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Contesto storico e letterario dell’Italia degli anni 50-60 e 70 con particolare enfasi sulle parabole autoriali di Calvino, Fenoglio, Gadda e Ginzburg
Tipologia: Appunti
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Il 1963 è l’anno in cui si concentrano il maggior numero di fenomeni letterari con importanti conseguenze sugli anni a venire: giunge al termine la stagione neo-realista, nasce la nuova forma letteraria di reazione chiamata ‘gruppo 63’ che dà il via al movimento della neoavanguardia, movimento letterario con pretese rivoluzionarie. Questo anno ha un grosso impatto anche su autori già affermati che reagiscono a questi rinnovamenti attuando cambiamenti di prospettiva e di azione. Per Italo Calvino questo fu un anno di svolta; Beppe Fenoglio morì in quell’anno ma avvenne anche la pubblicazione di ‘una questione privata’ che innova la narrativa della resistenza e la rilancia; Natalia Ginzburg conquista la I persona autobiografica e culmina la ricerca sviluppata per tutto il ventennio, cambiando la sua traiettoria; Carlo Emilio Gadda invece, appartenente alla generazione precedente, approdato tardi alla professione della letteratura, inizia a pubblicare negli anni ‘30 ma solo nella seconda metà degli anni 50 e inizio anni 60 pubblica in volumi interi le sue opere prima spezzettate nelle riviste come ‘quel pasticciaccio brutto di via Merulana’ e ‘la cognizione del dolore’ che renderanno l’autore di nicchia un autore di punta dello sperimentalismo narrativo, dando il via alla seconda vita dell’autore. Queste 4 storie personali porteranno ad individuare anche gli snodi teorici, sociali, culturali e politici di questo ricco anno.
Il neorealismo non è un movimento programmato ma piuttosto una corrente involontaria e non uniforme nei suoi inteti, nelle ideologie e nelle soluzioni formali; Carlo Bo infatti dice a proposito del neorealismo che è ciò che non si sà cosa sia: «[…] non siamo di fronte a scuole organizzate, basate su una dottrina, come ai suoi tempi accadde per il naturalismo francese. Nessuno finora (e quindi neppure l’avremo domani), nessuno ci ha dato delle regole, un codice dell’invenzione neorealistica» (Carlo Bo) Anche Elio Vittorini intende con neorealismo nulla di intrinseco, variabile da autore ad autore «Sì, possiamo parlare di neorealismo anche per la nostra letteratura ma non nello stesso senso in cui possiamo parlarne, ad esempio, per il nostro cinematografo. In questo campo l’espressione ha un valore critico decisivo che definisce qualità e difetti, aspirazioni e atteggiamenti comuni a tutti i nostri registi. Usata invece in letteratura non definisce niente d’intrinseco che sia comune a tutti i nostri scrittori o anche solo a una parte di essi […]. Via via che dici la parola tu la devi riempire di un significato speciale. In sostanza tu hai tanti neorealismi quanti sono i principali narratori» (Elio Vittorini) Il problema è quindi quello di dare una definizione ma anche di datare questo movimento letterario. Si parta dalle vicissitudini del termine che è un calco dal tedesco ‘Neue Sachlichkeit’=‘nuova oggettività’ , viene usato per la prima volta nel 1931 da Umberto Barbaro per indicare la tendenza alla rappresentazione realistica diffusa in Germania, in Italia il termine ha un significato generico ed è usato indifferentemente con neoverismo, neonaturalismo e realismo per indicare opere che rappresentano una realtà sociale concreta. Ma anche i critici che lo usano si dichiarano scettici sull’esistenza di un nuovo realismo nella letteratura italiana. Nel 1942 Mario Serandrei, a proposito dei primi pezzi di girato del film di Luchino Visconti ‘Ossessione’, (ispirato al Postino suona sempre due volte di James Cain lo stesso testo che Pavese indicherà come fonte di Paesi tuoi), scrive in una lettera al regista: “Non so come definire questo tipo di cinema se non con l’appellativo di neorealistico”. Il cinema precedente (cinema dei telefoni bianchi) con le ambientazioni e le sceneggiature operettistiche e favolistiche è infatti in netta contrapposizione con il film di Luchino che presenta un'ambientazione ed un'estetica decisamente più realistica. Dall’anno successivo, 1943, l’etichetta comincia a estendersi dall’ambito cinematografico a
I. 1930-1936 di “Nuovo realismo”: narrazione lineare, linguaggio semplice e mimetico, imitazione del livello linguistico dei personaggi rappresentati descrizione di personaggi e di ambienti storicamente e geograficamente definiti.Si ha anche una forma di “Realismo politico”: in cui l’autore si assume l’impegno civile e politico. E’ forte la tensione sperimentale.
