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Appunti su vita, pensiero e opere di Catullo + testi e analisi
Tipologia: Appunti
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Caio Valerio Catullo nacque a Verona ma si trasferì a Roma probabilmente per due motivi: o perché la sua famiglia era di origine romana, o perché a Roma stava il culmine della cultura letteraria dell’epoca. A Roma, ispirandosi a Callimaco e ad una poesia epicurea, comincia a scrivere con un linguaggio quotidiano per avere un pubblico più vasto. Ad esempio compose il Liber Catulliano, che racchiude tutto ciò che l’autore prova, in canti d’amore. Il libro fu dedicato a Cornelio Nepote (ne parla nella prima poesia introduttiva al libro); definisce la sua opera come un “libricino”, come se avesse paura di sembrare presuntuoso. Cornelio Nepote faceva parte di una delle più importanti famiglie romane, ed inoltre fu colui che diede inizio al circolo dei Poetae Novi. Catullo conobbe due famosi esponenti della Poesia Neoterica: Elvio Cinna e Licinio Calvo. Labor Limae è la chiave della poetica callimachea, e consiste in una continua rivisitazione e riassunzione di ciò che si è scritto, perché fondata sulla brevitas dei componimenti, ovvero di un componimento breve con linguaggio semplice nel quale però si concentrano tantissimi concetti e sentimenti. Catullo era profondamente innamorato di Clodia, la moglie di Metello Celere, che venne rinominata Lesbia ispirandosi a Saffo che viveva sull’isola di Lesbo. Era così innamorato che era persino geloso di un passero del quale lei si prendeva cura. Il Liber si divide in tre tipologie di poesie: le nugae, caratterizzate da argomenti divertenti e poco importanti; le carmina docta, distinte invece da uno stile aulico e curato; e gli epigrammi, le cui tematiche fondamentali sono la commemorazione funebre e la fides, ovvero la fedeltà nell’amicizia e nell’amore. Il più conosciuto tra gli epigrammi è una commemorazione funebre per il fratello dell’autore, il Carme 101, che viene poi ripreso da Foscolo per comporre ‘In morte del fratello Giovanni’.
Quaeris, quot mini basiationes Chiedimi quanti tuoi baci, tuae, Lesbia, sint satis superque. Lesbia, mi sian sufficienti e di più. Quam magnus numerus Libyssae harenae Quanto grande il numero di sabbia libica Lasarpiciferis iacet Cyrenis giace nella Cirene produttrice di Laserpizio oraclum Iovis inter aestuasi tra l’oracolo dell’infuocato Giove et Balti veteris sacrum sepulcrum; e il sacro sepolcro dell’antico Batto; aut quam sidera multa, cum tacet nox, o quante stelle, quando la notte tace, furtiuos hominum vident amores: vedono i furtivi amori degli uomini: tam te basia multa basiare se tu mi baci con così tanti baci Vesamo satis et super Catullo est, (allora si placherà il delirio di Catullo) quae nec pernumerare curiosi che i curiosi non possano contarli, possint nec mala fascinare lingua o le malelingue gettarvi il malocchio.
Miser Catulle, desinas ineptire, Povero Catullo, smetti di impazzire, et quod vides perisse, perditum ducos. e ciò che vedi perduto, consideralo perduto. Fulsere quondam candidi tibi soles, Un tempo brillarono per te splendidi soli, cum ventitabas quo puella ducebat quando andavi dove ti conduceva la ragazza amata nobis, quantum amabitur nulla! amata da noi quanto nessuna sarà amata mai. Ibi illa multa tum iocosa fiebant, Là si facevano molti giochi quae tu volebas nec puella nolebat. che tu volevi e che la ragazza non disdegnava. Fulsere vere candidi tibi soles. Brillarono per te davvero splendidi soli. Nunc iam illa non vult: tu quoque. Ormai ora quella non vuole: anche tu, impotens, noli, impotente, non volere, nec quae fugit sectare, nec miser vive, e non inseguirla se fugge, non vivere infelice, sed obstinata mente perfer, obdura. ma con mente ostinata sopporta, resisti. Vale, puella. Iam Catullus obdurat, Addio ragazza, Catullo ormai resiste, nec te requiret nec rogabit invitam. non ti cercherà né pregherà te che lo rifiuti. At tu dolebis, cum rogaberis nulla: Però tu soffrirai, quando non sarai pregata: scelesta, vae te! Quae tibi manet vita? disgraziata, guai a te! Che vita ti rimane? Quis nunc te adibit? Cui videbiris bella? Chi ti si avvicinerà ora? A chi sembrerai bella? Quem nunc amabis? Cuius esse diceris? Chi amerai ora? Di chi dirai di essere? Quem basiabis? Cui labella mordebis? A chi darai baci? A chi morderai le labbra? At tu, Catulle, destinatus obdura. Però tu, Catullo, ostinato, resisti.
Nulli se dicit mulier mea nubere malle Con nessuno la mia donna dice di volersi sposare Quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat. Che con me, neanche se lo stesso Giove lo chiedesse. Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti, Dice: ma la donna quel che dice al bramoso amante, in vento et rapida scribere oportet aqua bisogna scriverlo nel vento e nell’acqua che porta via.
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Ti odio e ti amo. Come possa fare ciò, forse ti chiedi. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Non lo so, ma sento che così avviene e me ne tormento.
