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Analisi della Letteratura Italiana Contemporanea: Calvino, Fenoglio e Ginzburg - Prof. Man, Sintesi del corso di Letteratura Contemporanea

Appunti completi del corso di Letteratura italiana contemporanea E della prof.ssa Manetti per l'a.a. 2022/2023 (programma su Calvino, Fenoglio, Ginzburg e Gadda).

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 02/02/2023

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Letteratura italiana contemporanea E a.a. 2022/2023
prof.ssa Beatrice Manetti
1
CONTEMPORANEA E LETTERATURA ITALIANA
14 nov 2022
I fenomeni letterari sono sempre di lunga durata, ma ci sono anni più influenti” di altri. Uno di questi
anni clou è senza dubbio il 1963, anno in cui giunge al termine la lunga stagione neorealista, quella
dei grandi scrittori nati tra gli anni Dieci e gli anni Venti del XX secolo. Nel 1963, inoltre, trova visibilità
pubblica e s’impone il Gruppo ’63, formato dagli scrittori della neoavanguardia: il “vecchio” collide
con frammenti di rinnovamento e con pretese financo rivoluzionarie. Vedremo cosa succede in un
periodo così turbolento a quattro autori Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Natalia Ginzburg e Carlo
Emilio Gadda , e come essi reagiscono alle sollecitazioni di cambiamento che si fanno via via
sempre più strada. Nello stesso anno, il 1963, la traiettoria di questi quattro autori conosce
ciascuna in modo diverso uno snodo:
- Calvino (1923-1985) conosce un punto di svolta cruciale e la sua opera muta radicalmente;
- Fenoglio muore (1922-1963), ma nello stesso anno della sua morte esce Una questione
privata, che rinnova e rilancia la narrativa della Resistenza;
- la Ginzburg (1916-1991) pubblica il suo romanzo più letto, Lessico famigliare, che segna
nella traiettoria della scrittrice la conquista della prima persona, della penna autobiografica;
- quello dell’anziano ingegner Gadda (1893-1973) rappresenta sicuramente il caso più
eccentrico e anomalo: tra il finire degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta escono
infatti i due capolavori (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957 e La cognizione del
dolore, 1963) che danno al loro autore una seconda vita, condizionando e suggestionando
la produzione letteraria degli anni a venire.
I problemi principali del neorealismo sono essenzialmente definirlo e periodizzarlo.
«[…] non siamo di fronte a scuole organizzate, basate su una dottrina, come ai suoi tempi
accadde per il naturalismo francese. Nessuna finora (e quindi neppure l’avremo domani),
nessuno ci ha dato delle regole, un codice dell’invenzione neorealistica
(Carlo Bo, Inchiesta sul neorealismo, 1951)
«Sì, possiamo parlare di neorealismo anche per la nostra letteratura ma non nello stesso senso
in cui possiamo parlarne, ad esempio, per il nostro cinematografo. In questo campo l’espressione
ha un valore critico decisivo che definisce qualità e difetti, aspirazioni e atteggiamenti comuni a
tutti i nostri registi. Usata invece in letteratura non definisce niente d’intrinseco che sia comune
a tutti i nostri scrittori o anche solo a una parte di essi […]. Via via che dici la parola tu la devi
riempire di un significato speciale. In sostanza tu hai tanti neorealismi quanti sono i principali
narratori.» (Elio Vittorini)
Neorealismo: vicissitudini di una parola
Calco del tedesco Neue Sachlichkeit (nuova oggettività), introdotto nel dibattito letterario italiano
nel 1931 da Umberto Barbaro per definire una tendenza alla rappresentazione realistica diffusa in
Germania, in Russia, in Francia e in parte anche in Italia. Usato indifferentemente in alternativa a
neoverismo, neonaturalismo e realismo per indicare opere che rappresentano una realtà sociale
concreta. Ma anche i critici che lo usano si dichiarano scettici sull’esistenza di un nuovo realismo
nella letteratura italiana.
Nel 1942 Mario Serandrei, a proposito dei primi pezzi di girato del film di Luchino Visconti
Ossessione, ispirato al Postino suona sempre due volte di James Cain (lo stesso testo che Pavese
indicherà come fonte di Paesi tuoi), scrive in una lettera al regista: «Non so come definire questo
tipo di cinema se non con l’appellativo di neorealistico» (fino ad allora: cinema dei telefoni bianchi”).
Dall’anno successivo l’etichetta comincia a estendersi dall’ambito cinematografico a quello
letterario, in coincidenza con la radicale frattura storica segnata dall’armistizio dell’8 settembre e
dalla guerra di liberazione dal nazifascismo.
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prof.ssa Beatrice Manetti

LETTERATURA ITALIANA CONTEMPORANEA E

14 nov 2022 I fenomeni letterari sono sempre di lunga durata, ma ci sono anni più “influenti” di altri. Uno di questi anni clou è senza dubbio il 1963 , anno in cui giunge al termine la lunga stagione neorealista, quella dei grandi scrittori nati tra gli anni Dieci e gli anni Venti del XX secolo. Nel 1963, inoltre, trova visibilità pubblica e s’impone il Gruppo ’63 , formato dagli scrittori della neoavanguardia : il “vecchio” collide con frammenti di rinnovamento e con pretese financo rivoluzionarie. Vedremo cosa succede in un periodo così turbolento a quattro autori – Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Natalia Ginzburg e Carlo Emilio Gadda – , e come essi reagiscono alle sollecitazioni di cambiamento che si fanno via via sempre più strada. Nello stesso anno, il 1963, la traiettoria di questi quattro autori conosce – ciascuna in modo diverso – uno snodo:

  • Calvino (1923-1985) conosce un punto di svolta cruciale e la sua opera muta radicalmente;
  • Fenoglio muore (1922-1963), ma nello stesso anno della sua morte esce Una questione privata , che rinnova e rilancia la narrativa della Resistenza;
  • la Ginzburg ( 1916 - 1991 ) pubblica il suo romanzo più letto, Lessico famigliare , che segna nella traiettoria della scrittrice la conquista della prima persona, della penna autobiografica;
  • quello dell’anziano ingegner Gadda ( 1893 - 1973 ) rappresenta sicuramente il caso più eccentrico e anomalo: tra il finire degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta escono infatti i due capolavori ( Quer pasticciaccio brutto de via Merulana , 1957 e La cognizione del dolore , 1963) che danno al loro autore una seconda vita, condizionando e suggestionando la produzione letteraria degli anni a venire. I problemi principali del neorealismo sono essenzialmente definirlo e periodizzarlo. «[…] non siamo di fronte a scuole organizzate, basate su una dottrina, come ai suoi tempi accadde per il naturalismo francese. Nessuna finora (e quindi neppure l’avremo domani), nessuno ci ha dato delle regole, un codice dell’invenzione neorealistica.» ( Carlo Bo, Inchiesta sul neorealismo , 1951) «Sì, possiamo parlare di neorealismo anche per la nostra letteratura ma non nello stesso senso in cui possiamo parlarne, ad esempio, per il nostro cinematografo. In questo campo l’espressione ha un valore critico decisivo che definisce qualità e difetti, aspirazioni e atteggiamenti comuni a tutti i nostri registi. Usata invece in letteratura non definisce niente d’intrinseco che sia comune a tutti i nostri scrittori o anche solo a una parte di essi […]. Via via che dici la parola tu la devi riempire di un significato speciale. In sostanza tu hai tanti neorealismi quanti sono i principali narratori.» ( Elio Vittorini ) Neorealismo: vicissitudini di una parola Calco del tedesco Neue Sachlichkeit (“nuova oggettività”), introdotto nel dibattito letterario italiano nel 1931 da Umberto Barbaro per definire una tendenza alla rappresentazione realistica diffusa in Germania, in Russia, in Francia e in parte anche in Italia. Usato indifferentemente in alternativa a neoverismo, neonaturalismo e realismo per indicare opere che rappresentano una realtà sociale concreta. Ma anche i critici che lo usano si dichiarano scettici sull’esistenza di un nuovo realismo nella letteratura italiana. Nel 1942 Mario Serandrei , a proposito dei primi pezzi di girato del film di Luchino Visconti Ossessione , ispirato al Postino suona sempre due volte di James Cain (lo stesso testo che Pavese indicherà come fonte di Paesi tuoi ), scrive in una lettera al regista: «Non so come definire questo tipo di cinema se non con l’appellativo di neorealistico » (fino ad allora: “cinema dei telefoni bianchi”). Dall’anno successivo l’etichetta comincia a estendersi dall’ambito cinematografico a quello letterario , in coincidenza con la radicale frattura storica segnata dall’ armistizio dell’8 settembre e dalla guerra di liberazione dal nazifascismo.

prof.ssa Beatrice Manetti Maria Corti, Tre “campi di tensione”. Neorealismo (1978) (gli altri due “campi di tensione” sono l’Avanguardia e lo Sperimentalismo) 1943 (inizio della Resistenza): memorie, diari, cronache partigiane, racconti resistenziali, a partire dai quali comincia a strutturarsi una scrittura neorealistica. 1950 : culmine dell’involuzione politica italiana cominciata due anni prima con le prime elezioni della storia repubblicana e la sconfitta dei partiti di sinistra; nel 1951 esce l’ Inchiesta sul Neorealismo di Carlo Bo. Arco cronologico diviso in due fasi : 1943 - 1945 : coscienza di una rottura storico-politica col passato e certezza di poter dare inizio sul piano letterario a qualcosa di nuovo dal punto di vista sia tematico sia formale; costituirsi di una tradizione orale e di una koinè tematica e stilistica che influenzerà anche gli scrittori di professione; nuova solidarietà tra narratori e destinatari, che porta con sé la volontà di rinnovare in senso democratico le istituzioni letterarie italiane. 1945 - 1948 : escono i libri più rappresentativi del movimento neorealista (E. Vittorini, Uomini e no , 1945; V. Pratolini, Cronache di poveri amanti , 1947; I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno , 1947; C. Pavese, Il compagno , 1947; G. Berto, Il cielo è rosso , 1947). Romano Luperini, Riflettendo sulle date: appunti sul neorealismo (2001) 1930 - 1936 : I. Silone, Fontamara (1933); C. Bernari, Tre operai (1934); E. Vittorini, Erica e i suoi fratelli (1936); R. Bilenchi, Il capofabbrica (1935); A. Moravia, Gli indifferenti (1929). “Nuovo realismo”: narrazione lineare, linguaggio semplice e mimetico, descrizione di personaggi e di ambiente storicamente e geograficamente definiti. “Realismo politico”: l’impegno ideologico e politico è scoperto così come è forte la tensione sperimentale. 1940 - 1944 : R. Bilenchi, La miseria (1940); E. Vittorini, Conversazione in Sicilia (1941); C. Pavese, Paesi tuoi (1941); V. Pratolini, Il quartiere (1944). In continuità rispetto alle opere più rappresentative degli anni immediatamente successivi. 1945 - 1948 : E. Vittorini, Uomini e no (1945); I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno ( 1947 ); V. Pratolini, Cronache di poveri amanti (1947); C. Pavese, La casa in collina ( 1948 ) ecc. Entrambi i gruppi pongono in primo piano il mondo contadino e il popolo dei quartieri poveri (artigiani, piccola borghesia, disoccupati), ignorando la realtà operaia delle fabbriche. Realismo più soggettivo che oggettivo, aperto alle suggestioni della fiaba (Calvino), del mito e del simbolo archetipico (Vittorini, Pavese). 1949 - 1955 : il PCI spinge verso il recupero di modelli ottocenteschi (linea Manzoni-Verga) e il ritorno al romanzo tradizionale, in linea con l’idea di letteratura nazionalpopolare teorizzata da Gramsci e con il realismo socialista sovietico. Eroe positivo a tutto tondo, prelevato dalle classi popolari (contadino o operaio), narratore onnisciente, struttura narrativa tradizionale. R. Viganò, L’Agnese va a morire (1949); F. Jovine, Le terre del Sacramento (1950); V. Pratolini, Metello ( 1955 ). Pavese, Vittorini e il realismo Nel 1938 Pavese scrive nel diario che «bisogna raccontare sapendo che i personaggi hanno un dato carattere, sapendo anche che le cose avvengono secondo determinate leggi», ma che «il point del nostro racconto non devono essere né quei caratteri né quelle leggi». La letteratura non può essere una registrazione meccanica di ciò che è, ma un’attività fantastica che sostituisce alla tranche de vie la favola e il mito (così nel 1942 nel Mestiere di vivere ). Tutta la riflessione di Pavese verte sulla ricerca di una sintesi tra tensione mitica e rappresentazione realistica. È solo la linfa del mito che

prof.ssa Beatrice Manetti Dopo la sconfitta del Fronte Popolare nelle elezioni del 1948 , la politica culturale del PCI cambia:

  • in filosofia e nella critica letteraria prevale la tradizione dello storicismo idealistico di De Sanctis e Croce , esteso a Gramsci (nel 1947 Einaudi pubblica le Lettere dal carcere e poi via via fino al 1951 la serie dei Quaderni del carcere , in particolare nel 1950 Letteratura e vita nazionale );
  • in letteratura la linea Manzoni-Verga , con il rifiuto dell’arte contemporanea (modernismo e avanguardie vecchie e nuove) e il realismo socialista sovietico , con subordinazione dell’attività intellettuale alla dottrina di partito e un’idea dell’ arte come propaganda delle teorie del marxismo-leninismo. “Il Politecnico” (1945-1947) Editoriale di apertura di Vittorini , Una nuova cultura : la cultura passata si è limitata a produrre conoscenza, a elaborare valori, ma di fronte alla sofferenza umana è rimasta indifferente o si è limitata a un compito puramente consolatorio. «Non più una cultura che consoli nelle sofferenza ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le eliminiGrafica di forte impatto, quasi da rotocalco (uso di fotografie, fumetti, titoli in rosso e nero). Inchieste giornalistiche che impegnano gli intellettuali nella conoscenza diretta della realtà e nell’ analisi dei problemi concreti delle masse (i giovani, l’industria, il Meridione, la questione femminile). Grande rilievo dato alla scoperta delle regioni , alla vita della provincia , alla voce dei lettori , chiamati a scrivere lettere ma anche a collaborare con articoli e reportage. Apertura ai giovani scrittori (esordio di Calvino) e alle avanguardie artistiche e culturali europee e americane (Majakovskij, Brecht, Kafka, Hemingway, Picasso), alla psicanalisi e alla sociologia. La polemica Vittorini-Togliatti Dal 1946 viene meno l’appoggio del PCI: da settimanale la rivista diventa mensile e viene distribuita solo agli abbonati. M. Alicata, La corrente “Politecnico” , in “Rinascita” (giugno 1946): accuse di culturalismo e astrattezza, di incapacità di educare le masse a una cultura nazionale e popolare, di eccessiva attenzione alle avanguardie europee e alla letteratura americana. E. Vittorini, Politica e cultura : la politica agisce sul piano della cronaca , la cultura su quello della storia ; la prima produce cambiamenti quantitativi, la seconda mutamenti qualitativi. Per questo sono e devono restare autonome. Risposta di Togliatti (settembre-dicembre 1946): tra politica e cultura esistono legami strettissimi e non è pensabile negare alla politica il diritto di intervenire nelle questioni culturali ;

prof.ssa Beatrice Manetti nell’atteggiamento di Vittorini ritrova lo stesso tentativo degli intellettuali dell’età giolittiana di fondare un movimento d’opinione basato sul protagonismo degli uomini di cultura, senza un reale collegamento con la pratica politica. Nel suo ultimo intervento (gennaio-marzo1947), Vittorini esplicita il proprio rifiuto di «suonare il piffero per la rivoluzione» , denuncia l’arte di partito come una «nuova Arcadia», prende le difese del valore critico e conoscitivo della cosiddetta “letteratura della crisi”. L’anno seguente il giornale chiude i battenti. La critica marxista contro il neorealismo Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta la critica marxista comincia a manifestare un atteggiamento polemico nei confronti del neorealismo , ritenuto:

  • non sufficientemente rigoroso sul piano politico;
  • troppo caratterizzato dalla spontaneità;
  • renitente alle direttive culturali del PCI;
  • esposto alle influenze del cosiddetto “decadentismo”. Si comincia quindi a invocare il superamento del neorealismo in direzione del realismo :
  • passaggio dalla descrizione alla narrazione;
  • dal racconto breve al romanzo di ampio respiro;
  • dal dialetto a una lingua media;
  • presenza di un asse ideologico di matrice socialista a sorreggere l’opera;
  • personaggio esemplare, positivo e popolare, ad accompagnare lo svolgersi della vicenda generale con il suo sviluppo individuale. Il realismo secondo György Lukács Tra il 1950 e il 1953 escono i Saggi sul realismo e Il marxismo e la critica letteraria :
  • abbandono della descrizione (osservazione) a favore della narrazione (partecipazione);
  • presenza evidente dell’ autore e narratore onnisciente come sua proiezione ideologica;
  • «La categoria centrale, il criterio fondamentale della concezione letteraria realistica è il tipo , ossia quella particolare sintesi che , tanto nel campo dei caratteri che in quello delle situazioni, unisce organicamente il generico e l’individuale. Il tipo diventa tipo non per il suo carattere medio, e nemmeno soltanto per il suo carattere individuale, per quanto anche approfondito, bensì per il fatto che in esso confluiscono e si fondono tutti i momenti determinanti, umanamente e socialmente essenziali, d'un periodo storico; per il fatto che esso presenta questi momenti nel loro massimo sviluppo, nella piena realizzazione delle loro possibilità immanenti […]. Il vero grande realismo ritrae dunque l’uomo completo e la società completa , invece di limitarsi ad alcuni dei suoi aspetti.» (G. Lukács, Saggi sul realismo );
  • il personaggio deve sintetizzare la particolarità della propria esperienza individuale e la componente di universalità del mondo e dell’epoca in cui vive (caratterizzazione a tutto tondo);
  • le vicende del personaggio devono essere calate nella storia , specie in quei momenti eccezionali e in quegli snodi in cui i contrasti si manifestano con chiarezza. Pratolini tenta questa svolta da neorealismo a realismo nel Metello (1955), che è a un tempo romanzo storico e romanzo di formazione. Oltre ad avere un notevole successo di pubblico, il romanzo sollecita un dibattito culturale che “spacca” la critica.

prof.ssa Beatrice Manetti Le riviste degli anni Cinquanta “Officina” ( 1955 - 1959 ) Fondata a Bologna da Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Pier Paolo Pasolini , ai quali si aggiungono Gianni Scalia, Angelo Romanò e Franco Fortini. Proposta di uno sperimentalismo fondato sul recupero di modelli pre- novecenteschi (Pascoli e Carducci), di poeti dialettali, del plurilinguismo gaddiano e della linea antinovecentista (vociani, Saba). La proposta è formulata da Pasolini in La libertà stilistica. “Il menabò” (1959-1967) Pubblicata da Einaudi per iniziativa di Vittorini e Calvino , è una via di mezzo tra a rivista e la collana editoriale. Fascicoli-libro tematici: lingua e dialetto , narrativa meridionale , letteratura e industria. Il n. 5, uscito nel 1962, presenta una prima rassegna della neoavanguardia (testi di Sanguineti, Filippini e altri, con un saggio teorico di Umberto Eco). «[…] l’accettazione di una data struttura narrativa presuppone l’accettazione di una certa persuasione dell’ordine del mondo rispecchiato dal linguaggio che uso […]. Nel momento in cui l’artista si accorge che il sistema comunicativo è estraneo alla situazione storica di cui vuole parlare, deve decidere che non sarà attraverso l’esemplificazione di un soggetto storico che egli potrà esprimere la situazione, ma solo attraverso l’assunzione, l’invenzione, di strutture formali che si facciano il modello di questa situazione. Il vero contenuto dell’opera diventa il suo modo di vedere il mondo e di giudicarlo, risolto in modo di formare, e a questo livello andrà condotto il discorso sui rapporti tra l’arte e il proprio mondo.» ( U. Eco, Del modo di formare come impegno sulla realtà ) “Il Verri” (1956-) Fondato a Milano da Luciano Anceschi , primo nucleo di aggregazione dei poeti “novissimi” e del Gruppo ’63 (Nanni Balestrini, Antonio Porta, Alberto Arbasino, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Umberto Eco ecc.). Ampio spazio alla psicanalisi , allo strutturalismo , all’ antropologia culturale , recupero dell’esperienza delle avanguardie storiche europee. Centralità del concetto di “poetica” e accento sulle innovazioni formali. Le fasi della neoavanguardia Prima fase (1956-1962) : Dalla nascita del “Verri” e dalla pubblicazione di Laborintus di Sanguineti , il primo testo della neoavanguardia italiana, alla pubblicazione di Opera aperta di Umberto Eco e del n. 5 del “Menabò”; nel 1961 esce l’ antologia I novissimi , prima manifestazione organizzata del movimento. Seconda fase (1963-1969) : Dall’organizzazione, a Palermo , del primo convegno del Gruppo ’63 – che da quell’anno prenderà il nome – all’uscita dell’ultimo numero di “Quindici” , la rivista mensile nata nel 1967 come organo ufficiale del gruppo, diretta prima da Alfredo Giuliani, poi da Nanni Balestrini, ma nella quale svolge un ruolo di primo piano soprattutto Umberto Eco. U. Eco, Opera aperta (1962) Dialettica tra “definitezza” e “apertura” alla base di ogni opera d’arte:

  • l’artista realizza un oggetto compiuto secondo un’intenzione ben precisa;

prof.ssa Beatrice Manetti

  • l’oggetto artistico viene recepito da una pluralità di fruitori, ciascuno dei quali porta nell’atto di fruizione le proprie caratteristiche psicologiche e fisiologiche, la propria formazione ambientale e culturale. Nelle opere del simbolismo francese, nell’allegorismo di Kafka, nelle opere di Joyce è proprio l’artista a esaltare questa naturale apertura della comunicazione estetica, mirando non tanto a favorire la ricezione di un significato preciso, quanto a far sì che l’opera si offra a un’infinita possibilità di lettura. «L’opera d’arte – scrive Eco – sta diventando sempre più, da Joyce alla musica seriale, dalla pittura informale ai film di Antonioni, un’ opera aperta, ambigua , che tende a suggerire non un mondo di valori ordinato e univoco, ma una rosa di significati, un “campo di possibilità” , e per ottenere questo richiede sempre più un intervento attivo, una scelta operativa da parte del lettore o spettatoreIl Gruppo ‘ Si costituisce, come detto, durante il convegno di Palermo (3-8 ottobre 1963 ), prima occasione di esibizione pubblica. Nome del gruppo e modalità di lavoro mutuate dal tedesco Gruppo ’47 (Heinrich Böll, Günter Grass, Ingeborg Bachmann ecc.): letture e discussioni pubbliche = lavoro letterario come frutto di ricerche collettive. Il dibattito al convegno di Palermo nel 1963 A. Guglielmi, Avanguardia e sperimentalismo , in “Il Verri”, n. 8, 1963: «La linea viscerale della cultura contemporanea in cui è da riconoscere l’unica avanguardia oggi possibile è aideologica, disimpegnata, astorica, atemporale: non contiene messaggi, né produce significati di carattere generale. Suo scopo è quello di recuperare il reale nella sua intattezza : ciò che può fare sottraendolo alla Storia, scoprendolo nella sua accezione più neutra, nella sua versione più imparziale, al grado zero» (ossia esclusivamente attraverso lo strumento linguistico). E. Sanguineti, Sopra l’avanguardia , in “Il Verri”, n. 11, 1963: Fonda la sua idea di avanguardia sulla coincidenza di ideologia e linguaggio : ogni linguaggio è sempre ideologico, quindi ha a che fare con le egemonie culturali e con la lotta di casse; e in ogni linguaggio, non soltanto in quello pubblicitario, è insita una “persuasione occulta”. Quindi allo scrittore che voglia disporsi criticamente rimangono a disposizione lo straniamento (Brecht) e l’ allegoria (Benjamin), intesa come connessione di elementi estrapolati dal loro contesto abituale: due strategie riflessive e metalinguistiche che demistificano l’ideologia a partire dal linguaggio. Convegni annuali 1964, Reggio Emilia 1965, Palermo (sul romanzo sperimentale) 1966, La Spezia 1967, Fano Le riviste della neoavanguardia “Il Marcatrè” (1963-1970) “Malebolge” (1964-1970) “Grammatica” ( 1964 - 1976 )

prof.ssa Beatrice Manetti Italo Calvino ( 1923 - 1985 ). La lunga traversata degli anni Cinquanta I. Calvino, Prefazione ( 1964 ) a Il sentiero dei nidi di ragno «La Resistenza; come entra questo libro nella “letteratura della Resistenza”? Al tempo in cui l'ho scritto, creare una “letteratura della Resistenza” era ancora un problema aperto, scrivere “il romanzo della Resistenza” si poneva come un imperativo; a due mesi appena dalla Liberazione nelle vetrine dei librai c'era già Uomini e no di Vittorini, con dentro la nostra primordiale dialettica di morte e di felicità; i “gap” di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, tutto rapidi scatti sulla mappa concentrica della città; noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, di romanzo, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni... […] A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere soggezione dal tema, decisi che l'avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d'un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo… » Filtrare le vicende della Resistenza attraverso la narrazione delle avventure del piccolo Pin rende Il sentiero dei nidi di ragno una sorta di romanzo picaresco. In questo modo, Calvino riesce a evitare la retorica dell’eroe. Il protagonista è rappresentativo dell’autore ma non autobiografico. «Per mesi, dopo la fine della guerra, avevo provato a raccontare l’esperienza partigiana in prima persona, o con un protagonista simile a me. Scrissi qualche racconto che pubblicai, altri che buttai nel cestino; mi muovevo a disagio; non riuscivo mai a smorzare del tutto le vibrazioni sentimentali e moralistiche; veniva fuori sempre qualche stonatura ; la mia storia personale mi pareva umile, meschina; ero pieno di complessi, d’inibizioni di fronte a tutto quel che più mi stava a cuore. Quando cominciai a scrivere storie in cui non entravo io, tutto prese a funzionare […]. Quando cominciai a sviluppare un racconto sul personaggio d’ un ragazzetto partigiano che avevo conosciuto nelle bande, non pensavo che m’avrebbe preso più spazio degli altri. Perché si trasformò in un romanzo? Perché – compresi poi – l’identificazione tra me e il protagonista era diventata qualcosa di più complesso. Il rapporto del personaggio del bambino Pin e la guerra partigiana corrispondeva simbolicamente al rapporto che con la guerra partigiana m’ero trovato ad avere io. L’inferiorità di Pin come bambino di fronte all’incomprensibile mondo dei grandi corrisponde a quella che nella stessa situazione provavo io, come borghese. E la spregiudicatezza di Pin , per via della tanto vantata sua provenienza dal mondo della malavita, che lo fa sentire complice quasi superiore verso ogni “fuori-legge”, corrisponde al modo “intellettuale” d’essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai, di difendersi dalle emozioni … Così, data questa chiave di trasposizioni – ma fu solo una chiave a posteriori, sia ben chiaro, che mi servì in seguito a spiegarmi cos’avevo scritto – la storia in cui il mio punto di vista personale era bandito ritornava ad essere la mia storia…» Complessità del rapporto tra Storia e autobiografia , oggettività e soggettività: il principale limite dell’adottare il punto di vista di un bambino sta nel dover per forza di cose abbandonare ogni prospettiva politica; dal romanzo rischia così di rimanere fuori il senso storico della Resistenza. Calvino è allora costretto a introdurre nel Sentiero un capitolo , il nono , in cui le azioni di Pin e della banda del Dritto escono di scena per lasciar spazio al commissario Kim, che in un monologo molto criticato – disequilibra l’armonia della narrazione – spiega le ragioni della Resistenza , proiettandole nella Storia, distribuendo le ragioni e i torti tra i due schieramenti e prefigurando il giudizio storico che di quegli eventi verrà dato. Lo stesso Kim è una proiezione del Calvino adulto e intellettuale , che sa bene il significato storico dell’esperienza vissuta. L’esito dello scontro “Io-Storia” è per Calvino una dissociazione schizofrenica tra realismo e fiabesco. Ben presto lo scrittore rinuncerà alla strada del grande romanzo realistico, dell’affresco sociale della realtà italiana contemporanea, che aveva per lungo tempo provato a percorrere.

prof.ssa Beatrice Manetti Gli anni ’50: prove di romanzo realistico Una serie di tentativi falliti:

  • Il bianco veliero , un romanzo comico sulla borsa nera, è terminato nel 1949 ma subito accantonato per il giudizio negativo di Vittorini (Calvino ne ricaverà il racconto Vai così che vai bene , incluso nella raccolta dei Racconti del 1958 e nella seconda edizione di Ultimo viene il corvo del 1969);
  • I giovani del Po , romanzo epistolare operaio e cittadino scritto tra il 1950 e il 1951, viene abbandonato per insoddisfazione dello stesso autore e pubblicato come documento di un lavoro interrotto e solo per le insistenze di Pasolini, fra il gennaio 1957 e l’aprile 1958, in appendice alla rivista “Officina” (e, su richiesta dello stesso Calvino, in un corpo più piccolo rispetto a quello della rivista);
  • La collana della regina , romanzo realistico social-grottesco-gogoliano ambientato in una città industriale e nei suoi diversi strati sociali attraverso un oggetto che passa di mano in mano, ossia la collana del titolo. Calvino ci lavora tra il 1952 e il 1954, ma poi si limita a ricavarne un racconto, La gallina di reparto , anch’esso incluso nei Racconti. Dopo il fallimento di questi tentativi, per «rifarsi al castigo imposto dalla fantasia» Calvino scrive Il visconte dimezzato (1952): una fiaba fantastica che vede il visconte Medardo di Terralba diviso da una cannonata in due metà, il Buono e il Gramo. Contro la poetica comunista del realismo, il romanziere propone una figura scissa che è completamente agli antipodi dell’eroe positivo. Gli anni ’50: la scoperta delle fiabe Nella collana “I Millenni” escono nel 1951 le Fiabe del focolare dei fratelli Grimm, nel 1953 le Antiche fiabe russe di Afanasjev, nel 1955 le Fiabe africane. Nel 1954, Giulio Einaudi affida a Calvino il compito di selezionare, ordinare e riscrivere un corpus di fiabe della tradizione popolare italiana per allestire un repertorio simile a quello dei fratelli Grimm o di Afanasjev (alla fine le fiabe saranno duecento proprio in omaggio al repertorio dei Grimm). Calvino lavora al volume dal 1954 al 1956, lasciando all’etnologo Giuseppe Cocchiara la parte accademica ed erudita (raccolta, catalogazione e traduzione) e ritagliando per sé il compito di selezionare, ordinare e riscrivere. Tradurre in italiano da una ventina di dialetti significa mettere a punto una lingua media , che affonda le radici nel dialetto non per riprodurlo ma per incorporarne le immagini e le strutture sintattiche in un italiano corretto ma senza sbalzi nella lingua colta. Il lavoro sulle fiabe rafforza gli interessi antropologici ereditati da Pavese e lo avvicina per la prima volta al mito (nel 1 9 49 Calvino aveva recensito Le radici storiche dei racconti di fate di V. Propp, sottolineando proprio la sopravvivenza di tracce dei riti iniziatici primitivi negli intrecci e nelle figure delle fiabe). Antropologia e mito saranno due termini chiave nella ricerca e nella biblioteca calviniane degli anni Sessanta. La fiaba come archetipo narrativo «[…] avventura è prova razionale dell’uomo sulle cose a lui contrarie .» (I. Calvino, Mancata fortuna del romanzo italiano , 1953) «I romanzi che ci piacerebbe di scrivere o di leggere sono romanzi d’azione , ma non per un residuo di culto vitalistico o energetico: ciò che ci interessa sopra ogni altra cosa sono le prove che l’uomo attraversa e il modo in cui egli le supera. Lo stampo delle favole più remote […] resta lo schema insostituibile di tutte le storie umane , resta il disegno dei grandi romanzi esemplari in cui una personalità morale si realizza muovendosi in una natura o in una società spietate.» (I. Calvino, Il midollo del leone , 1955)

prof.ssa Beatrice Manetti Come detto, Calvino si candida – senza alcuna velleità di partecipazione attiva – alle elezioni politiche del giugno 1953. In qualità di candidato del PCI, è chiamato per una consulenza presso la sezione elettorale dell’ospedale Cottolengo. Negli ospedali e negli ospizi molto spesso, al posto degli internati, a votare erano le suore e i preti, che si sostituivano ai pazienti incapaci di esprimere la loro preferenza. I loro voti, naturalmente, finivano nelle casse della Democrazia Cristiana. Questa pratica ai confini della legalità (un incapace di intendere e di volere non dovrebbe votare e basta) si rivela particolarmente spinosa proprio nell’anno 1953 , quando è approvata la cosiddetta legge elettorale “truffa” , per cui il partito che avesse ricevuto il 51% dei voti nella competizione elettorale avrebbe ottenuto il 65% dei seggi parlamentari. La legge, molto discussa, verrà ritirata già l’anno seguente. Convocato per valutare un caso molto dubbio, Calvino rimane molto colpito dal luogo e dalla pratica di voto molto discutibile. Gli viene subito in mente di scriverci un libro, ma non ha abbastanza materiale per lavorarci seriamente. Fa allora sì di essere nominato scrutatore in quel seggio in occasione delle elezioni del 1961 , vivendo in prima persona l’esperienza che otto anni prima aveva solo sfiorato marginalmente. «Il risultato fu che restai completamente impedito dallo scrivere per diversi mesi: le immagini che avevo negli occhi , di infelici senza capacità di intendere né di parlare né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete o alla monaca, erano così infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo, un manifesto antidemocristiano , un seguito di anatemi contro un partito il cui potere si sostiene su voti (pochi o tanti, non è qui la questione) ottenuti in questo modo. Insomma: prima ero a corto d’immagini, ora avevo immagini troppo forti. Ho dovuto aspettare che si allontanassero, che sbiadissero un poco dalla memoria; e ho dovuto far maturare sempre più le riflessioni , i significati che da esse si irradiano, come un seguito di onde o di cerchi concentrici.» (A. Barbato, Il 7 giugno al Cottolengo , “L’Espresso”, 10 marzo 1963) La giornata d’uno scrutatore è un ibrido che mescola romanzo e saggio, narrazione e riflessione. Con questo romanzo breve (o racconto lungo), l’autore approda alla forma narrativa non strettamente romanzesca che aveva teorizzato qualche anno prima: «Io auspico un tempo di bei libri pieni di intelligenza nuova come le nuove energie e macchine della produzione, e che influiscano sul rinnovamento che il mondo deve avere. Ma non penso che saranno romanzi : penso che certi agili generi della letteratura settecentesca – il saggio , il viaggio , l’ utopia , il racconto filosofico o satirico , il dialogo , l’ operetta morale – devono riprendere un posto di protagonisti della letteratura, dell’intelligenza storica e della battaglia sociale. Il racconto o romanzo avrà quest’atmosfera ideale come presupposto e come punto d’arrivo: perché nascerà da questo terreno e influirà in esso.» (I. Cavino, Le sorti del romanzo , 1956 - 1957) Nella Giornata d’uno scrutatore c’è un po’ tutto questo: il saggio (l’inchiesta politica), il viaggio (Amerigo “viaggia” in un mondo che non è il suo e porta il nome di un illustre navigatore), la riflessione filosofica (che permea l’intera narrazione) ecc. «In effetti, io credo che oggi un romanzo impiantato ‘come nell’Ottocento’, che abbracci una vicenda di molti anni, con una vasta descrizione di società, approdi necessariamente a una visione nostalgica, conservatrice. È questo uno dei tanti motivi per cui dissento da Lukács ; la sua teoria delle “prospettive” può essere capovolta contro il suo genere preferito. Io credo che non per nulla il nostro è il tempo del racconto, del romanzo breve, della testimonianza autobiografica : oggi una narrativa veramente moderna non può che portare la sua carica poetica sul momento (quel qualsiasi momento) in cui si vive , valorizzandolo come decisivo e infinitamente significante; deve perciò essere ‘al presente’ , darci un’azione che si svolga tutta sotto i nostri occhi, unitaria di tempo e d’azione come la tragedia greca. E chi oggi invece vuol scrivere il romanzo ‘d’un epoca’, se non fa della retorica, finisce per far gravitare la tensione poetica sul ‘prima’.» (I. Calvino, recensione a Il dottor Živago , 1958)

prof.ssa Beatrice Manetti I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore Cap. I Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa.

  • incipit molto tradizionale ;
  • ammicco ironico al classico attacco romanzesco su cui aveva ironizzato Paul Valéry («come si può iniziare un libro con una frase così insulsa come La marchesa uscì alle cinque ») e alla liquidazione del romanzo “ben fatto” da parte della neoavanguardia;
  • eco di Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn , pubblicato in versione ridotta su “Il Giorno” nel novembre del 1962 e poi su “L’Espresso” in otto puntate consecutive dal 9 dicembre 1962 al 27 gennaio 1963: «Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia»;
  • memoria dell’ incipit di Conversazione in Sicilia («Pioveva. Sarebbe rimasto con le scarpe bagnate tutta la giornata.»). Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe. (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia , 1941) Il titolo, che dall’iniziale e anonimo Una giornata al Cottolengo passa in seguito a La giornata d’uno scrutatore , pone il focus sul protagonista, designato con un termine tecnico (Amerigo è colui che scrutina i voti ) ma anche polisemico (è anche colui che scruta la realtà che lo circonda ). Amerigo Ormea è una proiezione autobiografica dell’autore. Gli indizi in questo senso cominciano dal nome: Amerigo è l’altra faccia di Italo. Ormea è il nome di un paese sul tragitto Sanremo-Torino in cui il treno di Calvino era solito far sosta, ma è anche l’ anagramma della parola “amore” , che in questo libro è una presenza molto importante. «Con Il cavaliere inesistente , nel 1959, avevo toccato il punto d’arrivo del mio lavoro in una certa direzione. Sapevo che non dovevo ricominciare a scrivere se non quando avessi avuto qualcosa da dire , e che avevo ormai chiuso un certo ciclo. Mi pareva d’aver portato alle estreme conseguenze un certo modo d’esprimermi attraverso invenzioni fantastico-avventurose, il cui pericolo è quello di abbandonarsi a un giuoco che può diventare gratuito. Va detto però che non ho mai rinunciato a un altro piano di ricerca. Certi miei racconti, come appunto La speculazione o La nuvola , hanno reso conto in maniera meno simbolica del mondo che mi era intorno; nel senso di una

prof.ssa Beatrice Manetti La giornata di uno scrutatore è caratterizzata da una sintassi proliferante e prevalentemente ipotattica e da un uso smodato delle parentesi , specialmente nel secondo capitolo. A questo proposito, afferma lo stesso Calvino che «per spiegare cosa volesse dire essere comunista ho avuto bisogno di un periodo lunghissimo in cui tutti i significati fossero articolati in una struttura sintattica in cui la logica e la complessità fossero saldate insieme; perciò ho cominciato a usare parentesi e mi è venuto da continuare ad averne bisogno.» Anche nel suo dirsi «comunista» (e nel percorso che, per designazione del suo partito, egli compiva in quest'alba umida come una spugna) non si distingueva fin dove arrivasse un dovere tramandato di generazione in generazione (tra i muri di quegli edifici ecclesiastici Amerigo si vedeva – un po' ironicamente e un po' sul serio – nella parte d'un ultimo anonimo erede del razionalismo settecentesco – sia pur solo per un esiguo resto di quell'eredità mai saputa far fruttare nella città che tenne Giannone in ceppi) e fin dove lo sbocco in un'altra storia, vecchia appena d'un secolo ma già irta d'ostacoli e passi obbligati, l'avanzata del proletariato socialista (allora era attraverso le «contraddizioni interne della borghesia» o l'«autocoscienza della classe in crisi» che la lotta di classe era arrivata a smuovere anche l'ex borghese Amerigo), o meglio la più recente – d'una quarantina d'anni soltanto – incarnazione di quella lotta di classe, dacché il comunismo era diventato potenza internazionale e la rivoluzione s'era fatta disciplina, preparazione a dirigere, trattativa da potenza a potenza anche dove non si aveva il potere (attraeva dunque anche Amerigo questo gioco di cui molte regole parevano fissate e imperscrutabili e oscure ma molte si aveva il senso di partecipare a stabilirle), oppure, all'interno di questa partecipazione al comunismo, era una sfumatura di riserva sulle questioni generali, che spingeva Amerigo a scegliere i compiti di partito più limitati e modesti come riconoscendo in essi i più sicuramente utili, e anche in questi andando sempre preparato al peggio, cercando di serbarsi sereno pur nel suo (altro termine generico) pessimismo (in parte ereditario anche quello, la sospirosa aria di famiglia che contraddistingue gli italiani della minoranza laica, che ogni volta che vince s'accorge d'aver perso), ma sempre in linea subordinata a un ottimismo altrettanto e più forte, l'ottimismo senza il quale non sarebbe stato comunista (e allora bisognava dire, prima: un ottimismo ereditario, della minoranza italiana che crede d'aver vinto ogni volta che perde; cioè l'ottimismo e il pessimismo erano, se non la stessa cosa, le due facce della stessa foglia di carciofo), e, nello stesso tempo, al suo opposto, il vecchio scetticismo italiano, il senso del relativo, la facoltà d'adattamento e attesa (cioè il nemico secolare di quella minoranza: e allora tutte le carte tornavano a imbrogliarsi perché chi parte in guerra contro lo scetticismo non può essere scettico sulla sua vittoria, non può rassegnarsi a perdere, altrimenti s'identifica col suo nemico), e sopra a tutto l'aver capito finalmente quel che non ci voleva poi tanto a capire: che questo è solo un angolo dell'immenso mondo e che le cose si decidono, non diciamo altrove perché altrove è dappertutto, ma su una scala più vasta (e anche in questo c'erano ragioni di pessimismo e ragioni d'ottimismo, ma le prime venivano alla mente più spontanee). (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. II) (precisazione o espansione): funzione classica, convenzionale delle parentesi (voce del narratore): qui si discosta dal punto di vista di Amerigo e lo osserva da un altro tempo, con una consapevolezza e una disillusione più “adulte” (antitesi): tesi e antitesi (ottimismo e pessimismo) sono comunque ancora compatibili (rovescio): capovolgimento del rapporto tra ottimismo e pessimismo (sintesi): ottimismo e pessimismo vengono a convergere Il lungo e complesso periodo è un calco verbale e logico-sintattico dello storicismo marxista.

