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La scelta deliberata di Gadda di lasciare incompiuto il romanzo La cognizione del dolore, esplorando i temi fondamentali del romanzo, la struttura poliziesca e la frammentazione tipicamente diaristica. Viene inoltre discusso il ruolo della villa di Longone come simbolo della famiglia e l'odio di Gadda nei suoi confronti, nonché il legame tra il lutto e il rimorso per la madre e la violenta rabbia verso il mondo in cui si è realizzata la perdita. Il documento si sofferma infine sulla trasfigurazione del fascismo all'interno del romanzo e sulla scena finale dell'irruzione della folla nella casa.
Tipologia: Appunti
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Carlo Emilio Gadda – La cognizione del dolore È uno che, nella famiglia, ha visto crescere le proprie ossessioni/frustrazioni e dolore e che, però, dai fantasmi familiari non riesce mai a separarsi. Tutta la sua opera è una specie di romanzo familiare, cioè che parla della sua famiglia e delle fantasie oltre che dei fatti. Ma, all’interno di tale romanzo familiare, che è tutta la sua opera, sicuramente La cognizione del dolore è la chiave per leggere la maggior parte di questa narrativa. I temi di questa narrativa sono:
frammentaria. Soltanto successivamente viene organizzata. Lui aspira ai grandi modelli ottocenteschi del romanzo: primo fra tutti per lui è Manzoni, che è il “genio del luogo”, cioè il maggiore romanziere lombardo. Ma ovviamente, nonostante anche Manzoni segua la digressione, non cerca l’ordine di una trama. La struttura dei suoi romanzi è sempre una scrittura cumulativa: lui va accumulando dei frammenti di diario nelle digressioni più o meno costruite, e alla fine si avvicina ad una conclusione. Si avvicina ad una conclusione, dentro queste trame che sono spesso statiche cioè nelle quali non c’è movimento/evoluzione del personaggio, perché i due romanzi principali sono entrambi dei romanzi incompiuti, cioè non hanno una fine. E dato che si tratta di romanzi con una struttura più o meno sfumatamente poliziesca, la mancanza di una conclusione è un “attacco” che viene dato alla leggibilità del romanzo, cioè un attacco al lettore. Allo stesso tempo è una rinuncia al leggere la complessità del reale secondo uno schema riduttivo. Il reale è molteplice, è plurale, non può ridursi ad una unità. Gadda non pensa di poter raggiungere questa unità e quindi nascono i suoi romanzi aperti, ma soprattutto li costruisce grazie a una serie di digressioni. Queste, poi, vertono intorno ad alcuni temi che sono quelli fissi che abbiamo già accennato e che sono ricorrenti, abbiamo detto, all’interno delle sue opere. I suoi romanzi sono degli abbozzi di narrazione che vengono poi messi insieme all’atto della pubblicazione. Per questo noi ci troviamo di fronte a qualcosa di estremamente complesso. Riepilogando possiamo dire che nei romanzi di Gadda, in particola modo ne La cognizione del dolore, abbiamo una frammentazione tipicamente diaristica che nasce dalle intuizioni e dagli impulsi di un momento. Queste si trovano dentro un racconto lungo che non ha un finale (alla fine vi è un omicidio. I personaggi del romanzo sono due: il figlio e la madre. La madre muore. L’ha uccisa qualcuno. Ma non sappiamo chi è stato. Per questo il romanzo non ha un finale. Sappiamo che il romanzo dovrebbe ancora continuare). Nella prima edizione del romanzo addirittura mancano i due capitoli, che verranno poi aggiunti solo nel 1970, in cui abbiamo propriamente l’omicidio. Nella prima edizione del romanzo abbiamo solo sette capitoli e non nove e non c’è quindi neanche l’omicidio. Questa è una scelta volontaria e vedremo che uno dei temi fondamentali, lo ha già accennato, è la complessità/la molteplicità. Quest’ultima significa che io non posso ridurre il mondo ad una unità. Il romanzo, infatti, nasce da una pretesa cioè dal fatto che vi è un mondo enorme, fatto di molteplici fatti fra loro disparati, e io sottopongo tutto questo ad una selezione e gli do una trama che ha un senso (ovviamente questo vale per tutte le opere letterarie, vale per il romanzo. Qualsiasi racconto vediamo che risponde a queste esigenze). Il mondo è fatto da molteplici cose: solo alcune di queste io sono capace di percepire. Ma, anche rispetto a tutto ciò che io ho percepito, devo operare una selezione. Questa selezione è qualcosa che noi facciamo comunemente, non solo i romanzieri con il romanzo, perché noi riduciamo