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capitolo 30-31............, Schemi e mappe concettuali di Ittiologia

il contenuto del documento nel dettaglio (es. indice degli argomenti, materia, anno, corso, autore, professore...).

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

Caricato il 16/02/2025

Cristinaaaa__
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CAPITOLO 30 -L’ANNO DEI QUATTRO IMPERATORI E I FLAVI
◾ QUADRO CRONOLOGICO
-68-69 d.C.: anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano; Vespasiano
imperatore al termine delle guerre civili.
-70 d.C.: conquista di Gerusalemme e distruzione del Tempio.
-71 d.C.: associazione di Tito al potere.
-73-74 d.C.: conquista di Masada.
-79 d.C.: accessione al trono di Tito; eruzione del Vesuvio.
-81 d.C.: accessione al trono di Domiziano.
-85 d.C.: attacco dei Daci.
-88-89 d.C.: controffensiva contro i Daci.
-96 d.C.: uccisione di Domiziano; proclamazione di Nerva come imperatore.
30.1 L’anno dei quattro imperatori: il 68/69 d.C.
Si erano create le condizioni per una nuova guerra civile che vide contrapposti
senatori, truppe urbane, governatori di provincia (o comandanti militari) che, forti del
sostegno dei loro eserciti, assunsero il titolo di imperatore. In queste circostanze
divenne chiaro (come scrive Tacito) un arcanum imperii («un principio fondamentale
del potere»), cioè che la proclamazione di un imperatore poteva avvenire anche fuori
di Roma ed essere prerogativa dell’esercito. Che tutto si giocasse nell’Urbe non era
più ormai un assioma indiscutibile. Pur se conferito per iniziativa militare, il Principato
continuò a restare saldamente appannaggio di esponenti italici. Solo all’estinguersi
della dinastia Flavia entrarono in gioco provinciali emersi ad alti ranghi nell’ambito
delle armate. Il successore di Nerone era stato un fedele del principe, che poteva
anche contare su un consistente prestigio e seguito militare personale, dato che ormai
nella scelta venivano coinvolti centro e periferia: senato, corte e pretoriani da un lato,
legioni dall’altro. Inoltre la proclamazione a imperatore di Vespasiano, mostrò come al
Principato potesse pervenire anche un uomo di origini modeste e di rango inferiore a
quello della nobiltà giulio-claudia, entrato solo di recente nell’ordine senatorio.
Le fonti
Per il longus et unus annus e per il Principato della dinastia Flavia possiamo leggere le Vite di
Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito e Domiziano, scritte da Svetonio (70 d.C. ca. – 120 d.C.
ca.) e ricomprese nella sua opera Vite dei Cesari. Nelle biografie di Galba, Otone e Vitellio, che
sono più brevi rispetto alle altre, lo schema tripartito adoperato abitualmente da Svetonio
viene semplificato e nella biografia di Tito non è stata inclusa la sezione autonoma sui vizi, in
modo da poterlo presentare come imperatore perfetto. Ad esse vanno aggiunte le vite singole
di Galba e di Otone scritte da Plutarco. Oltre alle biografie disponiamo delle Storie di Tacito,
nelle quali erano illustrati gli eventi dell’«anno dei quattro imperatori»; dell’opera ci sono
pervenuti, però, soltanto i primi quattro libri e alcuni capitoli del V, relativi agli avvenimenti dal
1° gennaio del 69 d.C. fino al 70 d.C. con l’assedio di Gerusalemme e le offerte di pace di Giulio
Civile. Di Tacito bisogna menzionare anche la Vita di Agricola, un elogio dell’operato di suo
suocero, in cui è narrata la campagna condotta in Britannia da Agricola nel periodo 77-84 d.C.;
in essa emerge la contrapposizione tra il suocero e il principe-tiranno Domiziano. Anche nelle
Storie di Cassio Dione erano riportare le vicende di questo periodo, sebbene per esse l’opera
del senatore bitinico ci sia giunta soltanto nelle epitomi. Come abbiamo già ricordato (si veda
Box Le fonti, Capitolo 29), Flavio Giuseppe nella sua Guerra giudaica ci fornisce informazioni
su eventi di cui lui stesso fu protagonista, dalle operazioni degli anni 66-69 incentrate sulla
figura di Vespasiano (libri I-IV), all’assedio di Gerusalemme nel 70 con Tito come protagonista
(libri V-VI), alla resistenza di Masada nel 73 d.C. (libro VII). Per il Principato di Vespasiano
disponiamo di un’importante testimonianza epigrafica: la Lex de imperio Vespasiani. Si
tratta di una tavola di bronzo rinvenuta nel 1347 da Cola di Rienzo nella basilica di San
Giovanni contenente la parte finale della legge che era stata sottoposta all’approvazione del
popolo tra dicembre 69 d.C. e gennaio 70 d.C., con cui venivano conferiti i poteri all’imperatore
alla sua accessione al trono. Grazie a una serie di documenti epigrafici dell’età domizianea
(Lex Salpensana, Lex Irnitana, Lex Malacitana) siamo informati sulle leggi municipali di
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CAPITOLO 30 -L’ANNO DEI QUATTRO IMPERATORI E I FLAVI

