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Aristofane, seneca e menandro Seneca: medea Difficilmente un uomo autenticamente romano, magari di epoca repubblicana, legato al mos maiorum, avrebbe rielaborato la storia di una donna barbara che per vendetta e gelosia uccide i figli avuti dal consorte: dobbiamo dunque aspettare l’epoca imperiale ed un filosofo per assistere ad una originale trasposizione del mito colchide in terra latina. La trama della Medea senecana non differisce quasi in nulla rispetto all’originale di Euripide: Medea, principessa dei Colchi, fugge con Giasone( visto più come un filosofo) verso Corinto, a costo della vita del fratello, che ella stessa uccide. Quel che la donna è riuscita a fare in nome dell’amore per Giasone è solo una triste premonizione di ciò che accadrà dopo. Giasone, resosi conto di non poter contare su Medea, donna barbara, per portare avanti la dinastia, le comunica che è costretto ad abbandonarla per una vera principessa greca, Creusa. Medea, invasa e distrutta dal dolore del tradimento, e senza la possibilità di scappare con Egeo (possibilità che invece era presente in Euripide), decide di vendicarsi nel modo più cruento possibile: togliere a Giasone i figli che lui stesso aveva deciso di portare con sé nella nuova casa. La donna si serve innanzitutto dei due bambini per far fuori la nuova consorte. Essi si recano al matrimonio con la scusa di un dono nuziale per la sposa: un peplo che, appena indossato, sprigiona il veleno in cui è stato intinto. Medea è capace di uccidere addirittura i suoi stessi figli davanti agli occhi del consorte, per poi volare via, in un ghigno perfido, su un carro che la porterà lontano. Seneca, al contrario di Euripide che rimane neutrale nel giudi<io dei personaggi,attraverso il coro condanna in maniera impetuosa Medea: ella è una donna fuori controllo, un animo che ha ceduto alle passioni, al rancore e alla gelosia, abbandonando quell’atarassia che della filosofia stoica è il centro focale. Seneca:fedra Il primo ad antrare in scena è Ippolito che in un lungo monologo dedicato alla caccia invoca Diana perché gli conceda il successo nella battuta alla quale si accinge. Ad esporre la situazione allo spettatore segue un dialogo serrato tra Fedra e la sua nutrice. Figlia di Minosse e di Pasifae, Fedra ha sposato Teseo ma è un'unione infelice a causa delle continue infedeltà ed assenze di lui. Mentre si svolge l'azione Teseo è infatti lontano da Atene, impegnato ad aiutare l'amico Piritoo nel folle tentativo di rapire Persefone dagli Inferi. Ciò che sconvolge Fedra (e che costituisce il tema centrale della tragedia) è tuttavia l'essersi innamorata di Ippolito, figlio di Teseo e dell'amazzone Ippolita. Ma Ippolito è casto e misogino, consacratosi a Diana resterebbe inorridito se sapesse di essere amato dalla matrigna. Nelle parole della nutrice, che esorta Fedra ad allontanare da se l'insana passione, sono presenti concetti morali tipici dell'opera filosofica di Seneca: la lotta fra passione e volontà, la moralità, il pudore, il ruolo ammonitore della coscienza. Fedra decide infine di morire per non cedere all'amore per Ippolito ma a questo punto è la nutrice che, per salvarla, si offre per un tentativo di convincere Ippolito ad assecondare la passione di Fedra. La nutrice incontra Ippolito e lo esorta a rinunciare all'ascetismo e a vivere i piaceri della sua giovane età, ma Ippolito le risponde con un elogio della semplice vita che conduce nei boschi dedicandosi alla caccia e con una dura invettiva contro le donne. Entra in scena Fedra e finalmente confessa il suo amore ad Ippolito con un'appassionata dichiarazione. La reazione di Ippolito è violenta: maledice la matrigna scandalizzato dalla sua proposta e fugge lontano da lei. E' a questo punto che la nutrice propone di accusare Ippolito di aver usato violenza a Fedra per evitare che Teseo, nel caso ritorni, punisca la moglie infedele. Liberato da Ercole, infatti, Teseo ritorna dagli Inferi e trova la sua casa in lutto. Fedra ha deciso di uccidersi e non vuole rivelarne la causa al marito ma quando questi minaccia di torturare l'anziana nutrice, Fedra afferma di essere stata disonorata da Ippolito.
