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descrive i diversi modi di linguaggio attraverso le varie sfumature di linguaggio.
Tipologia: Appunti
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Botta e risposta – A. Cattani
Capitolo 1 – “Su ogni cosa vi sono due punti di vista”. Ovvero: il diritto di mettere tutto in dubbio
“Su ogni cosa vi sono due punti di vista” era il motto di Protagora, per questo conosciuto come l’inventore dei dibattiti. Protagora pare insegnare senza disagio l’arte delle antilogie, ossia la contrapposizione di argomenti di forza uguale e contraria (a provare il contrario di ciò che un altro sostiene, a biasimare chi è lodato, a sostenere ora che la virtù si può insegnare ed ora che non la si può insegnare) proprio in nome della
sua tesi sulla duplicità dei logoi, dei ragionamenti e dei discorsi.
Mettere a confronto senza remore pareri e opinioni in disaccordo è in effetti un ottimo modo per crearsene di propri. Per potere poi fondatamente, ragionevolmente o motivatamente scegliere fra due interpretazioni che ci vengono offerte in forma di detto e contraddetto, è evidentemente essenziale saper distinguere fra argomenti buoni e cattivi. Ma “buono” può significare sia valido (nozione logica) sia persuasivo (nozione più
psicologica). Quattro sono le combinazioni possibili di validità e persuasività:
Le idee sottostanti al principio di Protagora sono:
Il problema allora diventa quello di stabilire o capire non chi ha ragione, ma chi ha più ragione o più ragioni. Oppure sapere chi meno torto, perché “la debolezza di entrambe le parti è il motto di tutte le dispute”.
Esempi di come un medesimo evento possa essere considerato sotto punti di vista diversi:
In una situazione di dibattito reale, ciascuno dei contendenti ha una parte di ragione e una parte di torto, perché “le liti non durerebbero tanto a lungo se il torto fosse solo una parte”. Un dibattito ha senso se
ricorrono almeno due condizioni: primo, che esistano dei dubbi circa una affermazione, una tesi o una soluzione; secondo, che vi sia una ragionevole possibilità di rispondere a questi dubbi.
I conflitti esplodono quando si scontrano due ragioni opposte. Ciascuna delle tesi deve presentarsi, se non
forte, almeno sostenibile, meritevole di discussione, valida, ragionevole, plausibile. Due tipi di principi giustificatori:
Talora questi due principi giustificatori sono inconciliabili, e qui nasce lo scontro.
A volte la pluralità delle interpretazioni è determinata da un puro e semplice errore, da nostri limiti. In tal caso la molteplicità delle interpretazioni è originata da un fenomeno equiparabile all’illusione percettiva per cui non si sa se ad essersi messo in moto sia il nostro treno o quello del binario parallelo; ma la realtà è una
ed una sola. In tal caso, una volta individuato questo errore, la questione è risolta. Oppure si hanno interpretazioni diverse perché uno stesso evento può essere visto da postazioni, da punti di vista diversi. Complementari o irriducibili che siano, ciascuna delle opinioni è sostenibile e reale, corretta e lecita, benché nessuna sia imparziale ed esaustiva. Siamo nella situazione detta “prospettivismo”, metafora percettivo- pittorica che efficacemente indica la natura interpretativa (vale a dire la combinazione di soggettività e
oggettività) della nostra conoscenza.
Se questo avviene con dati di fatto, immaginiamo che cosa succede quando oggetto di discussione è una valutazione dei fatti e quindi l’applicabilità di certi criteri, credenze, valori ad un fatto (es. polemica insorta in seguito all’elezione di una concorrente di colore a miss Italia). A maggior ragione la situazione si complica quando si ha a che fare con enunciati normativi (es. “Bisogna chiudere Tangentopoli), in questo caso ciò che
è in questione non è la “semplice” verità o falsità dell’affermazione, né l’applicabilità di certi standard, ma certi valori in se stessi.