◾ QUADRO CRONOLOGICO

  • 68-69 d.C.: anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano; Vespasiano imperatore al termine delle guerre civili.
  • 70 d.C.: conquista di Gerusalemme e distruzione del Tempio.
  • 71 d.C.: associazione di Tito al potere.
  • 73-74 d.C.: conquista di Masada.
  • 79 d.C.: accessione al trono di Tito; eruzione del Vesuvio.
  • 81 d.C.: accessione al trono di Domiziano.
  • 85 d.C.: attacco dei Daci.
  • 88-89 d.C.: controffensiva contro i Daci.
  • 96 d.C.: uccisione di Domiziano; proclamazione di Nerva come imperatore. 30.1 L’anno dei quattro imperatori: il 68/69 d.C. Si erano create le condizioni per una nuova guerra civile che vide contrapposti senatori, truppe urbane, governatori di provincia (o comandanti militari) che, forti del sostegno dei loro eserciti, assunsero il titolo di imperatore. In queste circostanze divenne chiaro (come scrive Tacito) un arcanum imperii («un principio fondamentale del potere»), cioè che la proclamazione di un imperatore poteva avvenire anche fuori di Roma ed essere prerogativa dell’esercito. Che tutto si giocasse nell’Urbe non era più ormai un assioma indiscutibile. Pur se conferito per iniziativa militare, il Principato continuò a restare saldamente appannaggio di esponenti italici. Solo all’estinguersi della dinastia Flavia entrarono in gioco provinciali emersi ad alti ranghi nell’ambito delle armate. Il successore di Nerone era stato un fedele del principe, che poteva anche contare su un consistente prestigio e seguito militare personale, dato che ormai nella scelta venivano coinvolti centro e periferia: senato, corte e pretoriani da un lato, legioni dall’altro. Inoltre la proclamazione a imperatore di Vespasiano, mostrò come al Principato potesse pervenire anche un uomo di origini modeste e di rango inferiore a quello della nobiltà giulio-claudia, entrato solo di recente nell’ordine senatorio. Le fonti Per il longus et unus annus e per il Principato della dinastia Flavia possiamo leggere le Vite di Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito e Domiziano, scritte da Svetonio (70 d.C. ca. – 120 d.C. ca.) e ricomprese nella sua opera Vite dei Cesari. Nelle biografie di Galba, Otone e Vitellio, che sono più brevi rispetto alle altre, lo schema tripartito adoperato abitualmente da Svetonio viene semplificato e nella biografia di Tito non è stata inclusa la sezione autonoma sui vizi, in modo da poterlo presentare come imperatore perfetto. Ad esse vanno aggiunte le vite singole di Galba e di Otone scritte da Plutarco. Oltre alle biografie disponiamo delle Storie di Tacito , nelle quali erano illustrati gli eventi dell’«anno dei quattro imperatori»; dell’opera ci sono pervenuti, però, soltanto i primi quattro libri e alcuni capitoli del V, relativi agli avvenimenti dal 1° gennaio del 69 d.C. fino al 70 d.C. con l’assedio di Gerusalemme e le offerte di pace di Giulio Civile. Di Tacito bisogna menzionare anche la Vita di Agricola , un elogio dell’operato di suo suocero, in cui è narrata la campagna condotta in Britannia da Agricola nel periodo 77-84 d.C.; in essa emerge la contrapposizione tra il suocero e il principe-tiranno Domiziano. Anche nelle Storie di Cassio Dione erano riportare le vicende di questo periodo, sebbene per esse l’opera del senatore bitinico ci sia giunta soltanto nelle epitomi. Come abbiamo già ricordato (si veda Box Le fonti , Capitolo 29), Flavio Giuseppe nella sua Guerra giudaica ci fornisce informazioni su eventi di cui lui stesso fu protagonista, dalle operazioni degli anni 66-69 incentrate sulla figura di Vespasiano (libri I-IV), all’assedio di Gerusalemme nel 70 con Tito come protagonista (libri V-VI), alla resistenza di Masada nel 73 d.C. (libro VII). Per il Principato di Vespasiano disponiamo di un’importante testimonianza epigrafica: la Lex de imperio Vespasiani. Si tratta di una tavola di bronzo rinvenuta nel 1347 da Cola di Rienzo nella basilica di San Giovanni contenente la parte finale della legge che era stata sottoposta all’approvazione del popolo tra dicembre 69 d.C. e gennaio 70 d.C., con cui venivano conferiti i poteri all’imperatore alla sua accessione al trono. Grazie a una serie di documenti epigrafici dell’età domizianea ( Lex Salpensana, Lex Irnitana, Lex Malacitana ) siamo informati sulle leggi municipali di

epoca Flavia, che regolavano in modo dettagliato la vita amministrativa dei municipi iberici cui era stato concesso lo ius Latii , che li rendeva municipi di diritto latino, e concedevano agli ex magistrati dei municipi di accedere alla cittadinanza romana al termine del loro incarico, da estendere a parte dei loro familiari. La storiografia antica tende a ridurre le vicende dell’età giulio-claudia a una sorta di dramma di corte e a porre in secondo piano quegli sviluppi che portarono progressivamente l’esercito e le province ad assumere un ruolo sempre più rilevante. La crisi del 69 d.C., con 4 imperatori (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, che alla fine risultò vincitore), esponenti il primo dell’aristocrazia senatoria, il secondo dei pretoriani e gli ultimi due dell’esercito, mostra come l’asse dell’Impero si fosse gradualmente spostato lontano da Roma e come le legioni delle province avessero ormai la capacità di imporre le loro scelte. L’Impero non poteva più essere considerato retaggio familiare. Soluzioni ispirate al tradizionalismo senatorio, come quella tentata da Galba che, adottando Lucio Calpurnio Pisone all’inizio del 69 d.C., lo aveva candidato alla guida dell’Impero, non si rivelarono realistiche. 30.1.1 Galba (giugno 68-gennaio 69) Servio Sulpicio Galba era un anziano senatore ed era allora governatore della Spagna Tarraconense. Giunse al soglio imperiale all’età di 73 anni. Tacito lo bollò con una frase fulminante: omnium consensu capax imperii nisi imperasset («Per consenso generale, capace essere imperatore, se non lo fosse stato»: Tacito, Storie ). Aveva rivestito incarichi di governo in Germania, sotto Caligola, poi in Africa proconsolare, sotto Claudio, e sotto Nerone, nella Spagna Tarraconense. Alla notizia della ribellione delle truppe galliche di Vindice, i suoi soldati lo avevano proclamato imperatore. Egli rifiutò quel titolo, ritenendo che essi non avessero diritto a conferirlo. Ciò nonostante si adoperò per acquisire il sostegno di altri oppositori di Nerone (tra cui l’ex marito di Poppea, Marco Salvio Otone, governatore della vicina provincia di Lusitania) e soprattutto per ottenere l’appoggio dei pretoriani. Grazie alla defezione da Nerone del prefetto del pretorio Ninfidio Sabino e al suo accordo con il senato, Galba fu riconosciuto imperatore e accettò la nomina da una delegazione di senatori, che lo incontrò nel suo viaggio di rientro a Roma. La scelta non fu salutata ovunque con entusiasmo. Le legioni della Germania Superiore avevano fatto un secondo (infruttuoso) tentativo di persuadere Virginio Rufo ad accettare l’Impero ed impiegarono qualche tempo a prestare giuramento di fedeltà a Galba. Anche il governatore della Germania Inferiore, Fonteio Capitone, venne accusato di complottare contro l’imperatore e fu eliminato ad opera di due dei suoi ufficiali, uno dei quali: Fabio Valente, non perdonò poi a Galba la mancanza di gratitudine per quanto aveva fatto. In Africa continuava la secessione di Lucio Clodio Macro che rifiutava di riconoscere l’imperatore. A Roma stessa il prefetto del pretorio, Ninfidio Sabino, che aveva molto contribuito alla caduta di Nerone, non accettò la decisione di Galba di sostituirlo e fece un tentativo di usurpare il Principato, che fu represso nel sangue. Con le truppe dell’Urbe Galba non seppe guadagnarsi la popolarità e gli appoggi necessari per mantenere il potere: non rispettò la promessa del donativo di 30.000 sesterzi ai pretoriani, con la quale Ninfidio Sabino era riuscito a portarli dalla sua parte. Inoltre si rese impopolare sia alla plebe sia ai soldati per i tagli alle spese con cui cercò di rimediare alla crisi finanziaria creatasi sotto Nerone. Si accanì nell’epurazione di suoi veri o presunti oppositori. All’inizio del 69 d.C., in occasione del rinnovo del giuramento di fedeltà all’imperatore, 2 delle 3 legioni della Germania Superiore rifiutarono di prestarlo e si ribellarono. Il loro esempio fu subito seguito dall’esercito della Germania Inferiore che, anche su impulso di Fabio Valente (divenuto ostile a Galba), proclamò imperatore a Colonia il proprio legato (che era stato nominato dallo stesso Galba), Aulo Vitellio. A tale designazione aderirono tutti gli eserciti delle Germanie. Galba pensò di porre rimedio a questa situazione associandosi, mediante adozione, come collaboratore ed eventuale successore Lucio Calpurnio Pisone Frugi Liciniano, un giovane esponente dell’ordine senatorio, di circa 30 anni. L’esperimento durò 5 giorni. La nomina non fu gradita né ai pretoriani né ai soldati né soprattutto a Marco Salvio Otone, il governatore della Lusitania che lo aveva

