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Eschilo sofocle euripide aristofane menandro, Sintesi del corso di Letteratura Greca

riassunto opere letterarura greca

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 30/04/2016

ettachiodo
ettachiodo 🇮🇹

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ESCHILO
7 contro tebe
Antefatto della vicenda: Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si erano accordati per spartirsi il potere sulla
città di Tebe; avrebbero regnato un anno a testa, alternandosi sul trono. Eteocle tuttavia allo scadere
del proprio anno non aveva voluto lasciare il proprio posto, sicché Polinice, con l’appoggio del re di
Argo Adrasto, aveva dichiarato guerra al proprio fratello ed alla propria patria.
All’inizio del dramma, Eteocle appare impegnato a rincuorare la popolazione preoccupata per
l’imminente arrivo dell’esercito nemico. Giunge un messaggero, che informa che gli uomini di Polinice
sono nei pressi della città, ed hanno deciso di presidiare le sette porte della città di Tebe con sette dei
loro più forti guerrieri. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da
contrapporre a quelli nemici, ognuno a difendere una porta.
Assegnazione delle porte
Porte Guerriero di Eteocle Guerriero di Polinice
Porta di Preto Melanippo Tideo
Porta Elettra Polifonte[2] Capaneo
Porta Nuova Megareo[3] Eteoclo
Porta Atena Onca Iperbio Ippomedonte
Porta Nord Attore[4] Partenopeo
Porta Omoloide Lastene Anfiarao
Settima Porta Eteocle Polinice
Ricevuta la notizia, il coro di giovani tebane reagisce con paura, ma Eteocle le rimprovera aspramente
per questo. Torna il messaggero e riferisce che i sette guerrieri nemici, tirando a sorte, hanno deciso a
quale porta essere assegnati. Eteocle viene informato sul nome e le caratteristiche principali di ognuno,
e ad essi contrappone un proprio guerriero. Quando il messaggero nomina il settimo guerriero, che è il
fratello Polinice, Eteocle capisce di essere predestinato allo scontro con lui, e che probabilmente
nessuno dei due ne uscirà vivo. Tuttavia non si tira indietro, nonostante i tentativi del coro di
dissuaderlo.
Le giovani donne del coro, in attesa di notizie sull’esito della battaglia, intonano un canto pieno di
paura, al termine del quale arriva il messaggero. Questi informa che sei delle sette porte di Tebe hanno
tenuto, dunque l’attacco è stato respinto. Alla settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono
dati la morte l'un l'altro, com'era timore di tutti. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta
passa in secondo piano: vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, ed il coro piange la loro
triste sorte.
Qui con ogni probabilità terminava l’opera scritta da Eschilo. In un’ultima scena (aggiunta
probabilmente dopo la morte dell’autore) entrano in scena le sorelle di Eteocle e Polinice, Antigone e
Ismene, ed un araldo. Quest’ultimo annuncia che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare
sepoltura al corpo di Eteocle, ma, per sfregio, non a quello di Polinice. Antigone, sentita la notizia,
sfidando le parole dell’araldo dichiara che farà di tutto perché anche l’altro fratello abbia degna
sepoltura.
LE SUPPLICI
Antefatto: Danao ed Egitto erano due fratelli gemelli che condividevano la sovranità sul regno d’Egitto.
Il primo aveva avuto cinquanta figlie, il secondo altrettanti figli. Egitto aveva tentato di imporre il
matrimonio tra i propri figli e le figlie di Danao (chiamate collettivamente Danaidi), ma un oracolo aveva
predetto a Danao che un suo nipote l'avrebbe ucciso; per questo il re aveva vietato alle figlie di
sposarsi e, alla richiesta di matrimonio dei cugini, queste si erano rifiutate ed erano fuggite ad Argo, in
Grecia.
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ESCHILO

7 contro tebe

Antefatto della vicenda: Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si erano accordati per spartirsi il potere sulla

città di Tebe; avrebbero regnato un anno a testa, alternandosi sul trono. Eteocle tuttavia allo scadere del proprio anno non aveva voluto lasciare il proprio posto, sicché Polinice, con l’appoggio del re di

Argo Adrasto, aveva dichiarato guerra al proprio fratello ed alla propria patria.

All’inizio del dramma, Eteocle appare impegnato a rincuorare la popolazione preoccupata per

l’imminente arrivo dell’esercito nemico. Giunge un messaggero, che informa che gli uomini di Polinice sono nei pressi della città, ed hanno deciso di presidiare le sette porte della città di Tebe con sette dei

loro più forti guerrieri. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da

contrapporre a quelli nemici, ognuno a difendere una porta.

Assegnazione delle porte Porte Guerriero di Eteocle Guerriero di Polinice Porta di Preto Melanippo Tideo Porta Elettra Polifonte [2]^ Capaneo Porta Nuova Megareo [3]^ Eteoclo Porta Atena Onca Iperbio Ippomedonte Porta Nord Attore [4]^ Partenopeo Porta Omoloide Lastene Anfiarao Settima Porta Eteocle Polinice

Ricevuta la notizia, il coro di giovani tebane reagisce con paura, ma Eteocle le rimprovera aspramente

per questo. Torna il messaggero e riferisce che i sette guerrieri nemici, tirando a sorte, hanno deciso a

quale porta essere assegnati. Eteocle viene informato sul nome e le caratteristiche principali di ognuno, e ad essi contrappone un proprio guerriero. Quando il messaggero nomina il settimo guerriero, che è il

fratello Polinice, Eteocle capisce di essere predestinato allo scontro con lui, e che probabilmente nessuno dei due ne uscirà vivo. Tuttavia non si tira indietro, nonostante i tentativi del coro di

dissuaderlo.

Le giovani donne del coro, in attesa di notizie sull’esito della battaglia, intonano un canto pieno di

paura, al termine del quale arriva il messaggero. Questi informa che sei delle sette porte di Tebe hanno tenuto, dunque l’attacco è stato respinto. Alla settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono

dati la morte l'un l'altro, com'era timore di tutti. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta passa in secondo piano: vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, ed il coro piange la loro

triste sorte.

Qui con ogni probabilità terminava l’opera scritta da Eschilo. In un’ultima scena (aggiunta probabilmente dopo la morte dell’autore) entrano in scena le sorelle di Eteocle e Polinice, Antigone e

Ismene, ed un araldo. Quest’ultimo annuncia che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare sepoltura al corpo di Eteocle, ma, per sfregio, non a quello di Polinice. Antigone, sentita la notizia,

sfidando le parole dell’araldo dichiara che farà di tutto perché anche l’altro fratello abbia degna sepoltura.

LE SUPPLICI

Antefatto: Danao ed Egitto erano due fratelli gemelli che condividevano la sovranità sul regno d’Egitto. Il primo aveva avuto cinquanta figlie, il secondo altrettanti figli. Egitto aveva tentato di imporre il matrimonio tra i propri figli e le figlie di Danao (chiamate collettivamente Danaidi ), ma un oracolo aveva predetto a Danao che un suo nipote l'avrebbe ucciso; per questo il re aveva vietato alle figlie di sposarsi e, alla richiesta di matrimonio dei cugini, queste si erano rifiutate ed erano fuggite ad Argo, in Grecia.

La tragedia prende avvio quando le Danaidi, appena sbarcate in terra greca, vengono esortate da Danao a raggiungere il recinto sacro, dove i supplici hanno per antica consuetudine un diritto di asilo inviolabile. Esse raccontano la loro storia a Pelasgo, re di Argo, ma quest’ultimo è restio ad aiutarle, per il timore di una guerra contro l’Egitto. Infine il re promette di portare la questione di fronte all’assemblea cittadina; dal canto loro, le Danaidi affermano che, se non verranno accolte, si impiccheranno nel recinto sacro.

Pelasgo dunque si reca con Danao all’assemblea, e poco dopo torna con buone notizie: si è deciso di accogliere la supplica delle ragazze. Queste allora intonano un canto di gratitudine, ma ben presto arriva un'amara sorpresa: gli egizi sono appena sbarcati presso Argo, e vogliono rapire le Danaidi. Arriva l’araldo egizio con i suoi armigeri per portarle via, ma l’intervento di Pelasgo glielo impedisce. L’araldo se ne va urlando minacce: la guerra tra Argo e l’Egitto è ormai inevitabile. Le Danaidi vengono allora accompagnate da Danao e da alcune ancelle dentro le mura della città

PROMETEO INCATENATO

Dopo la rivolta di Zeus contro il padre Crono, e la guerra che ne segue, Zeus si insedia al potere e annienta i suoi oppositori. Prometeo, per aver donato il fuoco agli uomini, subisce la sua collera e viene incatenato ad una roccia ai confini della Terra nella regione della Scizia. Il dramma, interamente statico, mette in scena Prometeo di fronte a diversi personaggi divini, senza mai presentare un confronto diretto tra Zeus e il titano.