Lo spirito di Protagora fa da contrappeso a due presunzioni:
Perché la persistente tradizione solipsistica lasciasse posto ad un processo di dialogo, perché cioè la logica diventasse più dialogica, dialettica, ritornasse ad essere un’attività di dialogo critico, bisognava introdurre almeno un secondo personaggio (interlocutore o oppositore, che suscitasse il gusto del confronto) accanto al pensatore singolo.
Capitolo 2 – La tradizione dei discorsi duplici
I Ragionamenti duplici
Sono nove capitoli tendenti a mostrare come sia sempre possibile interpretare ogni evento e ogni affermazione da punti di vista opposti, adducendo ragioni che si annullano reciprocamente, in cui una tesi scettico-relativistica si scontra con una tesi di senso comune e tradizionalistica, che potremmo definire
benpensante. Qualcuno ricollega questo testo ad un’opera celebre di Protagora, la cui tesi centrale è che ogni cosa è per ciascuno di noi così come ci appare: “per chi ha freddo, l’aria è fredda, per chi ha caldo, l’aria è calda. Pertanto nessuno è nel falso, tutti sono nel vero”. Se intorno ad ogni cosa vi sono due ragionamenti che si contrappongono fra di loro, ognuno si atterrà al proprio vero. Ciò che è bene, bello, giusto, vero, saggio per uno diventa male, brutto, ingiusto, falso e folle per un altro. Se così stanno le cose, non solo è
una mancata comprensione del senso esatto delle parole usate oppure da una mancata contestualizzazione o,
infine, da un’indebita attribuzione di “autorità” a quelle che sono solo “opinioni”.
_______________________________________________________________________________________
La teoria e la pratica del dibattito accademico hanno fatto tradizionalmente parte dell’educazione scolastica superiore negli USA. I dibattiti accademici sono in primo luogo un esercizio volto a sviluppare le doti argomentative. L’esercitazione consiste nel cercare e nel valutare gli argomenti pro e contro rispetto ad un
tema dato. Può essere difficile pensare che sia possibile dimostrare e al tempo stesso confutare qualcosa; e sembra sconcertante l’affermazione di poter dimostrare anche qualcosa di falso. Eppure l’idea che non si possa dimostrare e confutare contemporaneamente una congettura, per quanto sia una convinzione radicata e di buon senso, è stata giudicata un dogma epistemologico: le dimostrazioni talvolta non dimostrano, ma servono a migliorare la congettura, mentre le confutazioni migliorano la conoscenza riducendone il grado di
falsità ed epurandola.
Insegnare ad argomentare e a dibattere spesso non significa altro che rendere consapevoli di ciò che si fa spontaneamente. Se la capacità di discutere è in gran parte un dono innato, un addestramento al dibattito consisterà essenzialmente nel correggere il modo in cui si dibatte. Anche ammesso che non sia possibile insegnare a discutere, è certamente possibile educare alla discussione, correggendo il modo di discutere,
liberandoci da modi sbagliati di farlo. Il compito è quello di metterci in guardia da tecniche, nostre e altrui, sbagliate.
Capitolo 3 – Forme e funzioni della disputa
Nei secoli XII e XIII la disputatio , oltre ad essere un avvenimento pubblico di grande richiamo, era un
metodo per insegnare e ribadire la verità: una forma di esercitazione universitaria. Era la disputa didattica, parte integrante del curriculum scolastico e fase centrale del processo educativo, in cui erano obbligatoriamente coinvolti insegnanti e allievi. Serviva a:
Era concepita come un metodo per scoprire la verità: un procedimento per dimostrare la verità seguendo una metodologia “scientifica”, ovviamente secondo i canoni di scientificità dell’epoca. Era un processo che
mirava all’armonia della verità a partire dal conflitto.