a racconto la nostra esistenza quotidiana, sempre operando una selezione. Questa ha la pretesa di arrivare ad una unità. Ma, quello che avviene in Gadda, non è questo e lo fa intenzionalmente: non è un racconto completo. Lui ritiene che, invece, bisogna allargare il dettaglio. Il reale, in questo modo, appare diverso perché il dettaglio, che prima riusciva a malapena a vedere, adesso riesce a vederlo (un po’ come fanno un telefono o una macchina fotografica). Secondo Gadda, ingrandendo il dettaglio, si rivela la struttura del reale. Dunque, in qualche modo, pensa che il dettaglio contenga tutto il reale. Però, se noi guardiamo da vicino qualcosa poi ci impediamo di guardare ciò che c’è attorno, quello che c’è attorno quindi viene perduto. Ed è quello che succede in questo romanzo, cioè noi avviciniamo talmente lo sguardo al singolo dettaglio che non siamo in grado di vedere il tutto. Ovviamente, Gadda lo fa apposta: a lui interessa il dettaglio. Tutto questo ha radice filosofica, perché la tesi di laurea di Gadda è dedicata a Leibniz, che è appunto un filosofo che intende il dettaglio come una monade; è un teorico della complessità, il quale ritiene che in ogni aspetto del reale sia visibile la struttura dell’universo.
mezzo nuovo precipita e lui muore in tale incidente aereo. Questo lutto sarà irrimarginabile, sia in Gadda sia nella madre. Il tema è, poi, sviluppato in alcune opere di Gadda, e anche nel romanzo, e per riferci a un verso delle Bucoliche di Virgilio, che viene citato dalla stesso Gadda, è il tema del “cui non risere parentes” cioè “al quale non sorrisero i parenti”. Ci sono due figli: c’è il figlio amato, che però è morto e il figlio non amato che è sopravvissuto e che porta il doppio dolore di essere sopravvissuto, perché anche lui amava il fratello, e nello stesso tempo di non essere amato e non essere riconosciuto come un parto felice/un parto dalla madre e dai familiari. Succede, di conseguenza, che lui, nell’ultima parte della sua vita (spesso era di un temperamento difficile e anche impulsivo) sia molto aggressivo verso la madre. Di questa aggressività lui porterà il rimorso quando comincia a scrivere La cognizione del dolore. Scrive a Gianfranco Contini (lo abbiamo già incontrato, perché era amico di Eugenio Montale oltre che di Gadda, ed è sia di Montale che di Gadda il massimo critico) nel 1986, appena morta la madre, con uno scatto di rabbia: “[…] la mia casa di campagna (bella grana anche questa) mi procura più grattacapi che una suocera isterica. Sono le fisime casalinghe, brianzuole e villerecce di un mondo che è tramontato per sempre lasciandoci solo stucchevoli tasse da pagare. – Mi vendicherò”. Non è chiaro perché e di cosa lui debba vendicarsi in questa lettera. Ma qui il tema è nella casa di campagna, che è una grana dopo la morte della madre perché, fondamentalmente, inutilizzabile/lui non ci va volentieri/è fonte di debiti perché ci sono delle tasse da pagare e c’è la sua manutenzione. Ma, soprattutto, è una fisima casalinga, è una fissazione: la famiglia che non esiste più aveva investito in questa casa per una convenzione borghese e, potremmo dire inoltre, per esibizionismo/narcisismo. Di tutto questo non è rimasto niente ed è peggio di una suocera isterica (lui non ha esperienze di suocere, perché non è mai stato sposato). È il simbolo di tutto quello che lui sta cercando di rigettare. Dunque, la prima cosa che lui fa dopo la morte di sua madre è la vendita della casa. Dal punto di vista simbolico è molto pesante perché significa l’uccisione della madre. Ma è come se l’uccisione di sua madre lui l’avesse sognata anche prima (lo dice in modo più o meno esplicito) ed è appunto questo il tema de La Cognizione del dolore: il matricitio. Questo è pensato ma non realizzato (anche se il fatto che il romanzo non sia concluso a un certo punto fa pensare che il matricita sia il figlio, sia il personaggio del romanzo). La casa, inoltre, è in genere simbolo della famiglia. In questo caso la famiglia in questione è la famiglia borghese milanese. Tutta la narrativa di Gadda potremmo intenderla come una narrativa polemica, scritta contro la famiglia e in modo particolare contro la famiglia borghese. Sembra, a Gadda, che la famiglia, che lui fa oggetto di denuncia, è un vero e proprio modello del mondo. Attaccando la famiglia, dunque, lui attacca il mondo che sta rifiutando. Come vediamo, si tratta di una critica sociale, cioè lui sta facendo