primo parte da un rifiuto netto della poetica naturalista, tenta di andare oltre la dimensione documentaristica, teso verso l’attività fantastica e immaginifica del mito, rappresentando comunque la realtà sociale; il secondo invece rifiuta la declinazione naturalistica del realismo sostenendo che la ricostruzione oggettiva del mondo non è possibile in quanto nel momento in cui l’autore sceglie cosa raccontare e sceglie una porzione di realtà sta già operando una manipolazione su quella realtà con un atto di arbitrio creativo: la realtà è il punto di partenza ma l’opera d’arte va oltre. Vittorini anche avverte questa doppia tensione tra le cose per come sono davvero e la trasfigurazione dei dati di realtà per restituire di quella realtà non solo la superficie ma l’essenza profonda universale. Per entrambi l’arte deve rappresentare una realtà concreta e determinata ma deve comunque ottenere ad un valore universale (concezione umanistica del letterato). Tale concezione giustifica la continuità espressa da Luperini tra gli intellettuali anche dopo la guerra che mantengono un legame forte con la loro formazione umanistica. PAVESE Nel 1938 Pavese scrive nel diario che «bisogna raccontare sapendo che i personaggi hanno un dato carattere, sapendo anche che le cose avvengono secondo determinate leggi», ma che «il point del nostro racconto non devono essere né quei caratteri né quelle leggi». La letteratura non può essere una registrazione meccanica di ciò che è, ma un’attività fantastica e ricreatrice che sostituisce alla tranche de vie naturalistica la favola e il mito (così nel 1942 nel Mestiere di vivere). Tutta la riflessione di Pavese verte sulla ricerca di una sintesi tra tensione/sostrato mitica e rappresentazione realistica. È solo la linfa del mito che può aiutare l’arte a superare la dimensione puramente documentaristica in cui rischia di confinarsi l’opzione realistica.
«Ognuno che fa arte cava fuori il suo mondo dalla realtà: infinitamente [...] da essa diverso. E dacché uno sceglie, e tutto il resto della realtà lascia fuori, come può chiamarsi “realista”? Realista potrebbe chiamarsi chi non scegliesse. Se fosse possibile, in qualche modo non scegliere [...]. Ma persino gli imbecilli, senza volerlo, scelgono, persino le macchine, e così fanno opera, che resta poi da vedere che sugo abbia, di fantasia» (Vittorini, 1937). «Io li distinguo così: Quelli che, leggendoli, mi fanno pensare ‘ecco, è proprio vero’, e che cioè mi danno la conferma di ‘come’ so che in generale sia nella vita: E quelli che mi fanno pensare ‘perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così’, e che cioè mi rivelano un nuovo, particolare ‘come’ sia nella vita». Sembra un paradosso ma secondo Luperini dal 40 al 48 l’impegno sociale e politico degli scrittori è minore rispetto ai decenni precedenti: rispetto al realismo degli anni ‘30 si ha un
Al contrario Maria Corti valorizza il valore di cesura storica, politica e culturale della guerra di liberazione e le novità che questa ha portato nell’ambito letterario come: un nuovo rapporto tra scrittori e pubblico (non più elitario ma democratico); l’Intreccio tra scritture letterarie e extra-letterarie in cui le seconde influenzano le prime a livello linguistico (dialettismi), sintattico (forme vicine all’oralità) e strutturale (generi diversi). Diversamente dalla continuità di Luperini, Maria Corti insiste molto sulla discontinuità. Lezione 2 (15/11/22) Il neorealismo che propone Luperini è un’idea plurale di neorealismi che varia da autore ad autore, è centrale nella sua visione la continuità degli autori che hanno visstuo il fascismo che approdano al neorealismo con esperienze simili consolidate. Maria Corti invece valorizza al massimo il valore di cesura della guerra di liberazione e sull’armistizio(19943-45) che è una frattura non solo storica ma anche letteraria. Un evento di quel tipo introduce un bisogno inedito: istituire un rapporto diverso tra letterati e destinatari dell’opera, si ricerca una comunicazione più agevole ed estesa all’ampio pubblico in modo più democratico, inoltre la cesura provoca nel sistema letterario italiano un intreccio inedito tra scritture letterarie e scritture extra-letterarie dove le seconde influenzano le prime con apertura verso i dialettismi, l’oralità e struttura della narrazione. I generi prevalenti sono i generi narrativi più che la poesia (cronache, racconti, memoria) per il bisogno di raccontare, vi sono però anche generi extra-letterari che si raccolgono nella stampa clandestina di sinistra : resoconti di operazioni partigiane scritti a scopo documentario, ma con impostazione e movenze già di tipo narrativo ibride tra referenzialità assoluta e narrazione; racconti brevi e di taglio oggettivo, che forniscono alla narrativa neorealista un modello di narrazione unitaria e plurifocale con personaggi presentati come realmente esistiti, tuttavia istituiti ad esempio, come simboli (uno per tutti) (Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba; Pratolini, Cronache di poveri amanti); diari e appunti cronachistici che sfociano nella memorialistica di guerra successiva alla Liberazione (Pietro Chiodi, Banditi, 1945; Giorgio Bocca, Partigiani della montagna, 1945; Guglielmo Petroni, Il mondo è una prigione, 1949; narrativa di finzione e cronaca referenziale). Questi racconti proliferano sulla stampa clandestina e forniscono agli scrittori un modello di narrazione particolare: narrazione unitaria e plurifocale = racconti che mettono in scena vicende molto simili legate alla resistenza, con il tema unitario ma ogni autore ha un tratto,
una visione diversa (plurifocale). Questa voce collettiva (di cui parla anche Calvino) si offre come un possibile modello di narrazione di cui forse si ricorderà anche Fenoglio ne ‘i 23 giorni della città di Alba’ (esempio di narrazione unitaria plurifocale) in cui i primi 6 racconti narrano di vicende partigiane con unità di luogo, tempo e tematica ma ciascuno con un taglio, protagonista, prospettiva e vicenda diversa. Altro genere è quello memorialistico di diari, appunti e esperienze legate alla guerra che sfoceranno poi nella memorialistica partigiana. Gli scrittori di professione tra cui Pietro Chiodi (maestro di Fenoglio) con Banditi, Giorgio Bocca ‘partigiani della montagna’ e Guglielmo Petroni che sono obbligati a mettere nero su bianco la loro esperienza di resisternza. Tra questi generi sono presenti anche ibridazioni e confini labili tra loro. A favorire l’ibridazione c’è la sostanziale unità tematica e ideologica che favorisce dialogo e contaminazione dei testi. I temi privilegiati della narrativa resistenziale secondo Maria Corti sono:
Sono presenti anche novità nella grafica che presenta titoli in rosso, immagini ed è assimilabile a quella dei rotocalchi, ma anche nei contenuti che consistono in inchieste giornalistiche che impegnano gli intellettuali nella conoscenza diretta della realtà e nell’analisi dei problemi concreti delle masse (i giovani, l’industria, il Meridione, la questione femminile). Grande rilievo viene dato alla scoperta delle regioni alla vita della provincia e grande spazio alla voce dei lettori, la rivista è anche aperto ai giovani scrittori (primi racconti di Calvino) e aperta alle avanguardie artistiche e culturali europee (Majakovskij, Brecht, Kafka, Hemingway, Picasso) e alle nuove discipline (psicoanalisi, sociologia..). Dopo la partenza innovativa il politecnico diventa mensile e diffuso solo su abbonamento. PERCHE? manca l’appoggio economico del Pci date le posizioni contrastanti su questioni politiche (contro il vaticano, nazionalizzazione fiat) ma anche sugli interessi culturali che per il Pci sono molto più tradizionali. Il partito inizia una polemica in ‘Rinascita’ nel giugno 1946 dove Alicata accusa il Politecnico con forti critiche di culturalismo e di astrattezza, incapacità di educare le masse a una cultura nazionale e popolare, ed eccessiva attenzione alle avanguardie europee e alla letteratura americana e giustifica così il taglio dei fondi. Vittorini risponde alla critiche scindendo politica e cultura sostenendo che dovrebbero essere libere da influenze reciproche: ‘’la politica agisce sul piano della cronaca, la cultura su quello della storia; la prima produce cambiamenti quantitativi, la seconda mutamenti qualitativi. Per questo sono e devono restare autonome.’’ Togliatti invece sostiene che vi sono legami troppo stretti tra politica e cultura e che non si può pensare di scindere le due cose; nell’atteggiamento di Vittorini ritrova lo stesso tentativo degli intellettuali dell’età giolittiana, di fondare un movimento d’opinione basato sul protagonismo degli uomini di cultura, senza un reale collegamento con la pratica politica. All’inizio del ‘47 Vittorini pubblica l’ultima replica a questa polemica sostenendo di ‘non suonare il piffero per la rivoluzione’, rivendicando il valore artistico e conoscitivo della letteratura modernistica e avanguardia americana rifiutata come decadente (letteratura della crisi) dal Pci. Segue poi una crisi progressiva del ‘politecnico’ che arriva nel dicembre del ‘47 a chiudere le pubblicazioni. Vittorini dà vita alla collana editoriale di ricerca ‘I gettoni’ con einaudi nel 1951 attraverso cui dà voce a scrittori sconosciuti e alle prime armi che diventeranno poi i classici (Calvino, Fenoglio, Sasah, Maltese). La critica marxista contro il neorealismo
Il Pci inizia a manifestare un atteggiamento polemico verso le scritture e gli scrittori neorealisti, a cui vengono imputati i difetti di mancanza di rigore in senso politico, un eccesso di spontaneità con mancanza di riflessione ideologica, la resistenza alle direttive culturali del partito, le simpatie troppo accentuate verso le avanguardie europee e americane e il decadentismo. Si comincia quindi a invocare il superamento del neorealismo in direzione del realismo:
aspetti erano dati più che visti nel loro sviluppo. Le aspirazioni sociali, l’antifascismo, l’essere rosso erano rappresentati dall’esterno, come dati naturalistici, come elementi dell’ambiente. In Metello invece sono visti nel loro sorgere e svilupparsi».
economico culturale : tra gli anni ‘50/60 si ha il boom economico che trasforma il paese agricolo e contadino che è l’italia in un paese industrializzato, esplode la III fase del capitalismo/tardo capitalismo, che sta all’origine dei fenomeni attuali come l'esplosione dei consumi di massa materiali ma anche culturali. Queste trasformazioni che cambiano in poco tempo lo stile di vita degli italiani modificano anche la fisionomia degli intellettuali che risultano sempre di più cooptati dal mercato divenendo funzionari e tecnici, mentre poco prima quella dell’intellettuale non era nemmeno una professione (quindi non potevano esserlo coloro che non avevano alte risorse economiche) e perciò ora questo mestiere si democratizza e si apre a tutti coloro che prima non potevano permetterselo. L’intellettuale però ora entra nell’ingranaggio della produttività come un salariato qualunque. Gli intellettuali devono perciò rivedere la loro autonomia. Assistiamo anche ad un allargamento dei saperi: nuove discipline entrano nel campo culturale italiano (psicanalisi, linguistica strutturale, sociologia…) poichè l’egemonia culturale fascista aveva fatto dell’italia un paese arretrato, cambiano perciò anche i paradigmi conoscitivi. Con tutti questi cambiamenti devono confrontarsi gli scrittori nati negli anni ‘20/’30, consapevoli di dover ridefinire il proprio ruolo ma anche i modi e le funzioni del fare artistico. I tentativi di rinnovamento e svecchiamento della cultura italiano trovano il loro terreno privilegiato nelle riviste :
formali. E’ necessario cambiare i modi della rappresentazione letteraria per adattarli alla realtà e i primi testi dimostrano la necessità di tale cambiamento/rivoluzione formale-linguistica. Il menabò apre le porte ai giovani letterati della neoavanguardia: il n.5 del ‘62 presenta una prima rassegna del movimento neoavanguardista, introdotta da un saggio teorico e programmatico di umberto eco ‘Del modo di formare come impegno sulla realtà’. «[...] l’accettazione di una data struttura narrativa presuppone l’accettazione di una certa persuasione dell'ordine del mondo rispecchiato dal linguaggio che uso [...]. Nel momento in cui l’artista si accorge che il sistema comunicativo è estraneo alla situazione storica di cui vuole parlare, deve decidere che non sarà attraverso l’esemplificazione di un soggetto storico che egli potrà esprimere la situazione, ma solo attraverso l’assunzione, l’invenzione, di strutture formali che si facciano il modello di questa situazione. Il vero contenuto dell'opera diventa il suo modo di vedere il mondo e di giudicarlo, risolto in modo di formare, e a questo livello andrà condotto il discorso sui rapporti tra l’arte e il proprio mondo». L'impegno di uno scrittore passa attraverso l’impegno formale e non quello ideologico, politico, civile. Non si può solo modificare il soggetto della storia per adattarlo al contesto ma si deve cambiare il modo di costruire e di formare l’opera. Il menabò crea un dialogo con i giovani della neoavanguardia ma senza un’adesione totale, rispecchiando le posizioni di Vittorini (rinnega la tradizione umanistica per una nuova apertura alla civiltà industriale e l’integrazione della letteratura con le nuove discipline ma mantiene una posizione umanistica pura nel suo carattere progettuale) e di Calvino con remore nei nuovi intellettuali; egli ne parla nel saggio:‘la sfida al labirinto’ in cui ripercorre le vicende delle neoavanguardie europee e individua due linee di avanguardia: la linea razionale : che si conforta e si integra con la tecnica (architettura) e la linea viscerale , ripiegata sull’interiorità e sull'inconscio incline alla deriva nel caos. Negli anni 50-60 Calvino vede prevalere la linea viscerale e individua in un'immagine ricorrente come quella del labirinto il simbolo di questa linea: l’individuo si perde ed è disorientato, rappresenta l’opacità del mondo. Davanti ai labirinti si possono avere diversi atteggiamenti tra cui ammetterne l’esistenza e cercare di conoscerli e trovare la strada per uscirne. Fuori dalla metafora l’atteggiamento di Calvino è quello di ammettere la crisi culturale,
riconoscerla ma anche conoscerla e cercare di uscirne con alcune strategie di risposta. I giovani avanguardisti però non si sentivano accettati da nessuna delle due riviste sopra citate e perciò si aggregano ad un’altra rivista milanese:
letterario sia il frutto di una ricerca collettiva. Dal movimento nasce la rivista: «Quindici» (1967-1969) raccordo tra letteratura, costume e politica, dialogo con i movimenti studentesco e operaio: la rivista diventa strumento di raccolta e diffusione dei documenti prodotti dal movimento studentesco. La spaccatura interna tra difensori della specificità letteraria della rivista (Giuliani, Arbasino) e i più politicizzati (Balestrini, Filippini e Sanguineti) porta allo scioglimento della rivista e segna la crisi della neoavanguardia come gruppo operativamente compatto. Quando nel gruppo 63 si discusse sulle finalità della prima avanguardia si manifestarono opinioni divergenti:
avanguardisti come Fratelli d’Italia di Arbasino, Capriccio italiano di Sanguineti (1963) e Hilarotragoedia di Manganelli (1964). E’ unanime la condanna al bestseller di qualità: romanzi ben fatti in lingua media che caratterizzano tutta la narrativa del dopoguerra, attirano condanne e parole forti. L’unico esente dalla critica è Carlo Emilio Gadda che viene assunto come padre putativo della neoavanguardia per il suo plurilinguismo di lingue e linguaggi diversi, per il suo pluristilismo, per il pastiche e per il realismo creaturale. Gadda aveva però all’epoca (‘65) concluso la sua parabola creativa ed era di un’altra epoca tuttavia la pubblicazione in volumi dei suoi principali romanzi fa si che si consolidi questa opinione nel gruppo ‘63 in cui si definiscono tutti ‘nipotini dell'ingegnere'. Tra i modelli stranieri vi sono Joyce, Kafka, Beckett, Robbe-Grillet, Céline. All’ordine del giorno c’è anche il problema di come rinnovare la narrativa italiana in senso critico-problematico e antinaturalistico. Le proposte sono molteplici e diversificate e non arrivano a una sintesi né a una proposta univoca di romanzo sperimentale. Alcune proposte: