le potenzialità turistiche del paese con un’ampia offerta di attrazione turistiche, come le manifestazioni musicali e teatrali, e sulla valorizzazione del patrimonio idrotermale e delle stazioni di cura. Era chiaro che il fenomeno turistico in italia, così complesso e variegato e legato ad antiche tradizioni locali, difficilmente avrebbe potuto essere colto nella sua interezza da una visione del tutto accentratrice.

  • Al commissariato per il turismo, istituito nel 1931 come organo di raccordo e coordinamento, con funzioni direttive e di vigilanza sull’attività dei ministeri, degli enti e delle organizzazioni in materia turistica col compito di studiare i problemi del turismo, venne affiancato pochi mesi dopo il Consiglio centrale per il turismo, presieduto da Mussolini, con funzioni consultive. Al commissario venivano inoltre attribuite le funzioni del presidente del Consiglio direttivo dell’Enit, che ormai aveva solo compiti meramente esecutivi. Dopo l’iniziale presidenza di Suvich, il Commissariato venne retto da Italo Bonardi dal 1932 al 1934, quando le sue competenze vennero trasferite al Sottosegretariato di stato per la stampa e la propaganda, dipendente dalla presidenza del consiglio.
  • 1934 istituita la Direzione generale per il turismo, in risposta alla volontà di creare un unico organo che esercitasse il controllo su propaganda e cultura e il coordinamento delle attività turistiche per ottenere un’azione più efficace e compatta. Nel 1937 essa viene assegnata al ministero della cultura popolare, vedendo ampliarsi ulteriormente le sue funzioni relative al coordinamento delle attività turistiche. Nella struttura istituzionale data al settore del turismo alle dipendenze della Direzione, che aveva il compito di vigilare sulle diverse organizzazioni turistiche statali tra cui raci ed enitea, trovavano posto anche gli organi provinciali del turismo e l’Enit. 2.10 – L’organizzazione provinciale
  • 1932 creazione dei Comitati Provinciali per il turismo presso i consigli provinciali dell’economia corporativa, nelle province di notevole interesse turistico, presieduti da prefetti ma oggetto di critiche, tanto che:
  • 1935 creazione degli Enti Provinciali del turismo, in sostituzione dei comitati, soprattutto per difficoltà finanziarie. La loro creazione cercava di razionalizzare l’assetto istituzionale periferico del settore turistico, rappresentando nella visione del regime un passo verso l’organizzazione totalitaria, turistica integrale del paese, che a livello locale doveva contribuire al miglioramento delle strutture e dei servizi turistici. Essi segnarono la fine dell’autonomia delle Aziende autonome e vennero definiti prefetture del turismo; avevano una composizione prevalentemente governativa che garantiva alle direttive del regime di innervarsi a livello locale e venivano finanziati con contributi di enti vari e con il gettito d’imposta sulle imprese, generando il malcontento degli industriali. Il regime si era inserito capillarmente sul territorio attraverso gli etp e le sezioni dopolavoristiche. Nel dicembre 1936 si riunirono a roma i presidenti degli ept e, in questa occasione, il sottosegretario della stampa e della propaganda Alfieri sollecitava l’organizzazione di manifestazioni turistiche periodiche che avvicinassero gli italiani alle tradizioni del territorio, come le sagre e le fiere paesane, mentre il direttore generale per il turismo Bonomi chiariva quali fossero i compiti degli ept, che agivano alle dipendenze del sottosegretariato per la stampa e la propaganda: nell’organizzazione piramidale delle istituzioni pubbliche del turismi, gli ept replicavano a livello provinciale le funzioni e le competenze del Commissariato per il turismo aggiungendo funzioni di vigilanza sulle agenzie di viaggio, sui prezzi e sulle condizioni delle strutture e sulle Aziende autonome.