una polemica nei confronti della borghesia e ritiene che la borghesia, soprattutto, si manifesti nella famiglia e quindi anche nella casa, che è la sede della famiglia (il luogo fisico in cui tutto il male che risiede nella famiglia si rivela). Ma il tema non è solo di critica sociale. Ma, diciamo, è una critica filosofica. Lui, che ha una formazione da scienziato, parte da una prospettiva evoluzionistica: ritiene che la famiglia sia lo spazio dell’evoluzione e della continuità della specie. Questo è un altro tema fondamentale della narrativa di Gadda a cui dobbiamo porre attenzione. Il fatto, cioè, che per lui la famiglia sia lo spazio in cui la specie continua, in cui tutti, padri e figli, sono destinati a morire e però la famiglia continuerà ad esistere. È qualcosa che è, diciamo, rassicurante sapere ma anche angoscioso. La famiglia non muore e addirittura questo luogo del disagio è destinato a perpetuare non soltanto la specie ma anche il dolore che la specie si porta dappresso. Lui, ad un certo punto, chiama questo dolore “il male oscuro”, cioè il groviglio di pulsioni e anche di pulsioni sessuali perché tutto nasce all’interno della famiglia. Lui è un attento lettore di Freud ed è un lettore ortodosso di Freud, non ha simpatia quindi per le correnti eterodosse che dentro la psicoanalisi si manifestano (a cominciare da Jung). Vede, quindi in maniera freudiana il rapporto fra i genitori e i figli. Nei suoi romanzi non c’è mai un’immagine edificante della famiglia e del rapporto tra padri e figli. Lui pensa che il rapporto fra genitori e figli sia sempre un rapporto duro, aggressivo, dove quella che impone i sentimenti è solo una
retorica, mentre invece vi è un complesso di pulsioni mentali che soltanto attraverso Freud può rivelato. Infatti, nella Cognizione, abbiamo un doppio registro diciamo: quello della diagnosi psichiatrica (il nostro personaggio è depresso, ciò che noi oggi chiameremmo “depressione bipolare” e quello che Gadda ha contribuito a far chiamare “il male oscuro” che è anche il titolo di un romanzo che Gadda recensisce negli anni ’60 del 900); quello dell’analisi psicologica. Dunque, ricordiamo la differenza tra psichiatria e psicologia: la psichiatria indaga certi stati mentali come formazioni patologiche, invece la psicologia si applica a tutti gli stati mentali (anche quelli non patologici, dunque ci riguarda tutti). La maggior parte del lavoro di Freud si rivolge alla psicologia/psicopatologia della vita quotidiana come la chiama lui in una sua famosa opera. Dunque, il materiale freudiano è molto diffuso all’interno di questo romanzo. È, soprattutto, il tema del cui non risere parentes, cioè il fatto che alcuni soggetti non abbiano ricevuto, fin da quando erano nella culla, il sorriso dei genitori (“parentes” in latino vuol dire “genitori”). Lui scrive, ad un certo punto, i parenti hanno visto “la qualità impropria o la forma difettiva della prole”, quindi il fatto che addirittura questa prole sembra in qualche modo estranea alla propria famiglia, come se fosse in intruso a cui non viene affidata alcuna speranza perché sembra provenire da un’altra ascendenza, come se fosse una specie di frode. Un fatto importante è che la vendita della casa, come sede della famiglia, è la premessa del fatto che nei decenni successivi Gadda, non solo non avrà mai una famiglia e quindi riuscirà a “sfuggire” a questa continuazione della specie che per lui è fondamentalmente una condanna, ma non avrà neppure una casa (nel senso che vivrà sempre in camese di albergo o in case di affitto). È tale il rifiuto della famiglia e delle convenzioni borghese, ma soprattutto del groviglio delle pulsioni che dentro le case delle famiglie si nascondono, che lui rinuncia a ogni matrimonio, ad ogni relazione stabile e a una casa. La rinuncia della casa è appunto buona parte della materia del romanzo. Il romanzo è scritto tra Milano e Firenze. Lui ad un certo punto, abbiamo detto, abbandona l’ingegneria: lo fa a poco a poco e definitivamente nel 1940 e si trasferisce da Milano a Firenze. Poi tornerà a vivere a Milano e abiterà anche a Roma. Va a Firenze perché la maggior parte dei suoi contatti con il mondo letterario è appunto nel mondo fiorentino (lo stesso mondo in cui visse Montale). Firenze è, negli anni ’30 del ‘900, la capitale della cultura italiana. Dunque, La cognizione del dolore viene scritta soprattutto nel periodo in cui lui ha vissuto a Firenze e ricordiamo che ha iniziato a scriverla nel 1936, cioè subito dopo l’evento della morte di sua madre. Deve essere stata una scrittura anche abbastanza veloce, probabilmente perché alcuni dei materiali già esistevano. Lo sappiamo perché nel 1937 ne comincia la pubblicazione su una rivista Letteratura di Alessandro Bonsanti, quella che continua l’esperienza di Solaria (una rivista molto importante negli anni ’ su cui scrissero tutti i grandi letterati a quel tempo) e che viene chiusa dopo la decisione della censura fascista e nel 1936 gli intellettuali che avevano fatto capo a questa rivista continuano a operare sotto un nuovo titolo e la nuova testata sarà, appunto, Letteratura. Tra il 1938 e il 1941 egli pubblica la prima edizione della Cognizione in sette puntate che sono i sette capitoli (lui si rifiuta di chiamarli “capitoli” perché rinviano a una forma compiuta del romanzo e che lui riconosce non essere propria del suo romanzo. Lui li chiama “tratti”). I primi sette tratti del romanzo, organizzati in due parti (la prima: dal primo al quarto capitolo; la seconda: dal quinto al settimo), vengono pubblicati sulla rivista. Dopo di ciò, nel 1941, questa pubblicazione si interrompe (anche per le difficoltà della rivista) e quindi Gadda decide di non completare questo romanzo, perché ripesca da questo suo romanzo (che avevano conosciuto in pochi, cioè soltanto i lettori della rivista Letteratura) alcuni materiali e li pubblica in volumi che vengono pubblicati nel frattempo.
elaborare il lutto, come direbbe Freud, proprio grazie alla scrittura. Il lutto, ricordiamo, non è solo quello della perdita di un oggetto amato (cioè della madre che lui indica con “Lei” con la L maiuscola), ma è anche il rimorso nei confronti della madre. Il rimorso che tutti abbiamo quando muoiono delle persone con cui siamo state legate da sentimenti ambivalenti, perché sappiamo di averli amati ma anche di averli odiati e questo odio rende estremamente difficile il nostro lutto (il lutto per Freud è un lavoro che si svolge secondo alcune fasi. Uno psicologo post-freudiano ne ha elencate cinque. La seconda di queste fasi è la rabbia. Dopo l’incredulità iniziale subentra la rabbia. E vediamo che gran parte di questo romanzo sembra essere scritto all’insegna di una violentissima rabbia nei confronti del mondo in cui, appunto, la perdita di sua madre si realizzò. Ricordiamo che è l’ultimo lutto, perché prima c’è quello del padre e del fratello amato). Dopo il 1963 Gadda continua a scrivere questo romanzo, ripescando materiale e aggiungendo qualcosa di nuovo fino a che, nel 1970, abbiamo la quarta ristampa Einaudi (quarta ristampa in sette anni: vuol dire che il libro aveva un suo successo nonostante la difficoltà della sua lettura. L’Italia, negli anni ’60, era molto diversa da quella di oggi. Aveva pochi lettori ma lettori molto forti). A questa quarta ristampa vengono aggiunti due nuovi capitoli e giungiamo, dunque, all’episodio della morte di sua madre, senza che però il romanzo sia concluso. Siamo molto vicini alla conclusione del romanzo, ma non lo sarà in modo totale. Quindi, a differenza del Pasticciaccio, qua ci sono entrambe le motivazioni: in parte, non è concluso perché lui non potendolo più pubblicare su Letteratura, nel 1941 cessa pure di scriverlo e poi si allontana da quella materia biografia quanto basta per non avere più voglia di farlo; però, nello stesso tempo, viene pubblicato per sua scelta così com’è (non viene pubblicato dopo la sua morte) e lui continua a lavorare a questo, che è il romanzo della sua vita perché infatti la stesura dura 25 anni circa, e lo lascia inconcluso perché fondamentalmente la nostra vita è sempre una vita incompiuta. Se ci pensiamo, ciò vale per esempio per quelli che scrivono le autobiografie, la nostra vita è una vita incompiuta e quindi non può mai essere raccontata per intero. Ed è questo quello che Gadda fa oggetto della sua trattazione: la vita, e dunque il mondo, è sempre un qualcosa di incompiuto. Un romanzo che pretende di avere una conclusione è, quindi, un atto di presunzione / prepotenza nei confronti della realtà. Dunque, la scrittura ha una funzione terapeutica/liberatoria. Lui scrive per liberarsi e quando questa funzione liberatoria non c’è, a un certo punto, entra in crisi e non sa più per quale motivo dovrebbe continuare la scrittura. Pagina 76/77/78: comincia la trama. In cosa consiste la trama? Prima di tutto noi ci troviamo in Brianza, cioè la regione immediatamente a nord rispetto a Milano, però in questo caso ha un nome fittizio e si chiama Maradagal. Tutti i luoghi che fanno parte della Brianza hanno dei nomi deformati, come se fossero dei nomi spagnoli. Qua c’è un riferimento, possiamo dire, al suo viaggio in Argentina. Appunto, si immagina che questo Maradagal somigli all’Argentina, ma in realtà è la Brianza. Quindi tutti nomi vengono deformati: ad esempio Milano si chiama Pastrufazio; Longone, dove vi è la villa dove avviene l’omicidio, diventa Lukones; il Resegone, che è la montagna che incombe sulla Brianza e che è famoso perché viene ricordato da Alessandro Manzoni, diventa il Serruchon, che è in qualche modo la traduzione spagnola; ecc. Il fatto di sostituire i nomi dei luoghi e dei personaggi con nomi fittizi è un gioco letterario: lui non vuole nascondere il fatto che si tratta della sua storia (cosa che è evidente) ma piuttosto vuole deformare il mondo attraverso questo gioco linguistico e letterario. Abbiamo, dunque, un paese immaginario che ha fatto una guerra con uno stato confinante, che viene chiamato il Parapagal (può fare riferimento alla tradizionale rivalità tra Argentina e Uruguay, ma soprattutto alla guerra fra l’Italia e l’Austria nel 1915-1918). Alla conclusione di questa guerra, che è stata vinta dal Maradagal, i reduci sono stati spesso impiegati all’interno di istituti di vigilanza (Istituo de la vigilancia nacional: come vediamo la lingua della Cognizione del dolore è una multilingua, non c’è soltanto lo spagnolo in aggiunta all’italiano). Questi reduci entrano, quindi, a far parte di questo istituto di vigilanza
(sono dei vigilantes, con un termine appunto preso in prestito dallo spagnolo). In verità qua, la maggior parte dei critici, vi hanno visto una trasfigurazione del fascismo: i reduci, che non riuscendo ad adattarsi alla vita civile, fanno parte delle squadre fasciste e assicurano la loro protezione alla borghesia (come sappiamo questa era una delle funzioni delle squadre fasciste, che proteggevano ad esempio i proprietari terrieri dagli scioperi dei braccianti, o i proprietari di fabbriche dagli scioperi degli operai, ecc. Dunque, potremmo dire, una funzione para-mafiosa, che è quella che si svolge esattamente anche dentro a questo romanzo di Gadda. È importante perché l’autore dell’omicidio dovrebbe essere, appunto, un membro di uno di questi istituti di vigilanza). La protezione degli istituti di vigilanza viene rifiutata da parte del protagonista. Il protagonista si chiama con un nome, appunto, spagnoleggiante, cioè Gonzalo Pirobutirro (Gonzalo è, in genere, un nome nobiliare spagnolo; Pirobutirro, invece, è un cognome che in spagnolo non esiste ma è ispirato alle pere butirre che sono note, stanno anche sulle nostre tavole, e che di solito si usano per fare le pere cotte. Vediamo che, dunque, vi è un gioco grottesco e ironico intorno anche ai nomi). Il personaggio non entra subito in scena, ma ci vogliono cento pagine prima che effettivamente entri in scena. Viene invece preparato dalle dicerie degli abitanti del paese, soprattutto dalle dicerie delle donne, e poi soprattutto dal monologo interiore del medico del paese, il quale si sta recando a una lunga passeggiata verso la casa di Gonzalo (la villa appunto) e sta facendo le sue considerazioni intorno a questo strano personaggio che sta andando a visitare, che è un personaggio molto malinconico, solitario, sociopatico, con le sue esplosioni di ira improvvise dirette anche nei confronti della madre. Nel frattempo il medico fa anche delle considerazioni intorno ad un personaggio, cioè il Manganones, che è un reduce che si è finto sordo per riuscire a ottenere un’agevolazione, quella di entrare in uno di questi istituti di vigilanza. In verità, appunto, non è sordo e viene scoperto e quindi licenziato. Il Manganones subisce una digressione senza senso nel romanzo, fino a quando capiremo che lui è un indiziato per aver ucciso la madre di Gonzalo. Finalmente, dunque, dopo circa cento pagine, il medico giunge alla villa. Nel frattempo ha fatto delle considerazioni intorno alle ville che ha incontrato durante la passeggiata e che sono le ville della borghesia pastrufaziana, cioè della borghesia milanese in Brianza. Il passo è questo: “di ville, di ville. Di villette otto locali doppi servissi (vediamo che qua c’è una deformazione del linguaggio degli annunci immobiliari, in cui di solito dicono “otto locali, doppi servizi”. Invece “servissi” è scritto secondo una grafia dialettale, con riferimento alla pronuncia lombarda della parola italiana “servizi”). Di principesche ville locali quaranta […] veduta panoramica del Serruchon (è il Resegone) […] vasca pozzonero (il pozzonero sostituisce la fogna). Il Avverso il tramontano e il pampero (è spagnolo e si riferisce ad un vento che soffia nelle Pampas, cioè nella regione meridionale Argentina. Quindi, il tramontano e il pampero sono due venti) […] d’olmi e d’antique (è una citazione dal Parini. Sono delle siepi che servono a proteggersi dal vento. I venti più fastidiosi, quelli che vengono dalle zone fredde. Il tramontano viene dal nord, il pampero invece dal sud però il sud in Argentina, dato che siamo nell’emisfero australe, è la direzione del vento più freddo e non dello scirocco, del vento caldo). Ma non dai monsoni delle ipoteche (qua c’è l’ironia: gli alberi proteggono dai venti ma non dai monsoni, cioè venti ben più violenti, delle ipoteche cioè dei debiti) che spirano a tutt’andare anche sull’anfiteatro morenico del Serruchon e lungo le pioppaie del Prado (sarebbe il prato, cioè la Pianura Padana e le pioppaie sono i filari di pioppi che servono a proteggere dai venti appunto. Tutto questo non serve a proteggersi dai venti. La borghesia è soprattutto la classe, come vediamo, della dissipazione, di un disordine che fa orrore all’autore e al suo personaggio) […] di ville, di villule (“villule” è un latinismo, vuol dire “di piccole ville”), di villani ripieni (cioè abitanti delle ville che sono ripieni, cioè ben attrezzati di tutto), di villette isolate, di ville doppie (bifamiliari), di case villerecce, di ville rustiche (vi è il gioco etimologico sulla parola “villa” che viene continuamente ripetuta anche in formule diverse), di rustici delle ville (i rustici che si costruiscono nella villa, usati per custodire gli attrezzi da lavoro oppure per ospitare i contadini), gli architetti pastrufazioni avevano ingioiellato, poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine (vediamo l’estrema lunghezza della costruzione. Sarebbe: gli architetti di Milano avevano ingioiellato le pendici delle prealpi, di ville. Vediamo che c’è quindi un iperbato, cioè la figura che prevede
curiosi, quindi quei contadini che il figlio aveva fatto cacciare perché irritato dalla loro presenza olfattiva, ritornano a portare disordine nella casa. Con questa scena si conclude il romanzo, cioè con il ritorno e l’invasione del disordine del mondo all’interno dello spazio chiuso della villa. Dunque, abbiamo visto che dentro questo passo si crea un pasticcio linguistico in cui ci sono tantissime cose diverse: innanzitutto la toponomastica è di derivazione spagnola, anzi soprattutto derivata dal mondo da una specie di mondo al contrario che da ad un antipodo ha la Lombardia e all’altro antipodo la Pampa argentina, che viene posto come mondo fittizio in cui si svolge la vicenda. In verità, sotto tutti i nomi geografici presenti in questo romanzo noi possiamo vedere dei reali nomi lombardi. Qualche volta sono veramente fantastici, ad esempio abbiamo visto il nome che viene dato a Milano è Pastrufazio (prenderebbe il nome da Garibaldi che viene trasfromato in “Pastrufazio”. In realtà però questo termine indica le pasticcerie, perché i pastruf infatti sono i pasticcini). Una cosa estremamente complessa, infatti, che abbiamo riferito al barocco (cioè ad una rappresentazione cumulativa, per accumulazione del mondo. Una rappresentazione del mondo che rinuncia all’ordine, perché appunto nel mondo l’ordine non c’è e non possiamo fingere che ci sia attraverso le finzione letteraria). I critici hanno visto, in questo stile barocco, tre registri fondamentali. Questa prosa estremamente complicata si può, quindi, riassumere in tre registri fondamentali:
nello stesso tempo a dar l’inizio ad una deriva diciamo, nella quale l’amore, se ad esempio è rifiutato oppure vi è qualche difficoltà induce alle donne alla menzogna, al reato, cioè addirittura all’omicidio, e così via.) , di tali donne, le adduce alla menzogna, al reato […]”. Qui si stanno indagando, fondamentalmente, le ragioni che portano la donna a concepire l’amore e a fare derivare dall’amore la loro isteria, i loro disturbi. Questo è dunque un brano che può essere un esempio di registro ragionativo. Non è la maggior parte del testo di Gadda ad essere così costruita, perché il testo è in gran parte invece, affidato ad un registro umoristico.
