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Botta e Risposta l'arte della replica, Appunti di Analisi Letteraria

descrive i diversi modi di linguaggio attraverso le varie sfumature di linguaggio.

Tipologia: Appunti

2017/2018
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Caricato il 11/12/2018

Erika2393
Erika2393 🇮🇹

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Botta e risposta – A. Cattani
Capitolo 1 – “Su ogni cosa vi sono due punti di vista”. Ovvero: il diritto di mettere tutto in dubbio
“Su ogni cosa vi sono due punti di vista” era il motto di Protagora, per questo conosciuto come l’inventore
dei dibattiti. Protagora pare insegnare senza disagio l’arte delle antilogie, ossia la contrapposizione di
argomenti di forza uguale e contraria (a provare il contrario di ciò che un altro sostiene, a biasimare chi è
lodato, a sostenere ora che la virtù si può insegnare ed ora che non la si può insegnare) proprio in nome della
sua tesi sulla duplicità dei logoi, dei ragionamenti e dei discorsi.
Mettere a confronto senza remore pareri e opinioni in disaccordo è in effetti un ottimo modo per crearsene di
propri. Per potere poi fondatamente, ragionevolmente o motivatamente scegliere fra due interpretazioni che
ci vengono offerte in forma di detto e contraddetto, è evidentemente essenziale saper distinguere fra
argomenti buoni e cattivi. Ma “buono” può significare sia valido (nozione logica) sia persuasivo (nozione più
psicologica). Quattro sono le combinazioni possibili di validità e persuasività:
Valido e persuasivo (ideale);
Valido e non persuasivo (il rischio è relativo: è solo un’occasione persa);
Non valido e persuasivo (caso più preoccupante che dà origine ad un ragionamento ingannevole, che
può essere sofisma intenzionale o una fallacia involontaria);
Non valido e non persuasivo (unico caso in cui non ci sono problemi).
Le idee sottostanti al principio di Protagora sono:
1. Che gli opposti giudizi intorno ad un fatto non sono mai una ragione che si contrappone ad un torto,
ma due ragioni, più o meno forti;
2. Che divergenze e contraddizioni non sono forme patologiche o incidentali, ma l’anima del
commercio tra ragionanti.
Il problema allora diventa quello di stabilire o capire non chi ha ragione, ma chi ha più ragione o più ragioni.
Oppure sapere chi meno torto, perché “la debolezza di entrambe le parti è il motto di tutte le dispute”.
Esempi di come un medesimo evento possa essere considerato sotto punti di vista diversi:
“Nuovo delitto in città. Stesse modalità di tre precedenti assassini. Porta la firma inconfondibile del
serial killer. O non sarà un modo per depistare le indagini?”;
“Pubblicare l’elenco di tutti i siti relativamente inviolati che ancora si possono trovare nel nostro
paese, descrivendone le meraviglie e le suggestioni, è un doveroso atto di responsabilità e di tutela
dal rischio della contaminazione oppure un tradimento della natura e una messa a repentaglio di
tali luoghi?”;
“Una manifestazione politica può essere considerata e presentata come un successo o un fallimento
clamoroso, a seconda del punto di vista. Un fallimento se si considera la scarsa affluenza; un
successo, se l’iniziativa ottiene quello che i promotori si ripromettevano, ad esempio, cementare
l’immagine di un movimento antisistema, e quindi inevitabilmente limitata ad un ristretto gruppo di
sostenitori”;
“Una sentenza del pretore ingiunge di mandare liberi gli stranieri clandestini rinchiusi nei centri di
accoglienza. Sarà una sentenza “buonista” o un tentativo di forzare il legislatore ad introdurre il
reato di immigrazione clandestina?”.
In una situazione di dibattito reale, ciascuno dei contendenti ha una parte di ragione e una parte di torto,
perché “le liti non durerebbero tanto a lungo se il torto fosse solo una parte”. Un dibattito ha senso se
ricorrono almeno due condizioni: primo, che esistano dei dubbi circa una affermazione, una tesi o una
soluzione; secondo, che vi sia una ragionevole possibilità di rispondere a questi dubbi.
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Botta e risposta – A. Cattani

Capitolo 1 – “Su ogni cosa vi sono due punti di vista”. Ovvero: il diritto di mettere tutto in dubbio

“Su ogni cosa vi sono due punti di vista” era il motto di Protagora, per questo conosciuto come l’inventore dei dibattiti. Protagora pare insegnare senza disagio l’arte delle antilogie, ossia la contrapposizione di argomenti di forza uguale e contraria (a provare il contrario di ciò che un altro sostiene, a biasimare chi è lodato, a sostenere ora che la virtù si può insegnare ed ora che non la si può insegnare) proprio in nome della

sua tesi sulla duplicità dei logoi, dei ragionamenti e dei discorsi.

Mettere a confronto senza remore pareri e opinioni in disaccordo è in effetti un ottimo modo per crearsene di propri. Per potere poi fondatamente, ragionevolmente o motivatamente scegliere fra due interpretazioni che ci vengono offerte in forma di detto e contraddetto, è evidentemente essenziale saper distinguere fra argomenti buoni e cattivi. Ma “buono” può significare sia valido (nozione logica) sia persuasivo (nozione più

psicologica). Quattro sono le combinazioni possibili di validità e persuasività:

  • Valido e persuasivo (ideale);
  • Valido e non persuasivo (il rischio è relativo: è solo un’occasione persa);
  • Non valido e persuasivo (caso più preoccupante che dà origine ad un ragionamento ingannevole, che può essere sofisma intenzionale o una fallacia involontaria);
  • (^) Non valido e non persuasivo (unico caso in cui non ci sono problemi).

Le idee sottostanti al principio di Protagora sono:

  1. Che gli opposti giudizi intorno ad un fatto non sono mai una ragione che si contrappone ad un torto, ma due ragioni, più o meno forti;
  2. Che divergenze e contraddizioni non sono forme patologiche o incidentali, ma l’anima del commercio tra ragionanti.

Il problema allora diventa quello di stabilire o capire non chi ha ragione, ma chi ha più ragione o più ragioni. Oppure sapere chi meno torto, perché “la debolezza di entrambe le parti è il motto di tutte le dispute”.

Esempi di come un medesimo evento possa essere considerato sotto punti di vista diversi:

  • “Nuovo delitto in città. Stesse modalità di tre precedenti assassini. Porta la firma inconfondibile del serial killer. O non sarà un modo per depistare le indagini?”;
  • “Pubblicare l’elenco di tutti i siti relativamente inviolati che ancora si possono trovare nel nostro paese, descrivendone le meraviglie e le suggestioni, è un doveroso atto di responsabilità e di tutela dal rischio della contaminazione oppure un tradimento della natura e una messa a repentaglio di tali luoghi?”;
  • (^) “Una manifestazione politica può essere considerata e presentata come un successo o un fallimento clamoroso, a seconda del punto di vista. Un fallimento se si considera la scarsa affluenza; un successo, se l’iniziativa ottiene quello che i promotori si ripromettevano, ad esempio, cementare l’immagine di un movimento antisistema, e quindi inevitabilmente limitata ad un ristretto gruppo di sostenitori”;
  • (^) “Una sentenza del pretore ingiunge di mandare liberi gli stranieri clandestini rinchiusi nei centri di accoglienza. Sarà una sentenza “buonista” o un tentativo di forzare il legislatore ad introdurre il reato di immigrazione clandestina?”.