Malest, Cornifici, tuo Catullo Sta male, o Cornificio, il tuo Catullo, malest, mehercule, et laboriose, sta male, mio dio, e peggiora, et magis magis in dies et horas. Ogni giorno, ogni ora che passa, Quem tu, quod minimum facillimumque est, E tu nemmeno una parola di conforto, qua solatus es allocutione? Che è una cosa da nulla, che non costa! Irascor tibi. Sic Sono in collera con te. È così che Meos amores? Paulum quid lubet allocutionis, mi vuoi bene? Una minima parola basterebbe, maestius lacrimus Simonideis. Purchè più mesta di un verso mesto di Simonide.
Si quicquam mutis gratum acceptumque sepulcris accidere Se ai muti sepolcri può giungere qualcosa di grato ed accetto A nostro, Calve, dolore potest, o Calvo, dal nostro dolore, quo desiderio veteres renovamus amores nel quale rinnoviamo antichi amori col desiderio atque olim missas flemus amicitias, e una volta perdute piangiamo le amicizie, certe non tanto mors immatura dolori est Certamente la morte prematura non provoca tanto Quintiliae, quantum gaudet amore tuo. O Quintilia, quanto gode del tuo amore.
Il carme annuncia la pubblicazione del poemetto di Elvio Cinna, la Zmyrna, e lo fa con toni di acceso entusiasmo, elogiando il lavoro dell’amico e allo stesso tempo ribadendo i principi di fondo dell’esperienza neoterica (doctrina e labor limae). Il componimento appartiene ai carmi programmatrici, in cui vengono declinati i caratteri che deve possedere una composizione poetica, secondo i dettami dell’alessandrinismo callimacheo. Quasi a voler ribadire anche a livello formale i principi neoterici, il carme presenta una grande ricercatezza stilistica. Zmyrna^1 mei Cinnae, nonam post denique messem Dopo nove inverni e nove estati di lavoro Quam coeptast nonamque edita post hiemem, finalmente la Zmyrna del mio Cinna è pubblicata, milia cum interea quingenta Hortensius^2 uno mentre Ortensio mezzo milione di versi scrive all’anno ....................................................................................^3 ........................................................................................... Zmyrna cavas Satrachi^4 penitus mittetur ad undas, La Zmyrna arriverà sino alle acque profonde Zmyrnam cana diu saecula pervolvent. Del Sàtraco e ancora in secoli lontani sarà letta. At Volus^5 annales Poduam morientur ad ipsam Gli Annali di Volusio invece moriranno a Padova Et laxas scombris saepe dabunt tunicas. O forniranno cartaccia per avvolgere gli sgombri. Parva mei mihi sint cordi monumenta
Il carme costituisce la traduzione della celeberrima ode 31V. di Saffo (“Mi sembra essere pari agli dei quell’uomo che davanti a te siede e...”). La tecnica utilizzata è quella dell’aemulatio, che consiste nel partire dal modello per staccarsene alla fine con originalità. Infatti le prime tre strofe sono diverse dalla quarta, che venne infatti definita un componimento a sé, anche se il moto psicologico totale non risulta incoerente. La concezione dell’amore è affine nelle due opere, per la sua forza travolgente e sconvolgente. Probabilmente il carme costituisce la dichiarazione d’amore di Catullo a Lesbia. Ile mi par esse deo videtur^1 , Egli mi pare essere pari a un Dio, ille, si fas est, superare divos^2 , egli, se è lecito, supera gli dei, qui sederis adversus^3 identidemte sedendoti di fronte continuamente spectat et audit ti guarda e ascolta dulce^5 ridentem, misero quod omnis mentre ridi dolcemente, a un tuo sorriso invece io miseramente eripit sensus mihi: nam simul te, mi sento perdere i sensi: infatti quando ti vedo, Lesbia, aspexi, nihil est super mv^7 Lesbia, non mi rimane un filo di ...........................................(vocis)^8 ...................................................(voce). Lingua sed torpet, tenuis sub artus La lingua si paralizza, una sottile folgore Flamma demanat, sonitu suopte mi scorre per le membra, mi ronzano le Tintinant aures, gemina teguntur9-12^ orecchie, gli occhi sono avvolti da una Lumina nocte. duplice notte. Otium, Catulle, tibi molestum est, l’ozio, Catullo, ti danneggia, otio exultas nimiumque gestis13-16, oziando ti esalti e ti ecciti troppo; otium et reges prius et beatas perdidit urbes. l’ozio ha rovinato sovrani e beate città. mi = mihi ille, si fas est, superare divos^2 = il verso sembra sottolineare il contrasto tra la felicità del rivale e la sofferenza del poeta. Fas = tutto ciò che è lecito adversus^3 = aggettivo (“rivolto verso te”) dulce^5 = accusativo avverbio; ridentem = participio pred. di te; misero = infelice amore; quod = pronome relativo riferito a “dulce ridentem”; aspexi = azione ripetuta; .......(vocis)^8 = L’intero verso 8 non c’è e probabilmente era composto dalla parola “vocis”, che completa il senso della frase. Lingua sed [...] teguntur9-12^ = figure retoriche tra cui anastrofe, iperbato in enjambement, onomatopea, metafora, ossimoro, e allitterazioni. Otium = parola chiave (sottolineata dall’anafora), concetto diffuso.