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Il Pregiudizio sull'Handicap: Radici Culturali e Superamento, Sintesi del corso di Pedagogia

pedagogia speciale: handicap e pregiudizio

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 06/11/2020

gianni-rossi-10
gianni-rossi-10 🇮🇹

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HANDICAP E PREGIUDIZIO
Le radici culturali
IL PREGIUDIZIO
Siamo tutti “non vedenti”
Il potere del pregiudizio
Il pregiudizio è un “potere” agito-subito. Chi lo agisce, allo stesso tempo lo subisce nei termini di una riduzione delle
possibilità di comprendere la realtà. Chi lo subisce, allo stesso tempo lo agisce portandone il peso, assumendone i
contorni e le deformità. Il potere del pregiudizio, dunque, consiste in questa azione limitante, attiva e passiva.
Il pregiudizio è anche una forma del “non vedere” da cui siamo più o meno tutti affetti. L’analisi del pregiudizio, in tal
senso, è anche riflessione etica riguardante il “dover essere” dell’Io, del Tu e del reale.
Nella difficile distinzione tra realtà e illusione, il pregiudizio è soprattutto maschera che la ragione confeziona per se
stessa o per l’altro quando la diversità non è compresa ma scartata.
Uno sguardo alla letteratura del pregiudizio
Il termine “pregiudizio”, genericamente, indica un giudizio anticipato: giudicare qualcosa o qualcuno prima del tempo,
prima di conoscere bene. Secondo quest’accezione, il pregiudizio si configurerebbe come processo di pensiero dal
quale emerge un giudizio frettoloso, formulato su qualcosa o qualcuno senza aver sufficientemente indagato in
quanto non ci si è dato il giusto tempo.
Da questo punto di vista, avere un pregiudizio vuol dire non aver riflettuto abbastanza, essere stati superficiali, non
aver preso in considerazione i vari aspetti di una questione, le cui conseguenze sono lo sviluppo di errate o infondate
convinzioni riguardanti la realtà o le persone.
Questo modo di intendere la questione si rifà al concetto latino di opinio praeiudicata (opinione preconcetta), ovvero
congettura o ragionamento inconsistente in quanto riflette pensieri e logiche già date a priori. L’opinio praeiudicata,
quindi è l’effetto di un giudizio “anticipato” che ne valida l’espressione.
Così inteso il pregiudizio, ovvero confuso con l’opinio praeiudicata, non se ne comprende fino in fondo né la natura né
il funzionamento. Infatti, essendo il pregiudizio un prae-iudicium (giudizio anteriore), è rinvio a ciò che viene prima del
giudizio. Lo studio e la ricerca sul pregiudizio, quindi, richiede l’analisi della natura di questo a-priori.
Dal mio punto di vista il problema posto alla conoscenza della presenza del pregiudizio in generale consiste nel
risolvere le difficoltà che impediscono di capire quali siano le strutture di significato che incanalano la riflessione e il
pensiero nella direzione della formulazione dei pregiudizi.
Tuttavia, sembrerebbe che il vulnus da cui traggono origine i pregiudizi dipenda proprio dalle modalità con cui si
perviene alla formulazione del giudizio, in particolare i modi frettolosi e/o avventati. Coerentemente a ciò il rimedio
consisterebbe nel correggere i modi con cui il pensante formula i suoi giudizi, insegnandogli a procedere più
lentamente, a raccogliere con cura le informazioni e ad attendersi scrupolosamente ai “fatti”. In base a tale ipotesi si
otterrebbe per tutti la riduzione del rischio di trovarsi oggetto di possibili pregiudizi.
Tale interpretazione del problema, tuttavia, tralascia di considerare alcune questioni che, così facendo, resterebbero
senza una valida spiegazione. Si tratta del fatto che il pregiudizio non è solo un problema della conoscenza o del
pensiero, e non inerisce solo ed esclusivamente a processi mentali consapevoli.
La particolare ottica con cui mi accingo ad apportare il mio contributo di studio e di ricerca, quindi, mi fa guardare al
pregiudizio in generale come a uno sfondo di senso antecedente il giudizio e sfuggevole al controllo del soggetto.
Il pregiudizio, quindi, appare al soggetto non come tale ma come argomento valido. Inoltre, dal momento che la
distorsione di senso da esso operata si colloca nel vissuto del soggetto come contenuto originario della sua coscienza,
anche i suoi prodotti sono avvertiti dalla coscienza come autentiche espressioni della soggettività.
Laddove è presente il pregiudizio avviene una sorta di contaminazione della soggettività, che travalica la sfera del
puramente cognitivo e mentale, che si estende agli atteggiamenti, alle azioni e al modus operandi del soggetto. Lo
studio del pregiudizio, pertanto, implica lo studio dei rapporti umani. Infatti, il pregiudizio sfocia sempre in modi di
agire.
In generale, la psicologia sociale individua nel pregiudizio almeno tre componenti intrinseche: motivazionale, cognitiva
e comportamentale. Sono aspetti, questi, particolarmente analizzati da Gordon Willard Allport.
Punto di vista dell’autore è che la complessità con cui si manifesta alla mente l’ambiente sociale, induca l’individuo a
elaborazioni semplificanti della realtà utili a ottenerne la comprensione cognitiva: il funzionamento della mente, per
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HANDICAP E PREGIUDIZIO

Le radici culturali IL PREGIUDIZIO Siamo tutti “non vedenti” Il potere del pregiudizio Il pregiudizio è un “potere” agito-subito. Chi lo agisce , allo stesso tempo lo subisce nei termini di una riduzione delle possibilità di comprendere la realtà. Chi lo subisce , allo stesso tempo lo agisce portandone il peso, assumendone i contorni e le deformità. Il potere del pregiudizio, dunque, consiste in questa azione limitante, attiva e passiva. Il pregiudizio è anche una forma del “non vedere” da cui siamo più o meno tutti affetti. L’analisi del pregiudizio, in tal senso, è anche riflessione etica riguardante il “dover essere” dell’Io, del Tu e del reale. Nella difficile distinzione tra realtà e illusione, il pregiudizio è soprattutto maschera che la ragione confeziona per se stessa o per l’altro quando la diversità non è compresa ma scartata. Uno sguardo alla letteratura del pregiudizio Il termine “pregiudizio”, genericamente, indica un giudizio anticipato: giudicare qualcosa o qualcuno prima del tempo, prima di conoscere bene. Secondo quest’accezione, il pregiudizio si configurerebbe come processo di pensiero dal quale emerge un giudizio frettoloso, formulato su qualcosa o qualcuno senza aver sufficientemente indagato in quanto non ci si è dato il giusto tempo. Da questo punto di vista, avere un pregiudizio vuol dire non aver riflettuto abbastanza, essere stati superficiali, non aver preso in considerazione i vari aspetti di una questione, le cui conseguenze sono lo sviluppo di errate o infondate convinzioni riguardanti la realtà o le persone. Questo modo di intendere la questione si rifà al concetto latino di opinio praeiudicata (opinione preconcetta), ovvero congettura o ragionamento inconsistente in quanto riflette pensieri e logiche già date a priori. L’opinio praeiudicata, quindi è l’effetto di un giudizio “anticipato” che ne valida l’espressione. Così inteso il pregiudizio, ovvero confuso con l’ opinio praeiudicata , non se ne comprende fino in fondo né la natura né il funzionamento. Infatti, essendo il pregiudizio un prae-iudicium (giudizio anteriore), è rinvio a ciò che viene prima del giudizio. Lo studio e la ricerca sul pregiudizio, quindi, richiede l’analisi della natura di questo a-priori. Dal mio punto di vista il problema posto alla conoscenza della presenza del pregiudizio in generale consiste nel risolvere le difficoltà che impediscono di capire quali siano le strutture di significato che incanalano la riflessione e il pensiero nella direzione della formulazione dei pregiudizi. Tuttavia, sembrerebbe che il vulnus da cui traggono origine i pregiudizi dipenda proprio dalle modalità con cui si perviene alla formulazione del giudizio, in particolare i modi frettolosi e/o avventati. Coerentemente a ciò il rimedio consisterebbe nel correggere i modi con cui il pensante formula i suoi giudizi, insegnandogli a procedere più lentamente, a raccogliere con cura le informazioni e ad attendersi scrupolosamente ai “fatti”. In base a tale ipotesi si otterrebbe per tutti la riduzione del rischio di trovarsi oggetto di possibili pregiudizi. Tale interpretazione del problema, tuttavia, tralascia di considerare alcune questioni che, così facendo, resterebbero senza una valida spiegazione. Si tratta del fatto che il pregiudizio non è solo un problema della conoscenza o del pensiero, e non inerisce solo ed esclusivamente a processi mentali consapevoli. La particolare ottica con cui mi accingo ad apportare il mio contributo di studio e di ricerca, quindi, mi fa guardare al pregiudizio in generale come a uno sfondo di senso antecedente il giudizio e sfuggevole al controllo del soggetto. Il pregiudizio, quindi, appare al soggetto non come tale ma come argomento valido. Inoltre, dal momento che la distorsione di senso da esso operata si colloca nel vissuto del soggetto come contenuto originario della sua coscienza, anche i suoi prodotti sono avvertiti dalla coscienza come autentiche espressioni della soggettività. Laddove è presente il pregiudizio avviene una sorta di contaminazione della soggettività, che travalica la sfera del puramente cognitivo e mentale, che si estende agli atteggiamenti, alle azioni e al modus operandi del soggetto. Lo studio del pregiudizio, pertanto, implica lo studio dei rapporti umani. Infatti, il pregiudizio sfocia sempre in modi di agire. In generale, la psicologia sociale individua nel pregiudizio almeno tre componenti intrinseche: motivazionale, cognitiva e comportamentale. Sono aspetti, questi, particolarmente analizzati da Gordon Willard Allport. Punto di vista dell’autore è che la complessità con cui si manifesta alla mente l’ambiente sociale, induca l’individuo a elaborazioni semplificanti della realtà utili a ottenerne la comprensione cognitiva: il funzionamento della mente, per