I temi soggetti a trattazione mediante disputa erano principalmente di natura teologica, logica o giuridica. In questo tipo di disputa l’atteggiamento degli interlocutori non era polemico, ma prevalentemente espositivo e volto a predisporre il terreno ad una riflessione disciplinata. Infine la disputa poteva anche diventare un espediente per mettere in circolazione idee contrastanti evitando l'accusa di incoerenza o per affacciare idee
eterodosse evitando di incappare nei fulmini inquisitori. Poteva durare anche più giorni ed era standardizzata. Due "intellettuali" si confrontavano e si scontravano, l'uno schierato pro e l'altro contro una tesi preventivamente annunciata. Si doveva seguire scrupolosamente un'elaborata e collaudata procedura. Iniziava il cosiddetto difensore che aveva il compito di illustrare la tesi in discussione. Prende la parola l'oppositore che cerca di controbattere con argomenti contrari. Le regole prevedono che il rapporto fra i due
contendenti si improntato a grande cortesia formale. La formula di transizione, "passo ad un altro punto", viene di norma usata da una delle parti quando si trova con le spalle al muro e non può più sostenersi su quel dato punto. La disputa è stretta nelle rigide maglie del ragionamento rigorosamente si logistico e lascia poco spazio ad atteggiamenti spregiudicati o giocosi. Ai fini della vittoria contano più la disciplina, la capacità di
destreggiarsi fra distinguo e di rispondere alle difficoltà sollevate nel rispetto delle regole. Gran parte di
queste regole consistevano in mosse procedurali, le più usate delle quali erano appunto:
Capitolo 4 - Cooperazione e competizione
Discutere vuol dire impegnarsi nella difesa di una tesi, senza tuttavia la volontà di imporla a tutti costi e cercando di ottenere il consenso della controparte senza ridurre al silenzio, ma lasciandole la parola. Possiamo aggiungere alla lista delle tattiche per imporre le proprie idee agli altri anche: la ripetizione insistita, le pressioni, l'esercizio dell'autorità, le minacce, il boicottaggio, le ritorsioni, la disobbedienza civile, al limite atti di violenza estrema; infine a gareggiare inefficacia con il ragionamento per produrre la persuasione è la mezzana pecunia. Poiché si può discutere con l'altro o contro l'altro, si tende socialmente da auspicare che la modalità del combattimento sia rimpiazzata dal dibattimento. Dibattere e combattere sono due nozioni e due attività in parte analoghe, in parte opposte. Il dibattito resta, non solo in senso metaforico, una guerra. E la combattività è una componente essenziale della lotta. Fra i due estremi, quello di chi mira alla niente amento dell'avversario e quello di chi ragiona e agisce nello spirito ultra tollerante del "vivi e lascia vivere", c'è tutta una gamma di situazioni intermedie in cui ci si confronta all'insegna della competizione, amichevole e scontrosa, o della cooperazione, più o meno forte. L'atteggiamento competitivo è ispirato alla logica del "se uno vince, l'altro perde". Vari sono i gradi di competitività:
Varietà terminologica:
Tipologia degli scambi argomentativi Uno scambio argomentativo si può situare fra i due poli del colloquio- dialogo e della polemica-lite. Dovendo scegliere un termine generale per designare onnicomprensiva mente ogni tipo di scambio argomentativo fatto di "botte risposta", si è scelto di usare dibattito e dibattere in quanto paiono i meno caratterizzati tra quelli che prevedono la determinante componente dell'uditorio. La tipologia dei dibattiti (intesi nel senso molto lato di scambi argomentative che si pretende abbiano una dimensione ed un valore anche pubblico) dovrà quindi basarsi oltre che sui contenuti e sui rapporti visibili, anche sulle intenzioni, sull'atteggiamento, di chi partecipa al dibattito, ponendosi nella sua prospettiva. Condizioni variabili che caratterizzano un dibattito:
dalla padronanza del tema in questione, ma soprattutto dalle strategie argomentative messe in opera. A sua volta la scelta e l'efficacia di tali strategie dipende dall'organizzazione e delle finalità proprie di quel tipo di dibattito in cui ci si trova coinvolti. Due tipi di classificazione di dibattito:
Cinque diversi modi di battere, ciascuno riconducibile ad un diverso modo di pensare, di vedere o di sentire il dibattito, vale a dire alla metafora associata.