La scena si apre in Scizia, fra aspri monti e lande desolate. Efesto, il Potere (Κράτος) e la Forza (o Violenza, Βία) hanno catturato il titano Prometeo e lo hanno incatenato ad una rupe. Zeus lo punisce perché ha donato il fuoco agli uomini, ribellandosi al suo volere. Il titano viene quindi raggiunto da vari personaggi, che tentano di portargli conforto e consiglio: le Oceanine, Oceano ed Io. Durante il suo dialogo con Io, Prometeo le predice il tortuoso futuro che ha dinanzi a sé e prevede che uno dei suoi discendenti (il riferimento è ovviamente al semidio Eracle) riuscirà a liberarlo dalla punizione divina. Prometeo ha però una via di fuga dall'angosciosa situazione in cui si trova, perché egli conosce un segreto che potrebbe causare la disfatta del potere olimpico retto da Zeus. La minaccia consiste nel frutto della relazione fra Zeus e Teti, che potrebbe generare un figlio in grado di sbaragliare il padre degli dei. Zeus invia il dio Ermes per estorcere il segreto a Prometeo, ma egli non cede e per questo viene scagliato, insieme alla rupe a cui è incatenato, in un burrone senza fondo.

ORESTEA

AGAMENNONE

Prologo (vv. 1-39): Monologo della vedetta appostata sul tetto della casa degli Atridi, che veglia nella notte aspettando di vedere all’orizzonte il segnale luminoso che annunci la caduta di Troia e quindi il ritorno di Agamennone. Si lamenta delle fatiche che sopporta ormai da molto tempo, quando avvista il segnale e, raggiante, esce per avvisare la regina.

Parodo (vv. 40-257): Entra il coro, formato da anziani notabili di Argo, che si chiede se Agamennone stia davvero tornando e rievoca gli antefatti della spedizione. Viene narrato il presagio favorevole di due aquile (gli atridi) che avevano ucciso una lepre pregna (Troia). L’indovino Calcante aveva però avvisato dell’odio di Artemide contro Agamennone, capo della spedizione. La flotta achea era dunque rimasta bloccata in Aulide, e solo dopo il sacrificio di Ifigenia era potuta ripartire.

Primo episodio (vv. 258-354): Clitennestra informa il coro che Troia è caduta quella notte stessa, ma non viene creduta, poiché non pare possibile che la notizia possa essere giunta in città così in fretta. Clitennestra spiega che, grazie ad una serie di segnali luminosi tra Troia ed Argo, ha potuto avere la notizia in brevissimo tempo.

Primo stasimo (vv. 355-488): Inno a Zeus, lodato come colui che punisce chi infrange la giustizia. Vengono rievocati il ratto di Elena ed i morti nella guerra di Troia. Tuttavia il coro dubita ancora che la notizia dell’imminente ritorno della spedizione vittoriosa sia vera.

Secondo episodio (vv. 503-680): Entra in scena l'araldo, che annuncia che Troia è caduta e che Agamennone sta tornando. È interrogato dal coro e racconta i disagi e le sofferenze della guerra, conclusasi però con la vittoria achea. Clitennestra afferma di aspettare con ansia il marito. Il coro chiede infine notizie di Menelao, di cui si sono perse le tracce.

Primo stasimo (vv. 585-651): L’omicidio di Agamennone, ragiona il coro, fu l’atto più audace che la

passione abbia mai ispirato ad una donna. Fu Clitennestra, infatti, la vera responsabile del delitto, ma la giustizia è ormai prossima ad abbattersi sui colpevoli.

Secondo episodio (vv. 652-782): Oreste si presenta alla madre, che non lo riconosce, portando la notizia della propria morte. Clitennestra appare triste (difficile dire se è tristezza vera o simulata), e

manda l'anziana nutrice di Oreste a chiamare Egisto, raccomandando che egli venga scortato da gente armata. Però le ancelle della casa (ossia le coefore che accompagnavano Elettra) fermano la nutrice e

la convincono a dire ad Egisto di venire solo e senz'armi.

Secondo stasimo (vv.783-837): Secondo il coro, il momento della vendetta si avvicina, ed è ora di

pregare Zeus perché tutto vada nel modo sperato. Se così sarà, ne beneficerà la città di Argo, ed

anche i parenti di Oreste, i morti ed i vivi.

Terzo episodio (vv. 838-934): Quando Egisto sopraggiunge, Oreste lo uccide, rivolgendosi subito dopo

alla madre. Questa, dopo aver invano tentato di difendersi, tenta di muovere Oreste a pietà, mostrandogli il seno per ricordargli di quando ella si prendeva cura di lui da bambino. Il figlio esita ad

agire, così Pilade (che qui parla per la prima e ultima volta) gli ricorda l’ordine del dio, di fronte al quale Oreste vince le esitazioni e trascina la madre fuori scena, dove la giustizia accanto al cadavere di

Egisto.

Terzo stasimo (vv. 935-971): Il coro esulta, poiché la giustizia ha trionfato. Argo e la casa reale di

Agamennone sono ora libere, ed è ormai tempo che ogni traccia delle atrocità avvenute venga cancellata.

Esodo (vv. 972-1076): La tremenda vendetta è compiuta, ma subito appaiono le Erinni, dee vendicatrici

dei delitti, in specie quelli tra consanguinei. Inseguito da loro, Oreste fugge, sotto gli sguardi stupiti del coro, che non vede le terribili dee.

EUMENIDI

La terza tragedia della trilogia prende il nome dalle Erinni, dee che impersonano la vendetta, le quali erano chiamate anche Eumenidi (ossia “le benevole”) quando erano in atteggiamento positivo. In questa terza parte dell’ Orestea viene narrata la persecuzione delle Erinni nei confronti di Oreste, che culmina nella celebrazione di un processo presso il tribunale dell’Areopago. [1]^ Tale giudizio, che vede le Erinni stesse come accusatrici, Apollo come difensore e Atena a presiedere la giuria, termina con l’assoluzione di Oreste, grazie al voto di Atena, che vota a suo favore perché non ha madre.

Trama [modifica | modifica wikitesto]

Prologo (vv. 1-142): Braccato dalle Erinni per il matricidio, Oreste è nel tempio di Apollo, dove chiede aiuto al dio. Quest’ultimo, promettendogli la sua protezione, lo invia ad Atene, presso il tempio della dea Atena, dove forse troverà la soluzione ai suoi problemi. Appare poi il fantasma di Clitennestra, che aizza le Erinni a perseguitare il figlio per il suo orribile delitto, lamentandosi del fatto che nessun altro dio si levi in sua difesa.

Parodo (vv. 143-178): Le Erinni si accingono a dare la caccia ad Oreste.

Primo episodio (vv. 179-306): Apollo caccia le dee infernali dal proprio tempio, ed esse vanno in cerca di Oreste, raggiungendolo quando egli è ormai nel tempio di Atena e ne sta invocando l’intervento. Lì le dee infernali lo minacciano di infliggergli la meritata punizione.

Primo stasimo (vv. 307-396): Le Erinni cominciano un terribile canto di morte danzando attorno ad Oreste.

Secondo episodio (vv. 397-489): Appare Atena, la quale, dopo essersi informata presso Oreste e le Erinni su ciò che è accaduto, si offre come giudice in un regolare processo. Il caso verrà sottoposto ad una giuria ateniese di dodici membri (ricalcata sul tribunale ateniese dell’Areopago, attivo ai tempi di Eschilo), presieduta dalla stessa Atena. Le Erinni saranno l’accusa, Apollo la difesa.

Secondo stasimo (vv. 490-565): Prima dell’inizio del processo, le Erinni riflettono preoccupate sulle conseguenze di una possibile assoluzione di Oreste: questo fatto potrebbe indurre alla licenza tutti i mortali, e causare un forte aumento degli omicidi tra consanguinei.

Terzo episodio (vv. 566-777): Inizia dunque il processo. Le Erinni interrogano Oreste sul modo in cui ha ucciso sua madre. Oreste si difende spiegando di aver agito per una vendetta legittima, e su ordine di Apollo. Quest’ultimo poi interviene spiegando che Clitennestra per prima aveva compiuto un’atrocità, uccidendo il marito (ma questo per le Erinni è un delitto meno grave in quanto marito e moglie non sono consanguinei), e che in ogni caso l’omicidio del marito è un crimine peggiore, poiché quando si genera un figlio, è il marito a dare il germe, che la moglie poi si limita a nutrire durante la gestazione. [2]^ Il figlio insomma ha lo stesso sangue del padre e quindi ha il diritto di vendicarlo. La giuria infine vota. L’ultima a votare è Atena, la quale dichiara il proprio voto favorevole ad Oreste, perché la dea, non avendo una madre, considera più importante la figura paterna. Alla fine il conteggio dei voti è pari: sei per la condanna e sei per l’assoluzione. Oreste viene dunque assolto, poiché il presidente della giuria, Atena, è a lui favorevole.

Esodo (vv. 778-1045): Le Erinni reagiscono con rabbia alla sentenza, minacciando a più riprese morte e distruzione. Atena tuttavia riesce a calmarle e, garantendo loro venerazione eterna, le convince a diventare Eumenidi, ovvero divinità della giustizia anziché della vendetta. Inizia così un canto di benedizione in cui le dee invocano ricchezza, fecondità e concordia per Atene, mentre Atena prefigura un lungo periodo di giustizia, che nella città sarà assicurata dal timore per le dee ora venerande. In un corteo di sacerdotesse guidato da Atena, le Eumenidi vengono infine accompagnate verso la loro nuova sede.

  • PERSIANI

SOFOCLE

AIACE

Il Pelide Achille è morto. I due Atridi, Agamennone e Menelao, capi dell'esercito greco, affidano le armi del defunto eroe a Ulisse. Qualcuno, però, non è d'accordo: in quanto amico del Pelide, Aiace Telamonio, re di Salamina, è convinto che gli dovessero essere assegnate di diritto, anche perché era il più simile al defunto Achille in forza e valore combattivo di tutto il restante esercito greco. Il dramma si apre con la collera di quest'ultimo, accecato da Atena. Credendo di infierire sui suoi compagni, Aiace massacra i buoi e i montoni degli Achei.

La dea esorta Ulisse ad approfittare della situazione per consumare la sua vendetta, ma Ulisse rifiuta, non volendo infierire, e approfittandone per dar voce al pensiero sofocleo riguardo alla condizione dell'uomo e alla sua sorte effimera.

Tornato in sé, e pieno di vergogna, Aiace decide di riscattare il suo onore e la reputazione, la τιμή ( tīmé , l'onore ed il rispetto su cui verteva l'istituto sociale della cosiddetta "società di vergogna", tipico delle istituzioni umane più arcaiche) della sua famiglia con il suicidio, che gli avrebbe garantito il κλέος ( kléos , la gloria imperitura dopo la morte).Tecmessa, la sua compagna, tenta di dissuaderlo. L'eroe finge di acconsentire e si ritira in un bosco presso la riva del mare.

Teucro, fratello di Aiace, lontano dall'accampamento per una missione di guerra, tenta di impedire la sua morte: ha saputo da un oracolo che se il fratello fosse rimasto chiuso nella sua casa sarebbe scampato alla collera degli dei. Tuttavia il messaggero da lui inviato arriva troppo tardi: Aiace, in solitudine, si dà la morte con la spada di Ettore, che il troiano gli aveva dato in dono dopo il loro duello narrato in Iliade, Libro VII, e interrotto dal calare della sera.

Il dramma si chiude con la scoperta di Aiace morto e la disputa tra Teucro, Menelao e Agamennone. Il re atride rifiuta che gli venga data sepoltura, Teucro al contrario vuole onorare il fratello. Determinante è l'intervento di Ulisse: nonostante la disputa avuta con Aiace, consiglia Agamennone di lasciare che Teucro renda l'ultimo omaggio al defunto.

TRACHINIE

La scena è ambientata a Trachis (da cui il titolo della tragedia, che indica le donne che formano il coro), la cittadina della Tessaglia dove dimora Eracle insieme alla moglie Deianira e ai figli, ospiti presso il re Ceice.

In realtà, Eracle è impegnato nel compimento delle sue fatiche e manca da casa da molto tempo. Deianira, preoccupata per la lunga assenza del marito, invia il figlio Illo a cercarlo. Poco dopo la partenza del giovane, però, giunge un messaggero che annuncia il ritorno di Eracle, confermato dall'arrivo dell'araldo ufficiale Lica, che rassicura sulla salvezza del signore, momentameamente fermo

L’attore Albert Greiner interpreta Edipo (1896)

Secondo episodio (vv. 512-862): Appare Creonte e chiede se sia vero che Edipo lo crede colpevole di

cospirazione. Quest’ultimo lo accusa apertamente, con toni sempre più accesi: Creonte non si trovava a Tebe, insieme a Tiresia, quando Laio fu ucciso? Creonte gli risponde pacatamente di non avere

interesse al trono. Interviene Giocasta, vedova di Laio ed ora moglie di Edipo, per mettere pace tra i due. Ella invita il marito a non dare ascolto a nessun oracolo e a nessun indovino: anche a Laio era

stata fatta una profezia, in cui era stato detto che sarebbe stato ucciso dal figlio, mentre ad ucciderlo

erano stati alcuni banditi sulla strada per Delfi, là dove si incontrano tre strade.

A sentire le parole di Giocasta, Edipo resta turbato e chiede di convocare il testimone di quell’omicidio.

La regina chiede al marito il motivo del suo turbamento, così Edipo comincia a raccontare: da giovane era principe ereditario di Corinto, figlio del re di quella città, Polibo. Un giorno l’oracolo di Delfi gli

predisse che avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la propria madre. Sconvolto da quella profezia, per evitare che essa potesse avverarsi Edipo aveva deciso di fuggire, ma sulla strada tra Delfi e Tebe,

in un punto dove si uniscono tre strade, aveva avuto un alterco con un uomo e l’aveva ucciso. Se quell'uomo fosse stato Laio? Il coro lo invita però a non trarre conclusioni affrettate, ed a sentire prima il

testimone dell’omicidio.

Secondo stasimo (vv. 863-910): Il coro è turbato dall’incredulità di Giocasta davanti agli oracoli, e lancia un ammonimento contro chi pretende di violare le leggi eterne degli dei: quando gli uomini non

riconoscono più la giustizia divina e procedono con superbia ( hybris ), lì si cela la tirannide. [2]

Terzo episodio (vv. 911-1085): Giunge un messo da Corinto, che informa che re Polibo è morto. Edipo

è rassicurato da quelle parole, perché suo padre non è quindi morto per mano sua. Rimane la parte della profezia riguardante sua madre, così Edipo chiede notizie di lei. Il messo, per rassicurarlo

pienamente, gli dice che non c’è pericolo che egli possa generare figli con la propria madre, poiché i sovrani di Corinto non sono i suoi genitori naturali: Edipo era stato adottato. Il messo può testimoniarlo

con certezza, perché un tempo faceva il pastore sul monte Citerone, ed era stato proprio lui a ricevere Edipo neonato da un servo della casa di Laio, ed a portarlo a Corinto. A questo punto Edipo si vede

vicino alla scoperta delle proprie origini ed ordina che sia convocato il servo di Laio. Giocasta invece ha ormai capito tutta la verità e supplica Edipo di non andare avanti con le ricerche, ma non viene

ascoltata: «Meglio vivere a caso, come si può…», [3]^ dice la donna ad Edipo.

Terzo stasimo (vv. 1086-1109): Il coro esulta perché Edipo è ormai vicino a conoscere le proprie

origini, ed esalta il Citerone come patria e nutrice di Edipo stesso. [4]

Quarto episodio (vv. 1110-1185): Arriva il servo di Laio che Edipo attende con tanta impazienza.

Tempestato di domande, il servo innanzitutto ammonisce Edipo dal continuare a interrogarlo, ma

quest’ultimo ormai vuole ascoltare tutta la verità. Il servo allora conferma che aveva ricevuto il bambino (che era figlio di Laio) con l’ordine di ucciderlo, in quanto, secondo una profezia, il piccolo avrebbe

ucciso il padre. Tuttavia, per pietà il servo non l’aveva ucciso e l’aveva invece consegnato al pastore che l’aveva portato a Corinto. A questo punto, l’intera vicenda è chiarita: al colmo dell’orrore, Edipo

rientra nel suo palazzo gridando: «Luce, che io ti veda ora per l’ultima volta». [5]

Quarto stasimo (vv. 1186-1222): Gli anziani tebani che costituiscono il coro compiangono la sorte di

Edipo, re stimato da tutti che in breve si è scoperto autore involontario di atti orribili. I tebani vorrebbero non averlo mai conosciuto, tanto è l’orrore e al tempo stesso la pietà che la sua vicenda suscita in loro.

Edipo bambino viene nutrito da un pastore (scultura di Antoine-Denis Chaudet, 1810, Museo del Louvre)

Esodo (vv. 1223-1530): Un messo esce dal palazzo di Edipo e annuncia agli astanti che Giocasta si è

impiccata, e che Edipo, appena l’ha vista, si è accecato con la fibbia della veste di lei. In quel momento appare Edipo, accompagnato da un canto pietoso del coro, che afferma di aver compiuto quell’atto

perché nulla ormai, a lui che è maledetto, può più essere dolce vedere. In quel momento arriva Creonte, che di fronte alla disperazione di Edipo lo esorta ad avere fiducia in Apollo. Edipo abbraccia le

sue bambine Antigone ed Ismene, compiangendole perché esse, figlie di nozze incestuose, saranno

sicuramente emarginate dalla vita sociale. Infine chiede a Creonte di essere esiliato, in quanto uomo aborrito dagli dei

ELETTRA

Oreste, figlio di Agamennone, torna dopo molti anni a Micene, in compagnia di Pilade e del Pedagogo. Egli, su ordine di Apollo, deve vendicare la morte del padre, ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto per usurparne il trono. Da bambino Oreste, che correva il rischio di essere anch’egli ucciso in quanto erede al trono, era stato salvato dalla sorella Elettra. Questa infatti l’aveva affidato ad un uomo focese, che lo aveva tenuto lontano dagli intrighi di palazzo. Da quel giorno Elettra, che provava un odio profondo (e ricambiato) verso i due assassini, era vissuta nella speranza che Oreste un giorno potesse tornare a vendicare il padre.