prof.ssa Beatrice Manetti 23 nov 2022 Nei capitoli 3 e 4 vengono allestiti i seggi e presentati sommariamente gli altri personaggi. Amerigo riflette sul grigiore della democrazia , sul concetto di uguaglianza e sul fatto che tra i corridoi del Cottolengo paia regnare la casualità della biologia e non la razionalità della Storia. Era un'Italia nascosta che sfilava per quella sala, il rovescio di quella che si sfoggia al sole, che cammina le strade e che pretende e che produce e che consuma, era il segreto delle famiglie e dei paesi, era anche (ma non solo) la campagna povera col suo sangue avvilito, i suoi connubi incestuosi nel buio delle stalle, il Piemonte disperato che sempre stringe dappresso il Piemonte efficiente e rigoroso, era anche (ma non solo) la fine delle razze quando nel plasma si tirano le somme di tutti i mali dimenticati d'ignoti predecessori, la lue taciuta come una colpa, l'ubriachezza solo paradiso (ma non solo, ma non solo), era il rischio d'uno sbaglio che la materia di cui è fatta la specie umana corre ogni volta che si riproduce, il rischio (prevedibile del resto in base al calcolo delle probabilità come nei giochi di fortuna) che si moltiplica per il numero delle insidie nuove, i virus, i veleni, le radiazioni dell'uranio... il caso che governa la generazione umana che si dice umana proprio perché avviene a caso... E che cos'era se non il caso ad aver fatto di lui Amerigo Ormea un cittadino responsabile, un elettore cosciente, partecipe del potere democratico, di qua del tavolo del seggio, e non – di là del tavolo – per esempio, quell'idiota che veniva avanti ridendo come se giocasse? (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. IV) Alla prospettiva politica si affianca qui una prospettiva antropologica : Amerigo si chiede cosa significhi essere umano. Il quarto capitolo è utile anche per capire cosa intende Calvino quando, nel secondo capitolo, parla della minoranza laica che ogni volta che vince s’accorge d’aver perso e viceversa. Nel momento in cui si afferma il principio dell’uguaglianza di tutti gli uomini, la Chiesa lo riconosce non in base alla capacità d’agire nella storia ma di fronte a Dio: Altro che «legge-truffa». La trappola era scattata da un pezzo. La Chiesa, dopo un lungo rifiuto, aveva preso in parola l'eguaglianza dei diritti civili di tutti gli uomini, ma al concetto d'uomo come protagonista della Storia aveva sostituito quello di carne d'Adamo misera e infetta e che pur sempre Dio può salvare con la Grazia. L'idiota e il «cittadino cosciente» erano uguali in faccia all'onniscienza e all'eterno. la Storia era restituita nelle mani di Dio, il sogno illuminista messo in scacco quando pareva che vincesse. Lo scrutatore Amerigo Ormea si sentiva un ostaggio catturato dall'esercito nemico. (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. IV) Nel capitolo seguente, il quinto, hanno inizio le operazioni di voto, che sollecitando discussioni molto accese tra gli scrittori e il presidente. L’ uso delle parentesi qui si fa contrappuntistico. Al di fuori di esse si svolge un dialogo tra il presidente del seggio, la scrutatrice vestita d’arancione e una ricoverata più lucida degli altri che testimonia di riconoscere tutti i pazienti privi di documenti. Nel frattempo, Amerigo è completamente avulso da ciò che lo circonda e sviluppa un suo pensiero sulla bellezza : Conosce nessuno? – le chiese il presidente. Quella faceva di no, sbigottita. (Cos'è questo nostro bisogno di bellezza? si domandava Amerigo. Un carattere acquisito, un riflesso condizionato, una convenzione linguistica? E cos'è, in sé la bellezza fisica? Un segno, un privilegio, un dato irrazionale della sorte, come – tra costoro – la bruttezza, la deformità, la minorazione? O è un modello via via diverso che noi ci fingiamo, storico più che naturale, una proiezione dei nostri valori di cultura?) Il presidente insisteva: – Si guardi intorno se c'è qualcuno che conosce, che possa testimoniare. (Amerigo pensava che invece d'esser lì avrebbe potuto passare la domenica tra le braccia di Lia, e questo suo rimpianto ora non gli pareva in contrasto con il dovere civile che l'aveva portato a fare lo scrutatore: anche far sì che la bellezza del mondo non passi inutilmente - pensava - è Storia, è opera civile...)

