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.Appunti sui testi di Catullo.
Tipologia: Appunti
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T2 - La dedica a Cornelio Nepote Cui dono lepidum novum libellum arida modo pumice expolitum? Corneli, tibi: namque tu solebas meas esse aliquid putare nugas iam tum, cum ausus es unus Italorum omne aevum tribus explicare cartis doctis, Iuppiter, et laboriosis. Quare habe tibi quicquid hoc libelli qualecumque; quod, o patrona virgo, plus uno maneat perenne saeclo. A chi dono (questo) nuovo grazioso libretto, levigato or ora con l’arida pomice? A te, Cornelio: infatti tu eri solito pensare che valessero qualcosa le mie sciocchezze già allora, quando osasti, solo fra gli italici, svolgere tutta la storia in tre volumi dotti, per Giove, e laboriosi. Perciò abbia per te questo libretto, quale che sia e come che sia; che possa, o vergine protettrice, durare più di un secolo perenne. Il liber di Catullo si apre con questa dedica a Cornelio Nepote, topos letterario ripreso anche da Ariosto. La presenza di molti vezzeggiativi indica un utilizzo di un sermo familiaris. E’ forte la contrapposizione tra le sciocchezze ( nugas ) di Catullo e i volumi dotti (cartis doctis) di Cornelio, a sottolineare il rispetto e l’ammirazione che il primo nutre verso il secondo. V. 1: omoteleuto ( lepidum novum libellum ) che evidenziano i tre termini che ne fanno parte, la raffinatezza, l’originalità e la brevità; V. 2: iperbato ( arida [...] pumice ), che come quelli a seguire nella poesia mette in evidenza i due estremi; V. 4: iperbato ( meas [...] nugas ); V. 5: Cornelio è lodato per essere stato il primo autore latino di una storia universale, si era dunque meritato la captatio benevolentia per i suoi scritti; V. 6: metonimia (carta con il significato di libro); V. 10: metonimia (secolo perenne con significato di generazione), incluso in un complemento comparativo dove il secondo termine di paragone è espresso con l’ablativo. Maneat è un congiuntivo indipendente.
T5 - L’”altro” come un dio Ille mi par esse deo videtur, ille, si fas est, superare divos, qui sedens adversus identidem te spectat et audit dulce ridentem, misero quod omnis eripit sensus mihi: nam simul te, Lesbia, aspexi, nihil est super mi
T7 - “Lesbia, mi chiedi quanti baci…” …
T8 - Il passerotto di Lesbia Passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere, cui primum digitum dare appetenti et acris solet incitare morsus, cum desiderio meo nitenti carum nescio quid lubet iocari, et solaciolum sui doloris, credo, ut tum gravis acquiescat ardor: tecum ludere sicut ipsa possem et tristis animi levare curas! O passero, trastullo della mia ragazza, col quale suole giocare, che tenere in grembo, a cui dare la punta del dito (mentre lo becca) e provocare i vigorosi morsi, quando al mio fulgente desiderio piace giocare un non so che di piacevole e conforto al proprio dolore, credo, affinché allora si plachi il pesante ardore: potessi io giocare con te come lei stessa ed alleviare i tristi affanni dell’animo! Il carme descrive l’affetto che Lesbia mostra nei confronti del suo passero e descrive il desiderio che avrebbe Catullo di essere al suo posto, nascondendo dunque un desiderio erotico, espresso negli ultimi due versi. V. 1: omoteleuto ( deliciae meae puellae ), ricorda il cinguettio degli uccelli; V. 2: anastrofe ( quicum [...] quem al posto di quacumquae ); V. 4: arcaismo ( acris al posto di acres ). E’ presente l’omissione del cuius per motivi metrici e il verbo solet regge quattro relative, tre esplicite e una implicita; V. 5: metonimia (mio fulgente desiderio per Lesbia); V. 6: arcaismo ( lubet al posto di libet ); V. 9: possem è un congiuntivo indipendente optativo; V. 10: arcaismo ( tristis al posto di tristes ).
