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capitolo 29 ..........., Schemi e mappe concettuali di Storia

il contenuto del documento nel dettaglio (es. indice degli argomenti, materia, anno, corso, autore, professore...).

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

Caricato il 16/02/2025

Cristinaaaa__
Cristinaaaa__ 🇮🇹

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Capitolo 29 I GIULIO CLAUDI
QUADRO CRONOLOGICO
14 d.C.: accessione al trono di Tiberio.
16 d.C.: successi di Germanico in Germania.
19 d.C.: morte di Germanico.
23 d.C.: ascesa di Seiano.
26 d.C.: ritiro di Tiberio a Capri.
29 d.C.: morte di Livia; esilio di Agrippina Maggiore.
31 d.C.: arresto e condanna di Seiano.
37 d.C.: accessione al trono di Caligola.
38 d.C.: tumulti tra Ebrei e Greci ad Alessandria d’Egitto.
39 d.C.: spedizione in Germania.
41 d.C.: accessione al trono di Claudio.
43 d.C.: conquista della Britannia Meridionale.
49 d.C.: matrimonio di Claudio con Agrippina Minore; espulsione degli Ebrei da Roma.
50 d.C.: adozione di Nerone da parte di Claudio.
54 d.C.: accessione al trono di Nerone.
58-63 d.C.: campagne contro Parti e Armeni.
59 d.C.: uccisione di Agrippina Minore.
64 d.C.: incendio di Roma.
65 d.C.: congiura dei Pisoni.
66 d.C.: incoronazione del re d’Armenia Tigrane a Roma; rivolta in Palestina.
67 d.C.: viaggio di Nerone in Grecia.
68 d.C.: suicidio di Nerone; proclamazione di Galba come imperatore
LE FONTI
- Per il principato dei Giulio-Claudi e per quello dei Flavi la nostra fonte più importante è costituita
dalle opere scritte dal senatore P. Cornelio Tacito (55-120 d.C), gli Annali e le Storie. Negli Annali
erano riportati gli eventi dalla morte di Augusto (19 agosto del 14 d.C.) al suicidio di Nerone (68
d.C.), ma di quest’opera ci sono giunte soltanto delle parti: i libri dal I al VI riguardanti il principato
di Tiberio, con una rapida premessa sull’Impero di Augusto, e i libri dall’XI al XVI che andavano
dalla fine del principato di Claudio all’età di Nerone (fino al 66 d.C.).
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Capitolo 29 I GIULIO CLAUDI QUADRO CRONOLOGICO 14 d.C.: accessione al trono di Tiberio. 16 d.C.: successi di Germanico in Germania. 19 d.C.: morte di Germanico. 23 d.C.: ascesa di Seiano. 26 d.C.: ritiro di Tiberio a Capri. 29 d.C.: morte di Livia; esilio di Agrippina Maggiore. 31 d.C.: arresto e condanna di Seiano. 37 d.C.: accessione al trono di Caligola. 38 d.C.: tumulti tra Ebrei e Greci ad Alessandria d’Egitto. 39 d.C.: spedizione in Germania. 41 d.C.: accessione al trono di Claudio. 43 d.C.: conquista della Britannia Meridionale. 49 d.C.: matrimonio di Claudio con Agrippina Minore; espulsione degli Ebrei da Roma. 50 d.C.: adozione di Nerone da parte di Claudio. 54 d.C.: accessione al trono di Nerone. 58-63 d.C.: campagne contro Parti e Armeni. 59 d.C.: uccisione di Agrippina Minore. 64 d.C.: incendio di Roma. 65 d.C.: congiura dei Pisoni. 66 d.C.: incoronazione del re d’Armenia Tigrane a Roma; rivolta in Palestina. 67 d.C.: viaggio di Nerone in Grecia. 68 d.C.: suicidio di Nerone; proclamazione di Galba come imperatore LE FONTI

  • Per il principato dei Giulio-Claudi e per quello dei Flavi la nostra fonte più importante è costituita dalle opere scritte dal senatore P. Cornelio Tacito (55-120 d.C), gli Annali e le Storie. Negli Annali erano riportati gli eventi dalla morte di Augusto (19 agosto del 14 d.C.) al suicidio di Nerone ( d.C.), ma di quest’opera ci sono giunte soltanto delle parti: i libri dal I al VI riguardanti il principato di Tiberio, con una rapida premessa sull’Impero di Augusto, e i libri dall’XI al XVI che andavano dalla fine del principato di Claudio all’età di Nerone (fino al 66 d.C.).

Dopo questa aveva scritto la Germania , opera etnografica in cui poneva implicitamente a confronto i costumi semplici e sani delle popolazioni stanziate oltre il Reno con la corrotta morale della Roma imperiale.

  • Come già accennato, Velleio Patercolo nel II libro della sua Storia romana presentava gli avvenimenti del principato di Tiberio.
  • Alcuni aspetti del principato di Caligola, in particolare la sua politica verso gli Ebrei di Alessandria e di Palestina, ci sono noti grazie alle opere del filosofo Filone di Alessandria , Ambasceria a Gaio e Contro Flacco , così come da quelle dello scrittore ebreo Flavio Giuseppe , la Guerra giudaica e le Antichità giudaiche.
  • Il filosofo Lucio Anneo Seneca (4/11 a.C.-65 d.C.), consigliere del giovane imperatore Nerone, scrisse molte opere, importanti per la comprensione del principato di Claudio e di Nerone, nonché dell’ideologia politica, tra le quali possiamo citare l ’Apokolocyntosis (Trasformazione in zucca), uno scritto di polemica politica contro il defunto imperatore Claudio, le Lettere a Lucilio , che compose dopo il ritiro dalla vita politica e contengono riflessioni su tanti temi diversi, le Consolazioni a Marcia , alla madre Elvia, a Polibio , i trattati di filosofia politica La clemenza , I benefici, La tranquillità dell’anima.
  • Le biografie redatte da Svetonio ( Vita di Tiberio, di Caligola, di Claudio, di Nerone ) costituiscono un’altra delle nostre fonti sul periodo.
  • Anche l’opera storica di Cassio Dione , Storia romana concorre alla ricostruzione della prima età imperiale. Per il periodo successivo il testo di Cassio Dione è fortemente lacunoso, ma viene ricostruito grazie ai riassunti di Giovanni Xifilino (XI sec.) e Giovanni Zonara (XII sec.). Di rilievo è la documentazione epigrafica datata al periodo 14-68 d.C. Molti documenti epigrafici e papiracei sono fondamentali per la ricostruzione della storia economica nel I secolo d.C. dell’Italia e delle province. Tra i tanti si possono citare le tavolette cerate ritrovate nel 1875 nella casa di L. Cecilio Giocondo a Pompei (15- 62 d.C.), che costituiscono una selezione dell’archivio della sua attività di argentarius (banchiere). Sono meritevoli di menzione anche i documenti dell’ archivio dei Sulpicii , mercanti-banchieri, rinvenuto nel 1959 nell’edificio con triclini in località Murecine, un sobborgo di Pompei, 127 documenti per 185 tavolette circa con tracce di scrittura, databili al periodo 26-61 d.C 29.1 UNA DINASTIA? Augusto morì in Campania nel 14 d.C , il suo corpo fu trasportato a Roma e, dopo le esequie, le ceneri furono tumulate nel Mausoleo fatto costruire in Campo Marzio, dove erano già stati sepolti Marcello, Caio e Lucio Cesari. L’orazione funebre dinanzi al popolo fu tenuta da Tiberio e da Druso minore e il senato sancì la divinizzazione di Augusto con l’attribuzione ufficiale dell’appellativo di «Divo». A Tiberio venne ribadito il mantenimento e forse il rafforzamento delle cariche e delle prerogative da lui detenute, ma fu subito consapevole di non potersi presentare come sostituto di un uomo di così grande carisma e del quale era cosa assai ardua conservare l’impalcatura di governo, senza disporre del medesimo personale e dello stesso prestigio individuale. Per questo Tiberio suggerì al senato di affidare la cura dello Stato a più persone, ma venne comunque spinto ad accettare le prerogative che erano state di Augusto e ad acconsentire, con l’auspicio che si trattasse di un incarico temporaneo. (Aveva difatti già cinquantaquattro anni.)

Studi recenti hanno messo in luce il valore di Tiberio sia come militare sia come uomo di governo : fu un amministratore accorto dello Stato, capace anche di fronteggiare in modo adeguato delicate congiunture economiche. Durante il suo principato ebbe ulteriore sviluppo la modifica del sistema elettorale per la nomina dei magistrati superiori introdotto da Augusto, con la procedura della destinatio, affidata alle 10 centurie «destinatrici» intitolate a Caio e Lucio Cesari, che vennero integrate con altre cinque in onore di Germanico e ulteriori cinque dedicate al defunto Druso minore. Tale complesso dispositivo pare non avere sempre funzionato a pieno, tanto che a un certo punto il ruolo dell’assemblea centuriata tese a divenire puramente formale. Durante tutto il suo governo Tiberio si trovò a fronteggiare una opposizione che rivendicava una più ampia autonomia decisionale e la libertas del senato. A tutto ciò si mescolarono gli attriti e dissidi interni ai vari elementi e rami della famiglia e della corte imperiale che veniva via via formandosi. L’inizio del principato di Tiberio fu segnato dall’ eliminazione (avvenuta a Pianosa dov’era relegato) di Agrippa Postumo, a quanto pare su ordine di Augusto morente, ma attribuita a lui dalle fonti ostili. Nello stesso anno Giulia morì (o si lasciò morire) d’inedia nella sua prigione di Regium (Reggio Calabria). All’inizio del suo principato si ebbe anche la stabilizzazione della frontiera renana. Tiberio non perseguì ampliamenti territoriali in Germania e si contentò del successo ottenuto nel 16 d.C. da Germanico contro Arminio. Riapertosi il problema partico, Germanico fu subito inviato in Oriente con un imperium proconsolare su tutte le province transmarine e dunque con poteri superiori a quelli di tutti i governatori di quelle aree. Contemporaneamente l’allora legato di Siria fu sostituito con Cneo Calpurnio Pisone, uomo di stampo tradizionale e fedelissimo di Tiberio, con il preciso incarico di assistere Germanico in ogni evenienza. Una volta giunto in Oriente Germanico risolse rapidamente le questioni aperte, senza bisogno di grande supporto militare, anche se aveva chiesto a Pisone l’appoggio delle legioni di Siria, che costui di fatto non gli mandò. Tra i due insorsero ulteriori gravi contrasti così che, quando Germanico morì improvvisamente ad Antiochia nel 19 d.C., presentando sintomi di avvelenamento, si sospettò che fosse stato ucciso su istigazione di Pisone e che Tiberio fosse il regista occulto della vicenda. Si sospettò persino che Tiberio lo avesse mandato in Siria col preciso scopo di contrastarlo, per impedirgli di proseguire il suo disegno di conquiste in Germania. Morto Germanico, si aprì a Roma un contrasto politico tra Tiberio e Agrippina , che in un primo tempo riuscì a riunire attorno a sé un partito di sostenitori. Si trattava di affrontare la prospettiva della futura successione, alla quale potevano essere candidati il figlio di Tiberio, Druso minore (che tuttavia morì già nel 23 d.C.), ma anche uno dei tre figli di Germanico e della stessa Agrippina (Nerone, Druso e Caio). Nel 21 d.C. Druso minore ricoprì il secondo consolato (insieme col padre, che si ritirò in Campania, in pratica lasciandolo esercitare la carica da solo) e l’anno seguente ottenne la potestà tribunizia. Una svolta nel principato di Tiberio si ebbe però a partire dal 23 d.C. , quando il prefetto del pretorio Seiano iniziò a crearsi un forte potere personale. Era stato da Tiberio affiancato al padre come prefetto del pretorio, ma quando nel 15 d.C., il padre venne promosso alla prefettura d’Egitto, Seiano rimase solo e accrebbe la sua influenza, concentrando tra il 21 e il 23 d.C. le truppe pretoriane a Roma, in un unico accampamento sul Viminale, guadagnandosi la stima e la fiducia di Tiberio, di cui fu collaboratore efficiente e fedele. Nello stesso 23 d.C. Druso minore morì all’improvviso, all’età di trentasette anni e si creò intorno a Tiberio, ormai sessantaquattrenne, un grande vuoto familiare. Rimanevano i figli di Germanico e il Gemello sopravvissuto di Druso minore. I maggiori erano Nerone e Druso (III), che Tiberio subito si premurò di raccomandare al senato. Nel 25 d.C. Nerone rivestì la questura.

In questa situazione Seiano ritenne di poter trovare ulteriori spazi di ascesa personale: mirò da un lato a rendere sempre più stretti i suoi legami con l’imperatore, dall’altro ad eliminare da ogni possibile prospettiva di successione il maggior numero di coloro su cui avrebbe potuto fondare le proprie speranze Tiberio. Riuscì così a raggiungere una posizione di grande rilievo nella vita politica di Roma, aspirando anche ad entrare nella famiglia del principe chiedendo difatti il consenso di sposare Livilla, la vedova del figlio Druso minore. Tiberio però gli oppose un netto rifiuto. La posizione di particolare importanza di cui Seiano godette derivò anche dal fatto che Tiberio (sessantasettenne) nel 26 d.C. aveva deciso di lasciare Roma per rifugiarsi a Capri , nella famosa villa Iovis. Questa scelta contribuì ad isolarlo e ad estraniarlo dalla vita politica dell’Urbe (con cui comunicava tramite lettere e dispacci) e consentì a Seiano una più ampia libertà d’azione, nonché di monopolizzare tutti i contatti con lui, fungendo da filtro sulle notizie e influenzandone così le decisioni in modo determinante. Dopo la morte di Livia (29 d.C.), all’età di ottantasei anni, egli scatenò in tutta la sua violenza la repressione contro Agrippina maggiore, i suoi due figli maggiori, Nerone e Druso III, e i loro fautori. Nel 29 stesso furono incriminati, condannati e relegati Agrippina medesima e Nerone; l’una dapprima a Ercolano, poi a Pandataria (Ventotene), dove era stata condannata anche sua madre Giulia; l’altro nell’isola di Ponza, dove fu eliminato, pare nel 31 d.C. Anche Druso III, poi inquisito e dichiarato nemico pubblico, fu rinchiuso nelle segrete del palazzo imperiale, dove morì di stenti. Nel 31 d.C. Seiano , pur non avendo percorso una carriera senatoria, giunse a ricoprire il consolato insieme a Tiberio, che si dimise dalla carica in maggio, facendo subentrare i consoli suffetti, e Seiano fu costretto a fare altrettanto. Contemporaneamente Tiberio si premurò di far venire da Roma a Capri, Caio che, dopo l’esilio della madre Agrippina, si trovava nell’Urbe affidato alle cure della nonna Antonia minore. Forse la stessa Antonia, vedova di suo fratello Druso, riuscì a risvegliare in Tiberio sospetti sulle azioni e le mire di Seiano , che fu arrestato e immediatamente processato, condannato e giustiziato. Gli ultimi anni del principato di Tiberio, che continuava a rimanere a Capri, non furono felici: scoppiò una grave crisi finanziaria. Si aprì un periodo di terrore, segnato da suicidi, processi e condanne per lesa maestà a carico di numerosi senatori, di sostenitori di Seiano, ma anche di oppositori del regime. Rimanevano come possibili successori Tiberio Gemello, figlio di Druso minore, e Caio, detto Caligola, unico sopravvissuto dei figli di Germanico. Tiberio nominò entrambi eredi congiunti , ma alla sua morte, avvenuta all’età di settantotto anni nel 37 d.C., il senato, forse grazie all’intervento del prefetto del pretorio Macrone (che aveva sostituito Seiano) riconobbe come unico erede il maggiorenne Caligola.

sorella Drusilla , allora sposa di Marco Emilio Lepido, egli pure stretto collaboratore del principe e considerato suo possibile successore. Caligola ne fu terribilmente scosso (talune fonti hanno voluto insinuare che con lei esistesse da tempo un rapporto incestuoso). Dopo le solenni pubbliche esequie egli pretese che fosse riconosciuta come dea. La ripresa dei processi per lesa maestà è rivelatrice delle crescenti difficoltà interne (le fonti insistono sulla disperata necessità di procacciarsi risorse e denaro) e dello sforzo di eliminare un’opposizione che stava risorgendo. Non mancarono però progetti costruttivi: il piano (poi non realizzato) di costruire un porto a Reggio come base di transito per le navi addette all’approvvigionamento granario dall’Egitto e l’ allestimento di uno spettacolare ponte di imbarcazioni che andava dalla villa di Bauli a Pozzuoli. In Oriente (37-38 d.C.), in contrasto con la politica tiberiana e sull’esempio ereditato da Marco Antonio, Caligola ripristinò un sistema di Stati cuscinetto , affidandoli (piuttosto che a governatori romani di malsicura lealtà ed efficienza) a principi con cui aveva stretto relazioni personali di amicizia, avendoli conosciuti quando era al seguito del padre o a Roma tramite la nonna Antonia. In Palestina Giulio Agrippa I (noto anche come Erode Agrippa), che aveva preso anche parte attiva nelle vicende che avevano portato Caligola al soglio imperiale, ricevette diverse principalità e tetrarchie e inoltre il titolo di re , che nessuno aveva più potuto portare dopo la morte di Erode. Fu proprio lui a provocare ad Alessandria d’Egitto nel 38 d.C. un incidente che inasprì le relazioni tra Giudei e Greci. In occasione del passaggio di Agrippa da Alessandria scoppiarono tumulti tra Greci ed Ebrei. I duri provvedimenti del prefetto Avillio Flacco gli attirarono l’odio degli Ebrei e provocarono nuovi sanguinosi scontri. Flacco venne rimosso dalla carica, arrestato, relegato in un’isola e infine ucciso. Due legazioni, greca ed ebraica, inviate a Roma (39 d.C.) non ottennero da Caligola grande attenzione, anche se valsero ad attirare il suo interesse sul problema ebraico che due anni più tardi (40 d.C.) condusse ad una sua ingiunzione di porre una propria statua nel tempio di Gerusalemme. Nella seconda metà del 39 d.C. Caligola partì improvvisamente alla volta della Germania per ragioni non ben definite (non sembra che problemi esterni esigessero la sua presenza), facendo tappa a Lugdunum (Lione). C’è chi ritiene che volesse riprendere le azioni interrotte del padre Germanico e chi pensa (ed è più probabile) che volesse essere presente personalmente su quel fronte perché gli era giunta eco di una vasta congiura (che coinvolgeva senatori, militari, personaggi influenti e membri della stessa famiglia imperiale), il cui braccio armato era il legato della Germania Superiore Cneo Cornelio Lentulo Getulico. Getulico fu arrestato, giustiziato per tradimento e sostituito da Servio Sulpicio Galba (che sarebbe poi divenuto imperatore). Fu messo a morte anche Marco Emilio Lepido, vedovo di Drusilla. Le due sorelle di Caligola, Agrippina minore e Giulia Livilla, furono esiliate nell’isola di Ponza. In Germania fu compiuta qualche sortita al di là del Reno, ma il vero teatro delle operazioni si concentrò presto verso la Britannia. Ritornato Caligola a Roma, si colloca forse in un contesto di repressione la decisione di fare uccidere nel 40 d.C. il re Tolemeo di Mauretania , l’ultimo discendente di Antonio (era figlio infatti di Cleopatra Selene, a sua volta figlia di Antonio e di Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto). Le vere ragioni non sono note: forse un suo coinvolgimento (o diretto o indiretto o semplicemente supposto) nella congiura di Getulico. L’episodio diede inizio a una guerra che si concluse solo sotto Claudio, con l’annessione definitiva. Fu con gli Ebrei che nacque uno dei conflitti meglio documentati dell’età di Caligola. L’imperatore, per affermare la propria divinità, volle porre una propria statua nel tempio di Gerusalemme, suscitando le proteste della popolazione (che considerava sacrilego il gesto) e dello

stesso governatore romano, allarmato per le tensioni che si stavano creando. Il legato di Siria , Publio Petronio, ritardò con ogni mezzo l’erezione della statua e Giulio Agrippa I tentò in tutti i modi di dissuadere l’imperatore. Alla fine Caligola si intestardì tanto da inviare a Petronio l’ordine di uccidersi, il che non avvenne per la morte dell’imperatore, la cui eliminazione evitò che scoppiasse un conflitto in Giudea e pose fine ai dissidi tra Greci ed Ebrei nelle città orientali. Nel gennaio del 41 d.C. Caligola , ancora ventottenne, cadde vittima di una congiura. Protagonisti dell’esecuzione materiale furono membri del corpo dei pretoriani , guidati dai tribuni Cassio Cherea e Cornelio Sabino. Anche la moglie di Caligola, Milonia Cesonia, e la piccolissima figlia, Giulia Drusilla, furono tolte di mezzo. Il breve principato di Caligola costituì un episodio premonitore dei rischi inerenti alla struttura stessa del Principato, esposto a involuzioni assolutistiche nonché a colpi di mano con l’appoggio militare. 29.4 CLAUDIO (41-54 d.C.) Neppure il successore di Caligola, suo zio Claudio , uomo ormai cinquantenne, ebbe dalla sua il favore delle fonti antiche, che lo presentano come uno sciocco e un inetto, tutto dedito a depravazioni e a manie erudite. Il suo stesso principato sembra contraddire questo ritratto per le sue importanti realizzazioni in politica interna ed estera. La scoperta di papiri ed iscrizioni di considerevole rilevanza e uno studio più approfondito dei suoi atti e dei suoi discorsi hanno consentito di giungere a conclusioni molto diverse. Il suo lungo periodo di maturazione intellettuale, i suoi profondi interessi per la storia e il passato di Roma , la sua attività di autore di opere e scritti, gli avevano conferito, oltre a una solidissima preparazione, una notevole competenza e una profonda capacità di attenzione e visione politica. Fratello di Germanico, sempre tenuto in disparte e mai oggetto di una qualche considerazione, era sopravvissuto nel tempo a tutti i possibili giovani candidati (Caio e Lucio Cesari, Agrippa Postumo, Germanico, Druso minore, Nerone, Druso III, Tiberio Gemello) e infine a Caligola stesso. Mentre in senato si dibatteva su quale soluzione adottare, i pretoriani bruciarono i tempi e lo acclamarono imperatore. Un ruolo importante in suo favore giocò ancora una volta l’abilità politica e diplomatica di Giulio Agrippa I. Il senato fu indotto ad accettare la scelta. Dopo la condanna a morte dei congiurati, furono revocati molti dei provvedimenti assunti da Caligola e abolita l’accusa di lesa maestà. Furono richiamati anche gli esuli, tra cui Agrippina minore e Giulia Livilla. Claudio ripristinò buoni rapporti col senato , non in termini di dipendenza, ma di rispetto e di reciproca interazione tra il principe e quest’organo. Ne rivitalizzò l’efficienza e la credibilità, espellendo alcuni senatori, introducendone altri, rendendo obbligatoria la partecipazione alle sedute e frequentandole assiduamente egli stesso. La necessità di una razionalizzazione del governo dell’Impero indusse Claudio a una incisiva riforma che portava a compimento la creazione di un apparato burocratico e di una struttura amministrativa centralizzata , in grado di far fronte alle nuove e molteplici esigenze della gestione imperiale. Tutto in precedenza veniva sbrigato dai singoli magistrati al momento in carica e dai loro ausiliari e ciò rendeva quasi impossibile un qualsivoglia coordinamento e un’accettabile incisività ed efficienza. Claudio applicò a questo campo gli schemi del personale di servizio nell’amministrazione delle grandi domus private, fondato su liberti di grande competenza e specifiche professionalità. Si passava così da un assetto privato ad uno pubblico. Col tempo questo processo sarebbe transitato verso la costituzione di un apparato di funzionari appositi che si veniva formando all’interno dell’ordine equestre

Nella prima parte del suo principato Claudio dovette risolvere questioni lasciate aperte da Caligola. Affrontò la guerra in Mauretania , a cui pose fine nel 42 d.C. con l’organizzazione del regno in due province, affidate a procuratori equestri: la Mauretania Cesariense a Est e la Mauretania Tingitana a Ovest. Anche le questioni orientali furono oggetto di suoi interventi di modifica dell’assetto dei regni clienti istituiti da Caligola, con soluzioni più in linea con quelle tiberiane. I privilegi delle comunità ebraiche nelle città orientali furono ristabiliti, tutelando allo stesso tempo le istituzioni delle poleis greche, in modo da evitare conflitti tra i due gruppi. La preoccupazione di prevenire disordini e tumulti fu anche all’origine del provvedimento di espulsione degli Ebrei da Roma , adottato nel 49 d.C. L’impresa militare più rilevante di Claudio fu certamente, nel 43 d.C., la conquista della Britannia Meridionale che fu ridotta a provincia. Furono impegnate nelle operazioni ben quattro legioni sotto il comando di Aulo Plauzio (che fu il primo governatore della nuova provincia), che aveva ai suoi ordini anche il futuro imperatore Tito Flavio Vespasiano. La completa sottomissione avrebbe comunque richiesto ancora alcuni anni e diverse operazioni per domare le popolazioni ribelli. La lotta politica all’interno del senato, delle famiglie dell’antica e nuova nobiltà e della corte imperiale fu presente durante tutto il principato di Claudio. Grande rilievo vi assunse l’influenza dei potenti liberti (Callisto, Pallante, Narcisso, Polibio) e delle mogli di Claudio, tanto da contribuire a creare l’etichetta banale di «Impero delle donne e dei liberti». In realtà anche gli intrighi familiari lasciano quasi sempre intravedere vaste connessioni ed alleanze sia per l’immediato sia nella prospettiva di un’eventuale successione. Già nel 42 d.C. si ebbe un tentativo del governatore di Dalmazia Lucio Arrunzio Camillo Scriboniano. Abbandonato dalle sue stesse legioni, venne eliminato. Risultarono coinvolti anche numerosi senatori di spicco, che avevano rivestito un ruolo di primo piano nell’uccisione di Caligola. La Britannia romana durante l’età giulio-claudia

Durante l’Impero di quest’ultimo Claudio aveva sposato in terze nozze Valeria Messalina (un’aristocratica di trent’anni più giovane di lui e che si rivelò donna di grande ambizione e di costumi molto liberi). Valendosi di una vasta rete di appoggi importanti, tra cui l’influente Lucio Vitellio e in un primo momento lo stesso Narcisso, Messalina si liberò di possibili rivali all’interno della casa imperiale, tra cui Giulia Livilla, che venne coinvolta (42 d.C.) insieme al giovane Lucio Anneo Seneca in uno scandalo adulterino che comportò di nuovo per lei un esilio a Pandataria (Ventotene), dove morì, e per lui in Corsica (donde fu richiamato soltanto nel 49 d.C. per i buoni uffici di Agrippina minore). Da Messalina Claudio ebbe due figli , Ottavia (nel 40 d.C.) e Tiberio Claudio Cesare, meglio conosciuto come Britannico (nel 41 d.C.). Indotta ad imprudenze dal suo stesso carattere e dall’abitudine di utilizzare la propria sfrontatezza come modo per procacciarsi alleanze, nel 48 d.C. Messalina commise l’errore (che le fu fatale) di legarsi in modo aperto e plateale al giovane console designato Caio Silio, anche approfittando di un’assenza da Roma di Claudio. Questo consentì al liberto Narcisso (il cui sostegno era venuto meno) di ottenere la sua condanna e la sua eliminazione. La serie di morti che ne seguì mostra chiaramente che non si era trattato semplicemente di uno scandalo sessuale. All’indomani della morte di Messalina si accese una vera e propria gara per affiancare a Claudio una nuova moglie. Alla fine egli finì per sposare la nipote Agrippina minore. Ella si adoperò in ogni modo per far adottare dall’imperatore il figlio , il che avvenne nel 50 d.C. Quando Domizio divenne così Nerone Claudio Cesare Druso Germanico. Con il richiamo nel 49 d.C. di Seneca , a cui venne affidata l’educazione del giovane Domizio, e la nomina del fedelissimo Sesto Afranio Burro, nel 51 d.C., come unico prefetto del pretorio, Agrippina rese ancora più solida la propria posizione. La politica di screditamento di Britannico, perseguita anche da Pallante in odio a Messalina e ai suoi seguaci, e il sostegno dato a Nerone (fatto danzare con la figlia di Claudio Ottavia, rompendo il precedente fidanzamento di quest’ultima con Lucio Giunio Silano, lontano discendente di Augusto, che venne poi eliminato) portò quest’ultimo all’assunzione della toga virile un anno prima dell’età minima usuale, nel 51 d.C., e alla sua designazione a console per il 58 d.C. Nel 53 d.C. Nerone sposò Ottavia. Nel 54 d.C. però Claudio raccomandò come eredi entrambi i maschi e fece indossare anche a Britannico la toga virile. Tuttavia nello stesso 54 d.C. Claudio morì in circostanze poco chiare e si insinuò che Agrippina minore l’avesse avvelenato per assicurare a suo figlio un migliore contesto di possibile successione.

Nerone cercò di rimediare alla crisi finanziaria con una riforma monetaria. Al 64 d.C. risale la riduzione di peso e di fino della moneta d’oro (aureus) da 1/42 a 1/45 di libbra e della moneta d’argento da 1/84 a 1/96 di libbra. La svalutazione ebbe come effetto un immediato aumento dei prezzi che contribuì a far crescere il risentimento. Per rimpinguare le casse dello Stato Nerone avrebbe inoltre utilizzato lo strumento dei processi e delle confische , rendendosi sempre più inviso alla nobiltà senatoria, tanto che nel 65 d.C. il malcontento esplose in una congiura, nota come « congiura dei Pisoni », dal nome di uno degli ispiratori, l’aristocratico Caio Calpurnio Pisone, nella cui villa a Baia, sul golfo di Napoli, avvenivano le riunioni e che pare fosse candidato a sostituire Nerone. Il complotto coinvolse vasti strati dell’élite dirigente, senatori, cavalieri, esponenti della stessa corte e dell’ufficialità dei pretoriani (anche Fenio Rufo, uno dei due prefetti del pretorio, ne faceva parte). L’obiettivo era assassinare in pubblico e platealmente l’imperatore in modo da dare al gesto la massima risonanza. Smascherato il progetto in seguito a delazioni, ebbe inizio una spietata serie di uccisioni: Seneca e Fenio Rufo furono tra le principali vittime. Ma anche nell’anno successivo Nerone proseguì nell’eliminazione degli avversari, tra cui molti esponenti della nobiltà senatoria di spiriti repubblicani, accusati di tramare contro il principe. Ne fecero le spese, tra i tanti nomi illustri, il nipote di Seneca, Lucano, Petronio Arbitro e filosofi stoici, con in testa Trasea Peto. L’opposizione non era stata però eliminata. Un’ulteriore e immediatamente successiva cospirazione, detta «viniciana » dal nome del suo ispiratore, Annio Viniciano, fu scoperta e stroncata a Benevento nel 66 d.C., poco prima della partenza di Nerone per la Grecia. Nella repressione furono coinvolti capi militari molto importanti , tra cui Corbulone stesso e i due legati della Germania Superiore e Inferiore, i quali vennero convocati dall’imperatore durante la sua permanenza in Grecia, dove tutti ricevettero ed eseguirono l’ordine di suicidarsi. In politica estera Nerone ottenne qualche successo significativo sul fronte orientale. Qui, Cneo Domizio Corbulone riuscì ad avere la meglio sui Prati e a riportare l’Armenia sotto l’influenza romana. Il re Tiridate (cliente dei romani) fu incoronato da Nerone a Roma nel 66 d.C. In Britannia nel 59 d.C. il governatore nell’isola Caio Svetonio Paolino decise di attaccare l’isola di Mona , centro di culto druidico che si riteneva fosse un punto di forza della resistenza antiromana. Nel 60 d.C. nell’Anglia orientale, era scoppiata una ribellione delle popolazioni locali per il comportamento dei procuratori imperiali impegnati nelle esazioni fiscali.

Il re filoromano degli Iceni, Prasutago, lasciò la sua eredità a Nerone e alle due figlie. L’avidità degli amministratori romani nei loro confronti suscitò una dura reazione guidata da Budicca , vedova del re, che portò a massacri di coloni romani e di indigeni filoromani, nonché alla caduta di vari centri. Paolino sbaragliò Budicca e i suoi; la regina si tolse la vita avvelenandosi. Assicurata la situazione a Roma, nel 66 d.C. Nerone partì per la Grecia , dove voleva fare una tournée artistica e agonistica. Nerone vinse premi in tutti gli agoni, compì gesti propagandistici come quando ai giochi di Corinto proclamò la libertà delle città greche della provincia d’Acaia. All’inizio del 68 d.C. non era ancora tornato. Nel frattempo in Giudea , nel 66 d.C., la requisizione di parte del tesoro del tempio di Gerusalemme ad opera del procuratore Gessio Floro era stata uno dei motivi dello scoppio di una violenta ribellione contro i Romani , nonostante i reiterati sforzi di Agrippa II e della sorella Berenice per calmare gli animi, invitarli alla prudenza e dissuaderli dall’intraprendere una guerra. Di fronte al dilagare della rivolta, che minacciava di estendersi all’intera Palestina e anche al di fuori, Nerone aveva mandato Caio Licinio Muciano come nuovo legato di Siria e Tito Flavio Vespasiano come comandante delle truppe in Giudea. Mentre Vespasiano riusciva a riportare sotto controllo la situazione in Palestina, all’inizio del 68 d.C. Elio , il capo dei liberti imperiali, preoccupato dei malumori che serpeggiavano a Roma per la lunga assenza dell’imperatore, riuscì a convincere Nerone a ritornare nell’Urbe. Subito giunse la notizia che si era ribellato il legato della Gallia Lugdunense Caio Giulio Vindice , discendente da nobile stirpe dell’Aquitania e il cui avo aveva ricevuto la cittadinanza romana da Cesare, che aveva raccolto intorno a sé il disagio dei suoi provinciali. Vindice non sembra volesse rivendicare per sé l’Impero, aveva difatti tentato di procacciarsi alleanze illustri, tra cui quella di Servio Sulpicio Galba, legato della Spagna Tarraconense , uno dei pochissimi membri di antiche famiglie senatorie che a quel tempo occupasse un posto importante. La ribellione fu comunque rapidamente contrastata dal legato della Germania Superiore Lucio Virginio Rufo e Vindice scelse la via del suicidio. A Rufo fu offerta dalle proprie truppe l’acclamazione a imperatore che egli rifiutò. Ma era solo l’inizio di una catena di sollevazioni : del legato della Terraconense Servio Sulpicio Galba , di quello dell’Africa Lucio Clodio Macro delle truppe del Reno. Anche i pretoriani, istigati da uno dei due perefetti, Caio Ninfidio Sabino, abbandonarono Nerone. Il senato lo dichiarò «nemico pubblico», riconoscendo Galba come nuovo imperatore. A Nerone non rimase altro che il suicidio (aveva trentun anni). La sua fine segnò anche quella della dinastia giulio-claudia. Nerone non lasciò ereditari per la successione. Anche le famiglie più nobili erano falcidiate dalle lotte politiche e di corte. La mancanza di una soluzione preordinata fu la causa di una crisi grave che fece rivivere per breve tempo all’Impero lo spettro delle guerre civili. Il ricambio finì per essere anche sociale, ma non fu del tutto esterno alla corte e alle sue connessioni, anche se ormai il consenso e il prestigio militare assumevano ruoli sempre più rilevanti.