Accanto alle istituzioni pubbliche nel settore turistico operavano anche una serie di enti a carattere nazionale con finalità diverse come il raci (reale automobile club d’italia), il cai (club alpino italiano), l’aereo club d’italia che diffondeva la pratica del volo e la Lega navale nel campo degli sport nautici. C’erano poi enti turisticamente rilevanti ma legati a specifiche realtà territoriali come la Primaversa siciliana, il comitato per l’estate livornese, l’ente turistico silano. Aveva incidenza sullo sviluppo turistico di singole località la creazione di enti autonomi di valorizzazione come per ischia, elba e portofino e l’apertura di parchi nazionali del gran paradiso, dello stelvio e del circeo. Se inizialmente le politiche turistiche del fascismo avvenivano nel solco dell’impostazione data dallo stato liberale, tra la metà degli anni 20 e gli anni 30 il regime mise in atto un’architettura istituzionale che si sarebbe mantenuta sostanzialmente fino all’inizio dell’italia repubblicana. 2.13 – Turismo e nazionalizzazione delle masse Alla fine degli anni 20 l’Italia era tra i paesi a più forte vocazione turistica, al terzo posto dopo francia e canada secondo le statistiche della società delle nazioni; negli anni 30 continuava a rimanere ai primi posti della graduatoria internazionale, contando nel 1935 più di 15 mila strutture ricettive e 3 milioni di stranieri, aumentati a oltre 5 milioni nel 1937. Dal 1931 le autorità di pubblica sicurezza attuavano la rilevazione diretta alle frontiere del numero dei viaggiatori distinti per nazionalità. Il regime portava avanti la propaganda e la fascistizzazione degli italiani mediante la rete dell’organizzazione dopolavoristica, destinata a formare in essi il “senso del turismo” e ad organizzare il tempo libero secondo i dettami della dimensione di massa della politica. La coscienza turistica italiana veniva individuata nel turismo sportivo, che già a fine 800 era messo in atto da cai e tci, nel turismo culturale, religioso e commerciale; nella visione del regime il turismo era il settore in cui tradizione e modernità si incontravano, con bellezze storico-artistiche e paesistiche affianco a nuove pratiche turistiche con nuove attrezzature e infrastrutture tecnologiche come per gli sport invernali. Per il regime, la questione dello sviluppo turistico non era solo una questione di carattere economico, ma legata anche alla mancanza di un’educazione turistica, non impartita nelle scuole, che portava problemi di natura sociale, impedendo la reciproca conoscenza degli italiani e il superamento dei pregiudizi che avrebbero consentito un processo di omogeneizzazione nazionale. in quest’ottica rientra lo stretto rapporto stretto negli anni 30 tra la pratica sportiva e il turismo di regime, come nel caso esemplare della collaborazione tra Gruppi universitari fascisti e enit per i Giuochi Universitari Internazionali del 1933, per i quali si era prodotto un opuscolo con il programma delle gare, l’organizzazione sportiva italiana e le visite turistiche e culturali che gli studenti avrebbero potuto effettuare. Sulla scia del turismo come strumento di scambi culturali e di comprensione delle diversità, i guf erano impegnati nello sviluppo del turismo giovanile: all’interno di ogni guf era presente un ufficio viaggi che organizzava gite culturali, escursioni, crociere, campi estivi e invernali con agevolazioni, oltre ad una sezione per studenti stranieri. Alla fine degli anni 20, il turismo in italia vedeva una diminuzione, in linea con la generale crisi europea, compensata in parte dalla richiesta delle fasce sociali più basse in seguito ad una politica turistica che incoraggiava il turismo popolare alla scoperta del paese con sconti e agevolazioni. Nello stesso anno, Ezio maria gray, presidente della Cit, per sviluppare il turismo internazionale sollecitava secondo la diplomazia culturale dei viaggi di carovane turistiche specializzate formate da esperti di vari settori per mostrare e diffondere l’italia contemporanea, dei lavoratori e produttori: agricoltori in val padana, gli industriali agli stabilimenti piemontesi e lombardi, gli studenti nelle città d’arte. Questo concetto di funzione educativa del turismo sarebbe stato ripreso anche dall’editoriale del 1941 della rivista Turismo d’italia, a conflitto ormai iniziato, nel quale il turismo veniva inteso come approfondimento di realtà diverse di terre e di popoli. A questi si affiancavano i viaggi non di svago

ma di educazione politica che riguardavano i lavoratori italiani nell’alleata germania, proseguiti poi con il reclutamento di manodopera italiana per il terzo reich. 2.14 – I treni popolari e le riduzioni ferroviarie Grande successo propagandistico ebbero i cosiddetti treni popolari, treni speciali celeri per servizi festivi popolari, introdotti dalla politica di sconti e concessioni avviata nel 1931 dal ministero delle comunicazioni diretto da Costanzo Ciano con l’intento di favorire il turismo interno e internazionale. Le agevolazioni erano dedicate a gruppi famigliari diretti nelle località balneari o termali, viaggiatori esteri diretti alle spiagge dell’adriatico, turisti interni diretti in alto adige o cadore; in generale i treni popolari collegavano le grandi città tra loro, con i centri minori, con località di interesse storico- artistico o turistico, con luoghi del primo conflitto mondiale. Venivano allestiti in occasioni di feste, celebrazioni e gare di carattere nazionale. Tra il 1931 e il 1939 i treni popolari sono stati fondamentali per la diffusione della pratica del viaggio tra gli italiani, per visita alle grandi città, gite fuori porta, il fine settimana al mare o in montagna, il ferragosto, con pranzo al sacco o menù turistico a prezzo fisso. Tutto ciò nasceva dall’esigenza non solo di un’apertura sociale verso il ceto medio ma anche di compensazione del calo del traffico ferroviario causato dall’automobile e dalla riduzione di turisti stranieri. L’iniziativa, inaugurata il 2 agosto 1931, ebbe un successo enorme di adesioni e fino alla fine dell’anno vide quasi 460 mila partecipanti, divenendo una consuetudine soprattutto nelle grandi città, in primis milano: nel complesso i treni popolari trasportarono oltre 8 milioni 700 mila italiani. Gli ultimi viaggi avvennero nel settembre 1939, in vista dell’incombente conflitto mondiale. Dopo l’aggressione all’etiopia nel 1935, vennero varati una serie di provvedimenti per incentivare il turismo interno ed internazionale: tra gli altri, buoni benzina emanati dalla federazione nazionale fascista alberghi e turismo, i buoni albergo per l’esenzione dall’imposta delle stazioni di soggiorno o di cura. Contemporaneamente, per favorire i viaggi di breve raggio (250 km) e il turismo interno, le ferrovie emettevano biglietti di andata e ritorno festivi con riduzioni del 50% e del 70% per i gruppi. Lo scopo era quello di diffondere la possibilità di viaggiare in ambito interregionale e regionale tra i ceti impiegatizi urbani, meno legati ai turni rispetto ad altre categorie e con maggiore disponibilità economica, oltre a promuovere manifestazioni turistiche come la primavera siciliana, che era divenuta molto nota anche all’estero. Stesse riduzioni erano applicate per i viaggi religiosi organizzati dalla Peregrinatio romana ad petri sedem. A 6 anni dall’inizio dell’emissione dei biglietti festivi le vendite erano state di 8 milioni. Nella maggior parte dei casi, comunque, i treni popolari avevano come meta le località balneari, che cominciavano a essere più frequentate, a scapito dei viaggi di breve raggio di al massimo 2 giorni. Per rivitalizzare i flussi turistici dopo la crisi del 1936, nel 1937 le ferrovie applicavano riduzioni del 60% per la prima classe e del 35% sulla seconda per stranieri e italiani residenti all’estero che soggiornassero almeno 12 giorni usufruendo dei buoni della federazione nazionale fascista alberghi e turismo.

  • 1936 istituzione della lira turistica, su esempio del marco turistico della germania hitleriana, mantenuta a un prezzo inferiore a quello corrente per rendere più conveniente il soggiorno. Essa comprendeva un insieme di strumenti finanziari come assegni turistici, lettere di credito, buoni albergo e benzina ed era riservata a stranieri e italiani residenti all’estero. Nel 1937 la direzione generale per il turismo introduceva i buoni albergo con riduzioni del 30% per bambini sotto i 6 anni e domestici. Tra le attività svolte dalla Corporazione dell’ospitalità veniva poi inserito il comparto del turismo che comprendeva industria alberghiera, agenzie di viaggio, esercizi pubblici, stabilimenti balneari e idroterapici. Innovativa era l’istituzione in ambito ferroviario del biglietto turistico di libera circolazione per stranieri e italiani residenti all’estero, più vantaggioso

Sulla base di questi precedenti, la prima guerra mondiale diede avvio a quel fenomeno turistico che gli inglesi chiamarono thanatostourism o dark tourism. In questa forma di turismo emozioni, ricordi e patrimonio culturale, materiale e immateriale, si fondeva insieme nella costruzione di una memoria sociale, che a volte diventava vera e propria memoria pubblica nazionale come nel caso di Gallipoli, dove si era svolta una delle battaglie più cruente per le truppe australiane e neozelandesi vissuta come la prima tragedia condivisa da un popolo molto composito che aveva gettato le basi del momento fondativo della nascita della nazione. In un altro caso emblematico, quello di Ypres, una delle battaglie più cruente del fronte occidentale, la debole identità belga portava al prevalere di una memoria non direttamente nazionale ma prima locale e poi transazionale. Nel caso italiano, la memoria collettiva della guerra, ritardata sino al 1919, coglieva il senso e la dimensione della morte di massa, in assenza dei cadaveri, attraverso quello che benedetto croce lamentava come estremo monumentalismo, con cippi, lapidi, iscrizioni, ma anche attraverso i viaggi al fronte da parte delle famiglie dei caduti alla ricerca delle sepolture, dei reduci e di quanti volevano celebrare la guerra. Anche nel caso italiano i viaggi nelle zone di guerra avevano avuto un precedente nell’età liberale rivolto alle guerre del risorgimento, con pratiche turistiche di carattere elitario. 3.2 – Le carovane del TCI In Italia, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, si erano sviluppate forme di turismo sui campi di battaglia legate alle vicende risorgimentali, con escursioni organizzate da vari sodalizi sorti dopo l’unità tra cui la Società dei reduci delle patrie battaglie (1868). Sin dalla sua nascita il tci si era fatto promotore delle escursioni patriottiche contribuendo a rendere i luoghi emblematici delle vicende dei siti di interesse turistico.

  • 1910 tci organizza la carovana nazionale commemorativa della spedizione dei mille con i garibaldini superstiti lungo l’itinerario delle camicie rosse del 1860 organizzata in 3 comitive, una in automobile, una in bicicletta e una in treno. Nell’ottica della pedagogia nazionale, il tci organizzava gite patriottiche per far conoscere l’italia agli italiani che assumevano i caratteri di pellegrinaggi laici in bicicletta ai luoghi e ai monumenti sacri alla patria, costruendo attraverso le memorie risorgimentali un efficace strumento di formazione del sentimento nazionale nei ceti medi. La formazione del sentimento identitario passava attraverso le visite ai siti simbolo del risorgimento e delle guerre d’indipendenza: caprera alla tomba di garibaldi, i luoghi della spedizione dei mille da Marsala a Palermo, campi delle battaglie a Curtatone, Montanara, Solferino e San martino. Le gite patriottiche in bicicletta si inserivano in un più ampio quadro cerimoniale di eventi, commemorazioni, monumenti e lapidi, intitolazioni di strade che rievocavano e commemoravano i fasti del risorgimento e che facevano da sfondo alle pratiche legate ai nascenti rituali di massa. 3.3 – Le visite ai campi di battaglia sul fronte occidentale Alla fine della prima guerra iniziarono ad arrivare sui campi di battaglia del fronte occidentale in Belgio e in francia i visitatori, in una sorta di pellegrinaggio laico per vedere dove i propri famigliari o amici erano caduti, assistiti nel viaggio che prendeva le forme di un tour organizzato da associazioni come la Royal british legion (1920). Negli stati uniti numerosi pellegrinaggi sui campi di battaglia europei erano organizzati dall’associazione Gold star mother, fondata nel 1917, e la memoria dei caduti era così forte che nel 1929 Fiorello la guardia presentò un progetto di legge per il sostegno pubblico al viaggio di madri e padri alle tombe dei figli caduti, sepolti soprattutto in francia, dove c’era stato il più alto numero di caduti statunitensi. Dal 1923 si susseguirono una serie di pellegrinaggi che da new york portarono 30 mila americani a visitare la tomba dell’infermiera Edith Cavell e oltre 20 mila donne della gold star mother nei cimiteri di guerra in francia, belgio e inghilterra guidate da ufficiali in congedo. Anche in italia, seppure più tardi, arrivarono veterani e donne della gold star mother a visitare le zone di guerra. Per molti, l’esperienza di guerra aveva

rappresentato il primo importante viaggio della loro vita, il primo contatto con realtà diverse ed estranee al loro orizzonte culturale e geografico. I viaggiatori americani erano richiamati in europa dalle descrizioni delle zone di guerra dei corrispondenti in forme simili a quelle delle guide turistiche, capaci di cogliere gli aspetti esteticamente ed emotivamente salienti dei luoghi segnati dalle devastazioni con i loro mirabilia belli. La ripresa dei flussi turistici dall’america all’europa nel dopoguerra risentiva delle restrizioni ai viaggi transoceanici e della penuria di navi passeggeri, essendosi la flotta ridotta, ma superate queste difficoltà si rianimò, favorita dall’enorme differenza nei tassi di cambio. 3.4 – Le “attrattive di ordine sentimentale e di ordine economico” e le escursioni del TCI Angelo Mariotti era consapevole dell’importanza del turismo sui campi di battaglia per i flussi turistici dall’estero, luoghi che definiva attrattive di ordine sentimentale ed economico, favorite dalla svalutazione della lira ma anche dalla bellezza dei paesaggi in cui si trovavano, specialmente sulle vette della guerra bianca. A differenza degli altri paesi europei, come Francia e Belgio, che vedevano l’afflusso sui campi di battaglia principalmente di inglesi, americani e tedeschi, il Italia le escursioni organizzate dal tci nelle terre redente avevano più che altro lo scopo di far conoscere l’italia agli italiani, le nuove terre, e di rendere omaggio ai soldati, guardiani del nuovo confine. Il sodalizio aveva da subito prefigurato l’arrivo di numerosi turisti-pellegrini sui luoghi scenario della guerra.

  • Il tci organizzò il primo viaggio verso i campi di battaglia nel 1919, per il loro valore nazionale e per far conoscere agli italiani le nuove bellezze della patria, in cui più di mille soci si recarono in treno da Milano alle località del trentino e dell’alto adige, che ancora si trovava sotto regime armistiziale: gli escursionisti avrebbero vissuto come soldati, trasportati su carri militari. L’escursione toccava località come Cadore, cortina, brunico, bressanone, bolzano, merano e aveva il suo fulcro nella visita del castello del buonconsiglio a Trento, dove erano stati impiccati nel 1916 Cesare battisti, damiano chiesa e fabio filzi, simboli del martirio trentino.
  • Dall’agosto al settembre 1920, immediatamente precedenti alla firma del trattato di rapallo ( novembre 1920), il tci organizzò l’escursione nazionale nella venezia giulia con 500 soci che da udine, guidati dal poeta bertacchi, raggiungevano trieste e fiume passando per i campi di battaglia di isonzo e carso e visitando le grotte di postumia, Pola e Venezia. A fiume giunsero sul piroscafo pannonia, inviato su ordine di d’annunzio dalla reggenza del carnaro, e vennero accolti da una folla acclamante. Le escursioni alternavano alle visite legate al ricordo del conflitto, come quelle ai cimiteri di guerra del Pordoi e degli eroi di Aquileia, visite a località turistiche per altro già rinomate in epoca asburgica come Arco, Riva del garda, merano, cortina, abbazia. Escursioni a metà tra una pratica turistica e un pellegrinaggio di guerra che contribuirono a creare in italia una forma di memoria pubblica, condivisa e collettiva della prima guerra mondiale, sulla quale si sarebbe poi innestato il fascismo. Il tci sosteneva infatti che il turismo di guerra avesse una funzione di rito e di affratellamento civile (oggi si parlerebbe di nation building) e, allo stesso tempo, utile per risollevare l’economia dei territori in via di annessione, danneggiati dal conflitto. All’inizio degli anni 20 il turismo nelle “zone sacre”, i campi di battaglia, erano incentivati anche dall’enit, l’ente parastatale sorto nel 1919, per celebrale i luoghi delle battaglie come palcoscenico del patriottismo e dell’eroismo nazionale: nel 1920 organizzò una serie di escursioni in zone di guerra e nel 1921 pubblicò l’opuscolo Itinerari per la visita ai campi di battaglia italiani 1915 - 1918, con 16 itinerari automobilistici. Accanto alle carovane turistiche aveva luogo anche un turismo individuale, a cui il tci forniva informazioni pratiche con le pubblicazioni sugli itinerari e i servizi come per il pasubio, pian delle fugazze e monte grappa. Nei decenni successivi al conflitto, il turismo nelle zone di guerra accentuava il suo carattere celebrativo ed eroico mentre il paesaggio dei campi di battaglia si

con materiali bellici forniti dalle autorità militari e dalle associazioni patriottiche la parte superiore del monte sabotino, il grappa e il pasubio. 3.6 – Il turismo sui campi di battaglia negli anni Trenta Negli anni 30 il messaggio propagandistico del regime si amplia a nuovi segmenti della società, le scolaresche e i lavoratori iscritti all’ond, individuati come soggetti mediante cui forgiare l’”uomo nuovo” a cui il fascismo mirava. Le guide del tci dei campi di battaglia erano infatti destinate nello specifico a familiari dei caduti, veterani, dopolavoristi e giovani, affiancati dal turista curioso. Ma già all’inizio degli anni 20 erano state promosse in ambito scolastico, con intento di pedagogia nazionale, gite ed escursioni nelle zone di guerra, come il pellegrinaggio studentesco nelle tre venezie organizzato dall’unione turisti emiliani nel 1923 o quella del 1921 sul carso, sul grappa e in trentino da parte di studenti baresi nel segno dell’attività commemorativa in funzione di pedagogia nazionale messa in atto già dallo stato liberale. Negli anni 30 il tci contribuì a questa pratica di viaggi devozionali:

  • 1932 gita ai campi di battaglia dell’alto vicentino
  • 1933 escursione che percorreva i sentieri delle dolomiti di sesto lungo la strada degli alpini, molto faticosa e disagevole ma che permetteva di avere testimonianze di guerra scomparse a quote più basse e dava idea della fatica e della sofferenza del combattimento in quei luoghi. Ad attrarre i turisti erano i grandi sacrari, il segno più evidente impresso dal fascismo in questi luoghi, che erano circondati da una zona sacra che conservava vestigia, trincee, camminamenti e lapidi. Erano spesso collocati in un contesto naturale che ne accentuasse la spettacolarità, come sul monte grappa, sull’altopiano di asiago, sul colle di sant’elia a redipuglia, alle pendici del carso.
  • 1935 raduno dei fanti organizzato dall’ufficio turistico dell’adriatico a trieste per la visita dei campi di battaglia dell’isonzo con escursioni in autocorriera ad Abbazia, aquileia, grado, portorose, postumia, fiume.
  • estate 1936 il tci organizza un’escursione ai campi di battaglia dell’alto vicentino, a seguito della risistemazione della zona del grappa e dell’altopiano di asiago con l’inaugurazione dei nuovi sacrari e l’apertura della strada della prima armata. Saliva al pasubio, percorreva la strada cadorna e la via eroica, visitava la galleria vittorio emanuele III e la caserma milano.
  • 1938 inaugurazione sacrario di redipuglia, il maggiore italiano, per il ventennale della vittoria. Mussolini compie un viaggio nelle tre venezie contrassegnato da visite ai luoghi topici che celebravano e commemoravano i caduti. Nel discorso tenuto a Treviso il 21 settembre, pochi giorni prima di quello a trieste in cui avrebbe annunciato il varo della legislazione antiebraica, mussolini esaltava la terra del piave, del grappa e del montello, esortando gli italiani a compiere un pellegrinaggio alle rive del piave e al carso. L’omaggio compiuto alla memoria dei caduti forniva l’occasione per ammirare le realizzazioni del regime nelle terre redente, riassunte nella costruzione del sacrario di redipuglia, con il quale si compiva il passaggio da monumento di guerra a monumentalizzazione della guerra.
  • 1939 la Consociazione turistica italia, nuova denominazione del tci imposta da mussolini, organizzava un’escursione sui campi di battaglia del pieve e del montello con partenza da treviso, abbinando ai luoghi delle battaglie la visita a località di interesse turistico per monumenti e bellezze quali Asolo, Possagno, Valdobbiadene. 3.7 – Le guide turistiche ai campi di battaglia Il tci segnalava itinerari e percorsi di guerra pubblicando dagli anni 20 i tre volumi della guida d’italia dedicati alle tre venezie, frutto dei sopralluoghi effettuati da luigi vittorio bertarelli. Ampio spazio era dedicato alla segnalazione delle lapidi delle battaglie e dei cimiteri militari come alla conta dei militari italiani e austriaci sepolti, che nelle edizioni successive si andrà sempre riducendo. Il tci,

intervenendo sulla questione della monumentalizzazione della guerra sul territorio, si diceva contrario alla realizzazione di monumenti al fante e alla vittoria, ritenendo che tutto il Carso avrebbe dovuto essere elevato a monumento nazionale in una sorta di lunga via sacra corredata da cippi funerari ed epigrafi commemorative. Con l’avvicinarsi del decennale della fine del conflitto vide la luce il primo volume di una collana dedicata in modo specifico al turismo nelle zone di guerra intitolato Sui campi di battaglia. La nostra guerra, dove si lamentava la scarsa organizzazione dell’Italia nel far conoscere turisticamente le zone di guerra a fasce più ampie di popolazione, come accadeva in francia. Per questo, il sodalizio si impegnò a predisporre un gran numero di cartelli segnaletici, a stipulare accordi con aziende di trasporti locali e a dare avvio alle guide storico-turistiche delle zone di guerra sul modello della Guida dei campi di battaglia della Michelin del 1919. L’Enit aveva pubblicato la guida I campi della gloria. Itinerario illustrato delle zone monumentali dei campi di battaglia da Trento a Trieste.

  • 1931 il Tci pubblica il volumetto Sui campi di battaglia. I soldati italiani in francia, con l’obiettivo sempre di contribuire a eternare la memoria della guerra forgiando un’opera di pedagogia nazionale e promuovendo il turismo di massa. La redazione venne affidata ad amedeo tosti, ufficiale presso l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito; conteneva itinerari per la visita ai luoghi delle battaglie e ai cimiteri ai caduti sul fronte francese del II corpo d’armata, con un richiamo al corpo dei volontari garibaldini. Negli anni 30 era costante la pubblicazione su Le vie d’italia di articoli dedicati ai campi di battaglia funzionali al ruolo assunto dalla guerra nella propaganda del regime, che celebrava il conflitto non solo come manifestazione del patriottismo e dell’eroismo nazionali ma soprattutto come momento storico che aveva segnato la rinascita della nazione. Nell’immediato dopoguerra e nei due decenni successivi, inoltre, vi era stato un gran numero di pubblicazioni dedicate a diffondere nel paese la conoscenza della guerra sui territori in cui era stata combattuta non solo per esaltarne la vittoria ma anche per avvicinare gli italiani ad un evento che era rimasto estraneo nelle sue connotazioni fisiche e ambientali; erano spesso edite su impulso dell’associazione nazionale combattenti e reduci. CAPITOLO IV – TURISMO AI CONFINI D’ITALIA 4.1 – Il turismo prebellico Nel primo dopoguerra l’italia annetteva trentino alto adige, venezia giulia, istria, zara e fiume che presentavano già una consistente organizzazione nell’ambito del turismo montano, termale e balneare sviluppata durante la dominazione asburgica. Soprattutto nelle aree alpine, erano stati associazioni alpinistiche italiane e austro-tedesche a creare spazi turistici, dopo la scoperta delle Alpi e delle dolomiti in particolare da parte di viaggiatori dell’alta borghesia inglese e austriaca. Nei decenni precedenti al conflitto nelle regioni italofone dell’austria-ungheria, delle alpi bellunesi e giulie sino al quarnero il cai, la società triestina poi società delle alpi giulie, la società alpinisti tridentini, il club alpino fiumano e altri sodalizi austro-tedeschi portarono avanti escursioni, segnalazione dei sentieri, costruzione di rifugi. Le vette alpine erano divenute nel corso dell’ terreno di scontro nazionale e vi si era riversata non solo la sfida alle scalate ma anche la rivalità tra alpinisti italiani ed austriaci, dato che sulle alpi si riversavano le tensioni nazionalistiche che vedevano sul crinale alpino il confine naturale degli stati, dando vita a forme di politicizzazione della montagna. La diffusione dell’alpinismo sportivo produceva tutto un nuovo indotto professionale costituito da guide alpine, trasportatori, rifugi, alberghi nelle zone basse come il grand hotel di madonna di campiglio o l’hotel cortina, con il passaggio alla villeggiatura favorito dallo sviluppo della rete ferroviaria nelle alpi e dell’energia idroelettrica soprattutto da parte austriaca e francese. Anche