(vedi pagina 82 del libro)
Capitolo 6 - Il decalogo del perfetto polemista. Tecniche ed espedienti
I. Il perfetto polemista sa come rendere inattaccabile una tesi e sa blindarsi contro le critiche. Difendere le proprie idee e se stesso è uno dei diritti inderogabili del disputante. Ecco quattro tecniche attive per rendere inattaccabili le proprie posizioni:
Sfrutterà le possibilità di ridefinire, di riformulare e di differenziare. La distinzione opposizione più comune è quella fra teoria e pratica (es. Il mio cuore impegnato, ma i miei pomeriggi sono liberi). Il perfetto polemista esperto in ritocchi lessicali.
VI. Il perfetto polemista maneggia bene gli argomenti double face. Oltre all'arte del cedere per vincere ed è trasformare una concessione in un punto di forza, il perfetto polemista a sviluppato l'arte della ritorsione, che è la capacità di piegare a proprio vantaggio fatti ed affermazioni. L'operazione del ritorcere è particolarmente efficace in quanto prova che le ragioni invocate dimostrano la verità della conclusione contraria. E come imporre un dietro-front: non si immobilizza l'antagonista ma lo si costringe a invertire rotta e destinazione. Ci si serve del ragionamento stesso Dell'interlocutore, conferendogli un significato diverso e trasformandolo in un boomerang che si rivolge contro colui che l'ha lanciato. Naturalmente la strategia del far propri i principi dell'antagonista è vincere solo quando si riesca a dimostrare l'incoerenza sua o la propria superiorità. Sì perfetto polemista valigia bene gli argomenti double face: es. "Fidati di lui. Ha sempre una risposta per tutto" "è proprio per questo che non mi fido". Un esempio di argomento che si trasforma agevolmente nel suo contrario è quello secondo cui quanto più uno è sospetto, tanto meno lo è: es. "lui è il colpevole: è quello che aveva più motivi per eliminarlo" "non è lui il colpevole: sarebbe stato folle se l'avesse fatto, proprio perché sapeva che sarebbe stato il primo sospettato". I ragionamenti invertiti sono equiparabili ad uno stesso percorso scosceso, che si può piacere affrontare in discesa e risalita. Si tratta cioè di argomenti fondati sullo stesso topos, ma rovesciabile piacere e quindi autodistruttivi.
VII. Il perfetto polemista lascia che l'altro si scavi la fossa con le sue stesse mani. "Quando si vuole trarre una certa conclusione non la si lascia prevedere, ma si faccia in modo che l'avversario a metà senza accorgersene le premesse una per volta e in ordine sparso altrimenti tenterà ogni sorta di capelli." es. "Faresti chiudere le pasticcerie, appurato che i dolci fanno ingrassare?" "Beh, mi pare eccessivo" " Che ne dici di tutte le attività, liberamente scelte, per gioco per sport, che comportano rischi seri, talora mortali? Le cancelliamo?" "Certo che no. Ma non capisco dove vuoi arrivare" "perché allora pretendi che si elimini fumo?" Il procedimento efficace perché arriva al dunque piano piano, combinando la gradualità con la riduzione all'assurdo.
VIII. Il perfetto polemista sa come guadagnare tempo in attesa che gli venga la risposta giusta. Il prefetto polemista sorprendere con una scenata e avvincere con una messa in scena. In mancanza di meglio ricorrerà alla guerriglia psicologica. In uno scambio dibattimentale si incontrano gli equivalenti delle scorrettezze plateali (spintoni, ripetuti allacciamenti della scarpa, lanci ritardati, interruzioni, proteste, sfacciate provocazione) che si verificano in un incontro sportivo: si tratta di tattiche irritanti destinate a rompere la concentrazione. Basta suscitare quel tanto di irritazione che offusca e che genera un moto di stizza. Quanto più sbrigativi e finalizzati allo spettacolo sono i dibattiti, tanto più passano in avvertite le non risposte, le mosse sporche e le manovre irritanti. Il perfetto polemista dispone di un repertorio di tecniche per irritare l'avversario. Lui, viceversa, sarà fazioso ma non ringhioso.