prof.ssa Beatrice Manetti Cottolengo la loro «gratitudine». Amerigo, scosso, afferma che in occasione delle elezioni politiche la gratitudine deve rimanere fuori dalle operazioni di voto, chiedendo inoltre di quale gratitudine si stia parlando. Alla risposta del prete – «gratitudine a Dio nostro Signore, e basta» – cala il silenzio, e al sacerdote è permesso di entrare nella cabina elettorale. La scrutatrice e Amerigo mettono a verbale la loro contrarietà; dopodiché lui esce a fumare. Quest’episodio gli sollecita nuove riflessioni, che si dipanano nel capitolo successivo, dove il protagonista riflette sul rapporto tra Storia ed eterno, tra coscienza umana e nullità di fronte al divino. Ciò che vede al Cottolengo gli sembra l’emblema della sconfitta della storia contro la natura: Quest'accolta di gente menomata non poteva esser chiamata in causa, nella politica, che per testimoniare contro l'ambizione delle forze umane. Questo voleva dire il prete: qui ogni forma del fare (anche il votare alle elezioni) si modellava sulla preghiera, ogni opera che si compiva qui (il lavoro di quella piccola officina, la scuola di quell'aula, le cure di quell'ospedale), aveva solo il significato di variante dell'unica attitudine possibile: la preghiera, ossia il farsi parte di Dio, ossia (Amerigo azzardava definizioni) l'accettare la pochezza umana, il rimettere la propria negatività nel conto d'una totalità in cui tutte le perdite s'annullano, il consentire a un fine sconosciuto che solo potrebbe giustificare le sventure. […] Però, qualcosa in lui faceva resistenza. Cioè: non in lui, nel suo modo di pensare, ma lì intorno, proprio nelle stesse cose e persone del «Cottolengo». Ragazze con le trecce s'affrettavano con ceste di lenzuola (verso – Amerigo pensò – qualche segreta corsia di paralitici o di mostri); camminavano gli idioti in squadre, comandati da uno che pareva appena meno idiota degli altri, (queste famose «famiglie» – si chiese con improvviso interesse sociologico – come sono organizzate?); un angolo del cortile era ingombro di calce e sabbia e impalcature perché sopraelevavano un padiglione (come si amministrano i lasciti? quanta parte va alle spese, agli ampliamenti, agli aumenti del capitale?) Della inutilità del fare, il «Cottolengo» era la prova e insieme la smentita. […] La vanità del tutto e l'importanza d'ogni cosa fatta da ognuno erano contenute tra le mura dello stesso cortile. Bastava che Amerigo continuasse a farne il giro e sarebbe incappato cento volte nelle stesse domande e risposte. Tanto valeva tornarsene al seggio; la sigaretta era finita; cosa aspettava ancora? «Chi agisce bene nella storia, – provò a concludere, – anche se il mondo è il 'Cottolengo', è nel giusto». E aggiunse in fretta: «Certo, essere nel giusto è troppo poco». (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. IX) D’ora in poi, Amerigo non troverà più una sintesi: la sua mente , da dialettica quale era, diventa antinomica (tesi e antitesi). Succede lo stesso a Calvino, che in un suo intervento afferma di non ricercare una sintesi, ma un punto in comune tra tesi contrarie. Questa forma mentis antinomica risulta emblematica nel capitolo 10, un primo esempio di letteratura combinatoria : L'onorevole si voltò, il suo sguardo girò sulla finestra, si fermò appena sul nano, poi passò via, distante. Amerigo pensò: «Si è accorto che è uno che non può votare». E pensò: «Non lo vede nemmeno, non lo degna d'uno sguardo». E pensò anche: «Ecco, io e l'onorevole siamo da una parte, e il nano dall'altra», e se ne sentì rassicurato. […] Il senso della vanità della storia umana che l'aveva colto poco prima in cortile, lo riprese: il regno del nano soverchiava il regno dell'onorevole, e Amerigo adesso si sentiva tutto dalla parte del nano, s'identificava con quello che il «Cottolengo» testimoniava contro l'onorevole, contro l'intruso, il solo vero nemico infiltratosi là dentro. Il negare valore ai poteri umani implica l'accettazione (ossia la scelta) del potere peggiore […]. Ecco che il nano e l'onorevole confermavano d'essere dalla stessa parte, e Amerigo adesso non poteva starci, era fuori... (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. X) Amerigo sperimenta tutte le combinazioni possibili (vd. oltre) e cade in lui la distinzione netta tra «dentro» e «fuori» al Cottolengo.

prof.ssa Beatrice Manetti NANO ONOREVOLE AMERIGO Il nano – che osserva il deputato della DC – rappresenta la realtà del Cottolengo. Se dapprima Amerigo prende le parti del mondo offeso e sfruttato dell’ospedale, alla fine vede il nano e l’onorevole come alleati e complici, come le due facce della stessa medaglia, espressione del «potere peggiore». Questo «potere» è interpretabile come quello della Democrazia Cristiana, un partito politico che non si fa scrupoli a estorcere voti a persone malate e incapaci di esprimere la propria preferenza, ma anche come il potere della resa : il nano è la testimonianza vivente della «vanità della storia umana», che il politico usa a suo vantaggio. Amerigo è l’unico personaggio “mobile” e percepisce se stesso come alternativamente parte di una coppia contrapposta a un terzo polo. 28 nov 2022 Nel capitolo 11 , Amerigo va in pausa pranzo. Torna velocemente a casa per mangiare un boccone e farsi una doccia, cercando conforto nei Manoscritti economico-filosofici di Karl Marx. _... L'universalità dell'uomo appare praticamente proprio in quella universalità che fa dell'intera natura il corpo “inorganico” dell'uomo, sia perché essa 1) è un mezzo immediato di sussistenza, sia perché

  1. è la materia, l'oggetto e lo strumento della sua attività vitale. La natura è il “corpo inorganico” dell'uomo, precisamente in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l'uomo “viva” della natura vuol dire che la natura è il suo “corpo”, con cui deve stare in costante progresso per non morire..._ (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. XI) Nonostante la crisi epistemologica dell’antropocentrismo sperimentata nelle ore precedenti, Amerigo si sente rassicurato da queste parole e trae la seguente conclusione: Una volta fuori dalla società che fa diventare gli uomini cose, la totalità delle cose – natura e industria

- diventa umana, e anche l'uomo menomato, l'uomo Cottolengo (ossia, nella peggiore delle ipotesi, l'uomo) è reintegrato nei diritti del genere umano […]. (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. XI) A questa riflessione seguono parecchie telefonate tra il protagonista e la sua amante, Lia, accusata dall’uomo di essere capricciosa e «prelogica». La donna gli comunica di essere incinta e Amerigo si trova nuovamente di fronte a quell’imprevedibilità e a quella casualità già incontrate nella mattinata al Cottolengo, che tenta invano di affrontare razionalmente. I due hanno una schermaglia e, nelle successive telefonate, Lia insiste perché lui taccia e ascolti assieme a lei il disco che stava riproducendo a casa sua, in un invito alla pura e semplice condivisione di qualcosa di ineffabile. Amerigo continua a polemizzare e a elucubrare tra sé. La questione personale di Amerigo si intreccia qui con le questioni generali del romanzo: Taci... Devi sentirlo anche tu fino alla fine... – e in fondo, cosa poteva esser cambiato in lei? Poca cosa: qualcosa che ancora non era e che quindi si poteva ricacciare nel nulla (da che punto in poi un essere è davvero un essere?), una potenzialità biologica, cieca (da che punto un essere umano è umano?), un qualcosa che solo una deliberata volontà di farlo essere umano poteva far entrare tra le presenze umane. (I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore , cap. XI)