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Il contrasto fra «vita» e «forma» ,Il saggio sull’ umorismo , la trilogia del teatro nel teatro
Tipologia: Appunti
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Alcuni chiarimenti su Pirandello La teoria pirandelliana del «personaggio senza autore» Verga aveva parlato di un’opera che deve sembrare «essersi fatta da sé»; Pirandello teorizza addirittura un’arte auto- noma dal suo autore, fuori della sua volontà, addirittura contro di lui. L’autore, infatti, non vorrebbe dare spazio alle creature della fantasia che si sono impossessate di lui; non vorrebbe, ma alla fine i fantasmi della mente gli prendono la mano ed egli è costretto a lasciare che si aggirino, liberi, per il mondo o per il palcoscenico. Il relativismo suggerisce a Pirandello l’idea di un io debole, disgregato, frammentario. I personaggi che nasceranno da questo io non saranno creazioni d’arte ma frammenti, schegge di una personalità disgregata. Non potranno che nascere autonomi, del tutto indipendenti da lui. Simili personaggi non si stancano di cercare un autore, perché aspirano a diventare come le altre creature dell’arte, che «non muoiono mai». Ma l’autore non vuole (né può) dare loro alcuna forma o stabilità. Il contrasto fra «vita» e «forma» in facendo ai testi Pirandello afferma che l’uomo ha bisogno di una «maschera» o «forma» esteriore coerente con le convenzioni sociali, per sentirsi qualcuno nella società. Per Pirandello non esistono valori morali certi: l’idea del bene, il dovere e gli altri valori sono semplici «forme», ideali astratti, convenzioni prive di sostanza: poiché si oppongono al «flusso della vita», bloccano la libera esplicazione delle nostre energie vitali. Tale contrasto fra «vita» e «forma» è uno dei grandi temi pirandelliani. Lo ritroviamo per esempio nella novella La patente , in cui Chiarchiàro non riesce a sfuggire alla «forma» esterna di iettatore che gli è stata attribuita; in Uno, nessuno e centomila , in cui Vitangelo sfugge alla «forma», alla «maschera» per vivere il perenne divenire delle cose di natura; nell ’Enrico IV , in cui la vita del protagonista è sottratta al suo «flusso vitale» e «fissata» in una «forma», in una « maschera»; nel Fu Mattia Pascal , in cui la fuga del protagonista dalle «forme» si rivela fallimentare e irreversibile. Perché si può affermare che lo stile di Pirandello è «assente»? I romanzi di Pirandello si differenziano molto dai «libri» della tradizione dal punto di vista dello stile. L’autore siciliano mette infatti sulla pagina un linguaggio monocorde, dialoghi «parlati», parole quotidiane. Siamo davanti a un linguaggio «medio», a una sorta di stile anonimo, per non dire assente: uno stile che conserva le interiezioni, gli intercalari, le segmentazioni e le pause del parlato. D’altra parte, sembra suggerire Pirandello, di fronte a un mondo in frantumi è impossibile un parlare «bello». L’unica forma possibile sarà l’analisi, che prende il posto della sintesi; il caos dell’«opera aperta» subentra alle forme classicamente composte dell’opera chiusa di un tempo. Il saggio sull’umorismo L’umorismo è un saggio teorico pubblicato nel 1908 in cui Pirandello sintetizza la propria poetica, riprendendo e sviluppando le lezioni tenute presso l’Istituto Superiore di Magistero Femminile di Roma, dove dal 1897 insegnava lingua italiana. Il comico, secondo Pirandello, nasce dall’avvertimento del contrario cioè dalla percezione che un determinato fenomeno o aspetto della realtà è il contrario di ciò che dovrebbe essere. L’umorismo nasce invece dalla riflessione sulla realtà che in un primo
momento ci era apparsa comica e dalla rivelazione dell’aspetto tragico che si nasconde dietro di essa: Pirandello definisce quindi l’umorismo sentimento del contrario che presuppone una sensibilità e una riflessione più profonde. vedi la vecchia imbellettata Un esempio di umorismo è Chiarchiàro, il protagonista della novella La patente. Caratteristica comune a tutti i personaggi del teatro pirandelliano Tutti i personaggi del teatro pirandelliano aspirano a verità e pienezza di vita, ma devono sopportare l’insostenibile peso di una «maschera» che li schiaccia. Le convenzioni sociali li obbligano ad assumere ruoli e identità innaturali, ad accettare umilianti compromessi con la propria coscienza. Vivono «così», senza consapevolezza, fino a quando un qualche evento, anche insignificante, non spalanca loro la visione della «vita nuda» che pulsa dietro lo schermo della finzione. Ma anche allora, come uscirne? La funzione di questi personaggi è testimoniare il dramma della «persona» che vive dietro la «maschera» del personaggio; denunciare l’intollerabilità del «giuoco delle parti», senza potersene staccare Che cos’è la «trilogia del teatro nel teatro»? La «trilogia del teatro nel teatro» è un gruppo di tre drammi ( Sei personaggi in cerca d’autore, Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a soggetto ) costruiti secondo la struttura sperimentale del «teatro nel teatro»: gli spettatori non assistono a un prodotto finito e confezionato, ma a un teatro «che si fa facendosi». Ciascuno di questi lavori ruota intorno al tema del «conflitto», che oppone gli attori ai personaggi ( Sei personaggi in cerca d’autore ), al pubblico ( Ciascuno a suo modo ), al regista ( Questa sera si recita a soggetto ). In ambito teatrale le didascalie sono le indicazioni del regista. Quelle pirandelliane sono molto lunghe e dettagliate. La didascalia è tratta da Sei personaggi in cerca d’autore (1921). Una compagnia di attori sta provando un dramma, Il giuoco delle parti di Pirandello. Entrano nel teatro sei personaggi: il Padre, la Madre, il Figlio e altri tre figli che la Madre ha avuto dal secondo marito, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Essi chiedono agli attori d’interrompere le prove e di rappresentare il loro squallido dramma familiare. Gli attori prima rifiutano, poi accettano di recitare tale vicenda. Stentano però a rappresentarla, a viverla veramente: il teatro, che è «finzione» spettacolare, non può mettere in scena la «realtà» tragica della vita. I sei personaggi, mescolando racconto e rappresentazione, si avviano comunque a concludere la loro storia. Il finale si ambienta nel giardino, dove la Bambina, incustodita, affoga nella vasca; il Giovinetto, a cui era stata affidata, si spara un colpo di pistola e viene portato a braccia dagli altri: è morto davvero? È realtà o soltanto finzione? Gli attori abbandonano il teatro, mentre echeggia nella sala il riso beffardo della Figliastra. I “Personaggi” non dovranno infatti apparire come “fantasmi”, ma come “realtà create”, costruzioni della fantasia immutabili: e dunque più reali (rr. 9-11). Quale tesi pirandelliana riguardo alla «verità» dei personaggi è sottintesa dall’indicazione presente in questa didascalia? Si tratta della tesi secondo cui i personaggi sono vivi tanto quanto le persone reali, e anzi più veri, sia perché la vita reale è più assurda della finzione scenica, sia perché l’identità dei personaggi creati dalla fantasia è fissata una volta per tutte, mentre l’identità degli uomini muta continuamente in rapporto alla realtà esterna.