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Una panoramica dettagliata sull'evoluzione del turismo in italia dalla belle époque al periodo fascista. Esplora le prime iniziative di organizzazione turistica, il ruolo del commissariato per il turismo e l'importanza delle guide turistiche. Analizza anche lo sviluppo del turismo in regioni come il trentino-alto adige e la libia, evidenziando le strategie promozionali e le politiche del regime fascista per incentivare il turismo interno e coloniale. Un'analisi approfondita delle dinamiche storiche e delle politiche che hanno plasmato il settore turistico italiano.
Tipologia: Sintesi del corso
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1. 1 - All’origine dell’organizzazione turistica in Italia Durante la belle epoque pratiche turistiche elitarie della vecchia aristocrazia europea e alta borghesia industriale. Accanto al turismo termale balneare e montano della prima metà dell’800 si affianca nella seconda metà del secolo il turismo urbano nelle capitali europee, favorito dallo sviluppo ferroviario. Consumatosi il modello del grand tour, in Italia cresceva il movimento turistico con un forte ritardo nell’organizzazione turistica e nei flussi turistici interni. Questi flussi erano sostenuti nei decenni dopo l’Unità da sodalizi privati: club alpino italiano (Torino 1863), Touring club italiano (Milano 1894) e poi regio automobil club italiano e altri. Processo di modernizzazione in Italia a cavallo del secolo:
sul mercato internazionale, l’incremento della viabilità extraurbana (si iniziavano a diffondere le automobili), gli alberghi nei piccoli centri. Pietro Lanza di Scalea sosteneva che ci volesse qualcosa in più rispetto alle mete dei pellegrinaggi e al fascino della grandezza romana, l’Associazione riteneva che i vantaggi economici legati al turismo fossero incomparabili con qualsiasi altra industria e che il contatto con gli stranieri portava vantaggi anche culturali. Evidenziava inoltre il divario che si era creato nel settore turistico con la francia, molto all’avanguardia in questo campo. C’era bisogno di curare tutti quegli aspetti che avrebbero reso più gradito il soggiorno nella penisola: l’educazione all’ospitalità, il miglioramento delle vie e dei mezzi di trasporto, la protezione del paesaggio e del patrimonio artistico, abbandonando quella via del lasciar fare che aveva finora caratterizzato la gestione del settore che contava sull’uso delle risorse naturali e culturali così com’erano.
1.5 – Editoria e propaganda turistica Per diffondere la conoscenza dell’Italia, l’enit puntava sulla predisposizione di informazioni e dati contenuti in opuscoli come gli Elenchi regionali degli alberghi, proiettando nelle sale documentari di propaganda turistica, il più famoso dei quali fu Italia, tra il 1924 e 1925. Pubblicò una serie di opuscoli dedicati alle regioni e alle maggiori città nel corso degli anni 20. Era anche impegnato nella salvaguardia dei beni paesistici nella consapevolezza della loro importanza per una politica turistica qualificata, come nel caso della difesa delle grotte di postumia, e incoraggiò la costituzione di parchi nazionali, primo tra tutti il parco nazionale d’abruzzo. L’organo ufficiale dell’Enit era la rivista del tci Le vie d’Italia che contribuiva a diffondere l’immagine dell’Italia nel paese e all’estero, ma tra il 1922 e il 1927 l’ente pubblicò un proprio bollettino mensile, Le tourisme en Italie, destinato soprattutto agli uffici di viaggio dopo il loro distacco dall’Enit e il loro accorpamento nella Compagnia Italiana Turismo: dopo lo sganciamento della parte commerciale dall’enit e la creazione della cit, l’ente divenne un vero e proprio Ufficio turistico di stato. Esso segnalava la necessità per l’italia di attrarre i turisti americani, amanti del lusso e delle comodità, che erano trattenuti nel loro paese dalla See america first, organizzazione che favoriva il turismo interno negli usa. Per una maggiore diffusione delle informazioni turistiche, l’enit inviava ai maggiori quotidiani settimanalmente un notiziario per la stampa in inglese, francese e tedesco, con un supplemento mensile in inglese e uno in francese. A questi si affiancavano le famose Guide d’italia del tci che hanno contribuito a far conoscere l’italia a generazioni di italiani e altre pubblicazioni dal raci, dal cai, dal consorzio delle stazioni di cura, soggiorno e turismo, dalle pro loco. Tramite l’eiar, l’enit utilizzava la radiofonia per diffondere il proprio radiogiornale e usava anche la fotografia come strumento di propaganda diretta, con soggetti dedicati al paesaggio e al patrimonio culturale, soprattutto storico-artistico e monumentale. Nel 1925 l’enit terminava il documentario Italia e, per documentare le opere del regime, girava il documentario Vita nova, da inviare agli uffici di viaggio e turismo dell’ente all’estero (new york, Londra, parigi, vienna, berlino). Nel novembre 1925, con la creazione dell’Istituto luce, il settore della propaganda cinematografica viene sottratto all’enit. 1.6 – La Compagnia Italiana Turismo (CIT) Nel 1920, l’enit stipula una convenzione con le ferrovie dello stato per la gestione degli uffici di viaggio di parigi, londra e new york e la possibilità di aprirne altri in tutto il mondo; avvia una serie di trattative con i maggiori istituti bancari italiani e altri enti per costituire il Consorzio italiano per gli uffici di viaggio e turismo, concepito come organo esecutivo dell’enit, presieduto da Luigi Vittorio Bertarelli, presidente del tci. Il consorzio sviluppò una rete di agenzie all’estero e in italia divenendo la massima organizzazione di viaggi nel paese, ma attirando le critiche delle agenzie di viaggio italiane, prime tra tutte la Sommariva e la Chiari, per la concorrenza sleale che esso costituiva, tanto che il governo decise di scioglierlo e di costituire la Compagnia Italiana Turismo con la partecipazione delle ferrovie, dell’enit, del banco di napoli e del banco di sicilia. La cit gestiva gli uffici di viaggio e turismo, le agenzie di viaggi e navigazione, le biglietterie ferroviarie e tutti i servizi relativi al turismo nazionale e internazionale, rappresentando le ferrovie dello stato con uffici di viaggio e turismo all’estero e in italia, comprese alcune città coloniali come tripoli in libia. Aveva la funzione di diffondere il materiale pubblicitario edito da enit e ferrovie, come gli opuscoli della Rivista mensile di Propaganda edita dal 1933. Sin dal 1921 l’enit aveva sollecitato l’istituzione di treni domenicali a tariffa ridotta, anticipando i treni popolari ideati dal fascismo, aveva dedicato attenzione alle questioni legate alla circolazione automobilistica in rapida diffusione e alle frontiere, ottenendo che ai viaggiatori stranieri non venisse più chiesto il visto alla frontiera né il permesso di soggiorno. In quest’ottica rientra la costruzione dell’autostrada Milano laghi che univa Milano, como e varese con le zone turistiche del
lago di como e del lago maggiore, inaugurata nel primo tratto nel 1924; la Roma-ostia nel 1928 e la firenze-mare nel 1933. Luigi vittorio bertarelli, primo presidente tci, ricorda una delle maggiori questioni che affliggevano l’industria turistica italiana, quella alberghiera. L’enit affrontava la questione con consistenti difficoltà nel reperire i fondi, nonostante il ministero dell’economia avesse appoggiato la sua proposta di istituire all’interno del consorzio un’apposita sezione di credito alberghiero. L’enit cercava di recuperare le strutture requisite durante il conflitto e di incentivare l’iniziativa privata per la costruzione di nuove strutture, favoriva la costruzione nelle grandi città nelle zone adiacenti alle stazioni di hotel terminus e touring. Modello era quello americano, tanto che il tci invia un socio ingegnere a chicago per studiarne l’organizzazione alberghiera e crea al suo interno una commissione per il miglioramento alberghiero. 1.7 – Lo sviluppo delle Pro Loco L’azione dell’enit si scontrava non solo con le difficoltà finanziarie, ma anche con l’incapacità della politica di vedere nel turismo una fonte di ricchezza per il paese. L’enit incoraggiava la diffusione delle Pro Loco, associazioni locali nate spontaneamente negli ultimi decenni dell’800 per opera di comitati di cittadini con lo scopo di promuovere e sviluppare il territorio d’appartenza; per fare questo, dice l’Enit, bisognava valorizzare tutto quello che la regione offriva al turista, offrendo comodità e riposo. Tra il 1920 e il 1921 l’enit, in collaborazione con il tci, diede impulso alla creazione di varie pro loco in ogni parte d’italia, tra cui la pro sardinia a cagliari, prima associazione turistica dell’isola: a fine 1921 si contavano 200 pro loco, di cui 80 legate all’enit. Esse contribuivano alla soluzione di molti problemi locali, dato lo stretto rapporto col territorio, e ad esse venne attribuito il compito di favorire l’industria del souvenir, molto ricercata dagli stranieri. Nonostante questo, non si raggiunsero i risultati sperati e nel 1926 le pro loco vennero in gran parte sciolte e sostituite dalle Aziende autonome di cura, soggiorno e turismo. Dalla metà degli anni 30 sarebbero dipese dagli enti provinciali del turismo, in esse si sarebbe innervato il regime con la presenza del segretario politico del fascio di combattimento e del podestà, tenendo sotto controllo le attività turistiche locali. 1.8 Le Aziende autonome di cura, soggiorno e turismo Per porre rimedio alla questione della ricettività alberghiera, nel 1926 vennero create delle Aziende autonome nelle località di cura e di soggiorno, affiancate qualche anno dopo dal Consiglio centrale delle stazioni di cura, soggiorno e turismo presso il ministero dell’interno con compiti di direzione, coordinamento, prevenzione e vigilanza delle attività turistiche. Nel 1921 l’enit aveva proposto il riconoscimento delle stazioni di cura, l’applicazione della tassa di soggiorno e il suo investimento per migliorare l’offerta turistica, estendendo queste misure anche alle località di soggiorno. Località e territori frequentati da turisti venivano elevati ad aziende autonome di cura, soggiorno e turismo, in comuni nei quali nell’economia locale era preponderante il concorso dei forestieri a scopo di cura, soggiorno o svago. Alcuni centri, sede di fonti termali o rinomati per bellezze naturali, venivano dichiarati di particolare interesse turistico e in essi veniva costituita un’azienda autonoma del turismo, dotata di personalità giuridica distinta dal comune, che si occupava di valorizzare e favorire lo sviluppo turistico. A parte per quelle località già stazioni di cura, il riconoscimento del nuovo status era un atto amministrativo complesso, che spettava al consiglio centrale delle stazioni di cura, soggiorno e turismo, con requisiti ristretti che penalizzarono molti comuni che ne restarono esclusi. Delle perplessità vennero espresse già nel sesto congresso nazionale delle stazioni di cura, soggiorno e turismo tenutosi ad Abbazia nel 1927, in cui vennero evidenziate le differenze tra le località turistiche straniere e italiane e la scarsa valorizzazione delle risorse idroterapiche. A complicare il tutto, venne stabilita la devoluzione di un quarto dell’imposta di cura a vantaggio dell’Opera nazionale maternità e infanzia per sostenere le fasce più deboli della popolazione, mentre molti
Con l’ideologia ruralista del regime ben si sposava la valorizzazione dei piccoli borghi che, anche se si continuava a puntare sull’industria turistica balneare e sulle città d’arte, divennero il fulcro del network turistico attraverso la creazione delle Pro Loco. In esse, dipendenti prima dai Comitati e poi dagli Enti Provinciali del turismo, il regime si innervava con la figura del segretario del fascio di combattimento e del podestà, tenendo così sotto controllo le attività turistiche locali. L’antiurbanesimo fascista era evidente in ambito turistico, tanto che veniva dichiarato sulle pagine di Turismo d’Italia che i turisti avrebbero potuto vedere “qualcosa di nuovo un po’ dappertutto”, fornendo al turista un “diversivo all’urbanesimo”. La creazione di littoria nel 1932 rappresentava per il regime l’affermazione dell’italia rurale, tanto da venire promossa dopo soli 4 anni con la guida Littoria e provincia, ma nella realtà da un punto di vista turistico era scalzata dalle spiagge di Formia, dal circeo, da gaeta. Quanti si recavano a visitare Littoria e le altre città di fondazione dell’area pontina non erano certo spinti da un patrimonio storico-artistico ma dalla visione dell’operato del regime in sé. In quegli stessi anni il regime portava a compimento lo sviluppo di ostia nuova con l’inaugurazione nel 1928 della via del mare e dell’idroscalo nel 1926. Essa sarebbe esplosa turisticamente con l’apertura dell’autostrada e della ferrovia da porta san paolo, divenendo Lido di Roma e ospitando mussolini e l’establishment del regime, divenendo meta domenicale dei romani. In breve tempo sorsero gli stabilimenti balneari come il Roma, il Salus, il Battistini, i bagni vittoria lungo la riviera di ponente, di destinazione più popolare, e il rex, il duilio, il kursaal lungo quella di levante, più signorile. 2.4 – Turismo e fascismo: un iniziale difficile rapporto Inizialmente il regime non aveva colto le potenzialità politiche ed economiche del turismo, considerandolo un’attività servile e una degenerazione del carattere italiano, sfavorendone di fatto lo sviluppo. Ma anche all’interno dell’establishment stesso si levavano voci dal parere opposto: Achille Starace, Fulvio Suvich e Ezio Maria Gray. Starace era presidente della federazione nazionale escursionistica, a cui si deve l’introduzione del sabato fascista dal 1935 e che contribuì alle pratiche turistiche delle organizzazioni del regime come l’ond, la gioventù italiana del littorio e l’opera nazionale balilla; gray divenne presidente della