Oreste dunque torna a Micene all’insaputa di tutti, e organizza un tranello: diffonde la falsa notizia della propria morte, che gli permette di constatare la gioia (e quindi la malvagità) della madre Clitennestra. Elettra, al contrario, è disperata (dimostrando quindi il suo immutato affetto per il fratello), ma si fa coraggio e decide che sarà lei a vendicare il padre. Ottenuta la prova della fedeltà della sorella, Oreste le rivela la propria identità, ed insieme i due organizzano un piano per attuare la loro vendetta. Oreste penetra nel palazzo e uccide senza pietà la madre supplicante, poi incontra Egisto. Lo trascina fuori scena per ucciderlo, e proprio su questa immagine si chiude la tragedia.

EDIPO A COLONO

Edipo, ormai mendico e cieco, nel suo vagabondare insieme alla figlia Antigone, arriva a Colono, un

sobborgo nei pressi di Atene, in obbedienza ad un'antica profezia che diceva che lì sarebbero terminati i suoi giorni. Gli abitanti del luogo, conosciuta la sua identità, vorrebbero allontanarlo, ma il re di Atene,

Teseo, gli accorda ospitalità e protezione. A questo punto Edipo rivela a Teseo che quando i Tebani diverranno nemici degli Ateniesi, la sua tomba preserverà i confini dell'Attica. L’altra figlia Ismene li

raggiunge, portando la notizia dello scontro fra i fratelli Eteocle e Polinice, anch'essi figli di Edipo. Secondo un oracolo, la vittoria sarebbe arrisa a quello dei fratelli che fosse riuscito ad assicurarsi

l’appoggio paterno. Arriva anche Creonte, re di Tebe, per convincere Edipo a tornare in patria, ma, visto il rifiuto di quest’ultimo, Creonte prende in ostaggio le figlie, che vengono però messe in salvo da

Teseo. Giunge poi Polinice, nel tentativo di ingraziarsi le simpatie del padre, ma viene scacciato da

Edipo. Infine si manifestano una serie di prodigi divini, che fanno capire ad Edipo che la sua fine è vicina. Egli viene accompagnato da Teseo in un boschetto sacro alle Eumenidi, e lì sparisce per volontà

degli dei, dopo aver predetto al re di Atene lunga prosperità per la sua città. Antigone e Ismene vorrebbero correre a vedere il luogo in cui il loro padre ora riposa, ma Teseo le ferma: a nessuno è

lecito accostarsi a quel luogo. Le due sorelle si preparano allora a fare rientro a Tebe.

+FILOTTETE ANTIGONE

EURIPIDE

ALCESTI

Nel prologo il dio Apollo narra di essere stato condannato da Zeus a servire come schiavo nella casa

di Admeto, re di Fere in Tessaglia, per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi come vendetta consequenziale all'uccisione del figlio Asclepio per mano di Zeus stesso. Grazie alla sua benevola

accoglienza, Apollo nutriva per Admeto un grande rispetto, tanto da esser riuscito ad ottenere dalle Moire che l'amico potesse sfuggire alla morte, a condizione che qualcuno si sacrificasse per lui.

Nessuno, tuttavia, era disposto a farlo, né gli amici, né gli anziani genitori: solo l'amata sposa Alcesti si era detta pronta. Quando sulla scena arriva Thanatos, la Morte, Apollo tenta inutilmente di evitare la

morte della donna e si allontana, lasciando la casa immersa in un silenzio angoscioso. Con l'ingresso del coro dei cittadini di Fere si apre la tragedia vera e propria. Mentre i coreuti piangono per la sorte

della regina, una serva esce dal palazzo e annuncia che Alcesti è ormai pronta a morire, anche se vinta dalla commozione per la sorte della sua famiglia. Grazie all'aiuto di Admeto e dei figli, appare

Questo sentimento fa apparire Fedra sconvolta e malata agli occhi degli altri. Dietro le insistenze della Nutrice perché riveli la causa del suo malessere, Fedra è costretta a rivelare il suo segreto. La Nutrice, tentando in buona fede di aiutare Fedra, lo rivela a Ippolito, imponendogli il giuramento di non farne parola con nessuno. La reazione del giovane è rabbiosa e offensiva, al punto che Fedra, sentendosi umiliata, decide di darsi la morte. Prima di impiccarsi lascia, per salvare il suo onore, un biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata.

Quando Teseo, tornato da fuori città, scopre il cadavere della moglie e il biglietto, invocando Poseidone lancia un anatema mortale nei confronti di Ippolito. [1]^ Il giovane dice al re di non avere alcuna responsabilità, ma non può raccontare l'intera storia perché vincolato dal giuramento fatto alla Nutrice. Teseo non gli crede e lo bandisce da Atene. Mentre Ippolito sta lasciando la città su un carro con i suoi compagni, la maledizione puntualmente si compie: un toro mostruoso uscito dal mare fa imbizzarrire i cavalli, che fanno schiantare il carro contro le rocce.

Ippolito viene riportato agonizzante a Trezene, dove appare Artemide ex machina. La dea espone a Teseo la verità sui fatti, dimostrando quindi l'innocenza di Ippolito. Il re si rivolge allora al figlio, ottenendone in punto di morte il perdono.

GLI ERACLIDI

Nell'attica Maratona, presso l'altare consacrato a Zeus, i figli di Eracle (gli Eraclidi) hanno trovato rifugio dalla persecuzione del re Euristeo. Demofonte, re di Atene, rifiuta di consegnare i supplici all'araldo argivo venuto a riprenderli, e si dichiara disposto anche alla guerra pur di non abbandonare chi gli ha chiesto protezione.

Si va quindi allo scontro armato, ma un oracolo impone il sacrificio di una nobile vergine per conseguire la vittoria. Demofonte a questo punto è incerto sul da farsi, ma Macaria, una delle figlie di Eracle, offre spontaneamente la propria vita per i fratelli. In tal modo la battaglia è vinta, e lo stesso Euristeo viene catturato e condotto ad Atene.

Alcmena, la madre adottiva di Eracle, ottiene che Euristeo sia punito con la morte, nonostante l'opposizione dei cittadini. Prima di morire Euristeo, per ricambiare l'intervento degli Ateniesi in suo favore, fa dono alla città di un oracolo secondo il quale il suo cadavere, se sepolto presso il santuario di Atena Pallade, sarà garanzia di eterna protezione.

ANDROMACA

Dopo l'uccisione di Ettore, da parte di Achille, e del loro figlio Astianatte, da parte di Neottolemo, su consiglio di Ulisse, Andromaca viene fatta prigioniera da Neottolemo, re dell'Epiro e figlio di Achille.

Dopo aver avuto un figlio con il re, Andromaca incorre nella gelosia di Ermione, sposa di Neottolemo. Costretta a fuggire con il figlio Molosso, Andromaca si rifugia nel tempio di Teti.

Una schiava informa Andromaca del pericolo che corre, dato che Menelao, padre di Ermione, è partito alla sua ricerca con l'intenzione di ucciderla. Andromaca invia una schiava con un messaggio di aiuto per l'anziano re Peleo, nonno di Neottolemo e fa nascondere suo figlio presso degli amici. In questo momento arriva Ermione e accusa Andromaca di essere la causa della sua sterilità e, di conseguenza, dell'odio che suo marito le porta. Andromaca replica che la ragione di questo odio non dipende che dall'orgoglio di Ermione e dalle sue gelosie. Ermione, col fine di ucciderla, istiga Andromaca ad uscire dal recinto sacro. Menelao appare con il figlio di Andromaca e questa, per salvare la vita di Molosso, finalmente esce allo scoperto e viene catturata.

Arriva l'anziano Peleo, che prende le difese di Andromaca e di suo figlio. Ne scaturisce una discussione con Menelao, al quale rimprovera di essersi lasciato rubare una poco di buono come Elena e di aver scatenato per lei una guerra, di cui molte famiglie greche ancora portano il lutto. Menelao risponde che Andromaca è, a conti fatti, moglie di Ettore. Ma Peleo libera le mani di Andromaca dai legacci che le stringono e Menelao, lungi dall'impedirglielo, annuncia la sua partenza per Sparta, promettendo però di ritornare quando Neottolemo sarà in casa per potergli chiedere di castigare Andromaca.

Ermione, tra la partenza del padre e il timore di essere ripudiata una volta che Neottolemo saprà del suo tentativo di eliminare Andromaca, cerca di togliersi la vita. A questo punto arriva Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, che si dirige all'oracolo di Dodona. Di passo per Ftia, Oreste cerca notizie di Ermione, che gli era stata promessa da Menelao, prima che cambiasse opinione e la desse a Neottolemo. Ermione cerca e trova la sua protezione, mentre Oreste pianifica di far uccidere suo marito.

La notizia della morte di Neottolemo arriva con un messaggero che ne informa Peleo. Oreste aveva fatto circolare la voce tra la popolazione di Delfo che il figlio di Achille aveva l'intenzione di distruggere il tempio di Apollo. Quando Neottolemo arrivò a Delfo per offrire sacrifici al dio, vi è trucidato dalla popolazione inferocita. Finalmente appare Teti che ordina a Peleo di farsi forza e di dedicarsi alla propria discendenza che riunisce il sangue di tre dinastie (quella di Zeus, di Ilio e di Peleo stesso). Il re andrà a Delfo per inumare suo nipote Neottolemo, Andromaca si sposerà con Eleno (un figlio di Priamo che era scampato al massacro di Troia) e andrà a vivere col figlio in Molossia. Quando Peleo finirà i suoi giorni, gli viene annunciato, raggiungerà Teti in fondo al mare per essere assunto a divinità.

ECUBA

La scena si svolge nel Chersoneso tracico, dove la flotta di greci che ha espugnato Troia si è accampata, bloccata da venti contrari che le impediscono il rientro. Ecuba, in qualità di regina di Troia, è prigioniera di guerra. Per garantire il ritorno in patria dei greci vincitori, il fantasma di Achille richiede il sacrificio sulla propria tomba di Polissena, figlia di Ecuba. Questi eventi sono narrati nel prologo dal fantasma di Polidoro, il più giovane dei figli di Ecuba, che era stato mandato in protezione con una ricca dote presso il re tracio Polimestore, il quale lo aveva invece ucciso per impadronirsi delle sue ricchezze.

Ecuba è all'oscuro della morte di Polidoro e della richiesta di sacrificio di Polissena. Nel pieno della notte esce turbata dalla tenda di Agamennone, vittima di un oscuro presagio che le fa temere per la sorte dei figli. Sopraggiunge un coro di prigioniere troiane che la informa della richiesta del fantasma di Achille, accolta dai greci per volere di Odisseo. Ecuba è disperata. Sopraggiunge Polissena che, alla notizia della sua futura sorte, si dispera per la madre ma coraggiosamente accetta il suo destino, preferendo essere scannata piuttosto che vivere come una schiava senza dignità.

Ulisse giunge ed invano Ecuba lo prega di lasciare vivere la figlia o di ucciderla insieme a lei. Polissena, coraggiosa e forte, viene portata via mentre Ecuba si accascia disperata al suolo. Giunge l' araldo Taltibio a documentare la morte della giovane, chiedendo ad Ecuba di darle degna sepoltura. Ecuba incarica un'ancella di colmare una brocca di acqua di mare, necessaria per la salma di Polissena, ma questa giunge col cadavere coperto del figlio Polidoro, ripescato nelle acque dove l'uccisore Polimestore lo aveva gettato.

Inizia così la follia di Ecuba, disperata per la perdita dei figli. Medita vendetta quando sopraggiunge Agamennone, al quale Ecuba racconta del perfido Polimestore che ha infranto il sacro vincolo dell'ospitalità e disonorato il cadavere gettandolo in mare. Agamennone, impietosito da Ecuba e sdegnato dalla perfidia e dalla bramosia di Polimestore, accetta l'invito della donna a non opporsi al suo piano di vendetta.

Ecuba convoca Polimestore nella tenda di Agamennone, con la scusa di dover rivelare a lui e ai suoi figli dove si nasconde il tesoro dei Priamidi. La segretezza della rivelazione impone a Polimestore l'obbligo di allontanare i servi e di restare solo con la donna, la quale incalza con interrogativi sulla salute del figlio, ai quali Polimestore risponde con menzogne.

Entrate nella tenda le prigioniere Troiane immobilizzano l'assassino ed Ecuba, resa cieca dalla collera, con dei sassi uccide i due figli del re Tracio, poi gli si scaglia contro e lo acceca compiendo così la sua vendetta. Uscito dolorante per la ferita dalla tenda, Polimestore chiede vendetta al sopraggiunto Agamennone, che ha udito le grida di dolore del re tracio. Agamennone lo interroga sul suo comportamento, per il quale Polimestore si giustifica dicendo di essere stato costretto ad uccidere Polidoro per impedirgli di ricostruire Troia. Anche Ecuba espone le ragioni del suo gesto, mostrando disprezzo e risentimento nei confronti delle giustificazioni di Polimestore.

Agamennone, sentite le due parti, non condanna Ecuba, e Polimestore si infuria, inveendo contro i due e predicendo loro due sorti terribili. Ecuba sarà trasformata in cagna mentre Agamennone vedrà Cassandra uccisa dalla moglie Clitennestra ed anche lui verrà da lei ucciso con un colpo di scure. Sdegnato dalle funeste profezie, Agamennone abbandona Polimestore su un'isola deserta dove rimane fino alla fine dei suoi giorni. Altre fonti raccontano di come Ecuba infuriata per la morte di suo figlio Polidoro ucciso da Polimestore uccise i suoi due figli lapidandoli e poi lo stesso Polimestore, tagliandogli la testa ed immergendo la tenda del suo sangue.

LE SUPPLICI

Un gruppo di donne di Argo si riunisce presso l’altare di Demetra ad Eleusi: sono le madri dei guerrieri argivi morti nel fallito assalto a Tebe (quello raccontato da Eschilo nei Sette contro Tebe ), per

Oreste nel frattempo torna in patria con Pilade, suo fedele amico, fingendosi un suo messo e dopo un lungo dialogo con Elettra viene riconosciuto dal vecchio pedagogo di suo padre, che l'aveva portato via dalla casa quando Egisto intendeva ucciderlo, perché pericoloso in quanto avrebbe potuto reclamare il trono per sé. Molto bella e importante la scena del riconoscimento, nella quale vengono sistematicamente smontati, anche riprendendo gli stessi termini, gli elementi del riconoscimento eschileo. Il pedagogo propone a Elettra tre motivi per riconoscere Oreste:

  1. il ricciolo che qualcuno ha lasciato sulla tomba di Agamennone potrebbe essere uguale a uno dei suoi, ma Elettra, razionale, dice che il ricciolo di un uomo e quello di una donna non sono uguali, perché cresciuti diversamente e in ogni caso anche persone senza vincoli di parentela possono avere gli stessi capelli;

  2. l'orma del piede del misterioso straniero potrebbe coincidere con la sua, ma Elettra dice che anche se qualcuno fosse riuscito a lasciare un'impronta sulla roccia, non è possibile che il piede maschile e quello femminile siano uguali, ma quello maschile ha la meglio;

  3. lei potrebbe riconoscere il fratello da una veste che porta, fatta da lei stessa prima della separazione, ma è assurdo: Elettra all'epoca era solo una bambina, di certo non tesseva, e in ogni caso Oreste non potrebbe portare la stessa veste da adulto.

Per convincere la razionale Elettra, cinica perché provata dalle difficoltà che ha dovuto sopportare, ci vorrà una cicatrice, che Oreste si era provocato da bambino mentre insieme inseguivano un cervo.

Egisto tenta di uccidere Oreste, che viene salvato da un vecchio servo. Elettra riconosce il fratello ed assieme vendicano la morte del padre, uccidendo Egisto eClitennestra. Il piano dell'uccisione è bipartito, Oreste, che odia principalmente Egisto, deve occuparsi di lui, mentre, grande novità, è Elettra stessa a occuparsi della madre. I due omicidi avvengono tramite l'inganno, in modo vergognoso. Egisto viene ucciso mentre si trova fuori dalla reggia per compiere con alcuni servi un sacrificio alle Ninfe: su consiglio del pedagogo, Oreste e Pilade si fingono Tessali, celeberrimi per la loro bravura nello squartare bestie da sacrificare, e Oreste, dopo che Egisto li ha invitati a partecipare al sacrificio e al banchetto, lo uccide a tradimento, alle spalle, non come in Eschilo, dove lo guardava direttamente negli occhi. Più subdolo il piano di Elettra, che invia il pedagogo da Clitennestra perché le dica che sua figlia ha appena partorito. La madre accorre, per aiutare Elettra con il bambino, ed è a questo punto che avviene l'omicidio. Entrambi gli omicidi sono molto crudeli, Egisto viene ucciso nel momento in cui dimostra la massima ospitalità nei confronti degli stranieri, diventando di fatto la vera vittima del suo stesso sacrificio, mentre Clitennestra viene uccisa in un momento in cui non mostra nemmeno un briciolo della crudeltà che Elettra le attribuisce normalmente, è solo una madre che va in aiuto della figlia che ha appena partorito. Oreste porta poi a Elettra il cadavere di Egisto, dicendole di farne ciò che vuole, dal momento che non è più sua schiava ma i ruoli si sono invertiti. I Dioscuri, Castore e Polluce, appaiono dopo l'assassinio di Clitennestra e profetizzano ai due fratelli le future disgrazie conseguenti a ciò che hanno fatto, ma alla fine Oreste verrà assolto dai suoi delitti ad Atene e Pilade sposerà Elettra. La tragedia termina con Oreste che fugge inseguito dalle Erinni.

IFIGENIA IN TAURIDE

Ifigenia scampò per poco dall'essere immolata dal padre Agamennone come vittima sacrificale (vedi Ifigenia in Aulide ): all'ultimo momento la dea Artemide (per la quale il sacrificio avrebbe dovuto essere fatto) intervenne sostituendola con un cervo, e portando la principessa in Tauride. Divenuta sacerdotessa al tempio di Artemide, si trovò a dover forzatamente svolgere il crudo compito di eseguire il sacrificio rituale di ogni straniero che sbarcasse sull'isola.

Nel frattempo il fratello Oreste, aiutato da Pilade e dalla sorella Elettra, ha ucciso Clitennestra, sua madre, per vendicare l'uccisione del padre Agamennone. Tormentato dalle Erinni, Oreste è spesso preda di attacchi di follia. Incaricato da Apollo di rubare una statua sacra di Artemide da portare ad Atene per essere liberato dal tormento, si reca con Pilade in Tauride, non sapendo della presenza della sorella, ma viene catturato insieme all'amico, e portato al tempio per essere ucciso, come di consueto. Ifigenia e Oreste si riconoscono, e architettano la fuga, portando con sé la statua di Artemide. Atena compare nel finale per dare alcune istruzioni ai tre.

ELENA

Prologo (vv. 1-178): Elena, la donna a causa della quale scoppiò la guerra di Troia, in realtà non è mai

andata in quella città. Il dio Ermes aveva nascosto Elena in Egitto, ospite del re Proteo, e aveva poi

creato “ un fantasma dotato di respiro, fatto con un pezzo di cielo, […] un vuoto miraggio ”[1]^ in tutto

simile ad Elena. Il fantasma era andato conParide a Troia, all'insaputa di tutti.

Alla morte di Proteo, il figlio Teoclimeno insidia Elena, che rifiuta le sue profferte, anche perché la

sorella di Teoclimeno, la sacerdotessa Teonoe (capace di vedere il futuro), le ha predetto che rivedrà il marito Menelao. Elena sta pensando alla sua triste sorte, quando vede arrivare il messaggero greco

Teucro. Questi informa Elena che le navi con cui Menelao tornava da Troia verso casa sono state colpite da una tempesta, e che Menelao stesso è morto.

Parodo (vv. 179-251): Elena ed il coro riflettono sulla infelice condizione di lei, causa involontaria della spedizione greca contro Troia, e quindi di tanti lutti e sofferenze.

Primo episodio (vv. 252-1106): Elena racconta al coro l’incontro avuto con Teucro, ed insieme si domandano quanto ci sia di vero nelle sue parole. Decidono di rivolgersi a Teonoe per saperne di più.

Nel frattempo Menelao è naufragato proprio in Egitto, insieme ad Elena (il fantasma) e all'equipaggio,

ed è andato in cerca di aiuto lasciando gli altri accampati in una grotta. Menelao arriva al palazzo di Teoclimeno, dove una vecchia serva cerca di cacciarlo; poco dopo il greco incontra Elena, ed è

incredulo, perché credeva che Elena fosse insieme al suo equipaggio.

Arriva un messaggero, che informa Menelao che Elena (il fantasma) è scomparsa. Allora Menelao

finalmente capisce quello che è successo, mentre la vera Elena gli racconta di non essere mai stata a Troia. A quel punto i due si recano da Teonoe, che grazie ai suoi poteri è l’unica che sappia che

Menelao è in Egitto, e la supplicano di non rivelare questo segreto. La sacerdotessa si mostra solidale coi due. Resta però il problema di come fuggire, non avendo più una nave. I due decidono che Elena

dirà a Teoclimeno di aver saputo che Menelao è morto, e di essere quindi finalmente disposta a risposarsi, purché il re le consenta di fare un rito in memoria del marito morto, una breve cerimonia che

va fatta su una nave in mare aperto.

Menelao vede Elena per la prima volta e se ne innamora. Afrodite ed Eros guardano la scena. Cratere attico ritrovato ad Egnazia, Italia, 450-440 a.C.

Primo stasimo (vv. 1107-1164): il coro ricorda le sventure cui Elena e Menelao sono andati incontro

dalla guerra di Troia in avanti.

Secondo episodio (vv. 1165-1300): Menelao si presenta al palazzo di Teoclimeno fingendosi un

messaggero, e porta la notizia della morte di Menelao stesso. Elena allora chiede e ottiene dal re egiziano una nave con equipaggio per compiere il rito, dicendogli che in Grecia è questo il modo di

onorare chi muore in mare.

Secondo stasimo (vv. 1301-1368): viene ricordato un episodio mitologico in cui la dea Demetra cerca

la figlia Persefonerapita da Ade, ottenendo infine di poterla vedere alcuni mesi l’anno.

Terzo episodio (vv. 1369-1450): Elena si prepara per il rito, e Teoclimeno le fornisce una nave fenicia ed un equipaggio.

Terzo stasimo (vv. 1451-1511): il coro racconta come Elena sia ormai in procinto di fuggire con la nave. Anche il coro stesso, che è formato da giovani schiave greche, vorrebbe poter raggiungere la

libertà, volando come una gru in uno stormo sotto le Pleiadi.

Esodo (vv. 1512-1692): Elena e Menelao, con l'equipaggio dato loro da Teoclimeno, mettono in mare la

nave, ma appena prima che salpino, arrivano gli uomini di Menelao. Con la scusa di prendere parte al rito, salgono tutti sulla nave, tra la perplessità degli uomini di Teoclimeno. Appena la nave raggiunge il

largo, Menelao e i suoi uomini sopraffanno l’equipaggio e scappano verso la Grecia. Questi fatti

vengono narrati a Teoclimeno da un messaggero. Fuori di sé dalla rabbia, il re vorrebbe allora uccidere la sorella Teonoe, che si è resa complice della fuga, ma viene trattenuto da una schiava. Appaiono

infine i Dioscuri ex machina che placano l’ira del re.

IONE

Nel prologo della tragedia, Dioniso afferma di essere sceso tra gli uomini per convincere tutta Tebe di essere un dio e non un uomo. A tale scopo per prima cosa ha indotto un germe di follia in tutte le donne tebane, che sono dunque fuggite sul monte Citerone a celebrare riti in onore di Dioniso stesso (diventando quindi Baccanti, ossia donne che celebrano i riti diBacco, altro nome di Dioniso).

Questo fatto però non convince Penteo: egli rifiuta strenuamente di riconoscere un dio in Dioniso, e lo considera solo una sorta di demone che ha ideato una trappola per adescare le donne. Invano Cadmo (nonno di Penteo) e Tiresia (indovino cieco) tentano di dissuaderlo e di fargli riconoscere Dioniso come un dio. Il re di Tebe fa allora arrestare lo stesso Dioniso (che si lascia catturare volutamente) per imprigionarlo, il dio però scatena un terremoto che gli permette di liberarsi immediatamente.

Nel frattempo dal monte Citerone giungono notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, e in un momento di furore dionisiaco si sono avventate su una mandria di mucche, squartandole vive con forza sovrumana. Hanno poi invaso alcuni villaggi, devastando tutto, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione. Dioniso, parlando con Penteo, riesce allora a convincerlo a mascherarsi da donna per poter spiare di nascosto le Baccanti. Una volta che i due sono giunti sul Citerone, però, il dio aizza le Baccanti contro Penteo. Esse sradicano l'albero sul quale il re si era nascosto, si avventano su di lui e lo fanno letteralmente a pezzi. Non solo, ma la prima ad infierire su Penteo, spezzandogli un braccio, è sua madre Agave.

Questi fatti vengono narrati a Cadmo da un messaggero che è tornato a Tebe dopo aver assistito alla scena. Poco dopo arriva anche Agave, munita di un bastone sulla cui sommità è attaccata la testa di Penteo che lei, nel suo delirio di Baccante, crede essere una testa di leone. Cadmo, sconvolto di fronte a quello spettacolo, riesce pian piano a far rinsavire Agave, che infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. A quel punto riappare Dioniso ex machina , che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave a essere esiliati in terre lontane. Con l'immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.

CICLOPE

Quando Odisseo [2]^ arriva al paese dei Ciclopi, la Sicilia, incontra Sileno (capo di un gruppo di satiri che sono stati catturati e resi schiavi dal ciclope), e gli offre di scambiare il proprio vino con del cibo. Essendo un servo di Dioniso, Sileno non sa resistere alla tentazione di farsi dare il vino, ma lo scambia con cibo non suo, bensì del ciclope. Quest'ultimo poco dopo arriva, e Sileno per giustificare la mancanza del cibo accusa Odisseo di averlo sottratto di nascosto ed inoltre di averlo preso con la forza: ne nasce una discussione, ma il ciclope, poco interessato alla diatriba, porta Odisseo e alcuni uomini del suo equipaggio nella sua grotta, e divora alcuni di loro. Per liberarsi, Odisseo idea un piano: offrirà il vino al ciclope per farlo ubriacare, e poi lo accecherà con un palo di legno.

Il ciclope e Sileno si ubriacano insieme, tanto che il primo comincia a chiamare il secondo Ganimede (il coppiere degli dei) e lo invita nella sua grotta, probabilmente con qualche intenzione sessuale. A quel punto Odisseo decide di mettere in atto il suo piano. I satiri all'inizio si offrono di dare il proprio aiuto, ma quando arriva il momento si defilano con una serie di scuse assurde. Odisseo allora chiede ai satiri un incitamento per l'impresa che a quel punto compie con i suoi compagni e acceca il ciclope.

Odisseo in precedenza aveva detto al ciclope di chiamarsi Nessuno, così quando il ciclope accecato urla di dolore, e il coro di satiri gli chiede (non per aiutarlo, ma per prenderlo in giro) chi sia stato a ferirlo, la risposta è la famosa "Nessuno mi ha accecato", che scatena la derisione da parte dei satiri. Nel frattempo Odisseo e il suo equipaggio scappano sulla nave.

RESO

Decimo anno della guerra di Troia: una notte le sentinelle del campo troiano avvistano fuochi greci all’orizzonte. Enea decide allora di mandare un esploratore, Dolone, per capire cosa stia succedendo. Subito dopo, un pastore dà l’annuncio dell’arrivo di un esercito di Traci agli ordini del loro giovane re Reso, alleato della città assediata.

Nel frattempo anche gli Achei mandano in missione due guerrieri: Odisseo e Diomede. Essi uccidono Dolone e penetrano nell'accampamento dei Traci, dove trucidano Reso nel sonno e rubano le sue preziose cavalle. In questo sono aiutati dalla dea Atena, che appare a Paride sotto le sembianze di Afrodite (favorevole ai Troiani) e lo convince che nessuno è entrato nel campo. Dell’omicidio di Reso viene inizialmente accusato Ettore, ma nel finale appare una Musa, madre di Reso, [1]^ che chiarisce come si sono svolti i fatti e compiange il figlio morto, profetizzando quindi per lui una prossima

resurrezione ad opera degli dei inferi, i quali lo destineranno però a soggiornare perpetuamente in un misterioso luogo sotterraneo.

+ORESTE

ARISTOFANE

GLI ARCANESI

La commedia si apre sulla Pnice, quando Diceopoli, un contadino stanco di vedere i suoi raccolti distrutti dai soldati, interviene nella corrotta assemblea dei cittadini per proporre una tregua con Sparta. Non avendo alcuna influenza sull’assemblea ateniese, il suo intervento non riesce ad ottenere nulla. Incarica quindi Anfiteo di recarsi a Sparta per stringere un accordo privato, una tregua valida per lui solo e la sua famiglia. All'assemblea intervengono gli ambasciatori dalla Persia, personificazione dei funzionari corrotti, pagati due dracme al giorno per stare mollemente sdraiati nelle loro comode tende. Non viene risparmiata neanche la guerra contro Sparta: verso la fine dell'assemblea entra in scena un gruppo di soldati Traci (l’esercito degli Odomanti), che si presentano come degli straccioni mal equipaggiati.

Ritorna Anfiteo da Sparta inseguito dagli acarnesi, i quali, infuriati per la pace da lui ottenuta con Sparta , mettono in evidenza le loro pulsioni bellicose e militariste. Anfiteo ha con sé tre boccette: una rappresenta cinque anni di tregue, l’altra dieci, l’ultima trenta. Quando Diceopoli sceglierà quest'ultima (dal sapore migliore), Anfiteo esce di scena. Gli acarnesi, quando capiscono che Diceopoli ha dato il via alla tregua, tentano di lapidarlo ma questi, per far valere le sue ragioni, si reca da Euripide per impararne la retorica. Quest’ultimo gli consegna malvolentieri i cenci di Telefo, in grado di dare a chi li indossa la capacità oratoria di quest'ultimo. Così conciato, armato della straordinaria capacità oratoria di Telefo, Diceopoli ritorna dagli acarnesi ed espone le sue ragioni al coro, il quale si divide in due fazioni opposte. Il semicoro favorevole alla guerra, messo in difficoltà da Diceopoli e dal primo semicoro, chiama in proprio aiuto Lamaco, un generale dell’esercito. Lamaco e Diceopoli battibeccano e si insultano, ma Diceopoli ha la meglio e con una frusta delimita i confini del proprio mercato, un luogo libero in cui tutti possono entrare, anche, come poi accadrà, i nemici di Atene.

Diceopoli sta preparando un abbondante banchetto, quando entra un araldo che comunica a Lamaco che è chiamato in guerra, e a Diceopoli che è invitato a pranzo dal sacerdote di Dioniso. È evidente il contrasto che Aristofane mette in questa scena tra una situazione di guerra, in cui Lamaco, disperato per non poter gustare il banchetto, è costretto a partire, mentre Diceopoli, pronto per un'occasione conviviale, lo sbeffeggia. Questa situazione si accentua alla fine della commedia, quando Lamaco, di ritorno dalla guerra, fisicamente malandato e tutto sporco, incontra per sua sfortuna Diceopoli che, di ritorno dal banchetto in compagnia di due etere, puntualmente lo deride.

I CAVALIERI

Due servi del vecchio Popolo [1]^ detestano un terzo servo, Paflàgone, poiché quest'ultimo si è assicurato i favori del padrone con un comportamento ipocrita e falsamente adulatorio, ed è arrivato a spadroneggiare in casa facendo tutto ciò che vuole. I due servi prendono allora una decisione: contrapporranno a Paflagone un salsicciaio, col preciso scopo di portare Popolo a preferire quest'ultimo a Paflagone. La scelta di utilizzare un salsicciaio è tutt'altro che casuale: costui è un individuo ancora più immorale, cinico ed ignorante di Paflagone stesso, e quindi particolarmente adatto allo scopo.

Il salsicciaio (appoggiato dal coro dei cavalieri) affronta il rivale in una ridda di minacce, insulti, vanterie e aggressioni fisiche. Il duello poi continua nell’ecclesia e infine davanti al padrone, Popolo, in una serie di scontri verbali, ma anche di lettura di responsi oracolari e persino di preparazione di prelibatezze culinarie, in cui i due contendenti si rivelano sempre più beceri ed abietti. Il salsicciaio, con discorsi di bassa demagogia, riesce infine a risultare vincitore.

Popolo, tuttavia, a questo punto afferma di non essere così stupido come sembra, e che il suo obiettivo era quello di attendere il momento giusto per punire i disonesti. Ecco quindi che, con un rito magico, il salsicciaio (ormai diventato un uomo civile e stimato di nome Agoracrito) ridona a Popolo la giovinezza e gli presenta una bella fanciulla, la Tregua, con la quale il vecchio ora ringiovanito convolerà a nozze e vivrà ricco di sani propositi. Paflagone viene invece condannato a svolgere il vecchio lavoro del suo rivale: il salsicciaio.

LE NUVOLE

definitivamente consegnato aPolemos. In quelle lande non vi è più posto per Eirene, reclusa infatti da Polemos nelle profondità della Terra, lasciata a languire in un antro custodito da enormi macigni.

Polemos, dal canto suo, sarebbe già pronto per l’atto finale: le città giacciono in un enorme mortaio in attesa di essere sminuzzate come ingredienti di un bel pesto. Se solo ci fosse il pestello, ovvero un uomo in gamba, un bel mestatore, in grado di trascinare le polis in una lotta fratricida. Uomini del genere un tempo abbondavano in terra di Grecia:Cleone l’ateniese, per esempio, oppure Brasida, il pestello spartano. [3]^ Ma entrambi sono morti, ora...

Trigeo, appresa la notizia, capisce che è il momento favorevole per agire, chiamando a raccolta tutti i greci e, tutti insieme, liberare Eirene dalla sua prigione.

Ne nasce una sequenza di equivoci alla fine dei quali, tra i popoli dell’Ellade, solo i contadini danno prova di possedere le doti di concordia necessarie a reggere l’impresa. Tira e tira, cantando tutti in coro , i macigni sono rimossi e Eirene può riemergere dalle viscere della terra, con gran dispiacere di mestatori mercanti di armi. Reca con sé il ramo d'ulivo e lacornucopia, in braccio il piccolo Pluto, simbolo dei beni che si possono trarre dalla natura e si accompagna ad Opora, la stagione del raccolto, e a Teoria, la Festa.

Trigeo e Opora scatenano la gioia di tutti, manifestando, a sorpresa, l’intenzione di sposarsi.

La scena si chiude allora con un komos nuziale, in cui si alza il canto del coro, condito da lazzi salaci, oscenità e piccantiallusioni: non si venderanno più armi,[4]^ non si vestiranno più elmi, né si mangerà più cacio e cipolle, [5]^ e la vita non si consumerà in guerre tristissime. Ma, accanto al focolare, solo bevute, allegri simposi e baccano con gli amici. E gli sposi vivranno felici tra le gioie bucoliche e allusive del pigiare e del cogliere fichi.

GLI UCCELLI

Due Ateniesi, Pisètero[1]^ ed Evèlpide, disgustati dal comportamento dei loro concittadini, decidono di lasciare la città per cercarne un’altra dove poter vivere in pace. Si recano dunque da Úpupa, che è in realtà Tereo (in passato re di Tracia, poi trasformato in uccello dagli dei), e gli propongono di fondare insieme agli uccelli una città nel cielo chiamata Nubicuculìa (in greco Νεφελοκοκκυγία, Nephelokokkygía ). Gli uccelli sono inizialmente ostili all’idea, poiché non si fidano di nessun uomo, ma le loro diffidenze vengono superate e cominciano i lavori.

I due uomini e gli uccelli si rendono ben presto conto che Nubicuculia è in una posizione molto favorevole, poiché è nel cielo, a metà strada tra gli dei e gli uomini. Gli uccelli dichiarano allora guerra agli dei, ed intercettando i fumi dei sacrifici offerti dagli uomini, riducono gli dei stessi alla fame. Al contempo, gli uomini accettano di venerare gli uccelli come le loro nuove divinità. Pisetero scaccia dalla città, insieme ad alcuni intrusi (un ispettore, un venditore di decreti, un sedicente poeta, un indovino), una prima messaggera degli dei, Iride; arriva così una seconda ambasciata formata da Poseidone, Eracle e Triballo, dio barbaro. Essi però non possono che accettare le condizioni dettate da Pisetero: gli uccelli diverranno gli esecutori del potere divino tra gli uomini, mentre Pisetero sarà nominato successore di Zeus e diventerà sposo di Regina, la donna depositaria dei fulmini del padre degli dei. Pisetero e gli uccelli ottengono così il potere, e la commedia si conclude con la celebrazione delle nozze tra Pisetero e Regina.

TESMOFORIAZUSE

Euripide, temendo che le donne, riunite in occasione della festa, stiano tramando una vendetta contro di lui, colpevole di averle messe in cattiva luce nelle sue tragedie, pensa di correre ai ripari. Chiederà al poeta Agatone di prendere le sue difese presenziando, travestito da donna, all'assemblea delle Tesmoforie. Insieme a un parente, Mnesiloco, [1]^ si reca allora presso l'abitazione di Agatone, che li accoglie in vesti femminili declamando propri versi e causando l'ironia salace del parente. I due tentano di convincere l'effeminato poeta ma Agatone, temendo di essere smascherato e condannato, rifiuta l'incarico.

Giunge in soccorso la disponibilità di Mnesiloco che, convinto a prestarsi alla finzione, viene per questo motivo maldestramente depilato da Euripide. Lisciato come una donna (Euripide non tralascia nemmeno di bruciargli i peli dalle natiche), vestito con abiti femminili prestati da Agatone, prenderà parte alla vivace assemblea delle donne.

Di fronte alle accuse del consesso muliebre e all'ipotesi, ventilata, di un'eliminazione fisica di Euripide, Mnesiloco si lancia nella difesa del poeta, sostenendo che i suoi strali erano intesi a colpire le sole

eroine del mito senza voler affatto stigmatizzare il comportamento delle loro omologhe moderne, che peraltro, si lascia sfuggire l'incauto e improvvisato difensore, non è certo da considerarsi impeccabile. Quest’ultima argomentazione, esemplificata con racconti di infedeltà e scaltrezza femminile, si rivela però dirompente e fa degenerare l'assemblea in una rissa. Sarà poi l'intervento delatorio dell’effeminato Clistene a portare allo smascheramento del maldestro difensore.

A questo punto Mnesiloco, messo alle strette, sottrae una bambina alle mani di una donna pensando di farne ostaggio per sfuggire alla cattura, [4]^ ma quella che sembrava una bimba si rivela essere una brocca di vino, avvolta in fasce puerili allo scopo essere occultamente introdotta nell’assemblea. Per salvarsi dalla folla inferocita, Mnesiloco decide di berne il contenuto, fingendo di aver voluto solo inscenare un sacrificio rituale, un espediente che genera ulteriore disgusto e che non vale a salvare l'impostore dalla cattura.

Arriva allora Euripide che, impegnatosi ad intervenire alla bisogna, tenta di salvare il parente. Travestito da Menelao (ennesimo colpo di scena), sostiene che Mnesiloco sarebbe nientemeno che la bella Elena , da lui rintracciata in Egitto, vittima incolpevole di Teoclimeno. [5]

Fallito il primo tentativo, Euripide ci riprova nei panni di Perseo, con Mnesicolo che tiene botta calandosi prontamente nel ruolo di Andromeda. [6]^ Tuttavia l'arrivo di un pritano, precedentemente sollecitato da Clistene, mette fine alle improvvisazioni della strana coppia. Mnesiloco finisce incatenato, proprio come l'eroina da lui interpretata; Euripide però riesce, come un novello Perseo, nell'intento di liberare Mnesiloco/Andromeda. Sarà però costretto, suo malgrado, a promettere alle donne di mettere da parte la propria misoginia, risparmiando loro ogni futuro strale e al contempo tacendo ai mariti, di ritorno dalla guerra, sui fatti di sua conoscenza che le riguardano.

Vi è ora un ultimo ostacolo: eludere il barbaro arciere trace a cui il pritano aveva affidato la custodia dell'impostore incatenato. Euripide, nelle vesti di una vecchia mezzana, conduce con sé una prostituta che, distraendo il guardiano dalla sorveglianza, copre la fuga dei due maldestri complici. In scena rimane soltanto l'arciere trace, sconsolata vittima dell'inganno.

LISISTRATA

Lisistrata, [1]^ donna ateniese, convoca numerose donne di Atene e altre città, tra cui la spartana Lampitò, per discutere un importante problema. A causa della guerra del Peloponneso, infatti, gli uomini delle polis greche sono perennemente impegnati nell'esercito e non hanno più il tempo di stare con le loro famiglie. Lisistrata propone allora alle altre donne di fare uno sciopero del sesso: finché gli uomini non firmeranno la pace, esse si rifiuteranno di avere rapporti sessuali con loro. Dopo un momento di sbigottimento e di rifiuto, le donne si dicono favorevoli al piano e fanno un giuramento.

A quel punto, le donne occupano l’acropoli ateniese, allo scopo di privare gli uomini dei mezzi finanziari per proseguire la guerra. Arriva il coro di vecchi ateniesi (uno dei due semicori della commedia) che vorrebbe, per vendetta, incendiare l’acropoli stessa, ma viene fermato dal coro delle vecchie (l’altro semicoro). Gli uomini mandano allora un commissario [2]^ per trattare con le donne, ma Lisistrata ne smaschera l’ignoranza e la poca comprensione delle vicende che stanno accadendo. Peraltro, le donne hanno molta difficoltà a mantenere il patto (anche loro patiscono l'astinenza) e inventano varie scuse per tornare a casa dai mariti; Lisistrata deve penare non poco per impedir loro di lasciare l’acropoli. Concede solo a Mirrina la possibilità di incontrare il marito Cinesia, ma lo scopo è solo quello di stimolare le voglie dell’uomo, per poi lasciarlo con un palmo di naso. Mirrina svolge alla perfezione il suo compito: fa credere al marito di essere pronta all’atto sessuale, ma poi, dopo varie dilazioni, scappa lasciandolo insoddisfatto.

Nel frattempo, l’astinenza si fa sentire anche nelle altre città greche: arriva un araldo da Sparta per trattare la pace, col fallo palesemente eretto, ed incontra Cinesia, le cui voglie sono altrettanto evidenti. I due si mettono d’accordo: Sparta manderà ambasciatori pronti a firmare la pace, mentre Cinesia informerà le istituzioni ateniesi. Questo smorza decisamente le tensioni: i vecchi e le vecchie del coro, dopo qualche resistenza, riescono a riconciliarsi, e lo stesso fanno gli ambasciatori spartani e ateniesi davanti a Lisistrata. Quest’ultima si lancia allora in un discorso pacifista che ricorda le radici comuni di tutti i popoli greci, ma tale discorso degenera presto in un profluvio di allusioni e doppi sensi sessuali da parte degli uomini, felici per la raggiunta riconciliazione. In un tripudio di danze e banchetti si celebra il ritorno delle donne dai loro mariti.

LE RANE