Che schifo […] nulla si salvava dal lezzo, dal dialetto orribile, dalla braveria… (la folla viene fermata in un dettaglio olfattivo, il lezzo, in un dettaglio acustico, il dialetto orribile, e dalla braveria, cioè dai comportamenti oltraggiosi dei popolani) dai coriandoli, dai gusci d’arachide e di castagne arrosto (i rifiuti della festa) , dalle bucce di naranza (è un ispanismo per indicare l’arancia) , dette pelli (tutto ciò stava sul terreno, veniva lanciato ed è per il bambino un profondo disgusto) .” Vediamo che quindi la misantropia, cioè l’orrore degli altri, è sin dalla sua infanzia e poi si svilupperà in forme sempre più nevrotiche a poco a poco nel tempo. Se c’è un oggetto che in qualche misura racchiude tutto il male degli altri è appunto un oggetto dal forte impatto olfattivo e cioè ciò che lui chiama “gorgonzuelo” cioè il gorgonzola, un formaggio che già a vederlo non invita, lui dice, e che ha un odore molto forte (ovviamente non parliamo del gorgonzola dolce, ma del gorgonzola piccante) e che il formaggio più diffuso forse, insieme allo stracchino, in Lombardia. Come vediamo, dunque, anche in questo passo che abbiamo analizzato questo disgusto può essere rappresentato perché diventa una sorta di reazione ossessiva al mondo esterno: quando io sono ossessionato una sensazione si ripete continuamente nella mia mente e nei miei sensi. Questa ripetizione si traduce, dal punto di vista stilistico, nel catalogo / nella enumerazione. Qui abbiamo un’enumerazione molto visibile: vediamo che abbiamo “gambe divaricare, sdrucite mutande, i pizzi o gli strappi, i pezzi di pelle, ecc.” ad esempio. Si tratta di tanti oggetti che, accumulandosi, non danno soltanto l’effetto di disordine, tipicamente del barocco, ma anche un effetto di ripulsa da parte del personaggio che agisce in questo ambiente. La tipica forma gaddiana del catalogo ricorre in tutto il romanzo e serve, soprattutto, a realizzare questa deformazione del mondo. Abbiamo letto, infatti, questo brano che sta parlando di un luogo che solitamente, nella memoria infantile, rappresenta il paradiso dell’infante, cioè la giostra. Ma in realtà tale luogo, tale giostra, grazie a tale catalogo di oggetti fastidiosi, è diventata una specie di inferno, di incubo del personaggio che ancora la sta ricordando. “Il male oscuro è oscuro quanto il dolore che fa strazio di noi allorché ci sentiamo oggetto di reiterate percosse o ferite, di insistite offese. È il logorio a cui ci sottomette di giorno in giorno, d’ora in ora, la nostra ‘’Eriebnis’’ , l’esperienza del vivere, la pena o la fatica durata, la ‘’dura necessità’’ […]. Che questo logorio incessante del nostro organismo fisico e psichico, questo quotidiano consumarsi della nostra vita individua […].” Quindi il male oscuro è quello di chi si sente vittima, umiliato e offeso. È diffuso in tutto il nostro tempo. La nostra “Eriebnis” corrisponde alla nostra formazione, appunto l’esperienza del vivere. Dunque, se vogliamo dare un nome più “esatto” al male oscuro, nel linguaggio psichiatrico, dovremmo dire “depressione”. Gonzalo è un personaggio che oggi definiremmo depresso. La depressione è un rifiuto del mondo che dura tutti i giorni. Ci sono i cosiddetti “depressi bipolari” che alternano invece delle fasi di rifiuto a fasi di euforia. Ma nel caso del protagonista, non possiamo dire che sia bipolare, in quanto la sua depressione dura sempre. La sua fatica del vivere, nata fin dalla sua infanzia, lo conduce quindi a questa reazione depressiva al mondo circostante. Appunto la depressione è qualcosa di oscuro: il depresso non sa che cosa lo renda così contrario alla vita, così abulico, così separato dalle attività quotidiane di tutti gli altri, ecc. Il depresso non sa vedersi dentro: Gonzalo non riesce a vedersi, né qualcuno riesce a vedere dentro di lui. Infatti, abbiamo detto, che il medico con cui si confida non sa dire altro che delle frasi di buon senso. Attenzione al fatto che, così come modernamente la psichiatria indica, la depressione è qualcosa che logora non solamente il nostro organismo psichico ma anche il nostro organismo fisico, cioè è una vera e propria malattia che dà dei segni somatici, corporei. Inoltre, per quanto riguarda il male oscuro Gadda dice che “il male oscuro” è una teoria di un filosofo, che lui chiama Saverio Lopez. Quest’ultimo è l’autore dei Mirabilia Maragdagali (sappiamo che il Maradagal è
un paese immaginario che corrisponde alla Brianza). Saverio Lopez non esiste e ovviamente, dato che parla di male oscuro, è una sorta di psichiatra immaginario che ha dato la diagnosi della depressione di Gonzalo. Temi del romanzo
che finisce la casa: con la casa violata). La famiglia è allo stesso tempo una dimora, quindi un valore positivo, e un inferno, dunque un valore negativo. È, in genere, l’ambivalenza dei segni che conosce l’inconscio: esso non ha una logica, come quella della coscienza, ma ha una logica tutta sua che è in genere una logica di tipo analogico – associativo. Il problema del titolo “La Cognizione del dolore” sembra un titolo abbastanza semplice, cioè la conoscenza del dolore. In verità, è vero che la cognizione del dolore vuol dire conoscenza ma è ricca di riferimenti intertestuali, di citazione. Ad esempio Machiavelli che dice “la cognizione delle istorie” cioè la conoscenza della storia, poiché è magistra vitae, ci serve anche nel presente; Manzoni dice “la Cognizione del male”, molto vicini a quello di cui stiamo parlando riferendoci a Gadda; anche Leopardi usa la parola cognizione. Ma l’espressione “cognizione del dolore” la troviamo in Schopenhauer. Egli usa la cognizione del dolore a proposito si quei padri, non pensa invece che le madri facciano questo, che uccidono i figli e se stessi (una sorta di omicidio/suicidio), per salvare i figli e se stessi dai tormenti dell’esistenza. In realtà, sappiamo molto spesso dalla cronaca che ci sono anche delle madri che fanno questo. Questo è appunto il tema del romanzo: il gesto omicida è anche una reazione al tormento dell’esistenza. Le edizioni (Vedi edizioni nella critica) La struttura della Cognizione Per quanto riguarda la struttura, abbiamo detto, si tratta di un accumulo di frammenti diversi che non hanno un ordine narrativo compiuto. È di ispirazione diaristica: mette insieme delle parti diaristiche e frammentarie. Però, in fondo, una trama c’è: questa trama è una trama da feilleton, cioè del romanzo di appendice/popolare. È cioè un caso di cronaca, un figlio che forse ha ucciso la madre, ecc. Però questa trama è incompiuta: noi non sappiamo veramente chi è il colpevole. Il romanzo, inoltre, è incompiuto in tutte le sue edizioni, anche nel 1970 (sono passati parecchi anni dal momento in cui questo romanzo era stato concepito nel 1937). Dunque anche in questa edizione definita Gadda non completa il romanzo. D’altra parte, neppure l’altro suo capolavoro, Il Pasticciaccio, ha un finale congruo che davvero chiuda l’opera. Lui fa questo perché le incompiutezze, dice l’autore della critica cioè Emilio Manzotti, di questa opera sono di tre nature diverse:
troviamo alcune digressioni come quelle della monaca di Monza o del Conte del Sagrado, ma queste digressioni non coprono la maggior parte del racconto).