In una situazione di dibattito reale, ciascuno dei contendenti ha una parte di ragione e una parte di torto, perché “le liti non durerebbero tanto a lungo se il torto fosse solo una parte”. Un dibattito ha senso se

ricorrono almeno due condizioni: primo, che esistano dei dubbi circa una affermazione, una tesi o una soluzione; secondo, che vi sia una ragionevole possibilità di rispondere a questi dubbi.

I conflitti esplodono quando si scontrano due ragioni opposte. Ciascuna delle tesi deve presentarsi, se non

forte, almeno sostenibile, meritevole di discussione, valida, ragionevole, plausibile. Due tipi di principi giustificatori:

  1. Deontologici, impongono di non dire il falso perché sarebbe un’azione intrinsecamente cattiva e le cattive azioni vanno evitate;
  2. Teleologici, impongono di non dire il falso perché occorre valutare le conseguenze di quanto facciamo e mentire sarebbe un’azione socialmente dannosa.

Talora questi due principi giustificatori sono inconciliabili, e qui nasce lo scontro.

A volte la pluralità delle interpretazioni è determinata da un puro e semplice errore, da nostri limiti. In tal caso la molteplicità delle interpretazioni è originata da un fenomeno equiparabile all’illusione percettiva per cui non si sa se ad essersi messo in moto sia il nostro treno o quello del binario parallelo; ma la realtà è una

ed una sola. In tal caso, una volta individuato questo errore, la questione è risolta. Oppure si hanno interpretazioni diverse perché uno stesso evento può essere visto da postazioni, da punti di vista diversi. Complementari o irriducibili che siano, ciascuna delle opinioni è sostenibile e reale, corretta e lecita, benché nessuna sia imparziale ed esaustiva. Siamo nella situazione detta “prospettivismo”, metafora percettivo- pittorica che efficacemente indica la natura interpretativa (vale a dire la combinazione di soggettività e

oggettività) della nostra conoscenza.

Se questo avviene con dati di fatto, immaginiamo che cosa succede quando oggetto di discussione è una valutazione dei fatti e quindi l’applicabilità di certi criteri, credenze, valori ad un fatto (es. polemica insorta in seguito all’elezione di una concorrente di colore a miss Italia). A maggior ragione la situazione si complica quando si ha a che fare con enunciati normativi (es. “Bisogna chiudere Tangentopoli), in questo caso ciò che

è in questione non è la “semplice” verità o falsità dell’affermazione, né l’applicabilità di certi standard, ma certi valori in se stessi.

Lo spirito di Protagora fa da contrappeso a due presunzioni:

  1. La prima è un vero pregiudizio: che un’idea si imponga per merito proprio, perché è in sé la migliore. L’idea è connessa alla convinzione che la verità sia evidente e che si automanifesti, con tutte le implicazioni autoritarie del caso;
  2. La seconda è qualificabile come il mito del Pensatore solitario. Le teorie esposte nei trattati filosofici moderni e contemporanei, nei saggi, nelle Summae sono in genere il risultato della riflessione e delle elucubrazioni di un singolo pensatore, che ha elaborato le sue conclusioni senza confrontarsi con degli interlocutori che fornissero il loro assenso alle conclusioni. La maggior parte dei filosofi sono, o almeno erano, caratterizzati da un atteggiamento “monologico” ed egocentrico.

Perché la persistente tradizione solipsistica lasciasse posto ad un processo di dialogo, perché cioè la logica diventasse più dialogica, dialettica, ritornasse ad essere un’attività di dialogo critico, bisognava introdurre almeno un secondo personaggio (interlocutore o oppositore, che suscitasse il gusto del confronto) accanto al pensatore singolo.

Capitolo 2 – La tradizione dei discorsi duplici

I Ragionamenti duplici

Sono nove capitoli tendenti a mostrare come sia sempre possibile interpretare ogni evento e ogni affermazione da punti di vista opposti, adducendo ragioni che si annullano reciprocamente, in cui una tesi scettico-relativistica si scontra con una tesi di senso comune e tradizionalistica, che potremmo definire

benpensante. Qualcuno ricollega questo testo ad un’opera celebre di Protagora, la cui tesi centrale è che ogni cosa è per ciascuno di noi così come ci appare: “per chi ha freddo, l’aria è fredda, per chi ha caldo, l’aria è calda. Pertanto nessuno è nel falso, tutti sono nel vero”. Se intorno ad ogni cosa vi sono due ragionamenti che si contrappongono fra di loro, ognuno si atterrà al proprio vero. Ciò che è bene, bello, giusto, vero, saggio per uno diventa male, brutto, ingiusto, falso e folle per un altro. Se così stanno le cose, non solo è

una mancata comprensione del senso esatto delle parole usate oppure da una mancata contestualizzazione o,

infine, da un’indebita attribuzione di “autorità” a quelle che sono solo “opinioni”.

_______________________________________________________________________________________

La teoria e la pratica del dibattito accademico hanno fatto tradizionalmente parte dell’educazione scolastica superiore negli USA. I dibattiti accademici sono in primo luogo un esercizio volto a sviluppare le doti argomentative. L’esercitazione consiste nel cercare e nel valutare gli argomenti pro e contro rispetto ad un

tema dato. Può essere difficile pensare che sia possibile dimostrare e al tempo stesso confutare qualcosa; e sembra sconcertante l’affermazione di poter dimostrare anche qualcosa di falso. Eppure l’idea che non si possa dimostrare e confutare contemporaneamente una congettura, per quanto sia una convinzione radicata e di buon senso, è stata giudicata un dogma epistemologico: le dimostrazioni talvolta non dimostrano, ma servono a migliorare la congettura, mentre le confutazioni migliorano la conoscenza riducendone il grado di

falsità ed epurandola.

Insegnare ad argomentare e a dibattere spesso non significa altro che rendere consapevoli di ciò che si fa spontaneamente. Se la capacità di discutere è in gran parte un dono innato, un addestramento al dibattito consisterà essenzialmente nel correggere il modo in cui si dibatte. Anche ammesso che non sia possibile insegnare a discutere, è certamente possibile educare alla discussione, correggendo il modo di discutere,

liberandoci da modi sbagliati di farlo. Il compito è quello di metterci in guardia da tecniche, nostre e altrui, sbagliate.

Capitolo 3 – Forme e funzioni della disputa

Nei secoli XII e XIII la disputatio , oltre ad essere un avvenimento pubblico di grande richiamo, era un

metodo per insegnare e ribadire la verità: una forma di esercitazione universitaria. Era la disputa didattica, parte integrante del curriculum scolastico e fase centrale del processo educativo, in cui erano obbligatoriamente coinvolti insegnanti e allievi. Serviva a:

  • Insegnare ad analizzare e suddividere;
  • Addestrare all’esposizione delle proprie tesi;
  • (^) Abituare a porre domande e a far fronte alle obiezioni;
  • Affinare l’ingegno e a coltivare la prontezza della replica;
  • Dare fondamento argomentativo a cose già note.

Era concepita come un metodo per scoprire la verità: un procedimento per dimostrare la verità seguendo una metodologia “scientifica”, ovviamente secondo i canoni di scientificità dell’epoca. Era un processo che

mirava all’armonia della verità a partire dal conflitto.

I temi soggetti a trattazione mediante disputa erano principalmente di natura teologica, logica o giuridica. In questo tipo di disputa l’atteggiamento degli interlocutori non era polemico, ma prevalentemente espositivo e volto a predisporre il terreno ad una riflessione disciplinata. Infine la disputa poteva anche diventare un espediente per mettere in circolazione idee contrastanti evitando l'accusa di incoerenza o per affacciare idee

eterodosse evitando di incappare nei fulmini inquisitori. Poteva durare anche più giorni ed era standardizzata. Due "intellettuali" si confrontavano e si scontravano, l'uno schierato pro e l'altro contro una tesi preventivamente annunciata. Si doveva seguire scrupolosamente un'elaborata e collaudata procedura. Iniziava il cosiddetto difensore che aveva il compito di illustrare la tesi in discussione. Prende la parola l'oppositore che cerca di controbattere con argomenti contrari. Le regole prevedono che il rapporto fra i due

contendenti si improntato a grande cortesia formale. La formula di transizione, "passo ad un altro punto", viene di norma usata da una delle parti quando si trova con le spalle al muro e non può più sostenersi su quel dato punto. La disputa è stretta nelle rigide maglie del ragionamento rigorosamente si logistico e lascia poco spazio ad atteggiamenti spregiudicati o giocosi. Ai fini della vittoria contano più la disciplina, la capacità di

destreggiarsi fra distinguo e di rispondere alle difficoltà sollevate nel rispetto delle regole. Gran parte di

queste regole consistevano in mosse procedurali, le più usate delle quali erano appunto:

  • Nego: se si ritiene falsa l'affermazione;
  • Concedo: se si giudica accettabile;
  • Ammesso, ma non concesso: se si giudica l'affermazione non rilevante ai fini della tesi e quindi si ammette un punto senza impegnarvisi;
  • Distinguo: se si individuano in un concetto sensi diversi;
  • Nego la conclusione: se si rivela un vizio di forma e mancanza di nesso;
  • Nego il presupposto: se si ritiene che l'argomento si fondi su una supposizione errata;
  • Non crea problema: se si dimostra che l'obiezione non regge o non pone difficoltà;
  • Passiamo ad altro: quando una delle parti ritiene di non avere più nulla da dire su quel punto particolare. La disputa possedeva un'innegabile austerità ed efficacia. Quella esaminata è la forma moderna, scolastica, di disputa, basata sul metodo si logistico, mirante a costruire ragionamenti utili a difendere o a contrastare la tesi in discussione, il cui spirito migliore era quello di cercare l'accordo nei contrasti, non mediante il compromesso ma mediante l'opposizione attiva in cooperativa delle verità. Esiste anche una forma diversa, di stile socratico, basata sulla tecnica dell'interrogare: lo scopo è quello di provocare, con opportune domande, risposte contraddittorie da parte dell'interlocutore o di indurlo ad ammettere, passo dopo passo, l'insufficienza della propria tesi e la superiorità della tesi di chi interroga. Si tratta di un dibattito fittiziamente paritetico, in cui in realtà l'interlocutore " socratico" è una sua opinione precisa e, con l'aria sprovveduta di chi vuole spiegazioni chiarimenti, come se la correttezza-verità della conclusione fosse da cercare insieme, si atteggia a maestro.

Capitolo 4 - Cooperazione e competizione

Discutere vuol dire impegnarsi nella difesa di una tesi, senza tuttavia la volontà di imporla a tutti costi e cercando di ottenere il consenso della controparte senza ridurre al silenzio, ma lasciandole la parola. Possiamo aggiungere alla lista delle tattiche per imporre le proprie idee agli altri anche: la ripetizione insistita, le pressioni, l'esercizio dell'autorità, le minacce, il boicottaggio, le ritorsioni, la disobbedienza civile, al limite atti di violenza estrema; infine a gareggiare inefficacia con il ragionamento per produrre la persuasione è la mezzana pecunia. Poiché si può discutere con l'altro o contro l'altro, si tende socialmente da auspicare che la modalità del combattimento sia rimpiazzata dal dibattimento. Dibattere e combattere sono due nozioni e due attività in parte analoghe, in parte opposte. Il dibattito resta, non solo in senso metaforico, una guerra. E la combattività è una componente essenziale della lotta. Fra i due estremi, quello di chi mira alla niente amento dell'avversario e quello di chi ragiona e agisce nello spirito ultra tollerante del "vivi e lascia vivere", c'è tutta una gamma di situazioni intermedie in cui ci si confronta all'insegna della competizione, amichevole e scontrosa, o della cooperazione, più o meno forte. L'atteggiamento competitivo è ispirato alla logica del "se uno vince, l'altro perde". Vari sono i gradi di competitività:

  • Divergenza, ammette la coesistenza di opinioni diverse;
  • Disaccordo , comporta una differenza più seria;
  • Conflitto, prevede una fine con vinti e vincitori;
  • Antagonismo, si configura più come una lotta continua. L'atteggiamento cooperativo è invece caratterizzato da uno spirito del tipo "vince l'uno, vince l'altro". In caso di controversia non c'è un comportamento migliore di un altro, né dal punto di vista etico, né da quello dell'efficacia: si può cercare la mediazione e il compromesso, soluzione tipica della politica; si può essere radicali e intransigenti, scelta privilegiata nelle controversie culturali. Nelle controversie commerciali è meglio un magro compromesso che una grossa lite e soprattutto, alla fine, lo scontro si dovrà concludere con una pace una tregua. Si può guardare ad una soluzione di compromesso da un triplice. Divistica. La si può considerare il risultato di una prevaricazione da parte di un vincitore che ha costretto la controparte accedere. In tal caso il compromesso per una delle due parti si chiama sottomissione o rassegnazione. Oppure il compromesso può apparire una soluzione pasticciata. In effetti qualunque soluzione negoziale è destinato a sfociare in compromessi e quindi comporta qualche pasticcio. Il rischio è che dove vi sia scarso interesse per la questione si costruiscano compromessi fasulli e pseudo conciliazioni. Può infine guardare ad una soluzione di compromesso dal punto di vista più sereno di chi vede un'equa composizione di un conflitto, favorito dall'abilità ed alla caparbietà dei negoziatori, senza qui buona volontà il conflitto si protrarrebbe futilmente. Nelle faccende umane si progredisce solo grazie al compromesso soprattutto quando lasci a ciascuno la convinzione di aver avuto la fetta di torta migliore.

Varietà terminologica:

  • Dialogo: originariamente letteralmente significa "parlare con/ragionare insieme". Questo di scorrere insieme assunto una connotazione positiva, come un metodo privilegiato di ricerca di conoscenza conseguita attraverso il confronto e la comunanza.
  • Discussione (in senso stretto): puro confronto di idee, privo di carattere conflittuale. Ciascuno dei due interlocutori manifesta il suo parere sulla verità di una tesi o sull'opportunità di una proposta. Ci può essere diversità d'opinioni, disaccordo e critica, ma in un quadro di coesistenza pacifica. Si discute su una questione, che si ritiene risolubile, per definirla adducendo preferibilmente argomenti logici. L'obiettivo è risolvere un problema.
  • Dibattito (in senso stretto): una competizione fra due antagonisti, in cui, a differenza di quanto si verifica in una semplice discussione, ha un ruolo importante una terza parte (l'uditorio, il giudice) di cui ciascuno dei contendenti cerca l'approvazione. Si può ribattere anche su faccende che si ritengono non appianabili, con l'obiettivo di persuadere altri.
  • Polemica: dibattito a cui si aggiungono due elementi, aggressività e irriducibilità delle posizioni. La polemica rinvia direttamente all'ambito bellico. Designa pertanto uno scontro armato (le armi sono quelle dialettiche). Come in una guerra reale, così in questa guerra metaforica, si hanno vincitori e vinti.
  • Controversia: divergenza di opinioni continuativa e accesa che può vertere anche su interessi oltre che su questioni di principio e opinioni. Se la polemiche lotta la controversia e lotta continua, riaffiorante e inconcludente, un dibattito protratto nel tempo, senza regole, senza limiti di tempo e confini preventivamente fissati.
  • Disputa: dibattito di natura dottrinale, accademica o scolastica, condotto anche a scopo di esercitazione. È prevalentemente filosofica, teologica, letteraria e solitamente è fra esperti, tecnici o studiosi. Lo scopo di chi partecipa ad una disputa e di far prevalere una posizione su altre.
  • Diatriba: dibattito aspramente polemico sempre su temi di natura teorica, erudita, filosofica. A differenza della disputa, non è mai fittizia e non ha finalità didattiche. Si può elevare il tono di un dibattito, di una polemica di bassa lega, ma non di una diatriba. Un termine che rientra collateralmente in questa sfera è antilogia, che indica una contrapposizione di due argomenti di valore sostanzialmente uguale e contrario, il cui equilibrio comporterebbe una sospensione del giudizio. Si noterà che ciò che differenzia le diverse forme di scambi discorsivi è:
    • Il diverso grado di scontrosità;
    • Lo scopo;
    • I mezzi;
    • Il rapporto tra interlocutori;
    • La decidibilità della questione.

Tipologia degli scambi argomentativi Uno scambio argomentativo si può situare fra i due poli del colloquio- dialogo e della polemica-lite. Dovendo scegliere un termine generale per designare onnicomprensiva mente ogni tipo di scambio argomentativo fatto di "botte risposta", si è scelto di usare dibattito e dibattere in quanto paiono i meno caratterizzati tra quelli che prevedono la determinante componente dell'uditorio. La tipologia dei dibattiti (intesi nel senso molto lato di scambi argomentative che si pretende abbiano una dimensione ed un valore anche pubblico) dovrà quindi basarsi oltre che sui contenuti e sui rapporti visibili, anche sulle intenzioni, sull'atteggiamento, di chi partecipa al dibattito, ponendosi nella sua prospettiva. Condizioni variabili che caratterizzano un dibattito:

  • La situazione di partenza;
  • Gli obiettivi generali del dibattito;
  • Gli scopi particolari dei partecipanti;
  • I mezzi impiegati;
  • Il credito riconosciuto all'interlocutore;
  • Il rapporto d'intesa con la controparte;
  • L'accordo sui fatti;
  • L'accordo sulle regole e sulle procedure;
  • Il possibile esito del dibattito;
  • Le manovre tipiche. A partire da questi elementi è possibile delineare una classificazione dei dibattiti e per ciascuno individuare gli eventuali schemi argomentativi tipici, le mosse prevalenti e i criteri di valutazione, con particolare interesse per gli effetti prodotti da espedienti, trucchi e fallacie. Gli esiti di un dibattito non dipendono tanto

dalla padronanza del tema in questione, ma soprattutto dalle strategie argomentative messe in opera. A sua volta la scelta e l'efficacia di tali strategie dipende dall'organizzazione e delle finalità proprie di quel tipo di dibattito in cui ci si trova coinvolti. Due tipi di classificazione di dibattito:

  1. di natura morfologica è la tipologia tripartita delle dispute proposta da Irving Copi:
    • Disputa palesemente autentica, in cui le parti avverse si trovano in evidente ed esplicita disaccordo su una questione di fatto. Una disputa di questo tipo implica sempre un disaccordo nella credenza (credenza nel "fatto" che sia o no accaduto qualcosa);
    • Disputa puramente verbali, in cui la presenza di un termine chiave ambigua lascia trasparire un disaccordo, che in realtà non esiste. Dispute di questo tipo si possono risolvere mostrando che lo stesso concetto è inteso in due sensi diversi;
    • Disputa apparentemente verbale, in realtà autentica. In dispute di questo tipo si trovano si espressioni usate dai disputanti in accezione diversa, ma anche chiarendo l'ambiguità, il contrasto non viene meno perché si tratta di una disputa determinata da un disaccordo di fondo (es. Due appartenenti a culture politiche diverse possono incontrare difficoltà nel dialogare perché intendono diversamente la nozione di "democrazia". Ma non è l'eventuale ridefinizione che rende possibile un accordo politico. Anzi tale chiarimento sarebbe solo il risultato del superamento del disaccordo, non un mezzo per giungervi. La divergenza qui verte non su ciò che i fatti sono, ma su come si debbano valutare. È una questione più di atteggiamento e di criterio).
  2. Di natura funzionale è la classificazione sempre in tre tipi di Aristotele, che distingue gli scambi a seconda della loro finalità:
    • Disputa didattica, se lo scopo è quello dottrinale di insegnare-imparare;
    • Disputa agonistica, se lo scopo è quello di vincere;
    • Disputa di ricerca, se lo scopo è quello di conoscere, di indagare, di provare servendosi del metodo dialettico.

Cinque diversi modi di battere, ciascuno riconducibile ad un diverso modo di pensare, di vedere o di sentire il dibattito, vale a dire alla metafora associata.

  • Metafora bellica: dibattere è lottare (es. polemica, dibattito politico);
  • Metafora mercantile: dibattere è trattare (es. trattativa. Definisce un rapporto di compravendita);
  • Metafora ludico- sportiva: dibattere è giocare (il dibattito qualificabile come confronto o discussione critica. Evidenzia l'aspetto dell'agonismo blando. Vincere o perdere conta e lo scopo è sì quello di sconfiggere l'antagonista, ma tale obiettivo di natura competitiva si realizza in un ambito di cooperazione);
  • Metafora esplorativa: dibattere è viaggiare (es. Discussione fra ricercatori, fra medici. Implica che abbia un inizio e una fine, uno sviluppo, lineare o accidentato, che si conduce ad una meta);
  • Metafora edile: dibattere è costruire (es. associata ad un tipo di dibattito che più si avvicina al dialogo. Si può pensare al dibattito come ad un processo di costruzione, in cui dopo aver gettato le fondamenta, Siri gel edificio del sapere, rafforzando o demolendo alcune parti; dove si puntellano argomenti, si innalzano barriere e si architettano contromosse). Questa chiave tassonomica è associata ad una spia linguistica; allora volta le espressioni linguistiche si trovano regolarmente correlate ad un'immagine metaforica, o meglio ad un campo di metafore.

(vedi pagina 82 del libro)

Capitolo 6 - Il decalogo del perfetto polemista. Tecniche ed espedienti

I. Il perfetto polemista sa come rendere inattaccabile una tesi e sa blindarsi contro le critiche. Difendere le proprie idee e se stesso è uno dei diritti inderogabili del disputante. Ecco quattro tecniche attive per rendere inattaccabili le proprie posizioni:

  1. Smentite che diventano conferme (es. Quante volte l'assoluzione di un imputato eccellente è stata presentata nei giornali come una conferma della collusione tra giudici e imputato o come prova che la corruzione si è insediata nelle pieghe della vita pubblica. Se si dovesse dare un nome a questo trucco, lo potremmo iscrivere sotto la voce " fallacia di inconfutabilità".
  2. Rendere vero per definizione (es. poniamo che uno sostenga che il 25% della popolazione è alcolizzata. Alla faccia di qualsiasi obiezione in merito, lo potrà tranquillamente continuare a sostenere se dichiara di intendere per alcolizzato chi assume più di mezzo litro di vino al giorno. La definizione discutibile e ci si può legittimamente chiedere se è un meno corretta, se è o meno accettabile.

Sfrutterà le possibilità di ridefinire, di riformulare e di differenziare. La distinzione opposizione più comune è quella fra teoria e pratica (es. Il mio cuore impegnato, ma i miei pomeriggi sono liberi). Il perfetto polemista esperto in ritocchi lessicali.

VI. Il perfetto polemista maneggia bene gli argomenti double face. Oltre all'arte del cedere per vincere ed è trasformare una concessione in un punto di forza, il perfetto polemista a sviluppato l'arte della ritorsione, che è la capacità di piegare a proprio vantaggio fatti ed affermazioni. L'operazione del ritorcere è particolarmente efficace in quanto prova che le ragioni invocate dimostrano la verità della conclusione contraria. E come imporre un dietro-front: non si immobilizza l'antagonista ma lo si costringe a invertire rotta e destinazione. Ci si serve del ragionamento stesso Dell'interlocutore, conferendogli un significato diverso e trasformandolo in un boomerang che si rivolge contro colui che l'ha lanciato. Naturalmente la strategia del far propri i principi dell'antagonista è vincere solo quando si riesca a dimostrare l'incoerenza sua o la propria superiorità. Sì perfetto polemista valigia bene gli argomenti double face: es. "Fidati di lui. Ha sempre una risposta per tutto" "è proprio per questo che non mi fido". Un esempio di argomento che si trasforma agevolmente nel suo contrario è quello secondo cui quanto più uno è sospetto, tanto meno lo è: es. "lui è il colpevole: è quello che aveva più motivi per eliminarlo" "non è lui il colpevole: sarebbe stato folle se l'avesse fatto, proprio perché sapeva che sarebbe stato il primo sospettato". I ragionamenti invertiti sono equiparabili ad uno stesso percorso scosceso, che si può piacere affrontare in discesa e risalita. Si tratta cioè di argomenti fondati sullo stesso topos, ma rovesciabile piacere e quindi autodistruttivi.

VII. Il perfetto polemista lascia che l'altro si scavi la fossa con le sue stesse mani. "Quando si vuole trarre una certa conclusione non la si lascia prevedere, ma si faccia in modo che l'avversario a metà senza accorgersene le premesse una per volta e in ordine sparso altrimenti tenterà ogni sorta di capelli." es. "Faresti chiudere le pasticcerie, appurato che i dolci fanno ingrassare?" "Beh, mi pare eccessivo" " Che ne dici di tutte le attività, liberamente scelte, per gioco per sport, che comportano rischi seri, talora mortali? Le cancelliamo?" "Certo che no. Ma non capisco dove vuoi arrivare" "perché allora pretendi che si elimini fumo?" Il procedimento efficace perché arriva al dunque piano piano, combinando la gradualità con la riduzione all'assurdo.

VIII. Il perfetto polemista sa come guadagnare tempo in attesa che gli venga la risposta giusta. Il prefetto polemista sorprendere con una scenata e avvincere con una messa in scena. In mancanza di meglio ricorrerà alla guerriglia psicologica. In uno scambio dibattimentale si incontrano gli equivalenti delle scorrettezze plateali (spintoni, ripetuti allacciamenti della scarpa, lanci ritardati, interruzioni, proteste, sfacciate provocazione) che si verificano in un incontro sportivo: si tratta di tattiche irritanti destinate a rompere la concentrazione. Basta suscitare quel tanto di irritazione che offusca e che genera un moto di stizza. Quanto più sbrigativi e finalizzati allo spettacolo sono i dibattiti, tanto più passano in avvertite le non risposte, le mosse sporche e le manovre irritanti. Il perfetto polemista dispone di un repertorio di tecniche per irritare l'avversario. Lui, viceversa, sarà fazioso ma non ringhioso.

IX. Il perfetto polemista sa come guadagnare tempo, in attesa che gli venga la risposta giusta (Tattiche dilatorie). Per una risposta offerta non sotto ingiunzione dell'avversario, ma proprio modo e a suo comodo, sono utili i seguenti espedienti-traccheggio. Chi si sente scoperto sul terreno in cui è stato tirato a combattere può, senza scomporsi e con fare meditabondo, rinviare lo scontro, con un repentino cambio di argomento. Una mossa che si può sempre tranquillamente impiegare senza controindicazioni e imputare all'avversario un fraintendimento delle proprie posizioni. Che sia un meno davvero colpevole di una mancata comprensione o di un travisamento, si ottengono i seguenti vantaggi: a. Se effettivamente c'è stato un qui pro quo, ciò depone a sfavore della sua capacità di intendere e a sfavore della sua buona fede. b. In ogni caso, si guadagna un po' di tempo e, all'occorrenza, si prende fiato, senza correre eccessivi rischi. Col pretesto di verificare se si è capito bene, si può sintetizzare la posizione avversa, riformulando la domanda o il problema in modo che suoni un po' meno accettabile e soddisfacente. Si può darne una traduzione personalissima; o la si può caricare, o caricaturare, negativamente. Basta prendere un termine e

sostituirlo con un pseudo-sinonimo o aggiungere un aggettivo (es. un individuo indipendente e può diventare un ribelle).

X. Il perfetto polemista ama interpellare più che rispondere. Se la risposta non arriva, mi puoi vista, che conosce l'enorme vantaggio di imporre all'avversario l'obbligo di rispondere, scarica continuamente sull'altro l'onere di provare le cose che dice. Se al perfetto polemista viene chiesto di dimostrare d'avere ragione, chiederà alla controparte di dimostrargli che ha torto. Il prefetto polemista pone domande più per confondere che per avere una risposta. Ne pone molte in una sola volta per mascherare dove intendeva andare a parare. Un qualche rapporto con l'ironia socratica presenta la mossa del simulare il dubbio. Si tratta di una specie di domanda retorica, posta non per sapere, ma affermare e ribadire. Si finge un dubbio per instillare, dissimulandola, una convinzione.

Capitolo 7: Il disputator cortese. Codice di condotta per una discussione cooperativa.

Le regole in questione non sono propriamente quelle logiche del corretto ragionare, ma quelle più pragmatiche del corretto discutere. Un codice di condotta per chi partecipa ad un dibattito, oltre ad una naturale funzione etica, assolve infatti è una funzione pragmatica, nel senso che il suo mancato rispetto ostacola o inibisce la discussione e, viceversa, se viene osservato di norma la discussione risulta più facile e proficua. Essenzialmente una discussione è come una partita e quando si partecipa ad un gioco, tutto fila liscio se tutti ne servono le regole. Nel gioco del dibattito, vi sono regole logiche e regole procedurali, regole argomentative e regole d'ordine degli interventi. Nessuno ha mai fissato delle regole tassative per un onesto dibattito. Cambiando finalità, cambia anche lo stile di condotta. Ecco perché il dibattito è un tipo di scambio in cui, a differenza di quanto avviene di solito, è consentito cambiare, consensualmente, le regole durante il gioco. Per un corretto svolgimento di un dibattito, basta che chi vi partecipa convenga sui dati da cui prendere le mosse e su come procedere: ovviamente non garantisce la verità della conclusione, ma la correttezza dibattimentale sì. E nel dibattito che si stabilisce la legittimità del dibattito stesso. In tale giudizio di legittimità rientrano parametri relativi a: l'accettabilità o meno di un argomento, la rilevanza di un tema, la natura o meno fallace di un ragionamento, la pertinenza dei temi introdotti, l’ordine dei lavori, i criteri per la comparazione di tesi alternative eccetera. Spetta ai protagonisti del dibattito concordare le norme ed i criteri di quello che ritengono un giusto modo di discutere. La legittimazione del dibattito promana quindi dal suo interno, e non da norme prefissate e da autorità estrinseche. È difficile determinare i criteri di un dibattito "onesto". I rigoristi dell'argomentazione non dicono molto di più se non che è sleale, disonesto, illecito, sconveniente un comportamento che non si gradirebbe fosse reso pubblico, una mossa a cui non si ricorrerebbe con amici, un espediente che non si confà ad un personaggio positivo. Regole di natura etica e pragmatica che di norma si pretende siano rispettate dagli altri e considereremmo piacevole se fossimo sorpresi a trasgredirle. Si tratta di regole per una proficua discussione di natura cooperativa e non competitiva, razionale e non emotiva, ricavate con metodo alquanto empirico ma che trovano un certo riscontro in alcune recenti ricerche sulla teoria dell'argomentazione.

  1. Non ritenerti infallibile. Non ritenere le tue idee intoccabili e i tuoi argomenti incontrovertibili. Se risulti meno convincente del tuo interlocutore riconoscilo. Mantieni aperto al dubbio e sii disponibile a rivedere le tue posizioni di partenza.
  2. Cerca un punto di partenza comune. Avere almeno una premessa condivisa è fondamentale per il banale, ma ineludibile, principio per cui dal niente non nasce niente. È frustrante attuare una misurazione se si dispone di due metri diversi. E non c'è blocco più insormontabile di quello che si crea tra due che discutono a partire da criteri di giudizio diversi senza rendersene conto.
  3. Attieni a ciò che credi vero. Non spacciare per oggettivamente vere affermazioni che sai false o puramente soggettive.
  4. Porta le prove richieste. Se ti si chiede di dimostrare, fallo o dimostra che è una pretesa assurda. Le prove siano qualitativamente adeguati e quantitativamente sufficienti.
  5. Non eludere le obiezioni. Nella disponibilità rispondere alle contestazioni alle critiche sta la ragion d'essere della discussione e quindi il sottrarvisi la fa naufragare.
  6. Non scaricare l'onere della prova.
  7. Cerca di essere pertinente. L'irrilevanza degli argomenti è una delle cause più diffuse di vizio logico.
  8. Sforzati di essere chiaro. L'ambiguità è una grande risorsa per i comici, non per chi discute.

dell'altro. Mascherare ogni esitazione, cedimento e correzione d'idea e invece essenziale in un dibattito agonistico. In quest'ultimo risulta vincente chi:

  • Confuta, anche apparentemente, ricorrendo ad una delle numerose fallacie disponibili.
  • Riesce a far dire all'interlocutore qualcosa di falso o da cui si possa derivare qualcosa di falso.
  • Induce l'avversario ad affermare qualcosa in contrasto con quanto precedentemente sostenuto, o meglio qualcosa di paradossale.
  • Lo induce a dire spropositi e a commettere errori.
  • Lo costringe a menare il can per l'aia e a ripetersi, avendo esaurito gli argomenti a disposizione. Questo è uno dei casi in cui l'apparenza supera la realtà. Qui sembrare, in quanto posto ad essere, è fondamentale e non si riduce ad un mero propagandare apparenza per sostanza. In molti casi si vince non per aver sconfitto un avversario, ma per aver dato all'uditorio-giudice l'impressione di avere conseguito la vittoria. Decisiva non è tanto la lotta contro un avversario, ma l'impatto sull'uditorio. Il fatto che la vittoria non dibattito venga in genere definita in termini di effetti sull'uditorio comporta un grosso rischio. Il guaio è che spesso il modo più semplice, più facile e più efficace per persuader e quel vero e proprio tribunale e il ricorso ad un imperdonabile stratagemma. La strategia vincente allora diventa quella del ricorso ad uno degli innumerevoli argomenti che tendono ad essere persuasivi senza essere consistenti a fondati, vale a dire una delle tante fallacie. Accusare è più facile che difendere come demolire è più facile che consolidare.

Capitolo 9 - Come dire il falso dicendo il vero Uno degli strumenti di persuasione e la menzogna, la cui esistenza è legata la stessa esistenza del linguaggio, che essendo sostitutivo delle cose rende possibile la simulazione. Un fenomeno particolarmente intrigante è quello per cui si può dire il falso dicendo il vero. Dire il falso, si sa, e cosa disdicevole. Non dire il falso è una norma sia etico-religiosa sia di buona convivenza civile. Ma anche dire la verità non sempre va bene. Esiste una sana ipocrisia, che garantisce a sua volta un'accettabile convivenza. Si può mentire dicendo volutamente qualcosa oppure evitando volutamente di dire qualcosa (es. "il nostro ha del talento per fare politica. Ma reputerei disdicevole sfruttare la notorietà acquisita come magistrato per entrare in politica. A partire da questa dichiarazione un quotidiano, il giorno seguente, titolava: il nostro a talento per fare politica. Abbiamo qui un esempio non trascurabile del fenomeno per cui presentare solo una parte dei fatti, eliminando quelli che contraddicono la nostra tesi, è un modo di dire il vero dicendo implicitamente il falso). Comunicare mediante l'implicito offre una serie di vantaggi. Lasciare che sia l'altro a trarre le conclusioni, anziché esplicitarle e quindi imporre, primo, lo gratifica perché lo rende un complice solidale; secondo, rafforza la conclusione stessa in quanto uno si fida naturalmente più della propria che dell'altrui capacità di giudizio; terzo, consente eventualmente di prendere le distanze dalle conclusioni suggerite, ma non apertamente formulate. Un modo di far passare un'informazione falsa sotto una copertura di verità si realizza con manipolazioni linguistiche come l'eufemismo o il tecnicismo.

Capitolo 10 - come replicare

Schematicamente, quando una parte avanza una tesi la controparte può scegliere di:

  1. Ignorarla:
  • ignoranza pura e semplice;
  • tattica della sostituzione di problema.
  1. Accettarla. Accettarla solo in parte:
  • mediante incorporamento;
  • mediante minimizzazione.
  1. Chiedere ragioni o prove.
  2. Rifiutarla o confutarla:
  • puntando ai fatti, se è un'induzione;
  • puntando al principio o al messo, se è una deduzione;
  • puntando alle somiglianze, se è un'analogia.
  1. Attaccare chi la sostiene.

Mosse-risposte previste nella disputa scolastica:

  • Ignorare. Non vale la pena replicare se la questione è del tutto marginale; non conviene farlo se la questione è troppo compromettente. Si può sorvolare o ricorrere alla tattica dello spostamento del problema.

Le formule tipiche sono "non si tratta di… Ma di…" o "il punto è un altro". Con questa mossa si ottengono due vantaggi: si cambia l'oggetto del contendere e si fa apparire l'avversario inadeguato e incapace di afferrare il "vero punto della questione".

  • Accettare, ovvero cedere per vincere. Molto spesso la mossa più saggia e chiedersi se non si possa sfruttare a proprio vantaggio ciò che sostiene l'avversario. Solo in seconda istanza, qualora non risulti possibile utilizzare strategicamente il dato o la prova offerti dall'interlocutore, si cercherà di demolire l'argomento avverso. La regola del trasformare gli argomenti dell'altro in propri argomenti, utilizzare le premesse dell'antagonista per costruire il proprio discorso è l'equivalente discorsivo della tecnica consistente nel far sbilanciare l'avversario. È sconsigliabile invece combattere l'avversario con le sue stesse armi quando ricorre alle offese. Finché si può, dunque, non è male dimostrarsi disposti a concedere qualcosa all'avversario, sfruttando una momentanea o apparente accondiscendenza. Un'altra possibilità è quella di accettare lo scenario prospettato dall'avversario, ma riqualificandolo, con quello che nel lessico retorico è detto Color, vale a dire la coloritura molto di parte di dati di fatto innegabili o di circostanze che conviene non contestare. Si simula accondiscendenza, benevolenza, accettazione per meglio assestare il colpo finale. Ci si avvicina all'avversario per meglio centrarlo il risultato può essere devastante.
  • adottare adattando. Se non si può non si vuole contestare un punto, lo si ammetta, incorporando o ridimensionando però il tutto.
  • chiedere ragioni o prove. Dichiarando la tesi avversa non certa e le ragioni invocate non credibili, la si revoca in dubbio. Dal punto di vista tattico, questa mossa è affine alla successiva, ma meno pressante e categorica. Riveste una duplice funzione, dilatoria e provocatoria, serve cioè a guadagnare tempo e a far scoprire l'avversario. Anziché mettere l'interlocutore alle corde lo si lascia giocare e si interpella o si finge di interpellarlo. Non lo si combatte ma lo si contrasta.
  • attaccare direttamente. L'argomento può essere qualificato come il rilevante (se le ragioni addotte non servono allo scopo), incoerente, incompleta, veritiera.
  • attaccare i fatti e numeri. Un buon effetto di ammortizzamento si ottiene in uno dei seguenti modi: minimizzando, distorcendo, adducendo un fatto diverso opponendosi in una prospettiva diversa.
  • attaccare i principi. Se inattaccabili sono i fatti, si mette in discussione il principio. Quattro modi:
  1. Con un'operazione di reductio ad absurdum, per provarne la falsità.
  2. Portandolo alle estreme conseguenze, per farne emergere la pericolosità.
  3. Può succedere che il principio sia difficilmente attaccabile. Allora si può tentare di limitarne la portata e l'applicabilità, dimostrando che vale solo a certe condizioni ok in casi specifici ammette delle concrete eccezioni o delle legittime deroghe.
  4. Facendo appello ad un principio d'ordine superiore, per dimostrarne la subalternità.
  • contestare l'analogia. Esaminiamo ora il caso in cui si abbia che fare con un argomento di natura analogica. Quella analogica è una forma di ragionamento comune, ma comunemente non garantita. Presenta infatti due inconvenienti: fragilità e incertezza. Tre sono le vie che si possono seguire per contrastare un argomento per analogia:
  1. Negare che sussista la somiglianza. Poiché l'analogia è una somiglianza e la somiglianza non è identità, è sempre possibile tenderla fino al punto in cui compare la divaricazione.
  2. Ritorcer e l'analogia contro chi la proposta.
  3. Proporre una diversa analogia. Non è indispensabile che l'analogia alternativa sia migliore; basta incrinare la credibilità della prima, prospettandone una diversa che non sia in plausibile.
  • confronto e scontro diretto con l'avversario. Squalificare che sostiene la tesi, anziché screditare la tesi stessa, è una mossa non infrequente, soprattutto in contesti polemici e può essere una soluzione estrema. A questa famiglia di manovre appartiene l'argomento detto del fantoccio, espressione con cui si intende l'attribuzione all'avversario di un argomento inventato ho deformato per poterlo più facilmente smontare. La mossa funziona bene se e possibile presentare la tesi dell'avversario in una forma più debole e quindi più attaccabile o, meglio ancora, più ridicola.

Come replicare senza rispondere Il silenzio è inteso come modo di dire senza dire; come l’altra faccia della retorica. In un ambito polemico, ad un silenzio dovuto al fatto che non si è trovata obiezione o risposta, è preferibile, in caso di impossibilità di rispondere, un’uscita plateale e sdegnata, che comunque è segno di un’assunzione di iniziative. Certamente, l’abbandono della scena è una scelta rischiosa e controproducente. Per evitare di fare plateali figuracce o di perdere punti nei confronti dell’avversario si danno spesso non-risposte, utili, ma non “buone“ (giuste, pertinenti, adeguate o soddisfacenti). Pierre Oléron ne distingue due tipi:

  1. Le risposte negate (il rifiuto di rispondere).

passi inosservato. In ogni caso sarà possibile correggersi in seguito, se e quando si manifestino segnali di rifiuto da parte dell’interlocutore. In genere comunque lavorare sui termini e manipolare le definizioni è un comodo espediente, poco dispendioso e poco rischioso, se ci si avvede di trovarsi in una posizione deboluccia. La natura convenzionale e la naturale imprecisione del linguaggio consentono facili manovre di aggiustamento terminologico, che permettono di destreggiarsi, senza intervenire sui contenuti.

Puntualizzazioni Le formule: “voglio essere chiaro“, “mi spiego meglio“, “ciò che intendevo dire con…“, “Le mie parole vanno in tese nel senso…“ Denunciano un ripensamento e preannunciano un imminente ripiegamento (es. dopo aver ventilato la possibilità di una riforma radicale, ci si trova isolati, se ne può uscire rettificando: “ho detto solo che fra qualche tempo si porrà il problema della riforma… Non ho detto che si dovrà fare e non ho preso posizione“.

Ridefinizioni Una delle prime e più importanti regole in un dibattito è quella di chiarire a se stesso e di costringere l’antagonista precisare il significato esatto da dare ai termini questione. È un’operazione di chiarificazione preliminare è indispensabile. Molte discussioni possono risultare vane e infruttuose proprio perché non sia definito con precisione il senso e il limite dei termini. Sono interessanti le cosiddette definizioni persuasive, come chiamare terroristi dei ribelli che altri chiamerebbero invece combattenti per la libertà. Possono essere usate come mosse strategiche preliminari per orientare in una data direzione, per trasmettere, se non per imporre certe idee. Potremmo definir le definizioni argomentative, nel senso che costituiscono dei veri e propri argomenti surrettizi c sono interessanti le cosiddette definizioni persuasive, come chiamare terroristi dei ribelli che altri chiamerebbero invece combattenti per la libertà. Possono essere usate come mosse strategiche preliminari per orientare in una data direzione, per trasmettere, se non per imporre certe idee. Potremmo definirle definizioni argomentative, nel senso che costituiscono dei veri e propri argomenti surrettizi.

La manipolazione retorica dell’ordine Il significato di quanto diciamo dipende molto dall’ordine in cui si dispongono i diversi elementi che compongono il nostro discorso. La forza di un’argomentazione sta spesso nell’organizzazione dei suoi elementi compositivi, la cui combinazione è variabile. L’ordine può riguardare la successione degli interventi (ordine procedurale) o la distribuzione degli argomenti. Vi sono diversi ordini possibili di intervento: a. Esordi e conclusioni. Una delle regole di un dibattito pubblico prevede che una parte lo apra e l’altra lo chiuda. In mancanza di un moderatore che assegna ciascun interlocutore rispettivamente l’esordio e l’epilogo e lo faccia rispettare, subentrerà la scaltrezza dei singoli. chi ha la parola per primo, avendo il privilegio di prendere in mano, con la parola, la situazione, costringe chi replica ad adeguarsi. Infatti il secondo a prendere la parola è in una situazione analoga di chi deve scrivere sulla lavagna già riempita di segni, con tutti i vincoli che ciò comporta. È però possibile sfuggire a questo obbligo di adeguamento ricorrendo all’enorme margine di libertà che consente la replica. In secondo luogo diventa una scelta vincente parlare per secondo se si riesce a modellare il proprio argomento su quello dell’avversario, ribattendolo punto per punto. Questo tipo di vantaggio è connesso col fatto che è più facile attaccare che difendere. Chi dà avvio al dibattito a una doppia chance: quella di orientare il contraddittorio in una data direzione e quella di sfruttare la fase di massima ricettività del pubblico. Chi prende la parola per ultimo alla possibilità di ricapitolare (magari a modo suo) e di piazzare il colpo finale. Sì all’avvio sia la conclusione sono quindi due momenti forti del discorso persuasivo, il primo per le opportunità di posizionamento che offre, la seconda per la possibilità di scoccare l’ultima freccia, magari avvelenata. In gloria si può esordire, in gloria si può chiudere. Se non si riesce proprio a chiudere trionfalmente, perché si avverte che l’esito della discussione non consente autocelebrazioni, vi è la possibilità di scegliere un tipo di epilogo non logico, ma procedurale, cioè un puro discorso di chiusura. Un’alternativa all’ammettere una sconfitta e quella di riconoscere di aver preso partito per una posizione che si sapeva fin dall’inizio deboluccia per ragioni di principio. b. La disposizione degli argomenti.

  • Tutto ciò che è più discutibile, marginale e poco convincente va ammassato nel mezzo, in posizione meno vistosa e rischiosa.
  • se l’uditorio ha un atteggiamento di rifiuto, conviene partire subito con l’argomento più solido, seguendo l’ordine decrescente. L’ordine ottimale dipende dalla strategia adottata. L’ordine crescente, che sembrerebbe, ingenuamente, lo schema più naturale, conviene adottarlo se si vuole che l’avversario scopra i

suoi argomenti migliori: allora si parte con i propri argomenti più deboli - tanto più tranquillamente se si sa che l’uditorio è ben disposto. In breve, l’ordine del discorso è una scelta che ha come unica regola fissa quella del miglior adattamento all’uditorio e alla situazione discorsiva. Non ha senso proporre raccomandare un ordine cosiddetto naturale o artificiale, crescente o decrescente. Ed è opinabile cominciare oppure finire con l’argomento che si ritiene più forte decisivo, presentare per primi gli argomenti induttivi o deduttivi, far precedere o far seguire la mozione degli affetti, dare prima le regole e poi gli esempi o viceversa - questioni su cui i retori e gli oratori lo hanno spesso discusso. Ogni regola relativa all’ordine di introduzione degli argomenti è arbitraria perché tutto dipende dalla situazione. Per l’uditorio c’è però un punto fermo ed un valido criterio di valutazione: chi in un dibattito riprende. Per. Gli argomenti del suo antagonista, colui che accetta l’ordine del discorso del suo avversario, dimostra la propria sicurezza, oltre che la propria realt ogni regola relativa all’ordine di introduzione degli argomenti è arbitraria perché tutto dipende dalla situazione. Per l’uditorio c’è però un punto fermo ed un valido criterio di valutazione: chi in un dibattito riprende punto per punto gli argomenti del suo antagonista, colui che accetta l’ordine del discorso del suo avversario, dimostra la propria sicurezza, oltre che la propria lealtà. In breve:

  • L’ordine risulta rilevante solo se ci si preoccupa della forza persuasiva degli argomenti, cioè della minore o maggiore facilità con cui possono essere colti o accettati. Non è invece rilevante dal punto di vista delle condizioni formali (correttezza e validità) della prova.
  • la natura retorica di certe figure e il valore argomentativo di certi argomenti sono dati dall’ordine stesso.
  • anche il “disordine“ è utilizzabile a fini comunicativi.

Ripetizione C’è un sistema sicuro per imporre un’idea: ripeterla. Ribadire una conclusione non aggiunge nulla al suo valore e alla sua dimostrabilità; dal punto di vista logico, è un’operazione del tutto superfluo; dal punto di vista retorico invece può avere effetti notevoli. La ripetizione crea effetti quasi ipnotici in tre modi diversi: primo, determina un assuefazione; secondo, fa crollare le resistenze; terzo, conferisce credibilità. Meglio se la ripetizione non è letterale, ma una riformulazione delle ragioni che militano a favore della conclusione (es. anziché limitarsi a ripetere “questo non è giusto“, è preferibile spiegare più volte perché non è giusto. La regola e di ripetere ciò che vale la pena di ripetere e di farlo in modo opportuno: evitando le ridondanze, variando la formula, dilatando il senso). Dal punto di vista procedurale, ripetere è utile anche in caso di interruzione. Poiché sovrapporsi nel parlare assieme serve a poco e crea stordimento nel pubblico, se si vuole riprendere il discorso spezzato da un intervento dell’avversario, si Martelli sullo stesso chiodo, elevando progressivamente, se occorre, il tono della voce. Continuare a ripetere un’asserzione anziché impegnarsi a provarla da origine ad un vizio di argomentazione.

Capitolo 13 - Valore e limiti del dibattito

Il dibattere presenta una doppia faccia: una rassicurante ed una preoccupante, una tollerante ed una intransigente. In primo luogo, perché chi partecipa ad un dibattito può farlo con la disposizione di chi è alla ricerca della soluzione migliore per una questione controversa o con lo spirito dogmatico di chi ha certezze rinunciabili. In secondo luogo, nel senso che la discussione può essere vista come un mezzo per far emergere la verità, ma anche come un mezzo per far emergere il dubbio. Questa duplicità giustifica due opposti convincimenti. Da un lato si capisce la rassegnata convinzione di chi non si aspetta molto da una discussione: sia che le due parti che si confrontano abbiano certezze o intrattengano incertezze, le loro due verità o i loro due dubbi contrari non si annullano, ma si sommano. D’altro canto, è meglio dibattere una questione senza definirla che definirla senza di batterla. Quattro ragioni a favore della libera discussione sono offerte da Mill:

  1. Negare che un’opinione possa essere vera e costringerla al silenzio significa presumere d’essere infallibile. Le verità umane sono in realtà per la maggior parte delle mezze verità. Quindi la diversità sarà auspicabile e l’unanimità sarà desiderabile solo quando sia il risultato del più completo il libero confronto di opinioni opposte.
  2. Quand’anche l’opinione ridotta al silenzio fosse davvero un errore, può contenere, e spesso contiene, una parte di vero: “poiché l’opinione generale o prevalente su qualsiasi questione e raramente, o mai, l’intera verità, e soltanto mediante lo scontro tra opinioni opposte che il resto della verità ha una probabilità di emergere.