per la seconda volta a Bedriaco (24-25 ottobre 69 d.C.). La vicina Cremona, nella quale i superstiti avevano trovato riparo, subì un saccheggio brutale. La lotta tra Vitellio e i sostenitori di Vespasiano continuò anche a Roma con scontri violenti, nonostante i tentativi di mediazione con Vitellio condotti dal prefetto dell’Urbe, Flavio Sabino (fratello maggiore di Vespasiano). Flavio Sabino e Tito Flavio Domiziano (figlio minore di Vespasiano e futuro imperatore) furono costretti ad asserragliarsi nel Campidoglio che fu preso dai Vitelliani e dato alle fiamme. Sabino fu catturato e assassinato, Domiziano riuscì a fuggire e a salvarsi. Il 20 dicembre 69 d.C. le truppe di Antonio Primo entrarono in Roma dove si combatté e alla fine Vitellio venne ucciso. Mentre si trovava ancora ad Alessandria d’Egitto, dove si trattenne molto a lungo, Vespasiano (allora sessantenne) fu riconosciuto imperatore dal senato, grazie all’intervento di Muciano (inizio del 70 d.C.) che governò Roma in un primo tempo insieme al giovane Domiziano. Vespasiano e Tito vennero eletti consoli in assenza. 30.2 Il Principato di Vespasiano (69-79 d.C.) Con Vespasiano ebbe inizio la dinastia dei Flavi (69-96 d.C.), che comprese il Principato suo e dei due figli Tito e Domiziano. Il fatto di avere due figli e di poter così garantire stabilità al Principato fu uno dei fattori del suo successo. La trasmissione dinastica venne rafforzata dalla necessità di infondere sicurezza in un’opinione pubblica scossa dalle guerre civili. Vespasiano (per aver pieno controllo del rifornimento granario dell’Italia e di Roma; per vigilare da lì sulla situazione d’Oriente; per non essere personalmente presente nell’Urbe dove andavano assunte misure drastiche e impopolari nei confronti degli oppositori) rimase fino all’estate del 70 d.C. ad Alessandria d’Egitto, dove la tradizione gli attribuì alcuni interventi miracolosi, atti a creare un alone carismatico e provvidenziale intorno alla sua persona. Nel frattempo i suoi generali ponevano termine ai problemi militari rimasti aperti su due fronti: la guerra in Giudea e la rivolta guidata dal capo batavo Giulio Civile. Nel novembre del 69 d.C., approfittando del fatto che il fronte germanico era rimasto sguarnito di presidi militari a causa delle guerre per la conquista del soglio imperiale, Giulio Civile, un condottiero germanico che aveva servito nelle truppe romane ed era allora prefetto di una coorte la cui composizione era interamente batava (popolazione stanziata presso le foci del Reno), si pose alla testa di una sollevazione contro il dominio romano. Essa coinvolse anche capi celtici in un progetto di creazione di un imperium Galliarum lungo la valle del Reno. La rivolta fu sedata tra molte difficoltà ed ebbe conseguenze anche sul reclutamento militare in quelle regioni. Per evitare il ripetersi di analoghi fenomeni di solidarietà tra esercito e popolazioni locali, la difesa dei territori renani fu affidata da allora a legioni provenienti da altre aree dell’Impero. E da quel momento le truppe ausiliarie costituite da tribù galliche e germaniche furono inviate a servire in luoghi distanti dalla loro patria e sotto il comando di capi che non avessero alcun vincolo familiare con le zone di coscrizione delle rispettive unità.