natura, va nella direzione della semplificazione e dell’economicità. Il pregiudizio, da questo punto di vista, sarebbe il prodotto dell’interazione tra il “sistema mente” e il “sistema sociale”. Sempre per Allport, anche la paura di ciò che è sconosciuto ha un ruolo determinante nella costruzione mentale del pregiudizio. A scatenarla sarebbe ciò che al soggetto appare “ignoto”, “sconosciuto”, perché diverso da sé. In questo caso il pregiudizio servirebbe per evitare i contatti, per mantenere le distanze interpersonali, e avrebbe lo scopo di indebolire o isolare l’oggetto temuto. Sul versante dell’analisi dei fattori sociali implicati nel processo di costruzione dei pregiudizi, troviamo: Sherif  analizzando la relazione tra pregiudizio e comportamenti sociali, ha messo in luce come il conflitto e l’emulazione tra i gruppi siano alla base del processo di costruzione di atteggiamenti e comportamenti pregiudiziali. Cox  il pregiudizio trova la sua ragion d’essere nel contesto sociale, specialmente in ciò che lui chiama “fattori utilitari e materiali”: la divisione della società in dominanti e dominati comporta che la classe dominante costruisca attorno ai dominati un’immagine di “inferiori”, perché strumentale allo sfruttamento. Rose  fattori sociali quali il diffuso senso d’intimo disagio e l’isolamento in cui l’uomo contemporaneo spesso si trova a vivere, sono alla base d’ogni forma di pregiudizio. Il disagio sociale, insopportabile per il singolo, innesca un meccanismo proiettivo per cui le minoranze funzionano da capro espiatorio dell’insoddisfazione e del senso di colpa. Rokeach  a influenzare gli atteggiamenti pregiudiziali è la cosiddetta “incongruenza delle credenze”, ovvero la percezione che gli altri individui non possiedano sistemi di credenze simili ai nostri. Calegari  “la Psicologia sociale ha posto adeguatamente in luce il processo di riduzione dei costi psicologico- individuali e di gruppo indotto dallo stabilirsi delle rappresentazioni pregiudiziali, così com’essa ha valorizzato la natura relazionale dei pregiudizi e degli stereotipi, i quali consentono una vita sociale stabilita sulla base di percezioni condivise”. Tentori  il pregiudizio “semplifica le visioni del mondo riducendole a un dualismo “consueto” / “consuetudinario” come equivalente di normale, giusto, valido, contrapposto a “diverso” come equivalente di inquietante, rischioso, ingiusto, cattivo. E poiché la normalità è quella dei nostri modi di vita, della nostra cultura, della cultura del nostro gruppo o della nostra società, questa contrapposizione s’incarna nell’opposizione tra “noi” e gli “altri”, tra noi i “normali”, e gli altri gli “anormali”, se non seguono le nostre regole di vita. Un’analisi più legata alla psicologia dinamica, e quindi sul versante delle spiegazioni che riguardano l’individuo, è quella condotta da Moscato nel volume Il sentiero del labirinto. La teoria psicodinamica individua specialmente nell’istinto, nella paura, nel desiderio di stima (frustrato) i fattori determinanti la formazione del pregiudizio nella soggettività. In base a questo approccio di studio, il pregiudizio assume il significato di “sintomo”: epifenomeno di un particolare modo di funzionare di personalità sofferenti. Nel solco di questa interpretazione si può collocare l’opera di Dollard, l’autore della teoria frustrazione-aggressività, in base alla quale l’origine motivazionale del pregiudizio va ricercata nella reazione aggressiva a particolari situazioni di frustrazione vissuti dal soggetto. In particolare, la reazione aggressiva alla base del pregiudizio deriverebbe dallo “spostamento” della frustrazione dalla sua fonte effettiva ad altro. Tale azione di dirottamento dell’ostilità si fonderebbe a sua volta su processi motivazionali idonei a giustificare alla coscienza del soggetto la scelta del capro espiatorio. In quest’analisi, la frustrazione è interpretata come fonte capace di generare una sorta di “energia psichica negativa” che, se non rielaborata e incanalata nella direzione di qualcosa di positivo, potrebbe scaricarsi in atteggiamenti aggressivi e pregiudiziali per effetto di un processo di razionalizzazione distorto. A sostegno di questa teoria, Dollard fa notare che nei periodi di depressione economica, ovvero quando le frustrazioni aumentano, l’aggressività e il pregiudizio risultano più violenti e diffusi. Su questa linea di pensiero si pone anche la teoria esposta da Adorno e altri nell’opera La personalità autoritaria, in cui l’ipotesi originaria è che gli individui sviluppino atteggiamenti politici e sociali in dipendenza da un modello coerente. La personalità autoritaria, osserva Adorno, è il risultato di un processo di socializzazione nel quale non c’è stato un sano equilibrio tra disciplina e autoespressione. Responsabile della formazione di tale modo di funzionare della persona sarebbe proprio il tipo di educazione ricevuta che, in quanto improntata su teorie pedagogiche legittimanti azioni educative eccessivamente direttive, svilupperebbe nell’educando una personalità deferente nei confronti delle figure autoritarie, ma apertamente ostili nei confronti di individui appartenenti a gruppi esterni. Il timore del soggetto per ciò che gli potrebbe accadere se l’aggressività fosse orientata direttamente contro ciò che ne è la vera causa per Adorno è anche il motivo di sviluppo di costrutti mentali rigidi, schematici e semplificanti la realtà. La relazione tra pregiudizio e stereotipo, ovvero tra atteggiamenti pregiudiziali e costrutti mentali rigidi e semplificati, trova conferma anche in teorie più recenti.

Il paragone con l’articolazione figura-sfondo consente di comprendere che il rapporto di complementarità che si instaura tra pregiudizio e stereotipo consiste in questa complicità, per cui i giudizi semplici e apparentemente privi di fondamento finiscono per raggiungere notevoli livelli di forza di convincimento, mostrandosi particolarmente resistenti al cambiamento. In altri termini, il pregiudizio (sfondo) impedisce alla razionalità di scoprire la fallacia dello stereotipo (figura) in quanto le ragioni con cui esso si costituisce non sono rinvenibili in esso perché dipendono dal pregiudizio. Il pregiudizio: una bugia “necessaria”? “La differenza tra il pensiero vero e una bugia consiste nel fatto che il pensatore è logicamente necessario per la bugia ma non per il pensiero vero (…) la bugia e il suo pensatore sono inseparabili. Il pensatore non ha importanza per la verità, in quanto la verità è logicamente necessaria al pensiero”.

  • Bion W. Il falso, la bugia, così come il pregiudizio, sono costrutti mentali la cui esistenza deriva dall’azione del pensatore che nega o distorce il vero: in tale senso, osserva Bion, il pensatore è logicamente necessario per la bugia. In certi casi, tale azione rappresenta il tentativo estremo della razionalità di resistere (o negare) all’evidenza del vero. Per sottrarsi al pregiudizio, al pensatore è richiesto un atto di razionale umiltà: accettare la propria inutilità in relazione all’evento della verità che autopone se stessa. Infatti, continua Bion, il pensatore non ha importanza per la verità. Ciò che è vero, a differenza di ciò che è falso, non ha bisogno del pensatore per esistere o per aggiungere altro “vero” a se stesso: l’utilità del pensatore, in questo caso, consiste nel farsi interprete del vero. Pregiudizi e schemi mentali Analizzando il processo psichico della percezione, Cencini e Manenti osservano che “decenni di ricerche empiriche hanno dimostrato che la nostra organizzazione percettiva neuropsicologica è tale che sempre mira spontaneamente a organizzare in uno schema compiuto i vari stimoli disorganizzati che ci colpiscono a caso (…). Come c’è in noi la tendenza a dare un significato agli stimoli (sensoriali), c’è la stessa tendenza nei confronti della nostra situazione esistenziale. Abbiamo bisogno di dare un senso alla vita.” La riflessione di Cencini e Manenti apre un’interessante prospettiva di analisi dei problemi esistenziali. Così come avviene per l’organizzazione percettiva degli stimoli sensoriali, per cui si osserva la tendenza a ricomporre i singoli dati in un unico insieme dotato di senso, anche sul versante dei problemi esistenziali, l’uomo tenderebbe naturalmente verso soluzioni globali dotate di senso. In questo caso, però, la questione si fa più delicata in quanto si tratta di capire se il processo che porta alla costruzione del senso sia libero e determinato da fattori che ne condizionano lo sviluppo. Il pregiudizio, per sua natura, risente della riduzione di senso e di prospettiva che caratterizza l’esperienza percettiva. È significativo che anche in diverse situazioni esistenziali non si diano soluzioni che prevedono scarti, salvo incorrere in gravi conseguenze. In questi casi la soluzione consiste nella capacità di guardare al problema oltre il limite dato dalla propria visione del problema stesso. Ciò significa concentrarsi nello sforzo di guardare le cose in forme disincantate, per poi sviluppare ragionamenti e pensieri non vincolati a priori da limiti che non esistono nella realtà ma solo nel pensiero. Ciò vale specialmente per quelle situazioni problematiche che, come per l’handicap, rischiano di venire affrontate attraverso soluzioni di “scarto”: morale, esistenziale, politico, economico, sociale. Il bisogno di aiuto di chi è più debole rappresenta una sfida per la società, e dalle modalità con cui essa risponde a tale bisogno dipende il suo livello di civiltà.

LE RADICI CULTURALI

La cultura dello scarto Lo scarto culturale Il pregiudizio sull’handicap è espressione di un sistema simbolico che alimenta la “cultura dello scarto”. Si tratta di una logica “illogica” tipica di quei processi mentali la cui caratteristica prevalente consiste nella rigidità di pensiero di fronte a tutto ciò che appare nuovo, inatteso. Da qui, l’incapacità di operare quei cambiamenti indispensabili per conoscerlo, comprenderlo e accoglierlo. Il pregiudizio sull’handicap diviene azione di scarto, processo di disintegrazione di quel frammento che è l’umanità di chi ha un handicap; oppure, diviene mistificazione del processo d’integrazione per cui tale azione si sviluppa solo a livello materiale e non culturale, politico, economico e sociale. Osserva Larocca che “solitamente di fronte al deficit non ci facciamo prendere dal particolare dell’handicap, dall’incapacità, dalla resistenza alla riduzione di asimmetria, dalla disorganizzazione degli organi invece di rimanere estatici difronte al miracolo della vita e quindi dell’intero che c’è nell’altro. Essere frammento è un dato che riguarda ogni uomo, non solo le persone con disabilità: “Spesso i disabili, nell’immaginario dell’uomo della strada, sono visti e considerati “frammenti di umanità”. E c’è chi li considera preziosi. E chi invece degli scarti, ingombranti, pesanti comunque. C’è chi vede in quello scarto l’intero, e chi non sa, o non vuole vederlo”. La vera integrazione dello “scarto” si realizza attraverso l’azione consistente nello scartare lo scarto; si tratta di un processo verso un’intimità più profonda e autentica con noi stessi, con gli altri, con ogni altro. L’integrazione non va confusa con il processo attraverso il quale si assimila al perfetto ciò che perfetto non è, in quanto è per sua natura processo di ristrutturazione di sé, dell’altro, della realtà e delle loro possibili correlazioni. Integrare, allora, significa rendere accessibile a noi stessi il “dono” rappresentato da ciò che l’altro è in quanto “altro da noi”, per quanto diverso possa apparire. Ma ciò comporta che la modifica del contesto ovvero della cultura che genera e costituisce lo scarto dell’alterità. Da un punto di vista ecologico la società contemporanea si è resa conto che non è più possibile continuare a scartare. La raccolta differenziata, il riutilizzo delle materie prime, lo stoccaggio razionale dei rifiuti sono esempi concreti di un tentativo di superare la logica perversa dello scarto. La società consumistica non produce però solo scarti materiali, ma anche “scarti” umani: il disadattato, il disagiato, l’inefficiente, il disabile, l’anziano, l’extracomunitario, ecc. È legittimo chiedersi, se gli “scarti” umani di questo sistema sociale non siano forse i frammenti di un’umanità alla deriva? Eppure, nel Vangelo è scritto: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo”. L’affermazione di Gesù non solo si pone oltre ogni “logica di scarto”, ma apre la mente a una nuova prospettiva di senso: nello scarto c’è un valore che va assolutamente recuperato, in quanto contiene possibilità, non ancora esplorate, di progresso e sviluppo umano. La capacità di recuperare e reintegrare gli “scarti”, sia a livello materiale che culturale, può aprire a nuove prospettive di sviluppo umano e sociale. In particolare, quando l’oggetto sottratto allo scarto è qualcosa di essenziale all’uomo. In particolare, nell’imparare a prendersi cura dell’altro scartato si ottiene per sé, e a livello culturale, un guadagno consistente nel potenziamento e nell’espansione del valore e del significato dell’umana esistenza. Lo scarto, in tal senso, è ciò che va assolutamente recuperato in quanto contiene un “dover essere” dell’umanità non ancora esplorato. Ogni civiltà ha prodotto scarti; scarti che sono stati recuperati dalle civiltà successive e sono poi divenuti parte costitutiva di nuove forme di civiltà. La nostra civiltà, definita la Larocca “civiltà della crisi”, è così caratterizzata dal perverso meccanismo di scarto e rifiuto dell’alterità, che agisce invisibilmente nella cultura. Il contesto in cui si è insediata la cultura dello scarto si fonda sulla logica dell’indifferenza e dell’insofferenza. È assente un centro etico di “gravità permanente”: tutto è discutibile, relativo, sospettabile, opinabile. L’ essere indifferente è di colui che esalta il valore in sé della soggettività per cui l’altro diviene strumento di affermazione dell’io; ogni scelta diviene reversibile; è assente qualsiasi tipo di assiologia: tutto è sullo stesso piano di valore. L’essere insofferente è di colui che non riconosce l’apertura ontologica dell’essere al dover essere e vive privo di una reale dimensione etica, senza la quale viene meno ogni senso di durata. Integrare, non solo materialmente ma anche spiritualmente, ogni frammento significa risanare queste carenze, a copertura delle quali operano pregiudizi e stereotipi come vere e proprie corazze ideologiche. L’ideologia si radica nella cultura, che da un lato genera, dall’altro la copre. Superare il pregiudizio senza un affondo nella cultura, nel significato stesso di cultura, non è possibile.

Il problema che si presenta al riguardo è che l’ordine prestabilito di segni con i quali l’evento è detto e interpretato, si pone in un orizzonte di senso che scarta come “non senso” tutto ciò che non rientra nelle categorie culturali in uso. L’uomo per uscire dalla “civiltà della crisi” necessita quindi di un logos (senso-discorso) forte, in grado di attingere l’eccedenza di senso di cui è portatore l’evento. Lo scarto scientifico Lo scopo principale della ricerca scientifica sembra essere quello di dissipare la complessità dei fenomeni, renderli interpretabili, rivelarne l’ordine interno. Il problema che si pone da un punto di vista epistemologico è come riuscire a cogliere la complessità di cui è intrisa la realtà, senza ricorrere a strategie di conoscenza semplificanti o, peggio ancora, mutilanti il dato di realtà. Evidentemente questo discorso aiuta a far intuire quanto sia importante il “fattore complessità”, messo in evidenza da Morin: la nostra tendenza quasi universale a frammentare il mondo e ignorare l’interconnessione dinamica di tutte le cose è responsabile di molti dei nostri problemi, non solo nella scienza ma nelle nostre vite e anche nella nostra società. Se dentro quest’analisi inseriamo anche il tema di questo testo, ci possiamo rendere conto che la tendenza quasi universale a frammentare è la probabile causa della distorsione di senso da cui deriva ogni tipo di pregiudizio. Lo scarto scientifico, per Larocca, è in realtà un surrazionalismo equivalente al surrazionalismo estetico: “Il surrazionalismo scientifico e il surrazionalismo estetico sono due diverse modalità di ritirarsi dal reale in mondi puri capaci di riscattare o allontanare dalle caoticità e animalità del caos. Il surrazionalismo, come il pregiudizio, rappresenta un tentativo di fuga dalla complessità al fine di un utilizzo strumentale della conoscenza. Lo “scarto di senso” messo in atto dal sapere scientifico è tale che si può prospettare la possibilità di una nuova filosofia che, proprio dallo scarto scientifico, rigeneri un nuovo e ulteriore senso per l’umanità postmoderna. Ciò implica ripensare la teoria della conoscenza in una prospettiva di maggior cautela: “È necessario affermare che la conoscenza ha un carattere ipotetico-congetturale, problematico, provvisorio, perfettibile, revisionabile, falsificabile, ecc.”. La scienza, in futuro, per non tradire il suo scopo, dovrà porre le basi perché si costruisca un reale e autentico dialogo con gli altri saperi. Razionalità non scientifiche La razionalità è l’azione della ragione, ciò che concerne la ragione, che la costituisce, indipendentemente dai presupposti, dagli scopi, dai contenuti. Esistono diversi tipi di razionalità, legata ai diversi significati di ragione. La razionalità può essere intesa come medium per intendersi, argomentare, parlarsi, oppure come strumento di manipolazione e controllo dell’altro. Nel testo Teoria dell’agire comunicativo di Habermas, opera complessa che consente differenti angolature di lettura con diverse accentuazioni di motivi, si analizzano due tipi di razionalità: quella comunicativa e quella strumentale. Sono ritenute dall’autore entrambe funzionali alla sopravvivenza della società. Nella lettera Enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II, viene posto in primo piano il valore della convivenza tra razionalità diverse: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”. Esistono quindi razionalità diverse, che fanno riferimento a mondi diversi, a linguaggi diversi. Parola e linguaggio non possono essere asserviti a un solo tipo di razionalità, in quanto ci sono parole e linguaggi che si riferiscono a razionalità diverse. Solo la complementarità argomentativa delle diverse razionalità può permettere all’uomo di cogliere se stesso e la realtà in modo completo: senza scarti. Il pregiudizio sull’handicap si sviluppa all’interno di una razionalità che afferma e impone il proprio potere sulle altre in quanto, ignorando la “possibilità del limite”, impone limiti alla possibilità.

L’HANDICAP

“Vedere” l’uomo al di là dell’handicap Pregiudizi, stereotipi e handicap La natura, a volte, è causa di sofferenza e disperazione. Ma molto di più l’uomo quando al dolore sovrappone dolore, alla sofferenza ulteriore sofferenza e al limite altro limite. Eppure, lo stesso, ha il potere di lenire il dolore, calmare la sofferenza e ridurre il limite se, anche solo per un attimo, l’altro non è altro, il diverso non è più diverso e l’handicap diventa di ognuno. Infatti, vedere l’uomo al di là dell’handicap significa vedere nell’handicap l’uomo, il limite d’ogni uomo abile o disabile che sia. Non riuscire a vedere questo non è un difetto di natura bensì il prodotto di una distorsione, per lo più da imputare all’educazione. Handicap visto da vicino Il termine handicap, mediato dalla lingua inglese rinvia quale sua probabile origine, alla frase hand in cap , letteralmente “mano nel berretto”. Tale azione, nel contesto delle competizioni sportive, indicava il gesto di chi, così facendo, partecipava ad una scommessa – di solito clandestina – facendo la propria “puntata”. Il termine handicap , inoltre, si collega originariamente alle corse dei cavalli. In questo caso, assume il significato di svantaggio imposto ai cavalli migliori, consistente in un peso aggiuntivo da portare durante la competizione o nell’obbligo di iniziare la corsa qualche metro dietro la linea di partenza, con l’obiettivo di riequilibrare le probabilità di vittoria, ma anche per favorire il mercato delle scommesse. Per traslato, tale terminologia è divenuta la modalità denotativa per eccellenza per stigmatizzare la situazione di difficoltà di chi, a seguito di limiti di vario tipo vive una condizione di svantaggio rispetto agli altri. Il termine, poi, qualora utilizzato in forma sostantiva (handicappato), non designa più solo la situazione ma connota l’intera persona conferendole un nuovo status esistenziale consistente nella condizione di “diverso”. Handicappato, in questo caso, sta per “inferiore”, “imperfetto”, “sbagliato”, uomo quasi nel senso di “quasi normale”, “quasi a modo”. In base al sapere pedagogico speciale, il termine handicap indica una condizione di svantaggio sociale, nonché uno stato di bisogno derivante da specifiche difficoltà che il soggetto incontra nell’ambiente e nei confronti delle quali è possibile e auspicabile intervenire attraverso l’educazione. È consuetudine riferire il termine handicap a chi è afflitto da qualche deficit o menomazione, anche se per la pedagogia speciale è necessario distinguere tra una cosa e l’altra. Infatti, avviene che chi ha un deficit sia chiamato “portatore di handicap”. Ma un deficit è un danno irreversibile. Un handicap è la conseguenza, che può essere contenuta o, viceversa aggravata, dell’impatto con l’ambiente nelle sue diverse interpretazioni. Tuttavia, nel linguaggio e nell’interpretazione comune, deficit e handicap sono assimilati l’uno all’altro. Deficit indica perdita, alterazione, anomalia a carico di strutture e funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche; può essere permanente o transitorio, il cui prodotto sociale più nocivo è proprio la situazione di handicap “ovvero l’emarginazione, lo svantaggio esistenziale, l’esclusione e la discriminazione negativa che vive una persona disabile a motivo di fattori culturali, sociali, economici, psicologici, ecc. Se questi fattori emarginanti non esercitassero la loro opera distruttiva, in teoria potrebbe esistere una persona disabile, anche grave, ma non in situazione di handicap”. Cattaneo  tabella a doppia entrata indicante la complessità della situazione relativa al soggetto in difficoltà:

  • vi può essere handicap e deficit e allora, se educare significa ridurre l’asimmetria tra essere e dover essere , occorre superare gli ostacoli/gli handicap;
  • se non c’è handicap ma deficit occorre intervenire sul deficit per recuperarlo;
  • se vi è handicap senza deficit, si parla di handicap indotto e allora occorre demolire gli handicap; invece, vi sono casi in cui l’handicap indotto provoca deficit;
  • se non vi sono né handicap né deficit si ha la situazione di normalità, anche se una simile situazione in assoluto è difficile da avere. Teoria degli insiemi e pregiudizio sull’handicap Con il termine “insieme” si intende un aggregato o un gruppo di oggetti di qualsiasi natura. Per compiere azioni significative con gli elementi dell’insieme, bisogna sforzarsi di operare qualche tipo di organizzazione degli elementi che lo compongono. I criteri di organizzazione di un insieme servono, non solo per ordinare l’insieme stesso, ma anche per costituire determinate relazioni tra i suoi elementi. Proprio in virtù di queste relazioni, gli elementi di un insieme qualsiasi smettono di apparire isolati e possono essere collegati da una serie di connessioni logiche. È possibile a Sì handicap Sì deficit DISABILE Sì handicap No deficit HANDICAP INDOTTO No handicap Sì deficit DEFICIT/ MENOMAZIONI No handicap No deficit NORMALE

quello di tutti gli altri. il passaggio più subdolo consiste nel far percepire chi ci è “uguale” come se fosse “diverso”: per poi trasformarlo in “cosa” e successivamente in “scarto” d’umanità. Compiuto il primo passo, tutto è possibile. Fu proprio facendo leva sul pregiudizio culturale delle “inferiorità” del disabile, che Hitler poté sperimentare il funzionamento della sua macchina di morte prima di rivolgerla contro gli ebrei. I primi a finire nelle sue “fauci” furono proprio i disabili. La forza del pregiudizio, il suo potere, consistono nel sostituire la prossimità con la distanza, con l’obiettivo di sopprimere ogni responsabilità morale. L’altro per il “realismo ingenuo” L’analisi di come la coscienza colga il mondo a essa esterno, è tutt’altro che semplice e scontata. Bisogna distinguere il concetto di “recezione” da quello di “percezione”. RECEZIONE  processo fisiologico attraverso cui un apparato recettore recepisce certi segnali degli oggetti esterni e li veicola lungo vie neurologiche a stazioni di elaborazione più centrali quivi avvengono processi più complessi, di cui è dato osservare il versante soggettivo e di descriverli non più in termini fisici bensì psicologici. PERCEZIONE  fenomeno psichico che si distingue dalla mera sensazione: i fenomeni percettivi rientrano a pieno diritto negli eventi “mentali” anche se per il loro aspetto semplice e apparentemente automatico essi sono talora considerati più eventi di tipo fisiologico che veri processi mentali. Vi è, infatti, l’opinione che le percezioni siano il risultato automatico del funzionamento dei recettori sensoriali e che questi agiscano come una sorta di riproduttori fedeli della realtà esterna. Questo modo di pensare, definito dalla psicologia della Gestalt “realismo ingenuo”, si fonda sull’assunto secondo cui gli oggetti sono percepiti quali essi sono nella realtà oggettiva, fisica, cosicché l’esperienza soggettiva si caratterizza come “copia” della realtà. A fronte di quando detto sopra, anche la percezione dell’altro come handicappato non può essere spiegata come dato fenomenico, ma come processo mentale, ovvero: programma che rimanda a una memoria e a un apprendimento. Un difetto di ragione: i “tunnel della mente” Può capitare di pensare che certe idee siano sicuramente giuste, senza avvederci del fatto che, magari, potrebbero essere frutto di un inganno della mente. Come pure, non ci sembra possibile che alcune idee che ci sembrano nostre, possano essere state indotte in noi da altri. Avviene anche di sentirci sicuramente certi che le nostre intuizioni, come vere e proprie scorciatoie, ci guidino senza errore verso i nostri obiettivi. Non ci passa nella mente nemmeno per un istante che non siamo nel giusto, che potremmo sbagliarci. Avviene così che come per istinto entriamo nei nostri “tunnel della mente”. Tale termine rinvia a una sorta di nuovo inconscio, che non è quello già esplorato dalla psicanalisi che coinvolge la sfera emotiva, bensì uno che coinvolge sempre a nostra insaputa la sfera “cognitiva”, cioè l’universo dei ragionamenti, dei giudizi, delle scelte tra diverse opportunità, dei contrasti ben ponderati tra ciò che è ritenuto probabile e ciò che è ritenuto improbabile. L’indagine di Massimo Piattelli Palmarini sui “tunnel della mente” ne porta alla descrizione di otto:

  • Scelte incorniciate: quando, di fronte a opzioni perfettamente equivalenti da un punto di vista probabilistico, la scelta ricade solo su una e non si vede l’equivalenza con le altre.
  • Segregazione delle decisioni: quando posti davanti a un problema, anziché analizzarlo globalmente la nostra attenzione è completamente occupata da un particolare e, questo solo, influisce in modo determinante sulla nostra decisione.
  • Effetto congiunzione: quando, posti davanti al problema di dover scegliere tra le varie soluzioni presentate, la nostra scelta ricade su un’ipotesi congiunta e non su un’ipotesi disgiunta, nonostante si sappia che è assai più improbabile che due fenomeni si presentino insieme e congiunti piuttosto che separati e disgiunti. Avviene in questo caso che, ciò che ha meno probabilità di verificarsi sia scelto solo perché ci sembra più tipico e facile da immaginare.
  • Disattenzione per le frequenze di base: quando nel prendere decisioni su determinate questioni, cadiamo in errore perché tendiamo a non mobilitare tutte le conoscenze pertinenti di cui disponiamo, in quanto attratti da ciò che è tipico o in quanto influenzati dai nostri pregiudizi.
  • Confusione tra correlazioni di causa e di effetto, per loro natura asimmetriche (la causa precede l’effetto e non viceversa), e le correlazioni di frequenza, per loro natura simmetriche.
  • Confusione tra il concetto di causa e quello di probabilità.
  • Effetto certezza: si riferisce al fatto che i soggetti, all’interno di scelte che presentano solo risultati positivi, assegnano un peso maggiore ai risultati certi rispetto a quelli incerti, ma con un valore atteso superiore a quello certo.
  • Effetto incertezza, ovvero la prudenza irrazionale: quando, di fronte a due o più situazioni delle quali non sappiamo ancora quale si verificherà, pur sapendo che almeno una certamente avverrà, la nostra immaginazione resta bloccata. I “tunnel della mente” hanno in comune la propensione psicologica del soggetto a ritenere più probabile ciò che gli riesce più facile immaginare o che appare tipico. Inoltre, si può osservare come la difficoltà nel trovare le soluzioni dipenda in parte anche da pigrizia mentale. Molte opinioni, scelte, decisioni che riguardano il mondo dell’handicap risentono proprio di questa tendenza psicologica al “tipico”, che non ha nulla di ideologico e di politico, ma è connessa all’azione dei “tunnel della mente” e alla difficoltà della ragione di individuare soluzioni valide ai tanti problemi che affliggono coloro che sono così giudicati. Il pregiudizio delle vittime: la “zona grigia” Ancora una volta ricorrere al passato, cioè al dramma degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, ci può aiutare a cogliere un aspetto importante del pregiudizio sull’handicap. Il capolavoro di Primo Levi I sommersi e i salvati, presenta al lettore un aspetto della realtà del campo di sterminio ancora poco esplorato: la cosiddetta “zona grigia”. Si tratta di un’immagine, uno stratagemma, utile per far cogliere al lettore una realtà complessa, che non si presta alla semplificazione concettuale, alla divisione manichea delle cose in ciò che è “bianco” e in ciò che è “nero” in quanto, appunto, “zona grigia”. Riferendosi alla sua personale esperienza di recluso, anche di testimone, Levi osserva che “non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei lager: non era riducibile a due blocchi delle vittime e dei persecutori”. Nel lager, continua l’autore, “si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. È probabile che l’ostilità verso il Zugang (il nuovo entrato) fosse in sostanza motivata come tutte le altre intolleranze, cioè consistesse in un tentativo inconscio di consolidare il “noi” a spese degli “altri”, di creare insomma quella solidarietà tra oppressi la cui mancanza era fonte di sofferenza addizionale, anche se non percepita apertamente”. Nella “zona grigia” vi abitano coloro che per sopravvivere o per ottenere qualche privilegio, collaborano con l’oppressore, entrano nelle Squadre Speciali. Avviene di imbattersi nelle “zone grigie” anche quando ci si avvicina al mondo dell’handicap: assenza di solidarietà tra “oppressi”, purtroppo anche tra le famiglie degli “oppressi”, come pure la “collaborazione” dell’oppresso con l’oppressore. Il fenomeno della “zona grigia” si ripete ovunque si innalzino i muri della segregazione, del rifiuto, dello scarto. Il male più grande di chi ha una disabilità consiste proprio nel sentire di dover vivere isolatamente il proprio dolore, la propria sofferenza, il proprio carico di fatica. A volte la solitudine è una scelta, dettata dalla disperazione o dall’incapacità di pensare ad altrimenti. Avviene in questi casi che si preferisca sottrarre se stessi al contatto benefico con gli altri, alle relazioni con chi vive situazioni uguali e analoghe o con chi il problema non lo vive, ma da esso si sente interpellato nella propria profonda e autentica umanità. Il deficit: un muro per l’handicap Superare il pregiudizio nei confronti di chi vive una condizione di disabilità, comporta “studiare la sua “immagine sociale” e i significati culturali, morali e scientifici ed economici che si attribuiscono alla sua figura in quanto rafforzano e organizzano i processi di stereotipizzazione del fenomeno”. Larocca osserva che tanto più una persona è giovane, umile, equilibrata, spiritualmente matura, provata dalla sofferenza, tanto più è capace di abbattere le barriere interpersonali con i soggetti affetti da handicap. E allora in che consiste il muro frapposto da tutti gli altri? Paura, difesa dal processo meccanico dell’identificazione e proiezione sono insufficienti a dar ragione della radice profonda dell’innalzamento del muro. Né è sufficiente il ricorso agli stereotipi dei preconcetti e pregiudizi della cultura classica. L’impalpabile muro è da vedere volta a volta nella singola persona che lo innalza. Il pregiudizio sull’handicap serve per racchiudere in un cerchio chiuso uno “scarto” di umanità: i diversi. Ma tale fenomeno è solo un costrutto mentale. Gli stereotipi, invece, impediscono la reale ed effettiva conoscenza di chi ci troviamo di fronte. Cartelli, in Handicap. Pregiudizi e stereotipi , osserva che se lo stereotipo è spontaneo meccanismo di difesa dall’angoscia, derivante dal nostro rifiuto di specchiarci in un’immagine non gratificante, negativa sotto il profilo

OLTRE IL PREGIUDIZIO SULL’HANDICAP

Recuperare la vista Superare la cultura del pregiudizio sull’handicap Che cos’è il contesto? È ciò che accompagna il testo, è la cultura del tempo storico in cui si vive, ma è anche l’Io di fronte al Tu. Il testo, textum , è una trama di segni significanti correlati l’un l’altro, inseriti sempre in un con- textum. Non si può entrare nel testo se non ci si lascia coinvolgere anche dal con-testo. Ogni azione tesa a un qualsiasi cambiamento deve quindi agire su entrambi i fronti. Non si può agire con la speranza di cambiare il tu se non si è aperti anche alla possibilità del cambiamento del proprio io. Per superare la cultura del pregiudizio sull’handicap, ci vuole un’azione educativa capace di modificare i testi e i contesti nei quali il pregiudizio, non solo agisce, ma si costituisce. Resistenza al cambiamento La possibilità del superamento del pregiudizio sull’handicap – la cui essenza sta nell’accoglienza dell’altro non più visto come “diverso” perché limitato, ma accolto in sé come simile in quanto anche noi costituiti di limite – non dipende da processi di socializzazione ma dalla struttura del nostro Io, originariamente aperto all’altro. Laddove si erge il muro del pregiudizio, bisogna scavare in profondità. Le ragioni del rifiuto dell’altro vanno spesso al di là di ogni apparente motivazione. Infatti, secondo uno studio riportato da Janice Gibson, il pregiudizio nei confronti delle persone con handicap si costituisce e si sviluppa nei fanciulli a prescindere dalla conoscenza diretta del problema e dalle esperienze personali. In altri termini, non sono le esperienze di incontro e/o di conoscenza diretta di persone che hanno deficit e/o minorazioni a generare l’atteggiamento di pregiudizio nei loro confronti. Pregiudizi e stereotipi sono difficili da modificare anche perché tendono a configurarsi come una spirale che, auto ponendosi, stabilizza se stessa. Si tratta di ciò che Arcuri definisce come filosofia “ingenua”. Grazie ad essa gli individui “sono tanto più affezionati alle ipotesi che essi formulano nei confronti delle altre persone, nella misura in cui servono per raccogliere e accumulare dati che “confermano” le ipotesi stesse”. Risulta quindi inadeguato ogni approccio che non sia contemporaneamente sistemico e mirato a programmi di riforma personali e sociali. Per Tentori i pregiudizi sono resistenti al cambiamento perché a sostegno di essi opera il centrismo, “inteso come affermazione esclusiva dei nostri interessi e delle scelte che ne derivano”. Per questo motivo, egli sostiene la necessità di intervenire sulla cultura. Tuttavia, specialmente quando si opera con adulti, bisogna considerare che l’apprendimento è fortemente condizionato dalle “difese dell’io” in altri termini è più difficile disimparare che non apprendere. Anche per Calegari la riduzione del pregiudizio si scontra con meccanismi di resistenza personali. I meccanismi di difesa dell’Io assolvono a varie funzioni: mantenere l’equilibrio di fronte a situazioni difficili, proteggere o restaurare la stima di sé minacciata dalle forze pulsionali, neutralizzare conflitti con persone o parti della realtà sentiti come altrimenti irrisolvibili. Questi meccanismi, di per sé non sempre patologici, possono però impedire, qualora la stima di sé sia fragile, un’adeguata apertura alla realtà, al Tu e quindi un effettivo risanamento del sé dal potere del pregiudizio. Fondamentale, quindi, sostenere attraverso l’educazione il processo di costruzione dell’autostima, sia per l’instaurarsi di un’immagine positiva di sé sia per arrivare al riconoscimento non minaccioso dell’alterità. Esperienze di riduzione del pregiudizio a confronto Uno dei contributi più significativi nella direzione del superamento del pregiudizio, deriva ancora da Allport. Il riferimento è alla cosiddetta ipotesi del contatto. In base agli studi e alle sperimentazioni effettuate da Allport, la promozione sociale del contatto tra gruppi in cui si evidenziano atteggiamenti pregiudiziali, può ridurre gli effetti negativi del pregiudizio. Affinché l’ipotesi del contatto funzioni, è necessario che siano rispettate determinate condizioni. In particolare, che:

  1. le azioni dirette alla promozione del contatto fra gruppi siano sostenute a livello sociale e istituzionale;
  2. la durata e la frequenza dei contatti siano sufficientemente prolungate al fine di consentire la nascita di relazioni significative tra i membri dei gruppi;
  3. lo status sociale dei membri dei gruppi che vengono in contatto fra loro sia paritetico;
  4. fra le persone appartenenti ai gruppi ci sia uno stato di reciproca dipendenza rispetto all’acquisizione di obiettivi comuni. Tuttavia, l’ipotesi del contatto ha comunque evidenziato importanti limiti rispetto all’obiettivo di ridurre il pregiudizio. Si è potuto osservare che i cambiamenti positivi derivanti dal contatto, non “sopravvivevano” oltre e al di là del perimetro del contesto sociale e delle relazioni di gruppo nei quali l’ipotesi è stata sperimentata. Si tratta del

“principio della regressione degli atteggiamenti”, teoria secondo la quale, dopo un certo periodo, le opinioni tendono a regredire, anche se non del tutto, verso il punto di vista originario. Va altresì specificato che l’ipotesi del contatto si rifà alla teoria dell’Identità sociale , ovvero la concezione in base alla quale si ritiene che, essendo le appartenenze di gruppo ad alimentare le rappresentazioni del sé, in base al tipo di appartenenza vissuta dal soggetto, si producono importanti conseguenze per ciò che riguarda la sua condotta. Il problema però è che l’ipotesi del contatto, rifacendosi alla teoria dell’identità sociale, non coglie il vero nucleo del pregiudizio sull’handicap in quanto non rinvia né si rifà a un conflitto fra gruppi. Tuttavia, da tale ipotesi si possono ricavare utili indicazioni anche per la lotta al pregiudizio sull’handicap, specialmente a livello legislativo. Infatti, in base all’ipotesi del contatto, laddove ci sono pregiudizi sono necessari interventi politici e legislativi a sostegno della convivenza civile tra coloro che, a causa del pregiudizio, rischiano di ignorarsi o di entrare in conflitto. Nello specifico, la legislazione deve tenere conto che tra coloro che sono affetti da qualche handicap e coloro che invece godono di perfetta salute ci sono condizioni di partenza diverse. Un altro interessante approccio mirato al superamento del pregiudizio è quello predisposto da Hoyt e Gibson, consistente nella produzione di una serie di film per la televisione e dal titolo Feeling Free, rivolti a bambini non disabili con lo scopo di far vedere che i bambini disabili sono simili a loro. I risultati furono positivi: aumentò sia il grado di conoscenza della realtà dell’handicap, sia il livello di sensibilità verso i disabili in tutti i bambini che parteciparono all’iniziativa. Il limite di questo progetto, però, per quanto positivo, fu che i risultati ottenuti in termini di miglioramento della conoscenza della disabilità e di aumento della sensibilità nei confronti di tale realtà, non fu tale da durare nel tempo e da riuscire a influenzare il gruppo di appartenenza dei bambini che parteciparono a tale iniziativa. Per ciò che riguarda i programmi televisivi rivolti agli adulti e miranti alla sensibilizzazione del grande pubblico rispetto ai problemi della disabilità, si evidenza il limite della superficialità e/o della sensazionalità. I programmi che mostrano l’handicap al grande pubblico puntano spesso solo sull’emotività con il risultato che si finisce per ottenere la socializzazione del dramma umano ma non delle ragioni attraverso le quali il “dramma” andrebbe letto e decodificato. Ricchezza del diverso Pregiudizi e stereotipi nascondono la vista alla ricchezza derivante dalla diversità così concepita, perché il diverso fa paura in quanto rappresenta il nuovo, l’imprevisto, l’estraneo, il non uguale. Pregiudizi e stereotipi concorrono a confezionare le maschere con cui nascondere il dato della diversità di ognuno, per impedire che affiorino alla coscienza domande che possono sconvolgere il sistema di regole e valori istituito dalla “logica dello scarto”. Meglio le maschere, quindi. Esse non hanno nomi propri, storie personali da narrare: rappresentano solo le categorie astratte dell’umano. Ma per cogliere la ricchezza del diverso, è necessario il confronto con la sua persona, la sua individualità, il suo volto e il suo nome. Il nome, infatti, “è alla base dell’identità di una persona, non la sua condizione esistenziale. Invece, nella quotidianità, se tu sei disabile così vieni riconosciuto e identificato. Quasi non interessa quale sia il tuo nome, la tua storia, la tua personalità”. Ma è nel superare tale logica che può nascere la possibilità di un effettivo incontro con l’altro dietro la maschera, e di conseguenza la possibilità effettiva di cogliere nel suo volto quella particolare e unica domanda e offerta di senso rappresentata dalla sua persona. Il processo di costruzione d’umanità, si estrinseca con la relazione e nella relazione. Relazione significa apertura ontologica all’altro, apertura all’oltre. Relazione è dialogo creativo, è ricreazione di se stessi nell’apertura alla vita. In mancanza di relazione umanizzante, l’incontro è pura ritualità che non supera i confini dell’Io e del Tu. “Essere accanto” significa desiderio di sondare le profondità del mistero dell’incontro. “Essere accanto” in tal senso umanizza la relazione, insegna a comunicare, ad ascoltare, a collaborare, a vivere e a trasformare la propria solitudine in un’esperienza di solidarietà. Valori liberanti Solo l’educazione ai valori rende possibile all’uomo un vero e proprio cammino di sbilanciamento verso l’altro e il dialogo creativo con la realtà. Oggi viviamo in un contesto nel quale il mondo delle relazioni umane è sganciato da prospettive di valore: da qui il disorientamento esistenziale. È necessario rieducare ai valori fondamentali della vita.

PROSPETTIVE D’EDUCAZIONE

Nel dialogo creativo del con-essere l’antidoto al pregiudizio sull’handicap Prospettive d’educazione Gli studi di Pettigrew sulle cause sociali del pregiudizio evidenziano il fatto che fattori situazionali e socioculturali determinanti forti limitazioni alla soddisfazione dei bisogni fondamentali possono causare atteggiamenti pregiudiziali anche in assenza di disfunzioni della personalità. L’analisi del rapporto tra fattori personali e pregiudizio ha evidenziato la presenza di relazioni costanti tra frustrazione dei bisogni fondamentali, da un lato, e sviluppo di atteggiamenti pregiudiziali, dall’altro. Dollard e collaboratori, per esempio, rifacendosi alla teoria della frustrazione-aggressività hanno osservato che quanto più la frustrazione colpisce l’individuo nel tentativo di soddisfare i suoi bisogni fondamentali, tanto più forte sarà la sua risposta aggressiva e la sua personale propensione al pregiudizio. Ma ciò che questi studi non sottolineano sufficientemente è un altro fenomeno, direttamente collegato alla teoria della frustrazione-aggressività, ovvero: l’atteggiamento pregiudiziale così scatenato, solitamente, colpisce prevalentemente coloro che vivono medesime situazioni di carenza e deprivazione. Avviene così che a subire le conseguenze del pregiudizio siano proprio coloro che vivono medesime condizioni di carenza sotto l’aspetto della soddisfazione dei bisogni fondamentali. Tale fenomeno si spiega per il fatto che, quando il pregiudizio nasce da una condizione di frustrazione dei bisogni fondamentali, il principale destinatario dell’aggressività risulta essere chi ha caratteristiche simili all’aggressore perché rappresenta la condizione che si vuole di più di tutte rifiutare e allontanare, in quanto ritenuta causa della propria frustrazione. In altri termini, sono proprio le condizioni di gravi carenze di salute, autonomia, relazione, apprendimento, umanità che, se presenti in chi ci appare simile, lo rendono oggetto di attacchi aggressivi, finalizzati ad allontanarlo da sé per paura di vedersi assimilati ad esso e così condividerne il destino. Ritengo personalmente che tale ipotesi ignori, o non consideri sufficientemente, il dato di fatto che negli esseri umani ciò che muove alla vita e all’azione, sono in un’infinità di casi soprattutto ragioni di senso: che a volte consentono di raggiungere una felicità tale anche in situazioni di grave carenza rispetto alla soddisfazione di bisogni fondamentali. Ciò di cui fondamentalmente l’uomo ha bisogno per la pedagogia, è di essere aiutato a orientare la propria intenzionalità verso la ricerca dei valori trascendenti, ovvero quegli orientamenti di senso da cui derivare il significato profondo della propria umana esistenza, al fine di realizzare in modo unico e irripetibile la propria umanità. Dall’analisi dello studio di Doyal e Gough emerge l’importanza della distinzione tra ciò che si debba intendere per “bisogni” e per “desideri”. I bisogni fondamentali rappresentano “mete che tutti gli uomini devono ottenere qualora vogliano evitare seri danni”. L’affermazione “tutti gli uomini” indica qualcosa di oggettivo, universale. La soddisfazione dei bisogni fondamentali di salute e autonomia va quindi interpretata come precondizione dell’azione e dell’interazione umana. Nel capitolo VI “Liberazione umana e diritto alla soddisfazione dei bisogni”, Doyal e Gough fanno emergere il problema che coloro che condividono la stessa cultura hanno diritto, quanto meno, di raggiungere il livello minimo di soddisfazione dei bisogni. Tale prospettiva riguarda non solo una questione di diritto, ma anche di dovere. L’assegnazione di un dovere deve pertanto recare con sé la credenza che il titolare del medesimo abbia diritto al livello di soddisfazione dei bisogni necessario per agire conformemente. Dal punto di vista di chi deve operare l’integrazione, è evidente che non è possibile riconoscere un diritto in assenza di un “potere” (d’agire, di conoscere, di prevedere ecc.); dal punto di vista di chi deve essere integrato, l’assunzione di un qualsiasi tipo di dovere non è possibile finché non siano stati soddisfatti i bisogni fondamentali per agire conformemente ai propri obblighi. Ciò significa che ogni programma rivolto alle persone con disabilità deve necessariamente coinvolgere le medesime fin dall’inizio, in quanto non è possibile realizzare obiettivi di reale integrazione a prescindere dagli interessati. Diversamente l’integrazione è una farsa. Infatti, il riconoscimento effettivo del diritto della persona con disabilità ad esercitare una cittadinanza attiva e reale comporta la creazione di condizioni sociali per cui lo stato di disabilità vissuto dal soggetto, non solo sia tale da non compromettere l’esercizio dei propri normali bisogni-diritti, ma sia tale che nella realizzazione degli stessi egli possa ottenere risultati pari o superiori a quelli di altri non disabili. Da qui la necessità di stabilire, in forme condivise e partecipate, le regole da rispettare quando si tratta di decidere quali interventi mettere in atto per rispondere ai bisogni di integrazione e partecipazione delle persone. Analizzando poi il tema “sopravvivenza e disabilità”, gli autori osservano che “si sopravvive in quanto persone nella misura in cui si è capaci di qualsiasi attività intenzionale. Tuttavia, le persone subiscono una privazione anche qualora le loro possibilità di sopravvivenza siano artificialmente limitate da circostanze economiche e sociali che potrebbero essere modificate”. È avviata a questo punto un’interessante riflessione sul significato di autonomia umana.

AUTONOMIA  implica l’opportunità di partecipare a qualche forma di attività umana. Essere privati di essa equivale a essere privati della propria umanità. Come osservano gli autori, la forma di attività umana più significativa al fine di un’integrazione reale del disabile è il lavoro. Lavoro e relazioni umane significative sono basi fondamentali dell’autonomia personale. Doyal e Gough osservano che “per mantenere la propria autonomia, pertanto, la gente ha bisogno di qualcosa di più di un semplice ambiente sociale genericamente non ostile. La profondità, la complessità e la varietà delle potenzialità umane sono pressoché illimitate e il loro sviluppo dipende essenzialmente dall’interazione sociale. I migliori indicatori, pertanto, sono quelli che misurano la qualità delle reti primarie e l’ampiezza delle opportunità di selezionare le proprie relazioni. Tutto questo ha senso solo se a ogni individuo sia riconosciuto il diritto morale alla soddisfazione dei bisogni. Ciò significa, da un lato, anteporre ad altri obiettivi politici la meta dell’ottimizzazione dei bisogni; dall’altro, impedire che interessi individuali o di gruppo di chi è più forte possano prevalere su quelli di chi è più debole. Va da sé, quindi, che non ci sono prospettive di educazione laddove non ci sia anche una volontà politica di soddisfare i bisogni umani fondamentali di tutte le persone, senza esclusioni. Soggettivizzazione L’analisi antropologica condotta da Marazzi, chiarisce che è proprio il senso dell’alterità ciò che rende possibile il formarsi del senso d’identità; è dalla consapevolezza della nostra identità che possiamo considerare ciò che è esterno a noi. Non sempre l’educazione tiene in considerazione che l’Io è olistico, ovvero un insieme articolato e organico di parti. Non solo, l’Io è anche gremium , ovvero ciò che è atto a ricevere e tenere in sé, e l’educazione della personalità, si può dire ben fatta solo quando funziona il processo dell’identicus, che consiste nella capacità del soggetto di assumere l’altro senza tuttavia perdersi in esso. Avviene a volte, e questo capita proprio nella scuola, che l’educazione del bambino si concentri solo su alcuni aspetti dell’identità personale a scapito di altri. Gli sviluppi delle neuroscienze hanno messo in luce che il cervello umano è dotato di plasticità neuronale. Esperienze diverse, infatti, moltiplicano e modificano le potenzialità di apprendimento del cervello. Si può affermare senza indugi che tutti i bambini sono intelligenti e che lo sviluppo della loro intelligenza dipende assai più dall’efficacia delle azioni educative che li riguardano, piuttosto che dal corredo genetico. Sta all’educazione, quindi, la responsabilità dello sviluppo di quelle disposizioni che possono consentire anche a chi ha una disabilità di raggiungere elevati livelli di sviluppo culturale e umano. L’azione educativa è ciò attraverso cui si può intervenire per aiutare i bambini a sviluppare quelle capacità indispensabili per riuscire a interpretare la realtà, ad analizzarla in forma critica e consapevole, contrastando così l’azione dirompente del pregiudizio e dell’ignoranza. È necessario assumere, per chi educa, paradigmi teoretici e didattici nuovi, che tengano quindi conto di quell’aspetto dinamico dello sviluppo degli apprendimenti. Il reticolo in movimento, potente dispositivo per la trasformazione e l’innovazione della soggettività, opera in modo diametralmente opposto all’azione del pregiudizio. Laddove domina il pregiudizio, infatti, le caratteristiche di apertura, positività e dinamismo psichico del bambino in età scolare subiscono un danno. Nel periodo in cui la mente si apre alla conoscenza, il pregiudizio rischia di insinuarsi e contaminare gli sviluppi del sapere. Per tali ragioni, risulta necessario intervenire quando i bambini non hanno ancora sviluppato quelle sovrastrutture sociali che da grandi, poi, appesantiscono i pensieri e i modi di concepire la realtà e gli altri. L’azione educativa della scuola, quindi, può prevenire il radicarsi del pregiudizio attraverso la messa in campo di una didattica inclusiva e partecipativa, aperta alle diverse intelligenze e orientata fin dall’inizio verso i molteplici e differenti stili di apprendimento degli alunni. La scuola aperta a tutti e a ciascuno è quella in cui si attivano le dinamiche intrapsichiche e interpersonali grazie alle quali non solo è possibile l’accettazione del sé, ma anche dell’altro da sé, e da qui ogni tipo di diversità. Desoggettivizzazione Nella lingua corrente, il termine “identità” indica l’insieme delle caratteristiche fisiche, psichiche, comportamentali, sociali che caratterizzano una determinata persona e la identificano con quello specifico individuo. In psicologia, il termine si riferisce al vissuto che una persona ha di se stessa: vi può essere un senso di identità, cioè il soggetto percepisce se stesso in modo integrato e specifico, come persona individuale. Molte volte questo senso di identità è debole, deficitario: il soggetto può non sentirsi nessuno; al limite si va verso la spersonalizzazione di tipo patologico.

Eppure, è proprio dentro questa consapevolezza che è possibile lo sviluppo dell’autostima, intesa quale guadagno del sentimento del proprio valore di persona capace di cambiare, di migliorarsi e quindi di ridurre la distanza tra “Io reale” e “Io ideale”. In base a queste riflessioni appare evidente che lo sviluppo dell’autostima risulti strettamente connesso alla variabile educazione. Laddove il bambino non guadagna un’adeguata conoscenza del proprio Io reale, viene meno anche uno dei nuclei fondamentali del complesso “meccanismo” da cui dipende il funzionamento dell’autostima. Quando ci si trova davanti al fallimento dell’educazione dell’autostima, lo sguardo del soggetto sul proprio Io reale può apparire impietoso: ne emergono solo carenze, difetti, mancanze. Da qui l’inevitabile conseguenza consistente nell’avvertire se stessi come incapaci, inadeguati. Così come la costruzione dell’Io reale ha bisogno di sane iniezioni di realismo, l’io ideale ha bisogno di incontrare il valore positivo della possibilità e della speranza. In tal direzione assumono particolare valore le attese degli insegnanti, in quanto possono attraverso esse interferire sul processo di sviluppo della personalità globale del bambino, specialmente quando sono presenti difficoltà. Le attese dell’insegnante hanno in sé la forza di prefigurare la direzione dei possibili cambiamenti. Nella misura in cui sono puntate sul positivo, anche il bambino riesce a guardare oltre le difficoltà del momento quelle che sono le proprie possibilità reali di cambiamento e di successo. Prevenire la frustrazione Ogni bambino ha delle qualità di cui deve essere reso consapevole e rispetto alle quali può sviluppare competenze specifiche. Il raggiungimento di questo obiettivo è l’elemento fondamentale dell’educazione all’autostima: famiglia e scuola si devono alleare per ottenere questo risultato. Una delle variabili maggiormente prese in considerazione dalla psicologia quale causa di disistima è l’incapacità di gestire l’esperienza di frustrazione e l’eccessiva esposizione alle frustrazioni. In tale situazione, infatti, si genera uno stato d’ansia che non fa che aumentare lo stato di insicurezza del soggetto. Il circolo vizioso dell’ansia da frustrazione agisce in questo modo: incapacità di gestione della frustrazione , a cui fanno seguito aggressività , senso di colpa e ansia ; oppure esposizione a frustrazioni eccessive a cui fanno seguito senso di inferiorità e ansia. Il legame frustrazione/ansia, si sviluppa più intensamente laddove è negata ogni forma di reazione o difesa nei confronti dell’esperienza frustrante. A caposcuola e famiglia, se incapaci di far vivere positivamente le frustrazioni, minacciano lo sviluppo dell’autostima. La gestione positiva dell’esperienza frustrante avviene laddove gli adulti con cui il bambino entra in relazione mettono in atto atteggiamenti rinforzanti il positivo, quali:

  • distinguere nella comunicazione con il bambino il fare dall’essere;
  • investire il bambino di aspettative positive;
  • evidenziare i progressi e le qualità;
  • aiutare il bambino a giudicarsi rappresentativamente e non percettivamente;
  • graduare le mete;
  • differenziare le proposte e seguire le inclinazioni;
  • offrire spazi e tempi adeguati;
  • dotarsi di rituali e rispettarli;
  • avere pazienza e rispetto per i tempi di risposta del bambino. Educare all’altro Il valore della cultura consiste in primis nel farsi strumento di crescita e sviluppo dell’umanità intera. Ma la cultura tradisce a questo scopo se a priori, nelle proprie radici, nelle trame dei propri prodotti, nei mezzi con cui si espande impedisce l’incontro con l’alterità. La cultura di un popolo, laddove veicolo di pregiudizio, diviene riduzione di possibilità di sviluppo, chiusura, resistenza al cambiamento, inaridimento dello spirito umano. Ogni superamento di “confine”, a partire da quello dato dal limite del corpo, fino a quelli riconducibili ai limiti della mente, diviene prezioso indicatore del livello di civiltà e di cultura di un popolo. Favorire il confronto, promuovere il dialogo, insegnare a lavorare insieme sono modalità attraverso le quali si può operare in tal senso. In questa direzione, ad esempio, assumono notevole rilievo le metodologie didattiche che valorizzano il potenziale derivante dal lavoro e dal confronto di gruppo. Notevoli, a questo proposito, sono gli studi riguardanti il cosiddetto “apprendimento cooperativo”. In base a questo approccio, l’apprendimento non deriva solo dal lavoro personale che ognuno realizza per se stesso, ma dal reciproco confronto e dall’impegno con cui ognuno concorre a raggiungimento di un obiettivo comune. Laddove sono presenti in classe studenti con disabilità, tramite l’apprendimento cooperativo si producono cambiamenti significativi nella direzione del miglioramento del livello di accettazione e di reciproca comprensione. Alcuni studiosi hanno dimostrato che l’utilizzo di strategie cooperative nei contesti educativi migliora i risultati accademici degli studenti indipendentemente dalla presenza in classe di situazioni di svantaggio.

L’invisibile dell’azione educativa L’osservazione e l’analisi dei processi educativi pongono il ricercatore davanti alla difficoltà di individuare con sufficiente precisione che cosa faccia di una determinata azione un’azione educativa. Tale problematicità fa avanzare l’ipotesi “che ciò che rende un’azione educativa è di fatto invisibile. Tanto invisibile che dall’inizio dell’umanità ad oggi, pur educando di fatto, ci si chiede ancora in che consista”. Risulta evidente che l’azione educativa possiede una dimensione che, seppure non visibile, risulta decisiva per qualificare come educativa l’azione stessa, e determinante al fine dell’effettiva conoscenza di ciò che si reputa educativo: in primis l’intenzionalità di colui che compie l’azione. Le azioni, infatti, per quanto possa sembrare all’apparenza, si riferiscono sempre a qualche significato. Non esistono azioni neutrali. Il problema, però, è che non sempre i significati di un’azione sono evidenti e comprensibili, nemmeno per chi la compie. Le azioni educative sono supportate da intenzionalità che non sono visibili e talvolta neppure chiare. Altro elemento fondamentale dell’atto educativo, è il cosiddetto “non-evento”. Il non-evento, ovvero ciò che non è avvenuto durante l’azione educativa, è concausa dell’esito dell’azione educativa alla stregua di ciò che è accaduto. Nell’ambito di un qualsiasi rapporto educativo, tutto ciò che ci deve essere in quanto necessario all’educazione e tutto ciò che può mancare in quanto superfluo richiede di essere progettato con cura e attenzione. L’educatore che desidera costruire una relazione con il suo educando, per entrare in questa relazione, deve sapersi aprire alle attese consce e inconsce dell’educando stesso. Tali attese, infatti, hanno il potere di orientare la direzione dell’intervento educativo. A volte, specialmente se l’educatore è incauto, imbrigliano il processo educativo costringendolo a rispondere a quelle che sono le richieste dell’educando a prescindere da quelli che sono i suoi reali bisogni educativi. In tal senso, anche le attese dell’educando possono operare come fattori invisibili dell’azione educativa. Ci sono poi le condizioni di esercizio: “Con questa espressione si intendono indicare i dati di fatto di tipo organizzativo, temporale, spaziale che entrano in gioco e influenzano più o meno direttamente e positivamente l’azione educativa. Il Nodo di Salomone: necessario intreccio tra teoria e azione Il Nodo di Salomone mette in evidenza l’intreccio tra teoria e azione. La teoria, per quanto valida, se non si avvale dell’azione resta vana. L’azione, per quanto efficace, senza la teoria resta insensata. È in questo intreccio il nucleo del dispositivo funzionale all’educazione a cui si è fatto riferimento nel paragrafo precedente. Come osserva Maurice Blondel, è proprio l’intervento nella realtà, ovvero l’azione, che genera riflessione e ulteriore conoscenza. È l’azione, infatti, che genera il processo di conoscenza. Teoria e azione non sono però due atti distinti, se non nella riflessione. Infatti, la teoria educativa si esprime, si convalida e si genera e rigenera nell’azione e con l’azione. Ciò che istituisce il dispositivo funzionale dell’educazione non è solo la teoria, ma l’intima unione tra questa e l’azione. Per le scienze dell’educazione è dunque necessario individuare modelli epistemici funzionali al superamento della contrapposizione tra epistéme e prassi, teoria e azione, nella prospettiva di una loro integrazione al servizio delle scienze dell’uomo. Il fallimento educativo a volte avviene perché non funziona a qualche livello il circolo virtuoso di teoria-azione-teoria: ovvero il rapporto di connessione tra la teoria e la prassi educativa. L’occulto: il divorzio tra dispositivo funzionale e valori L’invisibile può farsi occulto quando il dispositivo funzionale dell’educazione è agito da chi non è mosso da un’intenzionalità educativa, per cui agisce sganciato da una positiva proposta valoriale. Anche laddove l’invisibile agisce incontrollato, l’educazione si fa occulta. Laddove l’invisibile è intenzionalmente agito da chi rifiuta il valore, o non ha alcun valore da proporre, l’educazione si trasforma in disumanizzazione.