IX. Il perfetto polemista sa come guadagnare tempo, in attesa che gli venga la risposta giusta (Tattiche dilatorie). Per una risposta offerta non sotto ingiunzione dell'avversario, ma proprio modo e a suo comodo, sono utili i seguenti espedienti-traccheggio. Chi si sente scoperto sul terreno in cui è stato tirato a combattere può, senza scomporsi e con fare meditabondo, rinviare lo scontro, con un repentino cambio di argomento. Una mossa che si può sempre tranquillamente impiegare senza controindicazioni e imputare all'avversario un fraintendimento delle proprie posizioni. Che sia un meno davvero colpevole di una mancata comprensione o di un travisamento, si ottengono i seguenti vantaggi: a. Se effettivamente c'è stato un qui pro quo, ciò depone a sfavore della sua capacità di intendere e a sfavore della sua buona fede. b. In ogni caso, si guadagna un po' di tempo e, all'occorrenza, si prende fiato, senza correre eccessivi rischi. Col pretesto di verificare se si è capito bene, si può sintetizzare la posizione avversa, riformulando la domanda o il problema in modo che suoni un po' meno accettabile e soddisfacente. Si può darne una traduzione personalissima; o la si può caricare, o caricaturare, negativamente. Basta prendere un termine e
sostituirlo con un pseudo-sinonimo o aggiungere un aggettivo (es. un individuo indipendente e può diventare un ribelle).
X. Il perfetto polemista ama interpellare più che rispondere. Se la risposta non arriva, mi puoi vista, che conosce l'enorme vantaggio di imporre all'avversario l'obbligo di rispondere, scarica continuamente sull'altro l'onere di provare le cose che dice. Se al perfetto polemista viene chiesto di dimostrare d'avere ragione, chiederà alla controparte di dimostrargli che ha torto. Il prefetto polemista pone domande più per confondere che per avere una risposta. Ne pone molte in una sola volta per mascherare dove intendeva andare a parare. Un qualche rapporto con l'ironia socratica presenta la mossa del simulare il dubbio. Si tratta di una specie di domanda retorica, posta non per sapere, ma affermare e ribadire. Si finge un dubbio per instillare, dissimulandola, una convinzione.
Capitolo 7: Il disputator cortese. Codice di condotta per una discussione cooperativa.
Le regole in questione non sono propriamente quelle logiche del corretto ragionare, ma quelle più pragmatiche del corretto discutere. Un codice di condotta per chi partecipa ad un dibattito, oltre ad una naturale funzione etica, assolve infatti è una funzione pragmatica, nel senso che il suo mancato rispetto ostacola o inibisce la discussione e, viceversa, se viene osservato di norma la discussione risulta più facile e proficua. Essenzialmente una discussione è come una partita e quando si partecipa ad un gioco, tutto fila liscio se tutti ne servono le regole. Nel gioco del dibattito, vi sono regole logiche e regole procedurali, regole argomentative e regole d'ordine degli interventi. Nessuno ha mai fissato delle regole tassative per un onesto dibattito. Cambiando finalità, cambia anche lo stile di condotta. Ecco perché il dibattito è un tipo di scambio in cui, a differenza di quanto avviene di solito, è consentito cambiare, consensualmente, le regole durante il gioco. Per un corretto svolgimento di un dibattito, basta che chi vi partecipa convenga sui dati da cui prendere le mosse e su come procedere: ovviamente non garantisce la verità della conclusione, ma la correttezza dibattimentale sì. E nel dibattito che si stabilisce la legittimità del dibattito stesso. In tale giudizio di legittimità rientrano parametri relativi a: l'accettabilità o meno di un argomento, la rilevanza di un tema, la natura o meno fallace di un ragionamento, la pertinenza dei temi introdotti, l’ordine dei lavori, i criteri per la comparazione di tesi alternative eccetera. Spetta ai protagonisti del dibattito concordare le norme ed i criteri di quello che ritengono un giusto modo di discutere. La legittimazione del dibattito promana quindi dal suo interno, e non da norme prefissate e da autorità estrinseche. È difficile determinare i criteri di un dibattito "onesto". I rigoristi dell'argomentazione non dicono molto di più se non che è sleale, disonesto, illecito, sconveniente un comportamento che non si gradirebbe fosse reso pubblico, una mossa a cui non si ricorrerebbe con amici, un espediente che non si confà ad un personaggio positivo. Regole di natura etica e pragmatica che di norma si pretende siano rispettate dagli altri e considereremmo piacevole se fossimo sorpresi a trasgredirle. Si tratta di regole per una proficua discussione di natura cooperativa e non competitiva, razionale e non emotiva, ricavate con metodo alquanto empirico ma che trovano un certo riscontro in alcune recenti ricerche sulla teoria dell'argomentazione.
dell'altro. Mascherare ogni esitazione, cedimento e correzione d'idea e invece essenziale in un dibattito agonistico. In quest'ultimo risulta vincente chi:
Capitolo 9 - Come dire il falso dicendo il vero Uno degli strumenti di persuasione e la menzogna, la cui esistenza è legata la stessa esistenza del linguaggio, che essendo sostitutivo delle cose rende possibile la simulazione. Un fenomeno particolarmente intrigante è quello per cui si può dire il falso dicendo il vero. Dire il falso, si sa, e cosa disdicevole. Non dire il falso è una norma sia etico-religiosa sia di buona convivenza civile. Ma anche dire la verità non sempre va bene. Esiste una sana ipocrisia, che garantisce a sua volta un'accettabile convivenza. Si può mentire dicendo volutamente qualcosa oppure evitando volutamente di dire qualcosa (es. "il nostro ha del talento per fare politica. Ma reputerei disdicevole sfruttare la notorietà acquisita come magistrato per entrare in politica. A partire da questa dichiarazione un quotidiano, il giorno seguente, titolava: il nostro a talento per fare politica. Abbiamo qui un esempio non trascurabile del fenomeno per cui presentare solo una parte dei fatti, eliminando quelli che contraddicono la nostra tesi, è un modo di dire il vero dicendo implicitamente il falso). Comunicare mediante l'implicito offre una serie di vantaggi. Lasciare che sia l'altro a trarre le conclusioni, anziché esplicitarle e quindi imporre, primo, lo gratifica perché lo rende un complice solidale; secondo, rafforza la conclusione stessa in quanto uno si fida naturalmente più della propria che dell'altrui capacità di giudizio; terzo, consente eventualmente di prendere le distanze dalle conclusioni suggerite, ma non apertamente formulate. Un modo di far passare un'informazione falsa sotto una copertura di verità si realizza con manipolazioni linguistiche come l'eufemismo o il tecnicismo.
Capitolo 10 - come replicare
Schematicamente, quando una parte avanza una tesi la controparte può scegliere di:
Mosse-risposte previste nella disputa scolastica:
Le formule tipiche sono "non si tratta di… Ma di…" o "il punto è un altro". Con questa mossa si ottengono due vantaggi: si cambia l'oggetto del contendere e si fa apparire l'avversario inadeguato e incapace di afferrare il "vero punto della questione".
Come replicare senza rispondere Il silenzio è inteso come modo di dire senza dire; come l’altra faccia della retorica. In un ambito polemico, ad un silenzio dovuto al fatto che non si è trovata obiezione o risposta, è preferibile, in caso di impossibilità di rispondere, un’uscita plateale e sdegnata, che comunque è segno di un’assunzione di iniziative. Certamente, l’abbandono della scena è una scelta rischiosa e controproducente. Per evitare di fare plateali figuracce o di perdere punti nei confronti dell’avversario si danno spesso non-risposte, utili, ma non “buone“ (giuste, pertinenti, adeguate o soddisfacenti). Pierre Oléron ne distingue due tipi:
passi inosservato. In ogni caso sarà possibile correggersi in seguito, se e quando si manifestino segnali di rifiuto da parte dell’interlocutore. In genere comunque lavorare sui termini e manipolare le definizioni è un comodo espediente, poco dispendioso e poco rischioso, se ci si avvede di trovarsi in una posizione deboluccia. La natura convenzionale e la naturale imprecisione del linguaggio consentono facili manovre di aggiustamento terminologico, che permettono di destreggiarsi, senza intervenire sui contenuti.
Puntualizzazioni Le formule: “voglio essere chiaro“, “mi spiego meglio“, “ciò che intendevo dire con…“, “Le mie parole vanno in tese nel senso…“ Denunciano un ripensamento e preannunciano un imminente ripiegamento (es. dopo aver ventilato la possibilità di una riforma radicale, ci si trova isolati, se ne può uscire rettificando: “ho detto solo che fra qualche tempo si porrà il problema della riforma… Non ho detto che si dovrà fare e non ho preso posizione“.
Ridefinizioni Una delle prime e più importanti regole in un dibattito è quella di chiarire a se stesso e di costringere l’antagonista precisare il significato esatto da dare ai termini questione. È un’operazione di chiarificazione preliminare è indispensabile. Molte discussioni possono risultare vane e infruttuose proprio perché non sia definito con precisione il senso e il limite dei termini. Sono interessanti le cosiddette definizioni persuasive, come chiamare terroristi dei ribelli che altri chiamerebbero invece combattenti per la libertà. Possono essere usate come mosse strategiche preliminari per orientare in una data direzione, per trasmettere, se non per imporre certe idee. Potremmo definir le definizioni argomentative, nel senso che costituiscono dei veri e propri argomenti surrettizi c sono interessanti le cosiddette definizioni persuasive, come chiamare terroristi dei ribelli che altri chiamerebbero invece combattenti per la libertà. Possono essere usate come mosse strategiche preliminari per orientare in una data direzione, per trasmettere, se non per imporre certe idee. Potremmo definirle definizioni argomentative, nel senso che costituiscono dei veri e propri argomenti surrettizi.
La manipolazione retorica dell’ordine Il significato di quanto diciamo dipende molto dall’ordine in cui si dispongono i diversi elementi che compongono il nostro discorso. La forza di un’argomentazione sta spesso nell’organizzazione dei suoi elementi compositivi, la cui combinazione è variabile. L’ordine può riguardare la successione degli interventi (ordine procedurale) o la distribuzione degli argomenti. Vi sono diversi ordini possibili di intervento: a. Esordi e conclusioni. Una delle regole di un dibattito pubblico prevede che una parte lo apra e l’altra lo chiuda. In mancanza di un moderatore che assegna ciascun interlocutore rispettivamente l’esordio e l’epilogo e lo faccia rispettare, subentrerà la scaltrezza dei singoli. chi ha la parola per primo, avendo il privilegio di prendere in mano, con la parola, la situazione, costringe chi replica ad adeguarsi. Infatti il secondo a prendere la parola è in una situazione analoga di chi deve scrivere sulla lavagna già riempita di segni, con tutti i vincoli che ciò comporta. È però possibile sfuggire a questo obbligo di adeguamento ricorrendo all’enorme margine di libertà che consente la replica. In secondo luogo diventa una scelta vincente parlare per secondo se si riesce a modellare il proprio argomento su quello dell’avversario, ribattendolo punto per punto. Questo tipo di vantaggio è connesso col fatto che è più facile attaccare che difendere. Chi dà avvio al dibattito a una doppia chance: quella di orientare il contraddittorio in una data direzione e quella di sfruttare la fase di massima ricettività del pubblico. Chi prende la parola per ultimo alla possibilità di ricapitolare (magari a modo suo) e di piazzare il colpo finale. Sì all’avvio sia la conclusione sono quindi due momenti forti del discorso persuasivo, il primo per le opportunità di posizionamento che offre, la seconda per la possibilità di scoccare l’ultima freccia, magari avvelenata. In gloria si può esordire, in gloria si può chiudere. Se non si riesce proprio a chiudere trionfalmente, perché si avverte che l’esito della discussione non consente autocelebrazioni, vi è la possibilità di scegliere un tipo di epilogo non logico, ma procedurale, cioè un puro discorso di chiusura. Un’alternativa all’ammettere una sconfitta e quella di riconoscere di aver preso partito per una posizione che si sapeva fin dall’inizio deboluccia per ragioni di principio. b. La disposizione degli argomenti.