La Palestina in età imperiale Al momento della sua acclamazione imperiale, Vespasiano era riuscito a reprimere in Palestina la maggior parte dei focolai di ribellione e stava concentrando le sue forze nell’assedio di Gerusalemme. Il comando fu lasciato al figlio Tito, che nel 70 d.C. riuscì a impadronirsi della città (che venne saccheggiata) e ne distrusse il Tempio, cuore dell’ebraismo. Tito rientrò in Italia e celebrò il trionfo insieme con il padre e il fratello Domiziano, nel 71 d.C. La rivolta però non si estinse, anche se rimase limitata ad alcuni centri di resistenza accanita: Herodion, Macheronte e Masada. Con l’arrivo di Lucio Flavio Silva Nonio Basso le piazzeforti residue caddero l’una dopo l’altra. L’ultima di esse, Masada, fu annientata nel 73 d.C. Dei suoi difensori non rimase pressoché alcun superstite. Da allora a presidio della Giudea fu lasciata permanentemente di stanza una legione e la provincia venne governata da un legato imperiale di rango pretorio. Il testatico di due dracme che i Giudei erano soliti pagare al tempio di Gerusalemme fu trasferito sotto forma di tassa al tempio romano di Giove Capitolino: così nacque il fiscus Iudaicus. I tre imperatori della dinastia Flavia ebbero indole diversa tra loro, ma si contraddistinsero tutti per un rigido impegno nell’amministrazione. Il Principato di Vespasiano segnò un sensibile progresso nella formalizzazione dei poteri dell’imperatore e nel consolidamento della figura e del ruolo del principe come istituzione. Mel 71 d.C. Vespasiano si associò il figlio Tito con il titolo di Cesare, indicando chiaramente il suo orientamento a favore di una trasmissione dell’Impero per stretta successione dinastica. L’autorità del nuovo principe fu definita con una legge comiziale ( Lex de imperio Vespasiani ), probabilmente votata in aconformità con un decreto del senato. Una parte del provvedimento è nota da una iscrizione su tavola di bronzo oggi conservata ai musei Capitolini. Essa è famosa anche per essere stata scoperta ed esibita in San Giovanni in Laterano da Cola di Rienzo nel 1347, a fondamento del suo disegno politico. Nel documento erano elencati i poteri e la posizione del principe in rapporto agli altri organi dello stato. Probabilmente si tratta semplicemente di una ricapitolazione e formalizzazione di tutte le prerogative imperiali che erano state via via acquisite da Augusto e dai Giulio Claudi.

sottolineare che si trattava di servizi dello stato e non personali. Tale riforma risultò già pienamente operativa sotto il Principato di Domiziano. Vi furono interventi anche nel campo dell’istruzione. Vennero previste esenzioni fiscali per gli insegnanti. Fino ad allora riservate soltanto ai medici, vennero estese a tutti i docenti di grammatica e retorica. A Roma furono istituite anche due cattedre statali finanziate dal fisco, una di retorica greca, l’altra di retorica latina. Vespasiano fece fronte inoltre alla crisi di reclutamento dovuta al peggioramento delle condizioni sociali ed economiche dell’Italia, favorendo l’estensione della cittadinanza ai provinciali e coscrivendo sempre più spesso i legionari dalle province. Nel corso del suo Impero Vespasiano ristabilì l’ordine nelle zone di confine, lasciate sguarnite dalle truppe che avevano partecipato alle guerre civili, sul Danubio e in Britannia. In quest’ultima provincia venne ripristinato il contingente legionario che era stato in parte richiamato altrove dalla guerra civile e venne ripresa una politica di espansione sia verso occidente sia verso settentrione, opera che fu portata a termine da Cneo Giulio Agricola sotto il Principato di Domiziano. Anche in Germania fu annessa l’area dei agri decumates , lungo i fiumi Reno e Danubio, il cui controllo consentì una migliore saldatura difensiva di una zona difficile da presidiare tra i due fiumi e che servirono poi a Domiziano come base per la costituzione della fortificazione del limes germanico. In Oriente venne abbandonata definitivamente la politica degli Stati-cuscinetto retti da re clienti (il disegno verrà completato sotto Domiziano), aggregandone i territori alle province esistenti o creandone nuove. Vespasiano riuscì a godere di un certo consenso e si ha notizia solo di un episodio di opposizione, quasi all’inizio del suo periodo imperiale, da parte di alcuni senatori appartenenti al circolo dei filosofi stoici, che reclamavano una maggiore considerazione delle prerogative senatorie, forse contro l’idea di un Principato ereditario. Vespasiano reagì condannando alla relegazione nel 71 d.C. e poi mettendo a morte (75 d.C.) lo stoico Elvidio Prisco e bandendo alcuni filosofi da Roma. Nel 79 d.C. si ha notizia di un’altra congiura. Essa fu ordita da Aulo Cecina Alieno (l’ex generale vitelliano passato a Vespasiano nel 69 d.C.) e Tito Clodio Eprio Marcello. Scoperta grazie alla vigilanza di Tito, si chiuse con la fine di entrambi i cospiratori. 30.3 Tito (79-81 d.C.) Tito era cresciuto alla corte di Claudio, nella quale aveva stretto una profonda amicizia con Britannico. Aveva ricevuto un’istruzione di buon livello e si era reso noto per le sue doti fisiche e intellettuali e per il suo amore per la musica e il canto. Vespasiano, che aveva basato la propria legittimazione sulla Lex de imperio e sulla regolare assunzione del consolato, anche per la successione seguì il metodo augusteo. Tito, oltre a ricoprire insieme al padre alcune magistrature, tra cui il consolato e la censura, era

stato anche prefetto del pretorio, pur non appartenendo all’ordine equestre, ma a quello senatorio. Già dal 71 d.C. aveva ricevuto l’ imperium proconsolare e la potestà tribunizia e, alla morte del padre, i titoli di Augusto e di pater patriae. Nel 79 d.C. l’avvicendamento avvenne senza problemi e continuò sulle linee tracciate. Tito non aveva discendenti maschi, ma solo una figlia: Giulia. Domiziano rivestì il consolato nell’80 d.C. e gli furono conferiti taluni titoli e dignità, seppure in misura minore di quanto Vespasiano avesse fatto con il figlio maggiore. Tito è stato celebrato dalla tradizione come «amore e delizia del genere umano», ma fino all’epoca del suo breve Principato era stato molto temuto per la durezza mostrata sia in Giudea sia a Roma come prefetto del pretorio. Neppure fu apprezzata la sua manifesta relazione con la principessa giudaica Berenice, sorella di Agrippa II. Quando Berenice venne a Roma e convisse con Tito per qualche tempo, egli dovette (pur a malincuore) allontanarla. La fama lusinghiera del breve Principato di Tito è in parte dovuta ad una tradizione senatoria che volle rappresentare in lui l’esatto contraltare del vituperato fratello Domiziano. La sua popolarità fu inoltre accresciuta da una politica di munificenza, che si discostava dalla parsimonia del padre, indotta dalla necessità di far fronte ad eventi catastrofici ed a calamità naturali da cui il suo biennio fu funestato. Tra esse la rovinosa eruzione del Vesuvio (79 d.C.), nel corso della quale morì Plinio il Vecchio, allora prefetto della flotta imperiale di Miseno, e che provocò la distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia. Tito non esitò ad intervenire di persona e a organizzare sia i soccorsi sia i piani di ricostruzione, finanziati con somme rilevanti e affidati a due consolari curatores restituendae Campaniae. Mentre l’imperatore si trovava in Campania, si aggiunsero anche un’epidemia di peste e, pochi mesi appresso, nell’ d.C., un nuovo incendio di Roma, con gravi danni e necessità di lavori di rifacimento e di restauro, che comportarono ulteriori e gravosi impegni economici. Nell’Urbe venne poi completata la ricostruzione del tempio Capitolino, già avanzata sotto Vespasiano, ed inaugurato l’Anfiteatro Flavio. Ammalatosi nell’81 d.C., Tito morì il a soli 42 anni. 30.4 Domiziano (81-96 d.C.) La nomea negativa di Domiziano ha risentito dell’ostilità di una tradizione storiografica che ha costantemente connotato come cattivo imperatore chiunque non avesse intrattenuto buoni rapporti o col senato o con propri amici o familiari o con esponenti della propria fazione. Ha nuociuto fin da subito all’immagine di Domiziano anche la dura opera di epurazione da lui compiuta insieme a Muciano prima dell’arrivo in Italia del padre. Tale rappresentazione non può essere sottovalutata perché è indicativa delle tensioni che si agitarono intorno al nuovo imperatore. Tuttavia, se il suo relativamente lungo Principato fu contraddistinto da uno stile di governo crescentemente autocratico (e quindi sempre più inviso), la sua azione politica fu efficace e utile per l’Impero per chiarezza d’idee, incisività, determinazione. Egli nella sostanza agì per molti aspetti in continuità con i suoi due predecessori. Sotto Vespasiano e Tito, Domiziano aveva cumulato dignità, ma nessun effettivo potere di governo e inoltre non godeva di alcun prestigio militare. Rivestì il consolato eponimo per dieci volte (sette ne aveva già ricoperti sotto il padre e il fratello), raggiungendo il numero senza precedenti di 17 e spesso abbandonando rapidamente la carica a favore dei consoli suffetti. A partire dall’84 d.C. assunse la potestà censoria e dall’85 la censura perpetua. Mutò nomi ai mesi, chiamando settembre Germanico e ottobre Domiziano. Infine pretese per sé l’appellativo di dominus et deus. Subito all’inizio del Principato (81 d.C.) alla moglie Domizia Longina fu conferito il titolo di Augusta. Domizia, figlia del grande generale Corbulone, era stata da lui sposata nel 70 d.C. (facendola divorziare dal marito Lucio Elio Lamia Plauzio Eliano), a dispetto del progetto vespasianeo di organizzare un matrimonio dinastico tra lui e la figlia di Tito, Giulia, con la quale egli convisse in seguito, dopo che era stata maritata al cugino Tito Flavio Sabino. La prima prova, militare e organizzativa, venne quasi subito. All’82- d.C. data la prima di una lunga serie di campagne combattute dallo stesso Domiziano

contro il territorio romano nella Mesia, sconfiggendo e uccidendone il legato. Domiziano accorse e, dopo aver respinto i Daci oltre il fiume, ritornò a Roma affidando il prosieguo delle operazioni al prefetto del pretorio Cornelio Fusco. Nell’86 d.C. Fusco condusse una prima spedizione di rappresaglia, invadendo la Dacia ma fu attaccato di sorpresa e cadde ucciso, insieme a parte dell’esercito. Dopo la sospensione delle ostilità, negli anni 86-88 d.C., la Mesia fu divisa nelle due province della Mesia Superiore e Inferiore. Nell’88 d.C. la guerra riprese e il comando fu affidato a Lucio Tettio Giuliano, che cnseguì una vittoria a Tapae, spingendosi fin quasi alla capitale di Decebalo. Domiziano celebrò a Roma il trionfo, ma il re ottenne la pace anche a causa dalla rivolta di Lucio Antonio Saturnino, governatore della Germania Superiore, proclamato imperatore dalle sue legioni, sollevazione che costrinse Domiziano a stipulare una tregua provvisoria. Decebalo non dovette perciò cedere alcuna parte del suo territorio, ma concludere un trattato in cui accettava la sua dipendenza dall’Impero romano, ricevendo in cambio una corresponsione in denaro. Le fonti, ostili all’imperatore, parlarono di una pace ‘comperata’. Nel frattempo l’imperatore era stato chiamato a far fronte a nuovi problemi sorti lungo il fronte del medio Danubio per la sollevazione dei Marcomanni, Quadi e Iazigi, ai confini della Pannonia. La guerra fu dura e fu ripresa nel 92 d.C., in seguito a un’invasione della Pannonia che costò la distruzione di una legione, e condusse a risultati non decisivi. Gli Iazigi furono battuti all’inizio del 93 d.C., ma la partita con Marcomanni e Quadi rimase del tutto aperta. La rivolta di Saturnino fu domata dal legato della Germania Inferiore, ma Domiziano, prima di procedere contro gli Iazigi, si recò in Germania per punire i rivoltosi, usando ogni mezzo per identificare i colpevoli. Essa ebbe pesanti ripercussioni sulla politica di Domiziano, che nel periodo successivo, continuando a sentirsi minacciato, inaugurò un periodo di persecuzione ed eliminazione di persone sospettate di tramare contro di lui. I rapporti di Domiziano con la parte più conservatrice del senato si modificarono in relazione al crescente carattere autocratico dell’imperatore, alla rimozione di membri del consesso attraverso l’esercizio del potere censorio, all’atmosfera sempre più minacciosa da cui il principe avvertiva di essere circondato. Essi comunque devono essere riconsiderati anche per l’intreccio molto stretto tra questioni politiche e familiari. Erano passati appena due anni dall’avvento di Domiziano al Principato e già l’opposizione senatoria, alimentata da filosofi interpreti di un astratto ideale repubblicano, cominciò ad essere colpita con processi nei quali riprese vigore l’opera dei delatori e adulatori. Uno dei primi a soccombere fu il cugino del principe, Tito Flavio Sabino, console ordinario nell’82 d.C. insieme allo stesso imperatore e marito della figlia di Tito, Giulia, con la quale poi Domiziano convisse apertamente. Il contrasto divenne sempre più aspro col procedere delle manifestazioni assolutistiche dell’imperatore, quali la rimozione di generali (celebre il caso di Agricola, con la cui morte, avvenuta nel 93 d.C., fu insinuato avesse a che fare Domiziano), l’autocelebrazione e la celebrazione dei trionfi, la moltiplicazione dei ludi, in cui egli veniva glorificato accanto alle divinità. Dal 93 d.C. l’atmosfera si fece sempre più cupa e anche gli amici stessi del principe, nonché membri della stessa casa imperiale, iniziarono ad essere colpiti. Inoltre fu cacciata non solo da Roma, ma da tutta l’Italia, l’«opposizione filosofica». Dopo una serie di processi intentati contro senatori, dovette creare sgomento e apprensione persino nei collaboratori più vicini l’uccisione nel 95 d.C. di Tito Flavio Clemente (parente di Domiziano) e il confino a Pandataria (Ventotene) della moglie di lui, Flavia Domitilla minore, cugina e nipote del principe, presunti simpatizzanti delle religioni ebraica e cristiana, accusati di ateismo per praticare culti contrari a quelli ufficiali. Dopo la morte di Flavio Clemente, furono chiamati in giudizio gli stessi prefetti del pretorio e fu eliminato anche l’ a libellis Epafrodito. Il 18 novembre 96 d.C. Domiziano cadde vittima di una congiura, di cui facevano parte alcuni senatori, i nuovi prefetti del pretorio (Petronio Secondo e Norbano), vari funzionari del palazzo e forse anche la moglie Domizia Longina. Il giorno stesso della sua morte il senato giunse a proclamare imperatore Marco Cocceio

Nerva e a decretare a Domiziano la damnatio memoriae , cioè che fossero abbattute tutte le sue statue, cancellato il suo nome dalle iscrizioni e distrutto ogni suo ricordo. Anche per questo la storiografia di matrice senatoria (soprattutto Tacito e Plinio il Giovane) ci lascia di lui l’immagine di sovrano dispotico e pessimo imperatore. 30.5 IL SORGERE DEL CRISTIANESIMO Il cristianesimo, nato nel seno dell’ebraismo , venne formandosi come religione strutturata nel corso del I e II secolo d.C. Essa scaturì dalla predicazione del suo fondatore, Gesù (4 a.C.-29 d.C. circa) – originario di Nazareth, in Galilea, al tempo di Augusto e morto in croce sotto Tiberio –, riconosciuto dai cristiani professanti come il Cristo, figlio di Dio, venuto in terra a portare un messaggio universale di salvezza. Le prime comunità cristiane sorsero in seguito alla predicazione di Gesù, alla diffusione del suo messaggio ( l’evangelio , cioè la «buona novella») e dell’annuncio della sua resurrezione dai morti, da parte degli apostoli. Per una corretta collocazione del cristianesimo delle origini nel contesto in cui ebbe luogo la vicenda di Gesù, bisogna tenere presente che il cristianesimo primitivo iniziò come movimento all’interno del giudaismo, in un periodo in cui gli Ebrei già da tempo si trovavano sotto la dominazione straniera (erano entrati sotto il protettorato di Roma dal 63 a.C.). Tra i diversi gruppi religiosi nei quali il giudaismo era articolato tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. si distinguevano gli aristocratici e conservatori (i sadducei ) e i più popolari “puri”, appartenenti ai ceti medi (i farisei ), molto ostili ai romani. A queste “7” venne poi ad aggiungersi la comunità degli esseni, un gruppo che conduceva un’esistenza rigorosa, vivendo isolato dal resto della società ebraica. Si deve a questa setta la produzione di quei testi sacri di cui ci resta testimonianza nei famosi manoscritti noti come «rotoli del mar Morto», scoperti a Qumrân e nel deserto di Giuda verso la metà del 1900. Le condizioni sociali e politiche dell’epoca non potevano riservare un grande futuro alle prospettive religiose dei sadducei né alle aspirazioni politiche degli zeloti , un ‘partito’ di aggressivi rivoluzionari che cercavano l’indipendenza da Roma. I loro tentativi di autonomia e di realizzazione di sogni apocalittici non fecero altro che accelerare l’annientamento della Giudea in occasione delle due grandi rivolte ebraiche contro i Romani degli anni 66-70 d.C. con la caduta del Tempio di Gerusalemme (con l’appendice del suicidio collettivo degli zeloti di Masada, nel 73-74 d.C.) e del 132-135 d.C., quando fu rasa al suolo Gerusalemme stessa. Restava l’opzione tra i farisei e il cristianesimo. Mentre i primi si dedicavano alla meticolosa osservanza della Legge di Mosè, il secondo proponeva una religione che aveva il suo fondamento nella fede in Cristo come valida per tutta l’umanità. Il piccolo gruppo dei testimoni e seguaci degli insegnamenti di Gesù si dedicò presto alla predicazione della sua parola e all’annuncio della sua morte e resurrezione tra le comunità ebraiche in Palestina e tra quelle presenti nelle grandi città dell’Impero: ad Antiochia, Efeso, Alessandria, Cartagine, Roma e nelle regioni orientali. Nel I secolo d.C. emerge la figura di Paolo di Tarso. Saulo (questo il suo nome originario) era stato un fariseo zelante molto impegnato nella persecuzione della primitiva ekklesìa (= «comunità» dei fedeli). Paolo si convertì repentinamente alla fede cristiana proprio mentre stava intraprendendo una di queste missioni di persecuzione, divenendo figura-simbolo della necessità di diffondere il Vangelo tra i non Ebrei, i “Gentili (da gentes)”, così da venire definito “l’apostolo dei Gentili”. Dalle sue lettere, inviate alle comunità di varie città orientali e di Roma emerge la consapevolezza che l’idea di una missione universale della Chiesa rivolta all’umanità intera implicava di fatto una rottura radicale con il conservatorismo giudaico , chiuso nella difesa delle idee e dei costumi delle diverse sette. Le comunità cristiane si organizzarono in un primo tempo in forme diverse nelle singole città, ma abbiamo poche notizie sull’assetto primitivo del culto. Dall’inizio del II secolo d.C. prevalse la struttura di comunità guidate da un singolo responsabile detto episkopos. L’autorità romana imperiale aveva affrontato la questione giudaica, considerandola un problema di ‘nazionalità’ piuttosto che di religione. Augusto aveva infatti garantito a tutte le comunità ebraiche dell’Impero la possibilità di conservare i propri costumi ancestrali (rispetto del sabato, esonero dal servizio militare, ecc.), di praticare il proprio culto e di mantenere i legami con il centro di riferimento che era costituito dal Tempio di Gerusalemme. In questo modo le comunità giudaiche nelle città

