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spiegazione, storia e analisi della tragedia
Tipologia: Appunti
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● PROLOGO: (abbiamo tradotto vv.1-83) O figli, nuova progenie/nutrimento dell’antico Cadmo, quali mai posizioni (sono) quelle che sedete per me , incoronati di ramoscelli supplici? La città è piena contemporaneamente di incensi, contemporaneamente di peana e di lamenti; ed io ritenendo giusto, o figli, ascoltare queste cose non da altri ambasciatori io stesso sono giunto qui, io Edipo chiamato famoso da tutti. Ma, o vecchio, dimmi, poiché sei per natura adatto a parlare per conto di questi: con quale atteggiamento siete qui fermi, temendo o desiderando; poiché (se potessi) io vorrei aiutarvi in tutto; io infatti sarei privo di compassione nel caso in cui non provassi compassione per questa vostra posizione. Ma, o Edipo che comandi questa mia terra, vedi noi di quale età sediamo presso i tuoi altari, alcuni non ancora capaci per lungo tratto di volare, altri appesantiti a causa della vecchiaia, sacerdoti, io di Zeus, questi scelti tra i giovani: il resto della popolazione incoronato giace nelle piazze, vicino ai tempi doppi di Pallade presso la cenere profetica dell’ Ismeno. La città infatti per come anche tu in persona vedi, troppo già fluttua e non è più capace di sollevare il capo dai gorghi del flutto insanguinato, ma consumandosi nei calici infruttuosi della terra, consumandosi nelle mandrie bovine e nei parti senza figli delle donne; il dio portatore di fuoco essendosi scagliato flagella la città, peste orribile, dalla quale la casa di Cadmo è svuotata, invece il nero Ade si fa ricco di pianti e di lamenti. Giudicando te uguale non agli dei né né questi ragazzi sediamo supplici, giudicandoti piuttosto primo tra gli uomini nelle disgrazie della vita e nei legami con gli dei, tu che risolvesti ,una volta giunto alla rocca di Cadmo , il tributo della dura incantatrice che pagavamo, e questo avendo saputo nulla di più da parte nostra, né essendo stato istruito, ma con l’aiuto di una divinità si dice e si pensa che tu abbia raddrizzata la vita a noi. Adesso, o potentissima per tutti testa di Edipo, noi tutti che siamo qui supplici ti supplichiamo di trovare un rimedio per noi, sia che tu avendo sentito la parola degli dei sia che tu lo sappia da parte di un uomo; poiché per coloro che hanno esperienza anche le disgrazie vedo vivere soprattutto quelle dei calcoli (=che derivano dai calcoli).
Suvvia!, o migliore dei mortali, raddrizza la città; Suvvia! stai in guardia: poiché questa terra adesso chiama te salvatore per il tuo zelo precedente; che non dobbiamo mai ricordarci del tuo potere essendoci messi dritti ed essendo caduti poi di nuovo, ma raddrizza questa città in maniera salda. Infatti anche procurasti a noi una sorte buona con un auspicio favorevole allora, e anche adesso sii uguale. Poiché se governerai su questa terra come regni di fatto, sarebbe preferibile governare con uomini piuttosto che su una terra vuota: poiché non vale nulla né una torre né una nave priva di uomini che non ci abitino dentro. O sciagurati figli, voi giungete desiderando cose che io so bene e non mi sono ignote. Io infatti so bene che voi, tutti quanti, siete malati, e pur essendo voi malati, (io so bene) che non c’è nessuno che soffra di voi quanto soffro io. Il vostro dolore arriva ad uno solo per volta, ma la mia anima piange la città, me e te. Quindi non mi svegliate dai sonni mentre dormo, ma sappiate che io ho pianto molte lacrime, che ho già tentato molte vie con il vagare della mente. L’unica cura che io esaminando bene la questione trovavo, questa l’ho già presa: infatti mandai il figlio di Meneceo (=Creonte), mio cognato, alle case della Pizia di Febo, affinché apprendesse che cosa facendo o che cosa dicendo io potessi salvare questa città. E il giorno commisurato con il tempo lo angoscia (facendogli pensare sott.) che cosa sta facendo? Infatti è lontano oltre ciò che è naturale più del tempo conveniente. Qualora giunga finalmente allora io sarei malvagio non facendo tutte le cose quante il dio indichi. Ma tu hai parlato a proposito e questi indicano a me che Creonte si sta avvicinando alle mura. O signore Apollo, volesse il cielo che egli giungesse insieme con la sorte la salvezza luminosa come è all’aspetto. Ma sembra confortante, per quanto si possa dedurre: non infatti se ne andrebbe così incoronato nel capo di un alloro molto fiorito. ● (Finito il prologo, inizia la Parodo, ovvero il canto di ingresso del coro, il quale ricorda la volta precedente in cui Edipo ha salvato la città e dice che lui non potrà mai pensar male del proprio governante perché già una volta si è mostrato capace di salvare la propria città.) ● Poi inizia il primo episodio , in cui Edipo per risolvere la questione e per arrivare a capire sostanzialmente chi sia l’assassino di Laio, interroga Tiresia. (si parte dal v. Oimè Oimè, quanto è cosa tremenda l’essere saggio laddove tu non
Edipo. Edipo incalza anche Giocasta, la quale tenta di confutare l’arte mantica dicendo che tutti gli indovini sono ciarlatani, però più va avanti e più capisce che c’è qualcosa che non va, avvicinandosi sempre più alla consapevolezza che è stato lui ad uccidere Laio. TRADUZIONE DAL V.698 FINO AL V. In nome degli dei informami, o signore, per quale motivo allora tu hai una tanto grande ira avendola sollevata. Te lo dirò; infatti io ti onoro, o donna, più di tutti questi: (ti parlerò) di Creonte, (ti dirò) quali cose ha tramato contro di me. Parla pure, se tu parlerai chiaramente pur mentre tu sollevi questa accusa. (Tiresia dice) che io sono l’uccisore di Laio. (Lo dice) avendola conosciuta lui stesso, o avendola appresa da un altro? Dopo avermi mandato quell’indovino malfattore, perché per quanto riguarda se stesso tiene del tutto libera la bocca. Tu dunque assolvendo te stesso dalle cose che tu dici, ascolta me e impara che non c’è nessun essere mortale che possieda niente dell’arte mantica. Rivelerò io a te segni concisi di queste cose. Arrivò infatti una volta a Laio un oracolo, non dirò proprio da Febo stesso, ma dai ministri, (oracolo che diceva che) che lo avrebbe raggiunto il destino di morire per mano del figlio, chiunque derivasse da me e da quello. E per quanto almeno è la fama, una volta dei briganti lo uccisero alla convergenza di tre strade percorribili: e non passarono tre giorni dalla nascita del bambino, e quello (=Laio) dopo avergli legato le articolazioni dei piedi lo gettò su un monte inaccessibile per mano di altri. Apollo non fece in modo che quello diventasse uccisore del padre né che Laio sopportasse dal figlio il terribile destino di cui aveva paura. Tali profezie definirono queste cose (=le voci oracolari) e di queste tu non curarti per niente; infatti il dio stesso mostrerà quelle cose di cui lui indaga l’utilità. Quale smarrimento dell’anima e quale agitazione della mente mi tiene che ho ascoltato (tali parole), o donna. Per quale affanno dici questo una volta che ti sei voltato indietro? Mi è sembrato di ascoltare da te (=Giocasta) questo, cioè che Laio fosse stato ucciso ad un trivio. Infatti queste cose venivano dette e non si è ancora smesso. e dov’è questo luogo dove c’era questa sofferenza? La terra è chiamata Focide, e una strada divisa in due porta nello stesso luogo da Delfi e da Daulia. E qual è il tempo, quello che è trascorso da questi fatti? Poco prima in certo qual modo che tu con il potere apparissi su questa terra questa cosa fu annunciata con un bando alla città. O Zeus, che cosa hai deciso di fare riguardo a me? Cos’è questa cosa che tu hai dentro?
Aspetta non chiedermelo ancora: dimmi quale aspetto Laio aveva avendo quale culmine di giovinezza. Era grande, mettendo da poco i peli bianchi in testa, non molto distante dal tuo aspetto. Me misero; mi sembra contro di me di non aver capito di gettare poco fa le terribili maledizioni. Cosa dici? Temo ,o signore, guardando verso di te. Temo terribilmente che il cieco (=Tiresia) veda davvero. Lo mostrerai ancora di più qualora tu dica ancora qualcosa. E invero ho da una parte molta paura, ma dall’altra dirò, dopo aver capito, qualora tu mi chieda.