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gli indifferenti di moravia, schema
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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ALBERTO MORAVIA (Roma, 1907-1990) GLI INDIFFERENTI: una nuova declinazione del tema dell’inetto? Introduzione: La carriera letteraria di Moravia inizia nel 1929 con il romanzo Gli indifferenti. Lo scrittore vi dipinge con sguardo penetrante il suo mondo, quello borghese, di cui coglie lo sfacelo morale, l’ipocrisia, la menzogna, propri di un’epoca di decadenza come quella fascista. Il giovane Michele vede chiaramente la negatività di ciò che lo circonda, ma non riesce ad agire e si perde nella sua “indifferenza”. È indifferente alla rovina della famiglia, alla perdita della casa e non cerca lavoro. La sua unica attività è pensare, ma è completamente incapace di agire. Non agisce perché non ha impulsi (rabbia, indignazione, ira), non ha sentimenti. L’altro personaggio “indifferente” per eccellenza è Carla, sua sorella. Nel descrivere Carla, Moravia dice che i suoi impulsi sono come “un’onda morta”. Sono “un’onda tumultuosa e schiumosa che si dissolve in niente”. La vita quotidiana, con i lunghi pranzi, le vuote chiacchierate in salotto, gli spettacoli teatrali costituisce lo sfondo della narrazione. L’indifferenza non è altro che una nuova sfaccettatura dell’inettitudine a vivere, caratteristica dei personaggi sveviani. A differenza, però, dello Zeno di Svevo, gli inetti di Moravia sono schiacciati da un’infelicità cupa e senza sbocco e la loro “malattia” esistenziale li condanna ad una vita meschina, priva di luce e di riscatto. Inoltre, la scrittura di Moravia non conosce l’ironia di Svevo: è distaccata, fredda, ha il tono di un pezzo giornalistico su fenomeni di costume, con una cura quasi naturalistica nella rappresentazione degli interni, degli abiti, degli ambienti. Lo scrittore è, però, distante dalla narrativa naturalistica di fine Ottocento; infatti, il realismo si impone soprattutto nella violenza di molte pagine nelle quali l’autore si sofferma ad analizzare gli aspetti più sordidi o disgustosi dei personaggi. Molte scene presentano situazioni e linguaggi di crudo realismo, che risultava decisamente nuovo nella narrativa degli anni Venti. (Vedere manuale capitolo16: La narrativa italiana tra le due guerre, pp. 806-812, in particolare “Il nuovo realismo” ) Si tratta, per Moravia, di un realismo affine a quello di certi romanzieri del Settecento (De Foe, Fielding), attenti a descrivere la realtà senza illudersi di modificarla; lontano invece da quello dei maestri francesi del secondo Ottocento (Zola, De Maupassant) che, pur consapevoli dei limiti e delle miserie della borghesia, ne interpretavano anche l’aspirazione a liberare la società da ingiustizie e pregiudizi. La concezione esistenziale di Moravia: L’indifferenza si carica nel romanzo di connotazioni storiche. Il conflitto che è all’origine dell’”indifferenza" può configurarsi infatti come la dissonanza dell’individuo con una determinata società: la narrativa di Moravia prende di mira la società conformista del ventennio fascista, (Gli indifferenti,1929, Il conformista,1951), successivamente quella violenta tra guerra e dopoguerra (La romana,1947, La ciociara,1957) e quella alienata del neocapitalismo industriale ( La noia1960, La vita interiore,1978). In altri termini Moravia verifica la sua concezione esistenziale attraverso le varie fasi storiche di cui è stato spettatore dal fascismo ai giorni nostri. Verifica e testimonia, ma il bilancio non cambia, tanto che in ogni opera la visione della vita e degli uomini risulta invariata: nera, greve, senza riscatto. Non a caso, i temi del primo romanzo si ripetono in tutti quelli successivi, sia pure con le varianti determinate dall’evolversi dei tempi, e i personaggi-chiave
presentano le stesse caratteristiche esistenziali, in qualsiasi ambiente storico o sociale siano calati. Sono caratteristiche che ci permettono di raggruppare i personaggi moraviani in due opposte schiere, riprendendo una terminologia cara a Verga: quella dei vinti e quella dei vincitori.
agli oggetti prima di lasciare l’abitazione. È una camera che presenta elementi ambigui, bambineschi e più femminili. L’arredamento di fanciulla non è stato sostituito perché la madre ha sempre sperato in un imminente matrimonio della figlia. Si tratta di una tipica pagina novecentesca in cui parlano le cose. L’unico parametro di Carla è la bellezza. Si tratta però di una tecnica narrativa presente in tutto il romanzo: gli ambienti sfarzosi ma polverosi, le stanze buie e disordinate, simboleggiano la decadenza fisica e morale dei protagonisti. Un’atmosfera rarefatta aleggia sui movimenti ovattati dei personaggi, la cui povertà di fatto li oppone al lussuoso ambiente in cui vivono. La rivoltante maschera della ricchezza rivela i segni di una profonda miseria. I personagg i sono creature vuote, che agiscono come manichini, con pesantezza di gesti molto calcolati. Carla, Leo e gli altri protagonisti dialogano senza un unico fulcro, ognuno tentando di imporre il proprio pensiero e la propria visione del mondo, senza uscire dai propri stereotipi. Nessuno di loro sa creare qualcosa di diverso dalla mera ripetizione di gesti: la stessa Carla è una sorta di Mariagrazia in piccolo, con gli stessi limiti e le stesse debolezze. Venendo all’evento centrale degli Indifferenti (la tresca tra Carla e Leo), Moravia non descrive l’atto sessuale in sé, ma il momento appena precedente, delineando in modo molto preciso le perplessità di Carla, che si raggomitola nelle coperte e non vuole vedere il suo amante. La ragazza vuole osare, ma ha paura. Per esprimere questo salto alla maturità l’autore si rifà ad un illustre modello: l’addio ai monti manzoniano, dove però la svolta di Lucia è di tutt’altro tipo e più innocente. Lo spazio del letto si configura come una sorta di nuova prigione per Carla, che sente indifferenza per Leo e nostalgia della madre. In Leo non c’è romanticismo, è un personaggio grossolano ed arrogante che alla fine ha la meglio. È l’unico personaggio veramente “vincente” del romanzo. La rappresentazione di Michele è condotta sottolineando l’assenza in lui di ogni qualità. È un antieroe, un inetto che ricorda i personaggi di Svevo, ma che probabilmente Moravia ricava dalle letture giovanili di Dostoevskij e dai testi teatrali di Pirandello. Michele è privo di pulsioni, gelido e agisce per noia. L’acquisto della pistola è dettato da un dovere di ribellione più che da una reale indignazione e dallo sdegno per la morale offesa. La scena dello sparo che va a vuoto è tragicomica e si allontana completamente dalla scena madre romantica in cui la giustizia si fa strada e i colpevoli vengono puniti. Come si allontana anche da Quello «strappo nel cielo di carta» del Fu Mattia Pascal: Michele non si trasforma in Amleto, rimane un Oreste di legno, mera marionetta che continua imperterrita la sua «pupazzata». Il romanzo termina infatti con una festa in maschera, che conclude l’andamento circolare dell’opera, dove niente si è evoluto. Moravia vuole denunciare l’ipocrisia di questo mondo borghese, in cui i personaggi continuano a comportarsi senza alcuna ideologia positiva e in cui manca completamente anche l’orizzonte religioso. Pseudo lieto fine degli Indifferenti: Nelle pagine conclusive, la famiglia al completo, con il miglior decoro possibile, può prepararsi a un ballo in maschera. La società borghese è ipocrita e l’uomo vive sempre mascherato. Il ballo in maschera diventa così lo pseudo lieto fine di una condizione di ipocrisia della società. Tematica da mettere a confronto con l’esito totalmente opposto della riflessione Pirandelliana. Capitolo 1: Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne
accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto. «Mamma sta vestendosi,» ella disse avvicinandosi «e verrà giù tra poco.» «L’aspetteremo insieme», disse l’uomo curvandosi in avanti; «Vieni qui Carla, mettiti qui.» «Entrò Carla»: L’attacco in medias res de’ Gli Indifferenti dà una certa idea di movimento, quasi come se volesse attribuire a tutto il romanzo un continuo andirivieni. Non è così, e non perché Alberto Moravia fosse un incapace. La critica alla borghesia degli anni fascisti necessita di un tale approccio: la vuotezza, l’assenza, l’indifferenza della nuova classe media costringe lo scrittore a eliminare qualsiasi moto dell’animo dai contenuti, qualsiasi reazione ai fatti. Notiamo come Leo cerchi di sedurre Carla, infischiandosene della presenza nell’altra stanza della mamma di lei, nonché sua amante. Ha un unico chiodo fisso, quello di soddisfare la «libidine sopita per quel pomeriggio» che si era ridestata ; «il sangue gli saliva alle guance, dal desiderio avrebbe voluto gridare». Carla non fa nulla, accetta rassegnata le sue avances fino a cedergli, a romanzo inoltrato; persino a sposarlo, alla fine. È il trionfo di Leo, dell’individuo spregiudicato e senza scrupoli, che incarna l’altro volto della borghesia (dandy): «Sai che hai delle belle gambe, Carla?» disse volgendole una faccia stupida ed eccitata sulla quale non riusciva ad aprirsi un falso sorriso di giovialità; ma Carla non arrossì né rispose e con un colpo secco abbatté la veste: «Mamma è gelosa di te» disse guardandolo; «per questo ci fa a tutti la vita impossibile». Leo fece un gesto che significava: «E che ci posso fare io?»; poi si rovesciò daccapo sul divano e accavalciò le gambe. «Fai come me» disse freddamente; «appena vedo che il temporale sta per scoppiare, non parlo più... Poi passa e tutto è finito». Indifferenza, dunque; indifferenza e spregiudicatezza. Si potrebbe dire che Carla e Leo rappresentano le due facce del mondo borghese. Lei una rassegnata, una che - ancor più degli inetti di Italo Svevo- non fa nulla per mischiare le carte in tavola: Ella fece di nuovo il vano gesto di respingerlo, ma ancor più fiaccamente di prima, che ora la vinceva una specie di volontà rassegnata; perché rifiutare Leo? Questa virtù l'avrebbe rigettata in braccio alla noia e al meschino disgusto delle abitudini; e le pareva inoltre, per un gusto fatalistico di simmetrie morali, che questa avventura quasi familiare fosse il solo epilogo che la sua vita meritasse; dopo, tutto sarebbe stato nuovo; la vita e lei stessa; guardava quella faccia dell'uomo, là, tesa verso la sua: "Finirla", pensava "Rovinare tutto..." e le girava la testa come a chi si prepara a gettarsi a capofitto nel vuoto. Quel movimento iniziale, insomma, non c’è. È solo una prima illusione che ci dà delle indicazioni sullo stile teatrale di Moravia: quel celebre attacco rimane lì, nella prima riga de’ Gli Indifferenti ; non si ripresenta in altre forme, in altri modi; c’è azione, c’è sviluppo, ma non c’è reazione e, laddove c’è, porta a una sonora sconfitta. I cinque personaggi sono catapultati in un mondo mai penetrato, ma visto soltanto in superficie. Non c’è spazio per opinioni e commenti, per approfondimenti psicologici di qualsiasi tipo; tutto ruota intorno a un’apparenza che bisogna mantenere e a una indifferenza che impedisce anche al meno borghese di ribellarsi: Michele è un bel personaggio, o meglio, avrebbe potuto esserlo se avesse avuto un comportamento eroico. Moravia, però, non può elevarlo rispetto a tutto il resto della famiglia: la borghesia è vuota, egoista; è sconfitta a tavolino; non partecipa e, quando lo fa, cade nella più vergognosa inettitudine: Michele cerca di ribellarsi alla relazione che Leo intrattiene con sua madre Mariagrazia e, allo stesso tempo, con sua sorella Carla.
Conclusione e commento: Non c’è da meravigliarsi: Moravia già sapeva che sarebbe stato sconfitto, anzi lo voleva. La sua denuncia alla borghesia fascista, violenta e indifferente a tutto e tutti non poteva ammettere sconti o concessioni. Anche i puri come Michele devono fare una brutta fine, divenendo consapevoli di una realtà che non può essere cambiata , non deve esserlo: Moravia odia il mondo borghese, non vede cambiamenti, non vede un futuro diverso da quel presente sconvolgente. Generalizzava e sbagliava - ma non aveva tutti i torti: Benito Mussolini andò al potere grazie all’indifferenza di quasi tutta la politica e non solo; si credeva di poter normalizzare il fascismo, di poterlo contenere. Eppure, così non fu. Non è un tentativo, questo, di dare una lettura politica (forzata, in tal caso) a Gli Indifferenti. Fatto sta che la borghesia era questa: l’opera di Alberto Pincherle - Moravia è uno pseudonimo- vive di quello che l’autore ha visto, di tutte quelle esperienze che hanno fatto di lui un testimone diretto di quasi tutto il Novecento. Quanto detto potrebbe spingere qualcuno a parlare di tragedia, ma sbaglierebbe: Moravia scansa i toni tragici; i suoi personaggi non possono essere eroi di questo tipo, a loro non è concesso combattere, non è permesso opporsi, semplicemente perché rispecchiano un mondo che così è, così è rimasto. L’indifferenza, insomma, non può generare reazione, neanche sconfitta, ecco perché sono tutti degli sconfitti a tavolino: nessuno partecipa, tutti assistono. Rassegnàti. L’unico a muovere gli eventi è Leo, che ha in pugno tutti: non vince solo su Carla, ma sulla totalità dei personaggi che, alla fine, son ridotti a maschere , delle perfette maschere pirandelliane. D’altra parte, lo stesso Moravia guardava a Pirandello come modello; la prova sta sempre nel primo capitolo de’ Gli Indifferenti , dove la madre di Carla ammette che non le «sarebbe dispiaciuto di andare a vedere Sei personaggi della compagnia di Pirandello...: ma francamente come si fa?... è una serata popolare». «E poi le assicuro che non perde nulla» osservò Leo. «Ah, questo poi no» protestò mollemente la madre: «Pirandello ha delle belle cose...: come si chiamava quella sua commedia che abbiamo sentito poco tempo fa?... Aspetti... ah si, “La maschera e il volto”: mi ci sono tanto divertita». Come se non bastasse, in un primo momento, il titolo dell’opera avrebbe dovuto essere Cinque personaggi e due giorni. Tali indicazioni non sono superflue: il fatto che lo scrittore abbia in mente un predecessore del calibro di Pirandello è una chiara conferma della sua condanna antiborghese e trova continuità nella macro-sconfitta di fine romanzo: tutti, infatti, sono condannati a vivere una vita non propria, per salvaguardare le apparenze, le proprie maschere. C’è solo lo sguardo di Leo che si impone su delle ombre inconsistenti, incapaci di lottare per non morire lentamente. È lo spirito borghese, insomma, che con la sua assenza ha segnato il XX secolo e non smette di segnare il III millennio. Se aggiungiamo a tutto questo il dilagare odierno dell’iper-ignoranza di massa–colonna portante del pensiero di Pier Paolo Pasolini– avremmo un ritratto della società contemporanea non tanto diverso da quello realizzato da Moravia. È stato pubblicato nel 1929, ma Gli Indifferenti resta – anche solo per l’intenzione, per il motivo che spinse l’autore a scrivere – un romanzo attuale. Purtroppo. Tecnica Narrativa : Il narratore è onnisciente, perché conosce i pensieri dei personaggi. Vi è una focalizzazione interna, in quanto il narratore assume via via il punto di vista dei suoi personaggi principali. Moravia lascia raccontare gli avvenimenti dai propri personaggi, li fa dialogare. Il pensiero e le parole vanno assieme in questo romanzo: ogni frase pronunciata è seguita dalla rivelazione di ciò che quella persona avrebbe voluto dire veramente. Ogni azione
è inevitabilmente programmata e calcolata prima di essere messa in pratica. È un romanzo psicologico, che si sviluppa quasi interamente nella mente dei personaggi. Personaggi principali: Carla : avverte che il vecchio mondo puro e intatto dell’infanzia è ormai sepolto nella sua anima come una cosa lontana e intoccabile. Un nuovo atteggiamento occorre per affrontare l’incerta dimensione del vivere quotidiano: in questo momento un atto di violenza è necessario a rompere le abitudini meschine di una vita piena di noia e tuttavia le sembra «di recitare una parte falsa e ridicola». La ragazza resiste a Leo e alle sue profferte interessate per un senso di vergogna, combattuta tra il desiderio di «rovinare tutto» e un senso di paura per le conseguenze di quella violenza sconosciuta. Nonostante ciò, le sembra che questa «avventura familiare» sia il solo epilogo degno di inaugurare la sua nuova esistenza, una frattura che rompa e laceri per sempre il vecchio mondo, fatto di immobilità, dominato da una meschina fatalità, pieno di atti e di gesti ripetuti fino alla nausea, in cui le stesse parole, i discorsi e le scene di gelosia tra la madre e Leo appaiono angosciosi, previsti in anticipo, già esperimentati nella loro falsità in mille modi e occasioni diverse. Caratteristiche fisiche: giovane ragazza dai lunghi capelli bruni e un corpo florido. Caratteristiche comportamentali: calma e gentile; molto equilibrata. Caratteristiche psicologiche: ossessionata dal pensiero di avere una vita nuova, di cambiare. Vive nella noia e nel disgusto per le abitudini. Ruolo: personaggio principale. Michele : si trova nella stessa condizione psicologica, oscillante tra una vanità falsa e l’indifferenza, in cui sembra al contrario lasciarsi andare, senza combattere. Michele reagisce, a volte. Sembra che voglia rompere con la finzione, strappare le maschere a quei volti della sua vita duri, patetici, inespressivi, denudare i propri istinti. La ribellione, però, quando avviene, è tiepida e mite: la noia, l’indifferenza svuotano ogni azione, anche quella più vera come l’attentato alla vita di Leo, che Michele sente quanto mai necessario per ridare un senso alla propria esistenza. Nell’epilogo della drammatica vicenda, prima di uscire di scena, egli rivela la rinuncia della sua volontà: la pistola scarica, un atto mancato, mentre Leo, impaurito, sovrasta per l’ultima volta la sua debole volontà. Caratteristiche fisiche: giovane ragazzo dai capelli bruni. Caratteristiche comportamentali: insicuro, dubbioso, a volte con comportamenti inopportuni e violenti. Caratteristiche psicologiche: turbato dalla falsità e dall’indifferenza che lo circonda. Ruolo: personaggio principale. Carla e Michele invidiano Leo, pur disprezzandolo, ma odio e disprezzo si compenetrano in una forma di amore, che ha lontane origini in un padre mancante, sconosciuto: Carla lo desidera inconsciamente, ma solo come illusoria possibilità di riscatto; Michele lo odia e su di lui tenta un’esercitazione e una prova della sua debole volontà. In Leo, infine, il ragazzo cerca un modello comportamentale che lo scuota e lo tiri fuori dalla sua indifferenza. L’odio di Michele per Leo è tutto fantasticato, trasportato dal piano reale a quello dell’immaginazione: gli atti violenti e il mancato assassinio attestano tutti l’incapacità del giovane a odiarlo realmente. E insieme all’avversione, Michele prova per Leo una segreta ammirazione che si traduce, sul piano dell’azione e della realtà, e rispetto la suo desiderio di un mondo puro e autentico, in un risibile fallimento. Mariagrazia : rappresenta un aspetto della decadenza borghese. La sua è veramente la «commedia» di una società che sta perdendo progressivamente ogni legame con la realtà autentica della vita e si appunta ai gesti, alle parole, agli atteggiamenti più esteriori e insulsi, per salvarsi dal naufragio. Il suo ruolo è quello di chi si accorge di andare alla deriva, di
Indifferenza: tema modernista, simile a Pirandello - > incapacità di agire, ma non c’è il bisogno di esternare queste emozioni, possono rimanere implicite, inettitudine psicologica di Michele. Il modello della narrazione sta cambiando. Assimilazione della concezione modernistica e recupero dell’istanza realistica.