Compagnia italiana turismo nel 1927 e Suvich prima presidente dell’enit poi nel 1931 al vertice del Commissariato per il turismo, organismo costituito dal regime per creare un’immagine dell’italia che promuovesse oltre alle bellezze artistiche e naturali anche i valori politici, morali, civili e produttivi. Suvich infatti, ambasciatore a Washington, si era reso conto di come l’italia attraesse gli americani più facoltosi e culturalmente sensibili non solo per le bellezze storico artistiche ma anche per l’eco acquisita dal regime e dal mito della romanità, con la stampa internazionale che esaltava l’operato di mussolini. In realtà, come dicevano i detrattori del fascismo, il regime tendeva ad intervenire appositamente sui luoghi più frequentati dai turisti, strumentalizzando il turismo per veicolare una determinata immagine dell’italia e delle sue realizzazioni. Dopo una iniziale incomprensione verso il fenomeno turistico, dunque, divenuto chiaro come esso fornisse un apporto importante all’economia del paese e avesse forte valenza politica, il regime creò una struttura istituzionale per il settore turistico e acquistò il complesso di Castrocaro terme, inaugurando una stagione di fasti per la località legata al turismo della salute e al divertimento. Dagli anni 30, erano sempre di più gli italiani che andavano a passare le acque con lo sviluppo del termalismo sociale favorito da provvedimenti del regime. Nel 1936 la fiera di Milano ospitò la mostra del turismo, organizzata dalla direzione generale per il turismo, che rifletteva l’importanza politica ed economica attribuita al settore. Questo cambio di considerazione per il settore turistico può essere inquadrato nella più ampia questione della propaganda fascista e nella sua esportabilità, nella considerazione che i caratteri spirituali del fascismo fossero universali e che quindi non riguardassero solo l’italia. A questo principio
contribuivano i contatti con le istituzioni turistiche straniere, in particolare con gli altri regimi autoritari europei come la Spagna, i centri per stranieri d’informazioni sul fascismo della gioventù italiana del littorio e l’attività dell’ond, che organizzava viaggi di scambio tra germania e italia, anche se quest’ultima, dopo l’annessione dell’Austria, impediva agli austriaci, frequentatori delle spiagge e delle località della Venezia giulia, di varcare le frontiere. Sempre per favorire la conoscenza dell’italia mussoliniana all’estero, il regime usò la diplomazia culturale incoraggiando visite in italia da parte di personalità straniere di prestigio; mossa di cui si avvalevano anche altri regimi dittatoriali con l’intento di ottenere l’appoggio dei governi stranieri sulla scena internazionale piuttosto che di perseguire quello che sarebbe uno degli effetti benefici dichiarati del turismo, ovvero quello di favorire la libera conoscenza reciproca fra i popoli e una coesione morale tra le nazioni, come dichiarato dallo stesso Suvich. Anche la germania nazista puntava sul turismo per rafforzare il senso di appartenenza comunitaria e per sviluppare forme di consenso, mediante l’associazione ricreativa nazionalsocialista kdf (forza attraverso la gioia). Questa, facente parte dell’organizzazione dei lavoratori, venne istituita nel 1933 dopo un viaggio in italia di Ley, presidente dell’organizzazione dei lavoratori, molto colpito dall’idea della pianificazione del tempo libero. A differenza dell’esperienza italiana, quella tedesca voleva garantire viaggi e divertimento nel tempo libero non solo ai lavoratori ma anche ai datori di lavoro, nell’ottica della visione totalitaria del regime della “comunità del lavoro”. 2.5 – La battaglia per il turismo Alla fine degli anni 20 il turismo fu colpito dalla crisi, anche in Italia, dove il senatore Gallenga Stuart lamentava che i turisti preferissero visitare le altre grandi capitali europee piuttosto che roma, attribuendone la colpa alle campagne diffamatorie dei fuoriusciti antifascisti e ai controlli frontalieri troppo pressanti e invasivi. Suvich invece difendeva la necessità di controlli accurati e di collaborazione tra enti turistici e organi di polizia per evitare critiche da parte dei turisti, questione lamentata dallo stesso Mussolini. Del resto, il contatto con i controlli frontalieri era il primo contatto dei turisti con la “nuova italia” e questo richiedeva dunque personale specializzato e istruito a dovere. Malgrado ciò, le limitazioni imposte ai controlli frontalieri dal regime erano pesanti ed in contrasto con l’immagine favorevole dell’italia mostrata all’esterno con l’accoglienza degli uffici turistici della cit e dell’enit.
cosiddetti “organizzati libici”, cioè quei 13 mila bambini figli dei coloni che erano stati inviati in Libia e che venivano portati in italia per motivi di sicurezza, allontanandoli per lungo tempo dalle famiglie. 2.8 – Le istituzioni turistiche Se l’istituzione delle Aziende autonome delle stazioni di cura soggiorno e turismo del 1926 era orientata alla valorizzazione delle autonomie locali, i provvedimenti successivi e l’attribuzione alla presidenza del consiglio di competenze in ambito turistico segnavano interventi nel segno dell’accentramento. Del resto, i rapporti che si erano intessuti tra Aziende, podestà e imprenditori privati, oltre alla loro distribuzione disomogenea sul territorio, determinava una difficoltà di controllo su di essi, tanto che vennero creati dei Comitati provinciali del turismo, presieduti dai prefetti e in cui un delegato dell’Enit, ente ormai fascistizzato a tutti gli effetti, provvedeva al controllo centrale e all’assoggettamento a direttrici unitarie: si forma la governance dall’alto del fenomeno turistico. A partire dagli anni 30 funzioni rilevanti venivano assegnate al Ministero dell’Interno e a livello periferico ai prefetti, facendo dipendere gli organi turistici locali dal comune e dai consigli dell’economia corporativa, sancendo di fatto la loro assunzione di funzioni consultive e di coordinamento a scapito dei compiti legati alla promozione turistica e all’iniziativa economica. Il regime era ormai consapevole, oltre che del suo valore economico, che il turismo potesse essere utilizzato per la costruzione del consenso tramite organizzazioni apposite quali l’ond e l’opera nazionale balilla, che promuovevano in collaborazione con altri enti iniziative come i treni popolari, le gite domenicali, le colonie, le crociere, controllando e gestendo il tempo libero specialmente nelle fasce più povere della popolazione, con l’obiettivo di far loro conoscere non solo le bellezze dell’italia ma anche le grandi realizzazioni del regime. L’ond, in collaborazione con la cit, organizzava anche viaggi di nozze dopolavoristici. Nel 1929 l’Enit, dopo la sua fascistizzazione, assumeva sempre più carattere di un organo statale e veniva affiancato da altri enti nella sua funzione di propaganda estera come l’istituto per le relazioni culturali all’estero, gli Istituti italiani di cultura, la società Dante Alighieri. All’enit veniva anche assegnata la funzione di diffondere la cultura tecnica inerente alle industrie turistiche, compito a cui già aveva contribuito il tci con le sue scuole alberghiere; la funzione didattica trovò un primo riferimento nella cattedra di economia turistica presso la Sapienza. 2.9 – Il Commissariato per il Turismo Nel 1931 venne istituito il Commissariato per il turismo, alle dirette dipendenze del capo del governo, la prima istituzione pubblica per la governance del settore turistico, considerato ormai fortemente strategico sia sul piano internazionale che interno. Questo veniva da varie necessità: rendere effettiva l’azione del governo in campo turistico mettendo fine alla conflittualità tra enit e cit, risolvere la mancanza di direttive univoche dal punto di vista gestionale. Su questa decisione influì senz’altro la grave crisi economica del 1929 che spinse il regime a cercare di superare quell’immagine stereotipata dell’italia come paesi di “romantici ruderi e gustosi sorbetti”, promuovendo lo sviluppo dell’industria turistica. La mancanza di mezzi e di autorità era segnalata come uno dei problemi che affliggevano il settore: l’industria del forestiero veniva considerata un fenomeno a carattere nazionale dai larghi riflessi economici, sociali e politici e in quanto tale doveva essere governato in maniera uniforme, distinguendo la funzione politica da quella commerciale. L’onorevole Maresca Donnorso di Serracapriola, capo console del tci di napoli, sosteneva inoltre la necessità di sostenere il turismo per sviluppare quelle zone del paese rinomate a livello mondiale per le bellezze ma non dotate dei comfort e delle condizioni necessarie all’accoglienza del turista estero, ai quali andava offerta anche possibilità di svago. Auspicava inoltre che il turismo avrebbe alimentato un mercato di consumo dei prodotti agricoli locali. A questo si aggiunge Italo Bonardi, che sottolineava l’esigenza di una revisione della legislazione turistica, in particolar modo per le
stazioni di cura, soggiorno e turismo che in parte non erano che centri modesti inadatti ad ospitare un ufficio informazioni o creare un’Azienda separata dal comune e che venivano svantaggiati dall’entità della tassa di soggiorno. Suvich stesso sottolineò l’esigenza di aumentare le potenzialità turistiche del paese con un’ampia offerta di attrazione turistiche, come le manifestazioni musicali e teatrali, e sulla valorizzazione del patrimonio idrotermale e delle stazioni di cura. Era chiaro che il fenomeno turistico in italia, così complesso e variegato e legato ad antiche tradizioni locali, difficilmente avrebbe potuto essere colto nella sua interezza da una visione del tutto accentratrice.
Accanto alle istituzioni pubbliche nel settore turistico operavano anche una serie di enti a carattere nazionale con finalità diverse come il raci (reale automobile club d’italia), il cai (club alpino italiano), l’aereo club d’italia che diffondeva la pratica del volo e la Lega navale nel campo degli sport nautici. C’erano poi enti turisticamente rilevanti ma legati a specifiche realtà territoriali come la Primaversa siciliana, il comitato per l’estate livornese, l’ente turistico silano. Aveva incidenza sullo sviluppo turistico di singole località la creazione di enti autonomi di valorizzazione come per ischia, elba e portofino e l’apertura di parchi nazionali del gran paradiso, dello stelvio e del circeo. Se inizialmente le politiche turistiche del fascismo avvenivano nel solco dell’impostazione data dallo stato liberale, tra la metà degli anni 20 e gli anni 30 il regime mise in atto un’architettura istituzionale che si sarebbe mantenuta sostanzialmente fino all’inizio dell’italia repubblicana. 2.13 – Turismo e nazionalizzazione delle masse Alla fine degli anni 20 l’Italia era tra i paesi a più forte vocazione turistica, al terzo posto dopo francia e canada secondo le statistiche della società delle nazioni; negli anni 30 continuava a rimanere ai primi posti della graduatoria internazionale, contando nel 1935 più di 15 mila strutture ricettive e 3 milioni di stranieri, aumentati a oltre 5 milioni nel 1937. Dal 1931 le autorità di pubblica sicurezza attuavano la rilevazione diretta alle frontiere del numero dei viaggiatori distinti per nazionalità. Il regime portava avanti la propaganda e la fascistizzazione degli italiani mediante la rete dell’organizzazione dopolavoristica, destinata a formare in essi il “senso del turismo” e ad organizzare il tempo libero secondo i dettami della dimensione di massa della politica. La coscienza turistica italiana veniva individuata nel turismo sportivo, che già a fine 800 era messo in atto da cai e tci, nel turismo culturale, religioso e commerciale; nella visione del regime il turismo era il settore in cui tradizione e modernità si incontravano, con bellezze storico-artistiche e paesistiche affianco a nuove pratiche turistiche con nuove attrezzature e infrastrutture tecnologiche come per gli sport invernali. Per il regime, la questione dello sviluppo turistico non era solo una questione di carattere economico, ma legata anche alla mancanza di un’educazione turistica, non impartita nelle scuole, che portava problemi di natura sociale, impedendo la reciproca conoscenza degli italiani e il superamento dei pregiudizi che avrebbero consentito un processo di omogeneizzazione nazionale. in quest’ottica rientra lo stretto rapporto stretto negli anni 30 tra la pratica sportiva e il turismo di regime, come nel caso esemplare della collaborazione tra Gruppi universitari fascisti e enit per i Giuochi Universitari Internazionali del 1933, per i quali si era prodotto un opuscolo con il programma delle gare, l’organizzazione sportiva italiana e le visite turistiche e culturali che gli studenti avrebbero potuto effettuare. Sulla scia del turismo come strumento di scambi culturali e di comprensione delle diversità, i guf erano impegnati nello sviluppo del turismo giovanile: all’interno di ogni guf era presente un ufficio viaggi che organizzava gite culturali, escursioni, crociere, campi estivi e invernali con agevolazioni, oltre ad una sezione per studenti stranieri. Alla fine degli anni 20, il turismo in italia vedeva una diminuzione, in linea con la generale crisi europea, compensata in parte dalla richiesta delle fasce sociali più basse in seguito ad una politica turistica che incoraggiava il turismo popolare alla scoperta del paese con sconti e agevolazioni. Nello stesso anno, Ezio maria gray, presidente della Cit, per sviluppare il turismo internazionale sollecitava secondo la diplomazia culturale dei viaggi di carovane turistiche specializzate formate da esperti di vari settori per mostrare e diffondere l’italia contemporanea, dei lavoratori e produttori: agricoltori in val padana, gli industriali agli stabilimenti piemontesi e lombardi, gli studenti nelle città d’arte. Questo concetto di funzione educativa del turismo sarebbe stato ripreso anche dall’editoriale del 1941 della rivista Turismo d’italia, a conflitto ormai iniziato, nel quale il turismo veniva inteso come approfondimento di realtà diverse di terre e di popoli. A questi si affiancavano i viaggi non di svago
ma di educazione politica che riguardavano i lavoratori italiani nell’alleata germania, proseguiti poi con il reclutamento di manodopera italiana per il terzo reich. 2.14 – I treni popolari e le riduzioni ferroviarie Grande successo propagandistico ebbero i cosiddetti treni popolari, treni speciali celeri per servizi festivi popolari, introdotti dalla politica di sconti e concessioni avviata nel 1931 dal ministero delle comunicazioni diretto da Costanzo Ciano con l’intento di favorire il turismo interno e internazionale. Le agevolazioni erano dedicate a gruppi famigliari diretti nelle località balneari o termali, viaggiatori esteri diretti alle spiagge dell’adriatico, turisti interni diretti in alto adige o cadore; in generale i treni popolari collegavano le grandi città tra loro, con i centri minori, con località di interesse storico- artistico o turistico, con luoghi del primo conflitto mondiale. Venivano allestiti in occasioni di feste, celebrazioni e gare di carattere nazionale. Tra il 1931 e il 1939 i treni popolari sono stati fondamentali per la diffusione della pratica del viaggio tra gli italiani, per visita alle grandi città, gite fuori porta, il fine settimana al mare o in montagna, il ferragosto, con pranzo al sacco o menù turistico a prezzo fisso. Tutto ciò nasceva dall’esigenza non solo di un’apertura sociale verso il ceto medio ma anche di compensazione del calo del traffico ferroviario causato dall’automobile e dalla riduzione di turisti stranieri. L’iniziativa, inaugurata il 2 agosto 1931, ebbe un successo enorme di adesioni e fino alla fine dell’anno vide quasi 460 mila partecipanti, divenendo una consuetudine soprattutto nelle grandi città, in primis milano: nel complesso i treni popolari trasportarono oltre 8 milioni 700 mila italiani. Gli ultimi viaggi avvennero nel settembre 1939, in vista dell’incombente conflitto mondiale. Dopo l’aggressione all’etiopia nel 1935, vennero varati una serie di provvedimenti per incentivare il turismo interno ed internazionale: tra gli altri, buoni benzina emanati dalla federazione nazionale fascista alberghi e turismo, i buoni albergo per l’esenzione dall’imposta delle stazioni di soggiorno o di cura. Contemporaneamente, per favorire i viaggi di breve raggio (250 km) e il turismo interno, le ferrovie emettevano biglietti di andata e ritorno festivi con riduzioni del 50% e del 70% per i gruppi. Lo scopo era quello di diffondere la possibilità di viaggiare in ambito interregionale e regionale tra i ceti impiegatizi urbani, meno legati ai turni rispetto ad altre categorie e con maggiore disponibilità economica, oltre a promuovere manifestazioni turistiche come la primavera siciliana, che era divenuta molto nota anche all’estero. Stesse riduzioni erano applicate per i viaggi religiosi organizzati dalla Peregrinatio romana ad petri sedem. A 6 anni dall’inizio dell’emissione dei biglietti festivi le vendite erano state di 8 milioni. Nella maggior parte dei casi, comunque, i treni popolari avevano come meta le località balneari, che cominciavano a essere più frequentate, a scapito dei viaggi di breve raggio di al massimo 2 giorni. Per rivitalizzare i flussi turistici dopo la crisi del 1936, nel 1937 le ferrovie applicavano riduzioni del 60% per la prima classe e del 35% sulla seconda per stranieri e italiani residenti all’estero che soggiornassero almeno 12 giorni usufruendo dei buoni della federazione nazionale fascista alberghi e turismo.
Sulla base di questi precedenti, la prima guerra mondiale diede avvio a quel fenomeno turistico che gli inglesi chiamarono thanatostourism o dark tourism. In questa forma di turismo emozioni, ricordi e patrimonio culturale, materiale e immateriale, si fondeva insieme nella costruzione di una memoria sociale, che a volte diventava vera e propria memoria pubblica nazionale come nel caso di Gallipoli, dove si era svolta una delle battaglie più cruente per le truppe australiane e neozelandesi vissuta come la prima tragedia condivisa da un popolo molto composito che aveva gettato le basi del momento fondativo della nascita della nazione. In un altro caso emblematico, quello di Ypres, una delle battaglie più cruente del fronte occidentale, la debole identità belga portava al prevalere di una memoria non direttamente nazionale ma prima locale e poi transazionale. Nel caso italiano, la memoria collettiva della guerra, ritardata sino al 1919, coglieva il senso e la dimensione della morte di massa, in assenza dei cadaveri, attraverso quello che benedetto croce lamentava come estremo monumentalismo, con cippi, lapidi, iscrizioni, ma anche attraverso i viaggi al fronte da parte delle famiglie dei caduti alla ricerca delle sepolture, dei reduci e di quanti volevano celebrare la guerra. Anche nel caso italiano i viaggi nelle zone di guerra avevano avuto un precedente nell’età liberale rivolto alle guerre del risorgimento, con pratiche turistiche di carattere elitario. 3.2 – Le carovane del TCI In Italia, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, si erano sviluppate forme di turismo sui campi di battaglia legate alle vicende risorgimentali, con escursioni organizzate da vari sodalizi sorti dopo l’unità tra cui la Società dei reduci delle patrie battaglie (1868). Sin dalla sua nascita il tci si era fatto promotore delle escursioni patriottiche contribuendo a rendere i luoghi emblematici delle vicende dei siti di interesse turistico.
rappresentato il primo importante viaggio della loro vita, il primo contatto con realtà diverse ed estranee al loro orizzonte culturale e geografico. I viaggiatori americani erano richiamati in europa dalle descrizioni delle zone di guerra dei corrispondenti in forme simili a quelle delle guide turistiche, capaci di cogliere gli aspetti esteticamente ed emotivamente salienti dei luoghi segnati dalle devastazioni con i loro mirabilia belli. La ripresa dei flussi turistici dall’america all’europa nel dopoguerra risentiva delle restrizioni ai viaggi transoceanici e della penuria di navi passeggeri, essendosi la flotta ridotta, ma superate queste difficoltà si rianimò, favorita dall’enorme differenza nei tassi di cambio. 3.4 – Le “attrattive di ordine sentimentale e di ordine economico” e le escursioni del TCI Angelo Mariotti era consapevole dell’importanza del turismo sui campi di battaglia per i flussi turistici dall’estero, luoghi che definiva attrattive di ordine sentimentale ed economico, favorite dalla svalutazione della lira ma anche dalla bellezza dei paesaggi in cui si trovavano, specialmente sulle vette della guerra bianca. A differenza degli altri paesi europei, come Francia e Belgio, che vedevano l’afflusso sui campi di battaglia principalmente di inglesi, americani e tedeschi, il Italia le escursioni organizzate dal tci nelle terre redente avevano più che altro lo scopo di far conoscere l’italia agli italiani, le nuove terre, e di rendere omaggio ai soldati, guardiani del nuovo confine. Il sodalizio aveva da subito prefigurato l’arrivo di numerosi turisti-pellegrini sui luoghi scenario della guerra.
con materiali bellici forniti dalle autorità militari e dalle associazioni patriottiche la parte superiore del monte sabotino, il grappa e il pasubio. 3.6 – Il turismo sui campi di battaglia negli anni Trenta Negli anni 30 il messaggio propagandistico del regime si amplia a nuovi segmenti della società, le scolaresche e i lavoratori iscritti all’ond, individuati come soggetti mediante cui forgiare l’”uomo nuovo” a cui il fascismo mirava. Le guide del tci dei campi di battaglia erano infatti destinate nello specifico a familiari dei caduti, veterani, dopolavoristi e giovani, affiancati dal turista curioso. Ma già all’inizio degli anni 20 erano state promosse in ambito scolastico, con intento di pedagogia nazionale, gite ed escursioni nelle zone di guerra, come il pellegrinaggio studentesco nelle tre venezie organizzato dall’unione turisti emiliani nel 1923 o quella del 1921 sul carso, sul grappa e in trentino da parte di studenti baresi nel segno dell’attività commemorativa in funzione di pedagogia nazionale messa in atto già dallo stato liberale. Negli anni 30 il tci contribuì a questa pratica di viaggi devozionali:
intervenendo sulla questione della monumentalizzazione della guerra sul territorio, si diceva contrario alla realizzazione di monumenti al fante e alla vittoria, ritenendo che tutto il Carso avrebbe dovuto essere elevato a monumento nazionale in una sorta di lunga via sacra corredata da cippi funerari ed epigrafi commemorative. Con l’avvicinarsi del decennale della fine del conflitto vide la luce il primo volume di una collana dedicata in modo specifico al turismo nelle zone di guerra intitolato Sui campi di battaglia. La nostra guerra, dove si lamentava la scarsa organizzazione dell’Italia nel far conoscere turisticamente le zone di guerra a fasce più ampie di popolazione, come accadeva in francia. Per questo, il sodalizio si impegnò a predisporre un gran numero di cartelli segnaletici, a stipulare accordi con aziende di trasporti locali e a dare avvio alle guide storico-turistiche delle zone di guerra sul modello della Guida dei campi di battaglia della Michelin del 1919. L’Enit aveva pubblicato la guida I campi della gloria. Itinerario illustrato delle zone monumentali dei campi di battaglia da Trento a Trieste.