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Una panoramica storica e drammaturgica delle origini della tragedia greca, con un particolare focus sui tragici eschilo e sofocle. Vengono esplorati i generi drammatici, l'organizzazione dei concorsi teatrali, la tetralogia, gli aspetti sociali, educativi e politici delle tragedie, il ruolo delle divinità, la legge del γένος, l'introduzione del terzo attore e le differenze tra eschilo e sofocle.
Tipologia: Appunti
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Durante il V secolo, Atene gode di massimo splendore e diventa la polis leader della Grecia. Attribuiamo questo periodo florido alla figura di Pericle, campione della democrazia e modello per le altre πολεις. Proprio in questo periodo nascono le forme di rappresentazione scenica: ● Tragedia ● Commedia ● Dramma satiresco ● Mimo ● Farsa Questi costituiscono i generi drammatici, così chiamati dal sostantivo δράμα (dal verbo δράω, fare o compiere), termine con cui tecnicamente si indicano i testi teatrali. Questi ultimi sono concepiti per essere convertiti da parola ad azione, cioè per essere eseguiti sulla scena, visti e ascoltati, non per essere letti. Ad Atene si sviluppano soprattutto le prime tre forme di dramma. La tragedia e la commedia avevano il medesimo obiettivo che hanno adesso e venivano concepite in una maniera simile a quella moderna. Il dramma satiresco invece, era chiamato così perché composto da satiri: figure semiferine del corteggio di Dioniso con torso umano, orecchie coda e zoccoli equini. Questa forma drammatica era vicina alla tragedia: si portavano in scena gli stessi personaggi ma evidenziandone gli aspetti ridicoli e paradossali. L’origine delle forme teatrali La loro origine rimane incerta tutt’ora e Aristotele stesso nella “Poetica” affronta il problema della storia della drammaturgia. In un primo passo dell’opera, ci riferisce che i Dori rivendicavano la scoperta del genere comico in quanto i κωμώδοι, i commedianti, giravano per i villaggi dell’area dorica a esibirsi. Tragedie, commedie e drammi satireschi erano realizzazioni diversi di un’identica concezione dello spettacolo: erano rappresentazioni in onore di Dioniso, eseguite nel teatro in una giornata di una precisa occasione pubblica,
la festa. Tutte e tre sfruttavano gli stessi codici comunicativi e tecniche di rappresentazione. Erano parte integrante della vita della polis di cui rispecchiavano valori e idee. Nella poetica Aristotele afferma che la tragedia e la commedia debbano rispettare i criteri di:
una tragedia intitolata “Fenicie”, messa in scena nel 476 aC. Rappresentò lo sconto con i Persiani fu un fatto epocale nella storia di Atene, la quale uscì rafforzata dal conflitto, avviando un processo di consolidamento militare e politico, affiancato da una straordinaria crescita economica e da una serie di conquiste territoriali. Nel giro di pochi anni Atene divenne una polis egemone, l’unica vera grande potenza della Grecia. Questo perché gli ateniesi assegnarono fin da subito un forte valore ideologico e simbolico a quelle guerre. Atene e il suo teatro L’edificio teatrale è uno degli elementi che caratterizza la città greca e la distingue da quelle di altre civiltà antiche: in nessun’altra cultura il teatro fu così intimamente connesso con il tessuto urbano e con la sua vita. Questo rapporto spiega la particolare funzione che lo spettacolo teatrale svolse nel mondo greco. Il teatro di una polis era lo specchio della sfera politica, della sfera religiosa e della sua vita sociale. Il teatro di Atene era quello di Dioniso. Teatro e commedia fioriscono ad Atene durante l’età classica perché dopo l’età delle diverse forme tiranniche presenti in grecia, nella polis si instaura la democrazia quindi il popolo prende liberamente la parola per difendersi in tribunale e professare / esprimere i propri ideali. La commedia e il teatro sono aggregazioni sociali, ad Atene perché dopo le guerre persiane si presenta come città più forte e florida. La tragedia è un componimento con inizio lieto e fine tragica, commedia è la forma teatrale volta a suscitare il riso. Queste sue forme di rappresentazione teatrale hanno origine dal culto di Dioniso, dio del vino ed ebbrezza ma anche divinità che rappresenta la messa in scena, le trasformazioni, la divinità multiforme per eccellenza. Aveva un’origine anellenica, non nasce col culto greco ma era già presente nella tradizione micenea. Col nome di Dionysus.
Le funzioni del teatro Il teatro fu quindi la massima rappresentazione dell’Atene democratica del V secolo. Le rappresentazioni svolgevano funzioni essenziali: ● Di catarsi: la messa in scena di particolari sentimenti e emozioni, serviva allo spettatore come catarsi: purificazione attraverso lo sprigionamento dei sentimenti repressi perché si immedesima nella rappresentazione. Inizialmente prova compassione e συμπαθός, in seguito, sente antipatia perché quelle emozioni vengono riconosciute come pericolose per l’individuo e per la polis. C’è la consapevolezza che sia necessario sbarazzarsi di alcuni atteggiamenti. Il tragediografo attraverso la tragedia fa capire allo spettatore ciò che succede una volta sprigionate le emozioni. La collettività o il singolo individuo apprendono un modello di comportamento ● Sociale, educativa e politica: le polis riconoscono un modello di riferimento in Atene, la città leader in ogni campo. Il senso civico e il senso di appartenenza alla comunità si accrescono, i cittadini consolidano la loro identità civica riconoscendosi nelle istituzioni della polis. ● Apertura verso lo straniero. Tutti gli abitanti della polis e quelle alleate ad Atene dovevano avere la possibilità di recarsi a teatro. I teatri sono come dei forum aperti, vengono messi in scena attraverso la rappresentazione di un mito argomenti attuali, l’uomo si confronta con l’altro. Ex. Dopo la vittoria a Maradona, Eschilo mette in scena “I Persiani”. Alla fine della rappresentazione, si apre un dibattito tra i membri della comunità. Euripide compose le troiane quando Atene stava combattendo la guerra del Peloponneso. Terminata la rappresentazione, si aprì un dibattito: la gente sapeva che se Atene avesse perso, le condizioni sarebbero state le stesse. Il coro delle troiane è costituito dalle donne che chiedono di essere accolte. Costumi e maschere Un documento iconografico di straordinaria importanza che testimonia l’utilizzo di costumi e maschere è il vaso di Pronomos. Il costume degli attori di tragedia e dramma satiresco prevedeva normali capi di abbigliamento usati
coro cambiò nel tempo, per esempio in Eschilo erano 12. La performance del coro era uno spettacolo nello spettacolo: i canti corali prevedevano l’accompagnamento di strumenti musicali ed esecuzione di figure di danza. Tragedia, dramma satiresco e commedia sono il risultato dell’azione combinata di attori e coro. Per questo le loro differenze stanno nella modalità di impiego di questi elementi. LA TRAGEDIA Il termine τραγωδία è stato variamente interpretato. La critica ci da possibili ipotesi per uno studio etimologico accurato: ● Può trattarsi di un composto di τράγος (capro) + άδω (canto), inteso come “campo del capro” in riferimento a un originario coro di satiri. Ci ricolleghiamo al fatto che venissero sacrificati capretti per Dioniso. ● τραγιζω, letteralmente significa “belo come i capretti”, chiaro riferimento alla voce e all’interazione alterate degli attori sulla scena. Ipotesi più accreditata. Nella “poetica”, Aristotele ipotizza che la tragedia in particolare sia potuta essere nata dalla trasformazione e evoluzione di un canto corale greco di epoca arcaica, il cosiddetto “Ditirambo”: canto corale dietro le cure di un capo coro. Aveva origine arcaica ed era in onore del Dio Dioniso e come viene attestato da Archiloco, era intonato durante le sue festività, nel momento in cui il coro cominciò interagiva con il corifeo, capo del coro. Quando il coro smise di essere un’entità a sé nacque la tragedia. Attore in greco si dice υποκριτής, dal verbo “rispondere”, possibile traccia dell’evoluzione del coro che staccandosi da singola unità, comincia ad interagire con il suo maestro. Secondo i critici, la tragedia è imitazione di un’azione a carattere elevato, che attraverso la rappresentazione di pietà e orrore suscita la purificazione di questi stessi sentimenti - κάθαρσις. Lo spettare per una sorta di effetto omeopatico, riesce a espellere da sé passioni che vede rappresentate fuori di sé sulla scena teatrale.
Possiamo collegarci alla filosofia: ● Secondo Platone, il cittadino deve essere capace di tenere a bada le passioni e la tragedia non può che nuocergli, perché innesca un processo di identificazione con i personaggi. ● Secondo Aristotele l’identificazione ha effetti positivi, l’animo ha possibilità di sfogarsi. Le tragedie venivano messe in scena nel teatro, di cui parte fondamentale era l’altare: simbolo sacro dei sacrifici che le Menadi praticavano per Dioniso. Gli attori indossavano maschere che riproducevano fattezze, simbolo di Dioniso: dio muta forma dell’estasi. La materia cantata e messa in scena è sempre in chiave mitologica, tranne “I Persiani” di Eschilo, unica nel suo genere perché riguardante un fatto storico e contemporaneo. I tragediografi rivisitano il mito, trattandone in maniera diversa e alterata. Gli autori nelle proprie opere o tra di loro utilizzano versioni alterate. Ex. Euripide tratta di Elena nell’ ”Elena” e nelle “Troiane” però in maniera differente. A differenza del mito, la tragedia nasce come dramma: narrazione rappresentata e visibile da spettatori. Ogni tragediografo metteva in scena una tetralogia, tre tragedie che sviluppavano l’argomento di un mito, e un dramma satiresco. Ogni tragedia era suddivisa in 5 parti:
un’imponente presenza di dialoghi tra personaggi e coro. Il legame col coro dimostra un attaccamento alle origini della tragedia. Eschilo si forma in anni che vedono Atene passare da dimensioni provinciali ad un rango metropolitano ed egemonico; a differenza di altre città della Grecia, dopo la parentesi tirannica Atene non torna alle vecchie collaudate forme di governo ma si evolve in una democrazia.non sarà un caso che nei drammi eschilei sia così forte il contrasto tra l’elemento primitivo, consuetudinario e l’elemento creativo che si esprime attraverso la fondazione di nuove leggi e istituzioni. I persiani L’azione si svolge Susa, capitale dell’impero persiano; Serge è partito alla conquista di Atene e della Grecia e i vecchi consiglieri esercitano il potere al posto suo. La regina madre, Atossa, è preoccupata: viene a sapere che Temistocle ha indotto Serse ha ingaggiare una battaglia navale per mezzo di un falso messaggio. Cadendo nel tranello il re è stato rovinosamente battuto prima il mare e poi presso Salamina. I Sette contro Tebe L’azione si svolge nell’acropoli di Tebe, ed Eteocle, il re della città, ne è il protagonista. La città sta per essere attaccata dagli Argivi, capeggiati da Polinice, fratello di Eteocle. Un messaggero porta la notizia e le fanciulle tebane, che costituiscono il coro, si abbandonano la paura e la disperazione e si rifugiano ai piedi delle statue degli dei. Polinice ha mandato 7 eroi ad attaccare le porte della città e si delineano così sette formidabili duelli. Il messaggero annuncia che i fratelli si sono uccisi a vicenda. Le Supplici L’azione si svolge sulla spiaggia della stella argiva. il coro è formato dalle protagoniste stesse, le Danaidi, che insieme al loro vecchio padre hanno lasciato l’Egitto per sfuggire ai cugini.le fanciulle cercano rifugio in Grecia, ad Argo, ma il re Pelasgo esita a concedere la sua protezione perché sa che ciò potrebbe condurre a una guerra contro gli stranieri. Le Danaidi fanno,
gettando sulla terra argiva una contaminazione incancellabile. Il popolo vota all’unanimità che vengano accolte ma l’araldo di Egitto porta via le fanciulle con la forza. Prometeo incatenato Il titano Prometeo, che ha rubato il fuoco al dei per donarlo agli uomini, viene fatto incatenare da Zeus a una rupe solitaria per punizione. Comincia così il suo tormento e invece di pentirsi continua a rivendicare chiaramente il suo atto di generosità verso la stirpe umana. Prometeo facendo una profezia secondo cui se Zeus avrà un figlio da Teti, questo figlio gli porterà via il potere le parole sono state udite dall’alto e Zeus manda Hermès perché vengano rivelati i dettagli sulla profezia. Prometeo si rifiuta di spiegare cosa volesse dire e Zeus lo colpisce con la folgore, facendolo sprofondare negli abissi della terra. L’Orestea ➔ L’Agamennone L’azione si svolge ad Argo, dove il re Agamennone (re di Micene), conquistata Troia, sta facendo ritorno. Nel frattempo le cose sono cambiate: la regina Clitemnestra è divenuta l’amante di Egisto, e il piccolo Oreste è stato mandato lontano nella Focide. Clitemnestra elabora con Egisto un piano per eliminare il marito: è spinta dal desiderio di ● Vendicare la figlia Ifigenia che Agamennone aveva offerto un sacrificio agli dei per poter compiere traversata verso Troia. ● Vendicare l’ineluttabile destino di sangue che sovrasta la casa degli Atridi. Agamennone giunge in città ma non è solo, con lui c’è anche la professoressa Cassandra, preda di guerra e sua concubina. La regina accoglie il marito nella reggia con false attestazioni di gioia e devozione, che culmina nella scena del tappeto, nella quale Agamennone posa i piedi su un tappeto di porpora. Agamennone accusa la moglie di essere stata infedele e la regina si difende affermando che ci fossero molte dicerie sulla morte del sovrano.
➔ Le Eumenidi L’azione si svolge in parte a Delfi in parte ad Atene. A Delfi, nel tempio di Apollo, la Pizia assiste a uno spettacolo pauroso: un uomo con le mani piene di sangue chiede protezione, e accanto a lui, addormentate siedono le Erinni. L’uomo è Oreste, giunto lì in cerca di purificazione e riceve da Apollo l’ordine di recarsi Atene perché si decida sulla sua sorte. Ad Atene Oreste è ancora seguito da dei reni che vogliono portarlo sotto terra per tormentarlo per l’eternità. Atena non lo permette: ordina che venga costituita una corte di cittadini ateniesi e che dinanzi a essa entrambe le parti dicano le loro ragioni. il difensore di Oreste Apollo, le accusatrici sono le Erinni e il tribunale si spacca: metà dei giudici vota per la condanna, l’altra per la soluzione. Sarà Atena col suo voto a decidere per l'assoluzione. Eschilo ambienta la tragedia la tragedia ad Argo perché c’era la guerra del Peloponneso e la città era alleata di Atene - che deve essere presa come esempio paradigmatico. I personaggi I personaggi non sono analizzati nella loro psicologia, sono eroici e monolitici, combattono contro delle forze divine in maniera epica, dalle quali vengono sempre sconfitti. L'unico personaggio in cui troviamo un minimo scavo psicologico è Oreste, assalito dal dubbio se uccidere o meno la mandare per vendicare o no il padre. - Amleto di Shakespeare La critica considera i personaggi eschilei come poco più di marionette in mano agli dei, come meri esecutori di ordini. Il Grecista Albin Lesky ha notato che i personaggi eschilei non hanno avuto nelle letterature moderne la fortuna di Edipo o Medea. Questo perché sono profondamente identificati nella vicenda, legati a un solo tema, animati da passioni semplici e possenti. Sono di norma risoluti: passano dal parlare al fare in poco tempo. Si è osservato come le trasformazioni di questi personaggi vengano mostrate mentre avvengono, non dopo come nel caso di Sofocle. si può denotare nel passaggio di Clitemnestra dalla sete di sangue a una stanca sazietà (prima commette l’omicidio e poi lo giustifica).
Le divinità Nelle tragedie di Eschilo troviamo le divinità, garanti di δίκη per ristabilire un ordine costituito, intervengono alla fine della tragedia per sciogliere una situazione difficile. Queste forze nelle tragedie di Eschilo sono ancestrali, arcaiche ● Ατη, l’accecamento, quello che subiscono gli uomini quando vengono annebbiati. ● Αλάστωρ, (sinonimo di δαίμον) demone che vive nell’oscurità che si nutre della paura e provoca nell’uomo l’accecamento che fa compiere atti empi. ● Ύβρις, tracotanza Fin dai poemi omerici, la letteratura greca conosce una potenza superiore a quella di Zeus, la Moira ovvero il destino. Anche Eschilo la conosce e la introduce nelle sue tragedie, ma con la fondamentale differenze che lui, diversamente da quanto accade in Omero, essa non è mai in contrasto con la volontà di Zeus. Ciononostante, questa appare come il destino assegnato a ciascun uomo e non dotata di una propria. Eschilo dà contributo decisivo al superamento della concezione arcaica del φθόνος θεών: in Eschilo gli dei sono ostili alla prosperità che cede il limite concesso a un uomo, che si traduce in atti di tracotanza in incompatibili col principio della giusta misura. Nell’Agamennone vediamo come le disgrazie si abbattono più sui grandi che sui miseri, poiché l’uomo con ricchezze e potenza e portato a stimarsi superiore a quel che è. Il πάθει μαθος Altra caratteristica della poetica di Eschilo è l’apprendimento attraverso la sofferenza “πάθει μαθός”. Solo attraverso quest’ultima l’uomo può arrivare alla conoscenza. Troviamo questa caratteristica in tutte le tragedie. Eschilo stesso l’ha definito come l’ammaestramento che si ottiene attraverso il dolore dolore.
Dei 130, 17 sono considerati spuri e non appartenenti a Sofocle. Secondo le trascrizioni epigrafiche egli riscosse un grandissimo successo tanto che riuscì sempre ad arrivare primo o secondo nelle competizioni nelle grandi Dionisie. Delle 130 tragedie, ne abbiamo conservate in maniera integra 7, la maggior parte di datazione incerta. Tra queste 7 tragedie: ● Antigone, saga tebana ● Edipo re, saga tebana ● Edipo a Colono, saga tebana ● Aiace ● Trachinie ● Elettra ● Filottete Per quanto riguarda gli aspetti drammaturgici, la narrazione ci attesta l’introduzione del terzo attore: parti più vivaci, tre attori discutono. I componenti del coro sono diventati 15 dai 12 di Eschilo. In questo modo i coreuti e il corifeo possono interagire in maniera più preponderante con gli attori durante la rappresentazione. Sofocle elimina le trilogie legate, abbiamo le tragedie a dittico, che possono essere separate in due: nella prima parte abbiamo la presenza di un protagonista, nella seconda parte abbiamo altri protagonisti. Sofocle si forma nel periodo in cui Atene raggiunge l’apice della sua potenza, del suo prestigio e della sua grandezza culturale.sono gli anni dell’esplosione artistica intellettuale che portarono a realizzazione immortali come per esempio il Partenone.non a caso la formula “stile Partenone” è stata usata per descrivere l’essenza della poesia sofoclea: da una parte lo spettacolo del dolore, dall’altra la capacità di dominarlo e trascenderlo per mezzo di un superiore senso di serenità e autocontrollo. Con Sofocle scompare ogni discrasia fra i contenuti e i mezzi tecnico espressivi: cose parole aderiscono perfettamente le une alle altre, creando quell’armonia di forme che costituisce la sintesi più piena della classicità.
L’Edipo re Edipo libera la città di Tebe dalla minaccia della sfinge, diventandone re, sposando la regina Giocasta (sua madre), da cui ha i figli: Polinice, Eteocle, Ismene e Antigone. Il padre di Edipo, Laio, era un discendente dei labdacidi, una stirpe che risaliva le sue origini a Cadmo, primo sovrano di tebe e suo fondatore. Nel prologo non viene narrato questo antefatto ma il pubblico ateniese conosceva la storia. Dei sacerdoti arrivano al palazzo di Edipo con atteggiamento da supplici, lo stesso atteggiamento di Crise nei confronti Agamennone nell’Iliade, chiedendo che la peste che si era abbattuta sulla città di Tebe venisse placata. Edipo quindi manda Creonte, cognato e zio, presso l’oracolo di Delfi per informarsi sull’accaduto. Un modello di confronto è l’iliade: Crise si rivolge ad Apollo quando non viene accontentato da Agamennone e il dio scaglia sull’accampamento acheo una pestilenza. Dopo giorni di morti, viene interrogato l’indovino Calcante che riferisce l’offesa di Apollo. La peste viene fatta cessare con un'ecatombe: il sacrificio di 100 buoi, e la restituzione di Criseide. Il responso dell’oracolo era chiaro: la peste si era abbattuta su tebe perché un cittadino si era macchiato di impurità uccidendo il vecchio sovrano Laio e praticando un incesto. Perché la peste venga debellata devono trovare l’assassino del vecchio re e allontanarlo dalla città: l’assassino diventa un capro espiatorio, fin quando rimarrà impunito, su Tebe piomberà la peste. Quando Creonte torna e riferisce l’oracolo, Edipo manda un bando perché si scopra chi sia il peccatore - vediamo il rapporto tra conoscenza e non conoscenza oltre che all’ironia tragica: il pubblico sa che è Edipo ad essere l’assassino. Edipo interroga l’indovino Tiresia, che inizialmente si rifiuta di collaborare ma dopo un po’ di esitazione, rivela che il responsabile della peste è Edipo stesso. il re furibondo lo scaccia, ma un tarlo comincia a scavare dentro di lui. le parole coincidono con un oracolo che il re aveva ascoltato personalmente a Delfi, secondo cui era destino per lui uccidere il padre sposare la madre. In quel momento un messaggero arriva per informare che Polibo, re di Corinto, è morto. Poiché Edipo si credeva figlio di Polibo, la notizia lo addolora ma lo rassicura. Edipo racconta a Giocasta dell’incontro con Tisia, ma entrambi non realizzano che in realtà la profezia era vera. L'indomani un testimone oculare del fatto fornisce dettagli che non lasciano dubbi: l’uomo del crocicchio era