Teseo invoca Nettuno (qui considerato suo padre) che aveva giurato di esaudire tre suoi desideri, perchè vendichi il suo onore facendo morire Ippolito. Entra in scena un nunzio che descrive l'orrenda fine di Ippolito il cui corpo è stato trascinato dal suo carro fino ad essere completamente smembrato. A spaventare i cavalli e far cadere Ippolito è stato un mostro marino inviato da Nettuno che ha così esaudito il desiderio di Teseo. Mentre nella tragedia di Euripide Ippolito viene raccolto ancora vivo e muore fra le braccia del padre, in Seneca il giovane muore fuori scena ed il nunzio descrive la macabra ricerca delle parti del suo corpo ad opera dei servi che cercano di ricomporre la salma. Davanti al cadavere straziato, Fedra confessa a Teseo di aver mentito e si uccide. La tragedia su chiude sulla disperazione di Teseo che invoca a sua volta la morte. Aristofane:nuvole Il contadino Strepsìade è perseguitato dai creditori a causa dei soldi che suo figlio Fidippide ha dilapidato alle corse dei cavalli; pensa allora di mandare il figlio alla scuola di Socrate, filosofo che, aggrappandosi ad ogni sofisma, insegna come prevalere negli scontri dialettici, anche se in posizione di evidente torto. In questo modo, pensa Strepsiade, il figlio sarà in grado di vincere qualsiasi causa che i creditori gli intenteranno. In un primo momento Fidippide non vuole andare al Pensatoio (phrontistérion) del filosofo e così il padre, disperato e perseguitato dagli strozzini, decide di recarvisi lui stesso, seppur vecchio. Il filosofo, dopo un breve dialogo, decide di impegnarsi ad istruirlo: gli mette indosso un mantello e una corona ed invoca l'arrivo delle Nuvole, le divinità da lui adorate, che si presentano puntuali sulla scena. Strepsiade però non riesce a capire nulla dei discorsi pseudo-filosofici che gli vengono fatti (parodia della filosofia socratica e sofistica) e viene quindi cacciato. Fidippide, incuriosito dai racconti del padre, decide infine di andare a visitare il pensatoio e quando arriva assiste al dibattito tra il Discorso Migliore e il Discorso Peggiore.[2] Nonostante i buoni propositi e i sani valori proposti dal Discorso Migliore (personificazione delle virtù della tradizione), alla fine prevale il Discorso Peggiore (personificazione delle nuove filosofie) attraverso ragionamenti cavillosi. Fidippide impara la lezione ed insieme al padre Strepsiade riesce a mandare via due creditori; il padre è contento, ma la situazione gli sfugge subito di mano: Fidippide comincia infatti a picchiarlo, e di fronte alle sue proteste il figlio gli dimostra di avere tutto il diritto di farlo. Esasperato e furioso, Strepsiade dà allora alle fiamme il Pensatoio di Socrate, tra le grida spaventate dei discepoli. Aristofane: rane Dioniso (strettamente legato alle origini del teatro), ammiratore di Euripide (morto nel 406 a.C., pochi mesi prima che la commedia fosse rappresentata), decide di scendere nell’Ade per riportarlo in vita e salvare così la tragedia dal declino, poichè gli sembrava che non ci fosse nessuno tra i giovani che potesse prenderne il posto. Si traveste da Eracle, sperando di intimorire gli abitanti degli Inferi, e insieme al suo fido servo Xantia inizia il viaggio. Prima però sostano alla casa di Eracle. Questi ha già percorso quella tenebrosa strada e può quindi dare qualche consiglio in merito. Iniziano il pericoloso cammino. Il primo personaggio che i due viandanti incontrano è un defunto, condotto alla sepoltura dai becchini. A lui Xantia, servo scansafatiche, chiede un aiuto per portare il bagaglio del padrone, ma ne riceve uno sdegnoso rifiuto, non essendosi accordati sul prezzo. Giungono all’Acheronte¹ e qui la barca di Caronte accoglie il dio, mentre il povero Xantia deve aggirare la palude a piedi, perché il traghettatore non accetta schiavi.
servo del padre di Sostrato) e il cuoco Sicone allestiscono un sacrificio in onore di Pan e, avendo la folla provocato un gran frastuono, si accende l'ira di Cnemone che, amareggiato, si rifiuta di prestare prima a Geta poi a Sicone il lebete di cui avevano bisogno per l'offerta. Dopo questo, entra in scena Sostrato che abbandona la terra poiché né Cnemone né sua figlia erano venuti quel giorno al campo e decide di invitare Gorgia e Davo al banchetto del sacrificio. Menandro: samia L'anziano Demea si è innamorato di un'etera di Samo che ora con lui come concubina, la legge ateniese gli proibisce di sposare una straniera. Suo figlio adottivo Moschione, da parte sua, ha violentato Plangone, figlia del vicino Nicerato, ma è innamorato della giovane ed intende sposarla, tuttavia si dovrà attendere che Demea e Nicerato tornino da un viaggio d'affari. Untanto Plangone partorisce e Criside, la donna di Samo, per salvaguardare la reputazione di Plangone, accetta di fingere che il bambino sia suo, infatti anche lei era incinta ed ha appena abortito. Tornati dal viaggio, Demea e Nicerato acconsentono volentieri alle nozze ma, a questo punto, una serie di Demea sospetta che il neonato che ha trovato in casa sia figlio di Moschione e questo sospetto cresce via via che l'uomo, interrogando lo stesso Moschione ed il servo Parmenone, ne interpreta erroneamente la risposta. Infine Demea, indignato decide di scacciare Criside la quale ai suoi occhi, non avendo esposto il bambino, oltre che di tradimento è colpevole di essersi comportata come sarebbe spettato solo ad una moglie legittima. Un tentativo di riconciliazione da parte di Moschione non ottiene altro effetto che ribadire i sospetti di Demea ed infine Moschione, che aveva avuto vergogna di farlo in precedenza, confessa al padre di aver sedotto Plangone e gli dimostra che Criside non solo è innocente ma che si è comportata nobilmente per il bene di tutti. Nel frattempo Criside si è trasferita con il bambino a casa di Nicerato e questi, sorprendendo la figlia intenta ad allattare il neonato, ha scoperto a sua volta la verità. Sconvolto dalla rabbia e dall'indignazione, Nicerato si precipita a casa di Demea ma questi, ormai tranquillizzato, prende le difese di Moschione il quale, da parte sua, si dichiara prontissimo a sposare Plangone. Prima del lieto fine, Menandro si diverte a tenere ancora un poco in sospeso lo spettatore. Moschione, infatti, riflette sui sospetti del padre e se ne considera offeso: dovrebbe partire soldato, si dice in un breve soliloquio, tuttavia il suo sincero amore per Plangone non glielo consente. Decide dunque di fingere di voler andare in modo da recuperare rispetto e dignità. A questo fine prepara una partenza simulata ma, come egli stesso aveva sperato, i due anziani intervengono per dissuaderlo. Demea lo fa ricordandogli affettuosamente quanto egli ha fatto per la felicità di Moschione, Nicerato minacciando di incatenarlo come prevedeva una legge sui seduttori. Infine tutti si riconciliano e le sospirate nozze vengono celebrate.equivoci complica la situazione. Menandro: peikeiromene Moschione e Glicera sono abbandonati in tenera età dai genitori e vengono cresciuti separati: Moschione viene adottato dalla ricca Mirrina mentre Glicera diventa la concubina del soldato Polemone. Glicera è consapevole di essere la sorella di Moschione, ma il fratello ne è ignaro e si innamora di lei. I due vengono colti da Polemone mentre si abbracciano e ciò suscita l'ira di Polemone, il quale, per vendicarsi, rasa i capelli di Glicera, per umiliarne la bellezza. La giovane si rifugia quindi nella casa di Mirrina, rivelandole la
verità. Dopo numerose complicazioni (tra cui un tentativo di assalto alla casa di Mirrina da parte di Polemone), la situazione inizia a chiarirsi grazie all'intervento di Pateco, un vicino di casa di Mirrina. Egli, spinto dalla curiosità, si interessa alla faccenda e alla fine scopre di essere il padre dei due fratelli. La commedia termina con un lieto fine: Glicera e Polemone possono riappacificarsi e convolare a nozze, mentre Moschione, ritrovata la sorella, ottiene a sua volta una sposa grazie al padre Pateco.