T11 - Amare e voler bene Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem. Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam, sed pater ut gnatos diligit et generos. Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror, multo mi tamen es vilior et levior. “Qui potis est?”, inquis. Quod amantem iniuria talis cogit amare magis, sed bene velle minus. Un tempo dicevi di amare solo Catullo, Lesbia, e per me di non volere l’abbraccio di Giove. Allora ti amai, non come il volgo l’amante, ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi. Ora ti ho conosciuta; e anche se brucio più forte, tuttavia mi sei molto più vile e leggera. “Come è possibile?”, dici. Perché tale offesa costringe l'amante ad amare di più, ma ne spegne l’affetto. Ciò che spinge l’avversità di Catullo è ancora una volta la rottura della fides da parte di Lesbia. Sono presenti forti contrasti, come quello tra il passato e il presente, quello tra l’affetto per l’amante e per i figli. Il carme si conclude con una forte antitesi, che afferma che l’amore carnale di Catullo verso Claudia è sempre più forte, ma il suo volerle bene si è esaurito. V. 1-3: vox media ( nosse e dilexi , amare con diverse connotazioni, nel primo caso è il volere bene, nel secondo è l’amore carnale). Forma sincopata ( nosse al posto di novisse ); V. 4: uso del termine gnatos per indicare i figli, di tipo più aulico rispetto a liber. V. 6: endiadi ( vilior et levior , trasformabile in “finita”/”scaduta”).
T12 - Odi et amo Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior. (Ti) odio e (ti) amo. Per quale motivo io faccia ciò, forse tu chiedi. Non lo so, ma sento che accade e non me ne do pace. In questo distico Catullo riesce a esprimere con una grandissima incisività la difficoltà dell’amore dettato dal cuore, specificato dal verbo sentio , di origine platonica, che non segue la ragione. Questa emozione lo ferisce dunque, come si può capire dal forte excrucior , verbo che allude alla crocifissione e, in generale, a un forte dolore. Questo è un tema che è stato usato più volte, come da Saffo, Anacreonte e Terenzio, e verrà ripreso da autori posteri, come Saba e Ungaretti. V. 1-2: antitesi ( Odi et amo ). Contrapposizione tra faciam e fieri , ovvero tra costruzione attiva e passiva, che esprime il senso di una sofferenza ricevuta involontariamente.
T15 - Lesbia come una prostituta …
T16 - Come un fiore [...] nec meum respectet, ut ante, amorem, qui illius culpa cecidit velut prati ultimi flos, praetereunte postquam tactus aratro est. [...] né si rispetti, come un tempo faceva, di questo mio amore, che è caduto per colpa di quella come un fiore sul ciglio d’un prato non appena è reciso dall’aratro che passa Questo carme rappresenta il saluto definitivo verso Lesbia, esprimendo un senso di rimpianto per aver sprecato il sentimento dell’amore per la donna sbagliata, che lo ha distrutto come un aratro recide un fiore. E’ infatti presente il topos letterario dell’amore come un fiore, idealizzato per la prima volta da Saffo, che rappresenta l’amore come un fiore purpureo, colore che ricorda una ferita, che a terra sanguina. In Catullo il fiore è reciso da un aratro, analogia di Lesbia, che rappresenta la distruttività di questo amore, ma è presente anche il termine “toccato”, che sottolinea comunque la fragilità del sentimento, cosa che mancherà negli autori che si ispireranno a lui. Virgilio unisce i due testi, rappresentando un fiore purpureo reciso da un aratro. Similmente a lui, anche Ariosto nell’ Orlando furioso scrive un passo molto simile in occasione della morte di Dardinello. Infine, il tema dell’amore come un fiore appare ancora una volta con Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi , nell’episodio della madre di Cecilia, che si ritira in casa, aspettando la morte, come un fiore che viene tagliato da una falce; qui manca l’elemento purpureo di Saffo per convenientia, visto che la causa della morte era la peste. …
T19 - Sulla tomba del fratello Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem, quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum, heu miser indigne frater adempte mihi. Nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum tradita sunt tristi munere ad inferias, accipe fraterno multum manantia fletu, atque in perpetuum, frater, ave atque vale.
T20 - Sirmione Paene insularum, Sirmio, insularumque ocelle, quascumque in liquentibus stagnis marique vasto fert uterque Neptunus, quam te libenter quamque laetus inviso, vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos liquisse campos et videre te in tuto! O quid solutis est beatius curis, cum mens onus reponit, ac peregrino labore fessi venimus larem ad nostrum desideratoque acquiescimus lecto? Hoc est quod unumst pro laboribus tantis. Salve, venusta Sirmio, atque ero gaude, gaudete vostque, Lydiae lacus undae, ridete quidquid est domi cachinnorum!