Abbiamo il tema della bella morte, salvifica, che lo toglie dal dolore: dopo la dura vita che condusse, la morte arrivò a soccorrerlo. Abbiamo una rassegnazione al dolore. Filotette Il concetto della purificazione ritorna nella Filottete di Sofocle. Gli eroi greci partono dalla grecia per raggiungere Troia. Tra gli eredi, Filottete, viene abbandonato sull’isola deserta di Lemno, su consiglio di Odisseo: si era ferito alla caviglia a causa di un serpente. Filottete, riuscì a sopravvivere grazie all’arco donatogli da Ercole, coltivando nel tempo l’odio nei confronti di Odisseo. I Greci scoprono che Troia potrà essere espugnata solo con la presenza di Filottete. Quindi Odisseo e Neottolemo, figlio di Achille, vengono incaricati di navigare fino a Lemno. Neottolemo inganna Filottete e riesce a prendergli l’arco, poi in preda ai sensi di colpa, glielo restituirà. Filottete è ancora in collera con i Greci ma Eracle appare ex machina: il dio predice gli onori e guarigione a patto che si rechi a Troia. L’Aiace Possiamo ammirare la struttura a dittico, ritorna il tema della degna sepoltura di un cadavere. Aiace Telamonio è uno dei capi della spedizione greca che compare nell'Iliade omerica. Fin dall’Iliade ci viene descritto come un gigante buono, il più alto di tutti i capi greci e anche il più robusto, pari ad Achille. Quando quest’ultimo decide di non combattere più in segno di disprezzo perché non voleva concedere Briseide ad Agamennone, Aiace sostiene l’armata. Inoltre cerca di recuperare anche il corpo di patroclo. Aiace sperava che dopo la morte di Achille la sua armatura, tra cui lo scudo, gli venisse affidata. I capi della spedizione, Agamennone e Menelao la affidano ad Odisseo anziché ad Aiace. Nel prologo, Atena protettrice di Odisseo decide di accecare Aiace che si lamentava del suo destino, offuscandogli la mente e inducendolo a fare strage di pecore credendo fossero i capi della spedizione greca. Rinsavito, rendendosi conto di quello che ha fatto, per il pudore decide di suicidarsi, gettandosi sulla spada regalata da Ettore.
Nella seconda parte abbiamo come protagonista Odisseo che si adopera perché il cadavere di Aiace venga seppellito accuratamente. Le tematiche: ● Sepoltura (come nell’antigone) ● Civiltà della vergogna: un eroe per essere considerato tale doveva compiere delle azioni, il giudizio degli altri tributava loro gli onori. Τιμή - Άτιμος ● Sofferenza e isolamento dell’eroe. ● Intervento degli dei: Atena è colei che immette nella mente di Aiace il furor. Sofocle era un pessimista. L’Elettra L’azione si svolge a Micene, dove Oreste fa ritorno per rivendicare la morte di Agamennone contro la madre Clitemnestra e il suo amante Egisto. Oreste non è solo ma nel piano sono compresi l’amico Pilade è un pedagogo, a cui viene affidato il compito di dare alla regina il falso messaggio che il figlio fosse morto. Anche Elettra si macero nel desiderio di vendetta: avviene uno scontro tra lei e la madre quando quest’ultima esce dal palazzo per compiere un sacrificio propiziatorio. Crisotemi, sorella di Elettra, è la sua unica alleata ma si tira indietro indietro, quindi non le rimane altro che agire da sola. A corte si presentano due stranieri: Oreste e Pilade. Dopo il riconoscimento fra Elettra e Oreste, la vendetta ha finalmente luogo: Oreste fa giustizia di Clitemnestra e poi si avventa su Egisto. L’Antigone L’azione si svolge a Tebe, dove i due fratelli, Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si sono appena uccisi a vicenda: il primo per difendere la città, e il secondo per usurparne il trono. Creonte è il nuovo re reggente, e ordina che Eteocle sia seppellito con tutti gli onori e che il traditore Polinice venga lasciato alla mercé di cani uccelli. Antigone è contro questo decreto e cerca di convincere l’altra sorella Ismene a seppellire il fratello. Quest’ultima è timorosa quindi Antigone agisce da sola: si reca presso il cadavere e, per due volte, lo ricopre di uno strato di terra ma guardie la catturano e la portano dal re. Tra i due nasce uno scontro: Antigone viene dichiarata colpevole di alto tradimento e