CAPITOLO 31

Il II secolo

QUADRO CRONOLOGICO

96 d.C. proclamazione Nerva imperatore 98 d.C. Traiano imperatore 101-102 d.C. prima campagna in Dacia 114-117 d.C. campagna contro i Parti e sollevazione Giudei in Palestina 117 d.C. accesso al trono di Adriano 121-125 d.C. viaggi di Adriano in Britannia, Gallia, Spagna, Africa, Asia Minore e Grecia. 127 d.C. costruzione del vallo di Adriano in Britannia. 132 d.C.: inizio della rivolta in Palestina 138 d.C.: accessione al trono di Antonino Pio. LE FONTI Innanzitutto, disponiamo delle opere di Plinio il Giovane (ca 61-112 d.C.) Panegirico (discorso di ringraziamento a Traiano per la sua nomina a console, contiene informazioni sulla mentalità e condotta aristocratica agli inizi del II secolo) e Le lettere (tra le altre, contiene il carteggio scambiato con l’imperatore Traiano, 121). Le storie di Cassio Dione (117-235 d.C.), pervenute solo in parte dai bizantini, comprendono narrazioni degli avvenimenti del II secolo d.C. 30 biografie imperiali (partono da Adriano, tra il 117 e 138 d.C.) note come Historia Augusta. Attribuite a molti, oggi si pensa siano scritte da un solo autore tra la fine del IV e V secolo.

Importante sono poi gli scritti in lingua greca della Seconda Sofistica , per le informazioni che si ricavano sulle città greche nell’Impero Romano (vita, rapporti con il potere centrale, società) e sulla relazione tra intellettuali greci e autorità imperiale. Marco Aurelio ci ha lasciato un’importante testimonianza, un’opera in lingua greca, I pensieri a sé stesso , una raccolta di riflessioni filosofiche su diversi temi e aspetti dell’esistenza (rilevante per la conoscenza della vita e della cultura dell’epoca). Arriano di Nicomedia ha scritto Guerre partiche , (17 libri sulla campagna militare di Traiano e le precedenti relazioni tra Romani e Parti) e Storia della Bitinia , di cui abbiamo alcuni frammenti, narra la storia della sua patria, dall’ellenizzazione fino all’annessione a Roma. Documentazione epigrafica proveniente dalle diverse aree dell’Impero (incisioni su bronzo) da cui possiamo ricostruire molti tratti della storia economica, sociale e amministrativa. Tavola alimentaria di Veleia (sussidio alimentare) Tavola alimentaria dei Liguri Bebiani (sempre sussidi alimentari per giovani) Tavola Banasitana (concessione cittadinanza romana a maggiorenni della Mauretania) Tariffa di Palmira (imposte sulle merci), un’iscrizione bilingue greco-aramaica rinvenuta fine ‘ Lex Hadriana de rudibus agris (messa a coltura delle terre incolte in Africa) Nuovo nel panorama della produzione letteraria latina e greca è il genere martiriale ( Atti dei martiri e Passioni ), che inizia ad affermarsi verso la metà del II secolo ed è incentrato sulle vicende esemplari di uomini e donne cristiani, caduti durante le persecuzioni (Atti di Giustino, Martirio di Policarpo, Atti dei martiri di Lione) Molto nota è la Passione di Perpetua e Felicita (in lingua latina e greca), concernente il martirio di sei giovani, tra cui le due donne, nel 202-203 d.C.; contiene il diario scritto in carcere, in prima persona, da Perpetua stessa (una delle rarissime testimonianze scrittorie femminili). A proposito delle persecuzioni dei cristiani abbiamo anche un altro tipo di documenti, molto diversi da questi: i libelli scritti su papiro e provenienti dall’Egitto (una richiesta di certificazione presentata dai romani ai funzionari incaricati di sovrintendere ai sacrifici, in cui affermavano di aver compiuto tali atti); controfirmati dai funzionari, provavano la lealtà verso l’autorità imperiale. Al II secolo si datano i primi scritti di autori cristiani, come Giustino e Ireneo, che ci forniscono preziose informazioni per la conoscenza della storia del cristianesimo.

Fu nominato nel 97 d.C. insieme all’ottantenne Lucio Virginio Rufo e subito dovette preoccuparsi di scongiurare il pericolo dell’anarchia, controllando le reazioni all’uccisone di Domiziano (a cui il popolo era rimasto indifferente, ma non i pretoriani). Nerva fece subito giurare fedeltà alle truppe provinciali, mentre aboliva le misure più impopolari di Domiziano cercando di creare una nuova atmosfera nello Stato : richiamò gli esiliati e avallò in senato la damnatio memoriae del «tiranno». L’accusa di lesa maestà fu sospesa e chi aveva mosso processi e condanne sotto Domiziano subì la pena capitale; introdusse una nuova monetazione e un provvedimento chiamato fisci Iudaici calumnia sublata, che attesta il semplice divieto di delazione fiscale: la tassa andava percepita esclusivamente dagli Ebrei dichiarati e non presunti. Garantito l’ordine interno, si dedicò alla politica finanziaria e sociale per Roma e per l’Italia, varando una legge agraria per assegnare lotti di terreno ai nullatenenti e creò il programma delle “istituzioni alimentari ” (anche se le prime testimonianze sono sotto Traiano): sostanzialmente erano prestiti dello stato agli agricoltori che potevano accedervi ipotecando terreni; l’interesse versato ai municipi (o a funzionari) veniva utilizzato per sostentare i fanciulli indigenti (si voleva contrastare il calo demografico). Nerva trasferì il cursus publicus (mantenimento strade) alla cassa imperiale , provvedimento che alleggerì gli oneri finanziari delle comunità d’Italia e riorganizzò il sistema di approvvigionamento idrico di Roma (affidato a Fiorino, i cui scritti sugli acquedotti son giunti fino a noi). Come imperatore non ebbe complessivamente grande opposizione, ma nel 97 d.C. i pretoriani, aizzati dal prefetto Eliano (prefetto anche sotto Domiziano) chiesero la punizione degli assassini di Domiziano. Nerva dovette metter a morte i responsabili della congiura, che però erano anche coloro che lo avevano portato al potere, compromettendo così la sua immagine e il prestigio. Per evitare una disgregazione dell’Impero e, forse, una guerra civile, era necessario designare un successore in grado di affermarsi militarmente contro i pretoriani; Nerva, anticipando tutti, adottò e associò immediatamente al potere il sentore di origine spagnola Marco Ulpio Traiano , uomo di grande esperienza politica e militare. Nerva morì nel gennaio del 98 d.C. e Traiano gli succedette come imperatore, a 45 anni; il senato ratificò subito la nomina e gli eserciti gli giurarono fedeltà; Eliano fu rimosso e giustiziato per insubordinazione verso Nerva.

31.2 “il governo dell’impero affidato al migliore”: Traiano (98-117 d.C.) Marco Ulpio Traiano era nato nel municipio spagnolo di Italica da una famiglia di origini italiane. Pretore nell’87 d.C., era stato inviato sul Reno nell’89 d.C. per la rivolta di Saturnino; console una prima volta nel 91 d.C., diviene console ordinario in Germania nel 96-97, dove riceve la notizia della sua adozione da parte di Nerva. Mentre iniziava il suo secondo consolato insieme a Nerva (98 d.C.) , viene raggiunto dalla notizia della morte dell’imperatore datagli dal cugino Publio Elio Adriano (che gli sarebbe poi succeduto). Si recò a Roma solo un anno dopo, nel 99, operando prima il consolidamento del confine renano. Il principato di Traiano segna un importante cambiamento nella politica estera della Roma imperiale nel settore orientale , con la creazione di province da territori al di là del Danubio e dell’Eufrate , regioni che non erano mai state prima governate da re romani. Traiano diede inizio alle campagne daciche (immortalate nella colonna Traiana ) nella primavera del 101, rafforzando la frontiera danubiana concentrando l’esercito in Mesia Inferiore; superato il Danubio, avanzò vittoriosamente verso la capitale del regno dacico Sarmizegetusa. Lasciò però scoperto il basso Danubio così i Daci , verso la fine del 101 d.C., sferrarono un attacco in Mesia Inferiore; Traiano dovette tornare per difendere il fronte, riprendendo la campagna nel 102 d.C. Decebalo fu costretto a chiedere la pace accettando condizioni molto dure ; gli fu lasciato il regno, ma sotto stretto controllo romano.

Traiano cercò una soluzione anche per il problema dell’Armenia, sul cui trono era salito Osore nel 109 d.C., deponendo un re scelto dai romani; questo diede l’occasione a Traiano per intervenire nel 114 d.C. in Mesopotamia, occupandola nel 115 d.C. e istituendo la provincia di Mesopotamia, costruendo strade e opere avanzate; trascorso l’inverno, nel 116 lanciò una doppia spedizione contro l’Adiabene (al di là del Tigri) e la Bassa Mesopotamia. Gli eserciti si scontrarono nella capitale dei Parti , Ctesifonte, ma dopo la conquista della città Osore si diede alla fuga. Nonostante l’assenza del re, lo stato partico si riorganizzò e sferrò un violento attacco alle spalle degli eserciti romani, che riuscirono a resistere; trascorso l’inverno del 116-117 d.C., Traiano riprese il nord del paese, mantenendo le province di Armenia e Alta Mesopotamia. Nessuna delle conquiste ebbe lunga fortuna, ad eccezione della Dacia. Era contemporaneamente divampata una vasta rivolta ebraica (in Egitto, Mesopotamia e altre province orientali), che indusse Traiano ad abbandonare le operazioni. L’8 agosto 117 d.C. l’imperatore morì (a 64 anni) , dopo essersi ammalato sulla via del ritorno verso Roma. Le truppe acclamarono Pubio Elio Adriano, quarantunenne cugino in secondo grado di Traiano, spagnolo , legato di Siria, che era stato lasciato al comando del fronte partico dove la situazione per i Romani si stava di nuovo rapidamente deteriorando. Secondo alcune fonti Traiano lo avrebbe adottato come suo successore sul letto di morte , ma altri autori sostengono sarebbero state simulate dalla moglie di Traiano, Plotina (Adriano aveva sposato nel 100 d.C. la pronipote di Traiano ed era perciò parente più prossimo dell’imperatore ). Il principato traianeo fu caratterizzato anche da un marcato interesse per i bisogni dell’Impero e della stessa Italia , nonché da una cura particolare per l’amministrazione e le infrastrutture, attuando pienamente il programma di sussidi alimentari ideato da Nerva e testimoniato da testi epigrafici (Tavole alimentarie di Veleia , e quella dei Liguri Bebiani, registri delle operazioni).

Traiano migliorò la logistica delle comunicazioni marittime dall’Italia, creando un nuovo porto esagonale ad Ostia, che metteva in comunicazione il Tevere e il mare, con edifici commerciali e amministrativi; creò anche il procurator portus utriusque , responsabile delle strutture portuali di Ostia e Pozzuoli. Parallelamente furono consolidati gli scali di Centumcellae (Civitavecchia) e Terracina , nelle strutture portuali dell’Adriatico ( Rimini e ad Ancona). Fu sistemato anche il percorso della Via Appia , che venne rettificato con una variante, la nuova via Traiana , tra Benevento e Brindisi. In Italia e nelle province ci furono opere edilizie: a Roma, su progetto di Apollodoro di Damasco, fu realizzato lo spettacolare Foro di Traiano, con la Basilica Ulpia, le due biblioteche (archivi di Stato), una greca e una latina, la Colonna Traiana (su cui si snodavano a spirale i pannelli con le rappresentazioni narrative delle due guerre daciche ) e i Mercati Traianei. Grande cura fu posta inoltre al buon funzionamento dei servizi idrici : furono regolarizzate definitivamente le rive del Tevere e le cloache, fissando le aree demaniali. Ulteriore potenziamento ebbe il ruolo degli equites come funzionari dell’intera amministrazione statale e vennero anche strutturate le loro carriere, distribuite in classi di stipendio (sistema poi perfezionato dai successori); per curare i rapporti tra comunità e potere centrale, furono introdotti dei curatores rei publicae o civitatis. L’Impero Romano alla morte di Traiano.