suoi argomenti migliori: allora si parte con i propri argomenti più deboli - tanto più tranquillamente se si sa che l’uditorio è ben disposto. In breve, l’ordine del discorso è una scelta che ha come unica regola fissa quella del miglior adattamento all’uditorio e alla situazione discorsiva. Non ha senso proporre raccomandare un ordine cosiddetto naturale o artificiale, crescente o decrescente. Ed è opinabile cominciare oppure finire con l’argomento che si ritiene più forte decisivo, presentare per primi gli argomenti induttivi o deduttivi, far precedere o far seguire la mozione degli affetti, dare prima le regole e poi gli esempi o viceversa - questioni su cui i retori e gli oratori lo hanno spesso discusso. Ogni regola relativa all’ordine di introduzione degli argomenti è arbitraria perché tutto dipende dalla situazione. Per l’uditorio c’è però un punto fermo ed un valido criterio di valutazione: chi in un dibattito riprende. Per. Gli argomenti del suo antagonista, colui che accetta l’ordine del discorso del suo avversario, dimostra la propria sicurezza, oltre che la propria realt ogni regola relativa all’ordine di introduzione degli argomenti è arbitraria perché tutto dipende dalla situazione. Per l’uditorio c’è però un punto fermo ed un valido criterio di valutazione: chi in un dibattito riprende punto per punto gli argomenti del suo antagonista, colui che accetta l’ordine del discorso del suo avversario, dimostra la propria sicurezza, oltre che la propria lealtà. In breve:
Ripetizione C’è un sistema sicuro per imporre un’idea: ripeterla. Ribadire una conclusione non aggiunge nulla al suo valore e alla sua dimostrabilità; dal punto di vista logico, è un’operazione del tutto superfluo; dal punto di vista retorico invece può avere effetti notevoli. La ripetizione crea effetti quasi ipnotici in tre modi diversi: primo, determina un assuefazione; secondo, fa crollare le resistenze; terzo, conferisce credibilità. Meglio se la ripetizione non è letterale, ma una riformulazione delle ragioni che militano a favore della conclusione (es. anziché limitarsi a ripetere “questo non è giusto“, è preferibile spiegare più volte perché non è giusto. La regola e di ripetere ciò che vale la pena di ripetere e di farlo in modo opportuno: evitando le ridondanze, variando la formula, dilatando il senso). Dal punto di vista procedurale, ripetere è utile anche in caso di interruzione. Poiché sovrapporsi nel parlare assieme serve a poco e crea stordimento nel pubblico, se si vuole riprendere il discorso spezzato da un intervento dell’avversario, si Martelli sullo stesso chiodo, elevando progressivamente, se occorre, il tono della voce. Continuare a ripetere un’asserzione anziché impegnarsi a provarla da origine ad un vizio di argomentazione.
Capitolo 13 - Valore e limiti del dibattito
Il dibattere presenta una doppia faccia: una rassicurante ed una preoccupante, una tollerante ed una intransigente. In primo luogo, perché chi partecipa ad un dibattito può farlo con la disposizione di chi è alla ricerca della soluzione migliore per una questione controversa o con lo spirito dogmatico di chi ha certezze rinunciabili. In secondo luogo, nel senso che la discussione può essere vista come un mezzo per far emergere la verità, ma anche come un mezzo per far emergere il dubbio. Questa duplicità giustifica due opposti convincimenti. Da un lato si capisce la rassegnata convinzione di chi non si aspetta molto da una discussione: sia che le due parti che si confrontano abbiano certezze o intrattengano incertezze, le loro due verità o i loro due dubbi contrari non si annullano, ma si sommano. D’altro canto, è meglio dibattere una questione senza definirla che definirla senza di batterla. Quattro ragioni a favore della libera discussione sono offerte da Mill: