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Riguarda il libro di handicap e pregiudizio intero e approfondito
Tipologia: Dispense
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Presentazione di Franco Larocca: oltre il pregiudizio sull’handicap Storia, cultura, esperienze personali, cronaca quotidiana, tutto converge sulla pericolosità dei folli, sulla difficoltà della convivenza con i disabili o handicappati. Questi e altri tanti pregiudizi sono annidate dentro la nostra cultura, perché forse costituiscono per tutti un complesso meccanismo di difesa dalle paure che le diversità da sempre suscitano nell’uomo. Andare oltre il pregiudizio sull’handicap è possibile? Una tale possibilità è sospesa solo all’educazione di tutti coloro che non essendo disabili presumono di non essere in qualche modo soggetti a qualche handicap. Il più diffuso dei pregiudizi è in tale presunzione. È sullo scarto tra l’essere e l’esserci che dovremmo sondare per sradicare i pregiudizi, deporre le presunzioni. Il “ci” dell’esserci nella vita identifica ciascuno. Il “ci” si fa cultura e civiltà. Tante culture, tante civiltà! Tutte diverse; tutte degne di essere vissute; tutte attanagliate dallo scarto tra il “ci” dell’esserci e l’essere. Il compito educativo, il compito di un dialogo creativo continuo, si fa esigente che solo nella prospettiva dell’educazione l’uomo può riporre l’accettazione della vita come vita e basta. Introduzione Nel testo ci si vuole occupare del “pregiudizio sull’handicap”, della cui esistenza ne è prova anche la resistenza culturale che impedisce l’abbandono della parola “handicap” in favore del termine “disabilità”. Il documento che meglio di ogni altro raccoglie e interpreta questa trasformazione concettuale è l’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), promulgato dall’OMS il 22 maggio
Il problema della disabilità nell’ottica dell’ICF, si configura come questione che non riguarda solo ed esclusivamente la persona che ne è afflitta, ma la società intera. L’handicap non è la menomazione. Canevaro dice che l’handicap rappresenta la socializzazione di una menomazione e come tale riflette le conseguenze che per l’individuo derivano dalla presenza della menomazione. Il compito della pedagogia speciale è la necessità di intervenire sui problemi di funzionamento delle persone in difficolta, generando nuove capacità o potenziando quelle esistenti, aumentando le prestazioni e migliorando le performance, eliminando o riducendo l’impatto degli ostacoli materiali e/o culturali che ne intralciano e/o impediscono i possibili sviluppi. <Combattere gli stereotipi, i pregiudizi e le pratiche dannose relativi alle persone con disabilità, compresi quelli basati sul sesso e l’età, in tutti i campi> è la richiesta che ci proviene dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.
Il potere del pregiudizio Il pregiudizio è un potere agito-subito. Chi lo agisce, allo stesso tempo lo subisce nei termini di una riduzione della possibilità di comprendere la realtà. Chi lo subisce, allo stesso tempo lo agisce portandone il peso, assumendone i contorni e le deformità. Il pregiudizio è anche una forma del “non vedere” da cui siamo tutti più o meno affetti. L’analisi del pregiudizio è anche riflessione etica riguardante il dover essere dell’Io, del Tu e del reale. Il pregiudizio è soprattutto la maschera che la ragione confeziona per se stessa o per l’altro quando la diversità non è compresa ma scartata. Uno sguardo alla lettura sul pregiudizio. Il termine pregiudizio, genericamente, indica un giudizio anticipato, secondo questa accezione, il pregiudizio è un processo di pensiero dal quale emerge un giudizio frettoloso, formulato su qualcosa o qualcuno senza aver sufficientemente indagato in quanto non ci si è dati il tempo giusto, per cui il pregiudizio risulta errato, approssimato e fuorviante. Da questo punto di vista, avere un pregiudizio vuol dire non avere riflettuto abbastanza, essere stati superficiali, non aver preso in considerazione i vari aspetti di una questione, le cui conseguenze sono lo sviluppo di errate o infondate convinzioni riguardanti la realtà o le persone. Questo modo di intendere la questione si rifà al concetto latino di opinio praeiudicata (opinione preconcetta). L’opinio praeiudicata è l’effetto di un giudizio anticipato che seppur rimanendo implicito, ne valida l’espressione. Il valore di verità di un’opinione preconcetta consiste nel risultare coerente con il teorema da cui deriva, a prescindere da qualsiasi processo di verifica da parte del soggetto. Il pregiudizio non è solo un problema della conoscenza o, più in generale, del pensiero, e non inerisce solo e esclusivamente a processi mentali consapevoli. La ricerca riguardante il pregiudizio richiede lo scandaglio degli sfondi di senso a cui attingono le ragioni del rifiuto dell’altro. In particolare la percezione della sua diversità , a cui fa seguito il processo di scarto. Laddove è presente il pregiudizio avviene una sorta di contaminazione della soggettività. Lo studio del pregiudizio, < implica lo studio dei rapporti umani, dei meccanismi che li regolano, dei problemi che li rendono complessi e difficili e che favoriscono la nascita del pregiudizio stesso>. Il pregiudizio sfocia sempre in modi di agire, in condotte e atteggiamenti aggressivi o segreganti. Osserva Mazzara, si intende per pregiudizio la tendenza a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole le persone che appartengono a un determinato gruppo sociale. La psicologia sociale individua nel pregiudizio almeno tre componenti intrinseche: motivazionale, cognitiva e comportamentale. Sono aspetti analizzati da Gordon Willard Allport, il quale riferendosi al pregiudizio etnico, lo definisce come < un’antipatia basata su una generalizzazione irreversibile e in mala fede. Può essere solo intimamente avvertita o anche dichiarata>. Il pregiudizio da questo punto di vista, sarebbe il prodotto dell’interazione tra il “sistema mente” e il “sistema sociale”. Per Allport la paura di ciò che è sconosciuto ha un ruolo determinante nella costruzione mentale del pregiudizio. A scatenarla sarebbe ciò che al soggetto appare ignoto, sconosciuto, perché diverso da sé.
Lo stereotipo, cattura l’attenzione in quanto si impone al soggetto come dotato di confini e margini delineati, immediatamente visibili. Il pregiudizio, non opera in superficie. Il praeiudicium è ciò che avviene prima del giudizio. Il pregiudizio, non è ciò su cui si concentra l’attenzione. Il pregiudizio impedisce alla razionalità di scoprire la fallacia dello stereotipo in quanto le ragioni con cui esso si costruisce non sono rinvenibili in esso perché dipendono dal pregiudizio. Il pregiudizio: una bugia necessaria? In senso restrittivo, il problema di ciò che è vero o di ciò che è falso si può considerare come il problema dell’efficacia del procedimento conoscitivo razionale dell’uomo. In un’ottica più ampia, il problema riguarda la vita stessa, l’autenticità del vivere. L’analisi filosofica del concetto di “verità” pone in evidenza il fatto che ci possono essere modi diversi di intendere ciò che è vero e, di conseguenza il falso. Abbagnano, nel suo dizionario di filosofia, ne evidenzia 5, ovvero:
Le leggi percettive, tendono a chiudere lo sguardo dentro a un orizzonte limitato. Quando lo sguardo sulla realtà è a priori limitato, anche le soluzioni di senso esistenziali subiscono gravi limitazioni. Il pregiudizio, risente della riduzione di senso e di prospettiva che caratterizza l’esperienza percettiva. Per la pedagogia speciale, il limite rappresentato dall’handicap si pone come sfida consistente nel riuscire a rileggere il senso del vivere umano dentro la logica della possibilità di sviluppo offerta dall’educazione. Parte seconda Le radici culturali. La cultura dello scarto Radici del pregiudizio sull’handicap Le radici assolvono il duplice compito di nutrire e trattenere. La radice assimila il diverso nel processo di metabolizzazione: si tratta di portare l’altro dentro di sé annullando l’alterità. È nella diversità dell’altro la causa prima del suo poter essere nutrimento e vita. L’handicap è una sfida che obbliga a pensare di più per iniziare a pensare… altrimenti. Lo scarto culturale La possibilità di individuare una prospettiva da cui guardare e comprendere il “tutto” senza rinunciare alla complessità con cui esso si presenta allo studio e all’analisi della ragione, è uno dei problemi più importanti della conoscenza. L’umanità è uno spaccato del tutto che ci circonda, così come il singolo uomo è uno spaccato dell’umanità intera. L’uomo è più di una semplice domanda in quanto è già data in lui parte della risposta: la totalità a cui in sé stesso rinvia in qualità di frammento. In tal senso l’uomo è “in sé” trascendenza. Per Frankl la vita umana è il “compito” e “risposta”; l’uomo deve avvertire il dovere sia di scoprire quali domande la vita gli pone sia di individuare, nel vivere quotidiano, le risposte. L’uomo in quanto frammento, per essere compreso, necessita di essere visto alla luce dell’intero, a cui si riferisce e a cui rinvia “in sé”. Questo è anche l’unico suo vero handicap. Il termine “limite” ha un ampio campo semantico. Secondo la radice latina limes, significa linea di confine. Secondo la radice limen, significa soglia, ingresso. E questo limite, non è posto per ferire ma è possibilità di trascendenza che rinvia a ulteriore trascendenza. L’integrazione del frammento è un processo di restituzione di significato, della “carenza ontologica” (handicap/limen) di cui l’uomo, in quanto fragmèntum, è portatore. Come intuito da Von Balthasar, “ogni frammento suggerisce la totalità”. Integrazione non significa imposizione a tutti di un frammento ideologicamente assunto a totalità. Ogni particolare rappresenta un valore universale in quanto parte ed espressione dell’umanità intera, a cui appartiene per il fatto di esserne parte costitutiva. Ma ogni singolo uomo, in quanto singolarità, è anche espressione di un altro valore rappresentato dall’unicità e irripetibilità della sua persona che, come tale, lo costituisce come diverso da ogni altro singolo essere umano. Il pregiudizio sull’handicap è espressione di un sistema simbolico che alimenta la “cultura dello scarto”. Il pregiudizio sull’handicap diviene azione di scarto, processo di disintegrazione di quel frammento che è l’umanità di chi ha un handicap; oppure diviene manifestazione del processo di integrazione per cui tale azione si sviluppa solo a livello materiale e non culturale, politico, economico e sociale. La “cultura dello scarto”, fa riferimento a un’errata interpretazione del significato di frammento, da un lato, e d’integrazione, dall’altro. Ogni frammento ha in sé intero il valore di ciò a cui appartiene e rinvia. Il “tutto” si dona nel frammento e può essere contemplato nel frammento. La cultura che scarta l’handicap non lo ritiene “bello”; il pregiudizio si fonda anche su un meccanismo estetico. Larocca afferma che essere frammento è un dato che riguarda ogni uomo, < spesso i disabili, nell’immaginario dell’uomo della strada, sono visti e considerati “frammenti d’umanità”. E c’è chi li
Lo scarto dell’evento Un elemento più evidente di altri di questa civiltà della crisi è la difficoltà di comprensione, tipica dell’uomo contemporaneo, del mondo, della vita, della realtà. Questa difficoltà si sostanzia nelle fughe della ragione verso il magico e l’irrazionale. La crisi si riflette sull’educazione: si sente qualcosa che non si capisce, si capisce qualcosa che non si s ente. Ci troviamo davanti all’incommensurabilità tra senso ed evento, segno ed evento. In generale la parola evento è traducibile in “qualche cosa accade” e la parola segno in “discorso”. L’unione di segno ed evento è allora traducibile in “ciò che accade può essere espresso in un discorso”. Il problema dello scollamento tra segno ed evento significa che << la nozione d’evento si presenta nell’universo dei segni come rottura d’ogni tentativo d’inglobamento per opera del discorso>> Il segno, il discorso esprimono il bisogno di senso e d’intelligibilità presenti nell’uomo. La realtà contiene almeno tre dimensioni fondamentali: l’evento (qualcosa accade), il segno (discorso su ciò che accade), il senso (il significato di quel “qualcosa accade”). L’evento si trova oggi intrappolato in un senso che ne riduce e limita la portata. La civiltà della crisi si concretizza filosoficamente come “eccedenza” dell’evento rispetto al segno-discorso con cui se ne tenta l’interpretazione. L’uomo per uscire dalla “civiltà della crisi” necessita quindi di un logos (senso-discorso) forte, in grado di attingere l’eccedenza di senso di cui è portatore l’evento. Lo scarto scientifico Edgar Morin nel testo Introduzione al pensiero complesso, l’autore ritiene indispensabile per l’uomo di scienza prendere coscienza dei seguenti problemi:
La proposta del filosofo Soren Kierkegaard è di opporsi all’uso astratto della ragione. In un suo testo dal titolo Postilla osserva che: <<la soggettività è la verità; la soggettività è la realtà>>. Oggi c’è il rischio che venga meno la consapevolezza che, il modo con cui si accede ad una macchina è radicalmente diverso dal modo con cui si accede al tu e alla realtà. Non è compito della scienza definire cosa sia verità. Come pure non spetta a essa giudicare del vero. La scienza stessa non si pone come “sapere vero” ma solo come “sapere non falso”. Secondo Popper il valore di verità di una teoria scientifica è solo quello di resistere ai processi di falsificazione a cui è sottoposta in un determinato momento. “lo scarto di senso” messo in atto dal sapere scientifico è tale che si può prospettare la possibilità di una nuova filosofia che, proprio dallo s carto scientifico, rigeneri un nuovo e ulteriore senso per l’umanità postmoderna. La scienza, in futuro, per non tradire al suo scopo, dovrà porre le basi perché si costruisca un reale e autentico dialogo con gli altri saperi. Razionalità non scientifiche Secondo Pascal razionalità è qualcosa che appartiene sia alla ragione sia al cuore <<il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce>> Esistono diversi tipi di razionalità, legati ai diversi significati di ragione. È attraverso gli scambi linguistici finalizzati all’intesa e al consenso, che l’uomo sviluppa la coscienza di sé, della società, del mondo. Esiste una stretta relazione tra discorso e pensiero. Per Mosconi, la strutturazione e l’evoluzione del pensiero è intimamente connessa al discorso. Anche i filosofi greci intendono il logos, unità organica di parlare e pensare. Lo stesso Platone è convinto che discorso e pensiero rinviino l’uno all’altro. Habermas ritiene che il punto di vista da cui partire per la comprensione dei fenomeni sociali, sia l’analisi della comunicazione umana e del linguaggio. L’autore distingue tra l’agire comunicativo e agire non comunicativo. L’agire comunicativo si caratterizza per due elementi: l’intenzione di intendersi e il linguaggio come medium. L’agire non comunicativo, invece, è caratterizzato da altri elementi: l’autoaffermazione di sé; subordinazione del linguaggio a tale obiettivo. Agire comunicativo e non comunicativo o strategico, fanno riferimento a due tipo d’azione sociale. L’agire comunicativo, sta alla base dell’azione sociale rivolta all’intesa; si produce in questo caso un sapere intersoggettivo. Lettera Enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II: << la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità>> Esistono razionalità diverse, che fanno riferimento a mondi diversi, a linguaggi diversi. Il pregiudizio sull’handicap si sviluppa all’interno di una razionalità che afferma e impone il proprio potere sulle altre in quanto, ignorando la “possibilità del limite”, impone limiti alla personalità. Parte terza L’handicap “Vedere” l’uomo al di là dell’handicap Pregiudizi, stereotipi e handicap La natura, a volte, è causa di sofferenza e disperazione. Vedere l’uomo al di là dell’handicap significa vedere nell’handicap l’uomo, il limite d’ogni uomo: abile o disabile che sia. Handicap visto da vicino
La divisione di un insieme, come osservato da Aristotele, si conclude si conclude con la determinazione dell’individuo che, non può più essere ulteriormente diviso, ma solo identificato con il nome. Il termine individuo sta per “ciò che non è ulteriormente diviso”. Il termine differenza, non implica una diversità ma solo una caratteristica individuale. È per un errore logico che il termine handicap è finito col definire una “specie” dentro il “genere” uomini. È questa la logica illogica che si nasconde dietro l’uso comune della parola handicap, divenuta per antonomasia giudizio di quasi umanità. Questo è anche il malinteso di fondo che sottende il pregiudizio sull’handicap. C’è qualche meccanismo in atto per cui la diversità, predicato fondamentale della molteplicità (siamo tutti diversi), laddove c’è handicap diventa ipostasi, ovvero elemento sostanziale con cui contraddistinguere come inferiore una nuova categoria dell’umano: quella degli handicappati. Il termine handicappati è utilizzato nel linguaggio comune per individuare l’insieme di coloro che, in quanto effetti da qualche deficit o malformazione, sono ritenuti “diversi”. La concezione dell’altro come handicappato perché percepito diverso a causa del deficit è ciò che caratterizza la natura di questo stigma. Al di qua dell’handicap si pone il “normale”, al di là il “diverso”. Avere un deficit significa essere <<percepito dal prossimo anzitutto, e spesso esclusivamente, come disabile>>. Di tale percezione, ciò che ferisce talvolta più dello stesso deficit, è lo sguardo della gente. << Gli sguardi compassionevoli o al contrario le occhiate di fastidio feriscono molto più chi è costretto a convivere con una menomazione.>> Il pregiudizio sull’handicap, fa riferimento a un sistema simbolico (la cultura dello scarto) che scarta quel frammento di umanità che è il disabile. Avviene così che << ciascun disabile, con la sua storia, la sua singolarità, si trovi ad essere rappresentato secondo un senso comune e categorie collettive cui è difficile sfuggire e a cui facilmente si attinge. Nella prospettiva dell’integrazione bisogna andare oltre, superare ogni tipologia di logica. La prospettiva dell’integrazione è quella che non si accontenta delle categorie. Handicap, pregiudizio e scarto: due casi emblematici Lasciatemi morire È il caso di Germana L., una donna di 37 anni, disabile per una forma di artrite reumatoide progressiva che la affligge da quando aveva 12 anni. Germana chiede al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e al Presidente della Commissione Europea chiede di farsi riconoscere il diritto all’eutanasia. Germana afferma di essere stanca di questa apparente libertà, in cui il diritto all’uguaglianza è soppresso. Nella cultura dello “scarto”, le malattie, la sofferenza, le malformazioni sono considerate “errori di natura”, “colpe”, “mali”: e come tali vanno eliminate. Osserva Imbasciati che << in medicina la malattia è configurata, oggi come l’oggetto specifico di cui occuparsi, al di là della singolarità del malato. La natura, contiene in sé stessa, i limiti e ostacoli insormontabili. Una bimba inglese affetta da sindrome di Down Katie A. è una bambina di nove anni con sindrome di Down. L’ospedale General Infirmary nel Nord dell’Inghilterra, le ha negato un trapianto di cuore. La motivazione è stata che gli handicappati non hanno una “qualità di vita” abbastanza buona da giustificare un’operazione così delicata e costosa come l’innesto di organi nuovi a spese della mutua. Disfunzione o responsabilità morale? Gli studi di Pettigrew, mettono in evidenza il fatto che i fattori situazionali e socioculturali possono determinare il pregiudizio anche in assenza di disfunzioni della personalità. Bauman, in Modernità e Olocausto , mette in luce come il regime nazista generò e utilizzò scientificamente pregiudizi e stereotipi sociali contro gli ebrei, per inibire la responsabilità morale del popolo tedesco di fronte al crimine dello sterminio. Raul Hilberg, la principale autorità per quanto riguarda la storia dell’olocausto, parla di “macchina” della distruzione umana. La “macchina” che si nutre di uomini funziona secondo regole determinate, precise: si entra in essa come persone che appartengono al genere umanità, e se n’esce come “cose”, “pezzi”, “oggetti” che, non appartengono più all’umanità di coloro che stanno fuori. Bultman spiega come si è arrivati a far percepire l’ebreo come se fosse un oggetto, qualcosa di non più appartenente al genere umano; ecco la procedura: << Definizione – Licenziamento dei dipendenti ed
espropriazione delle imprese – Concentramento – Sfruttamento del lavoro e riduzione alla fame – Annientamento – Confisca degli effetti personali>>. Il primo e fondamentale passo di questa logica disumana è stato un atto culturale, consistente nella “definizione”, espressione terribile del “potere del pregiudizio”. Facendo leva sul pregiudizio culturale della “inferiorità” del disabile, Hitler poté sperimentare il funzionamento della sua macchina di morte prima di rivolgerla verso la distruzione degli ebrei. I primi a finire dentro le sue “fauci”, furono proprio i disabili: primo scarto in ordine di tempo di un’umanità che mirava alla perfezione. Il pregiudizio <<è qualcosa che imprigiona le persone, le rende diverse da quello che sono e le allontana le une dalle altre, provocando incomprensioni e sofferenze nelle relazioni interpersonali e scontri che arrivano a guerre tra popoli, addirittura a stermini>>. Il pregiudizio sull’handicap funziona come anestetico della coscienza rispetto al proprio limite, affinché ci si possa prodigare in buona coscienza a perseguitare nell’altro il proprio limite. L’altro per il “realismo ingenuo” L’analisi di come la coscienza colga il mondo a essa esterno, è tutt’altro che semplice e scontata. Per Imbasciati bisogna <<distinguere il concetto “recezione” da quelli di “percezione”, con il primo termine si vuole indicare il processo fisiologico attraverso cui un apparato recettore recepisce certi segnali dagli oggetti esterni e li veicola lungo vie neurologiche a stazioni di elaborazione più centrali; è dato osservare il versante soggettivo, ossia i fenomeni percettivi e di descriverli in termini psicologici.>> La percezione, è un fenomeno psichico che si distingue dalla mera sensazione. Secondo la Gestalt ritenere che vedere, udire, toccare sia uguale a conoscere la realtà così com’è, è effetto del r ealismo ingenuo. La percezione della realtà si fonda su processi mentali. L a percezione è un fenomeno mentale: << il termine “mentale” può essere esteso a tutti gli eventi comportamentali, comun denominatore della funzione mentale appare il suo essere sostenuta da un “programma”; il che rimanda a una memoria e a un apprendimento. Anche la percezione d ell’altro come handicappato è una costruzione mentale. In ogni processo conoscitivo ci sono sempre strumenti, in primis la mente dell’osservatore (i suoi sensi) e il linguaggio con cui egli si può esprimere. La percezione è sempre un risultato di processi mentali. <<Una persona in situazione di handicap vive nel rapporto con il prossimo e nel suo sguardo, interiorizzando il modo in cui viene percepito>>. Un difetto di ragione: i “tunnel” della mente Tunnel della mente: tale termine, come osserva Massimo Piattelli Palmarini, rinvia a una sorta di nuovo inconscio, che coinvolge s empre a nostra insaputa l a sfera “cognitiva”, cioè l’universo dei ragionamenti, dei giudizi, delle scelte tra diverse opportunità, dei contrasti ben ponderati tra ciò che è ritenuto probabile e ciò che è ritenuto improbabile. L’indagine di Palmarini sui <
Il pregiudizio sull’handicap si insinua anche in coloro che lavorano nel campo della disabilità. L’atteggiamento di rifiuto <<è tanto più forte se la persona non da alcuna speranza di essere in qualche modo produttiva>>. Pregiudizi e stereotipi, nel generare i costrutti mentali di “normalità” e “diversità”, favoriscono lo sviluppo di un’intercapedine psicologica e sociale, funzionale a chi la genera per la conservazione di un’immagine personale che soddisfi l’esigenza psicologica di sentirsi “sani” e “integri”, e funzionale alla conservazione e riproduzione di un sistema sociale e politico-economico per la cui sopravvivenza è richiesto il sacrificio di chi è debole. Come osserva Mazzara, alla base dei pregiudizi che riguardano i disabili fisici e mentali c’è il problema della loro inadeguatezza rispetto agli standard di efficienza del sistema società. Parte quarta Oltre il pregiudizio sull’handicap Recuperare la vista Superare la cultura del pregiudizio sull’handicap Cos’è un contesto? È ciò che accompagna sempre il testo, è la cultura del tempo storico in cui su vive; ma è anche l’Io di fronte al Tu. Il testo, textum, è una trama di segni significanti correlati l’un l’altro, inseriti sempre in un con- tectum. Non si può agire con la speranza di cambiare il tu se non si è aperti anche alla possibilità del cambiamento del proprio io. Per superare la cultura del pregiudizio sull’handicap, ci vuole un’azione educativa capace di modificare i testi e i contesti nei quali il pregiudizio, non solo agisce, ma si costituisce. Resistenza al cambiamento Il pregiudizio fondamentale di cui la cultura dello scarto è portatrice, consiste nell’azione di riduzione di senso e valore imposti all’altro nella relazione e nel non riconoscere nessun valore all’alterità e, con essa, al limite: inteso come elemento coessenziale alla vita. La possibilità del superamento del pregiudizio sull’handicap non dipende da processi di socializzazione ma dalla struttura del nostro Io, originariamente aperto all’altro: ad ogni “altro”. Tale apertura caratterizza l’umano, come pure il suo limite. L’origine del pregiudizio sull’handicap, non può rinvenirsi nelle relazioni interpersonali. Il pregiudizio sull’handicap precede l’esperienza dell’incontro con chi ha una disabilità. Per modificare atteggiamenti pregiudiziali e stereotipi è necessario ripartire dall’educazione, e attraverso essa ottenere le trasformazioni idonee a superare le invisibili barriere interpersonali che si frappongono tra le persone. Pregiudizi e stereotipi sono difficili da modificare anche perché tendono a configurarsi come una spirale che, auto ponendosi, stabilizza sé stessa. Per Tentori i pregiudizi sono resistenti al cambiamento perché a sostegno di essi opera il centrismo, <
a elaborare, ad arrestarsi. La persona affetta da pregiudizio si fa prendere dall’angoscia, dalla fretta di costruirsi un’idea di fronte a ciò che non le è famigliare>>. La “sospensione del giudizio”, appare come la caratteristica fondamentale dell’atteggiamento tollerante. Superare il pregiudizio sull’handicap, risulta possibile laddove si riesca a porsi dinanzi all’altro, al “diverso”, senza fretta, senza angoscia, in un atteggiamento di coinvolgimento, di apertura. Epochè= sospensione del giudizio. Larocca afferma che l’essere è presenza immediata, concretezza suprema. L’essere è in sé stesso, dialogicità creativa. Il compito dell’educazione è quindi pro-gettare l’uomo nell’originario perché l’uomo sia capace di dialogare con l’uomo, con il vero, con l’Assoluto. La pedagogia speciale, si pone l’obiettivo del superamento del limite perché assume il dato reale e concreto, immediatamente evidente, che il limite rappresenta l’apertura originaria dell’essere all’ulteriorità, possibilità di dialogo creativo con ciò che essa rappresenta per l’umana esistenza. Parte quinta Prospettive d’educazione Nel dialogo creativo del con-essere l’antidoto al pregiudizio sull’handicap Prospettive d’educazione La prospettiva è data dal punto di vista che l’osservatore ha della realtà; ed è a partire da essa che assume significato la scelta dell’azione da compiere. Conviene assume l’educazione alla libertà e al dialogo creativo come fine di ogni e qualsiasi prospettiva affinché, anche laddove mancasse l’obiettività, siano proprio la libertà e il dialogo creativo a restituire alla ricerca e all’azione nuove e ulteriori prospettive. La soddisfazione dei bisogni umani fondamentali: Gli studi di Pettigrew sulle cause sociali del pregiudizio, evidenziano il fatto che fattori situazionali e socioculturali determinanti forti limitazioni alla soddisfazione dei bisogni fondamentali, possono causare atteggiamenti pregiudiziali anche in assenza di disfunzioni della personalità. Dollard e collaboratori, rifacendosi alla teoria della frustrazione-aggressività, hanno osservato che quanto più la frustrazione colpisce individuo nel tentativo di soddisfare i suoi bisogni fondamentali, tanto più forte sarà la sua risposta aggressiva e la sua personale propensione al pregiudizio. Sono proprio le condizioni di “gravi carenze” di salute, autonomia, relazione, apprendimento, umanità che, se presenti in chi ci appare simile, lo rendono oggetto di attacchi aggressivi. Il bisogno di senso prima ancora che il bisogno di salute e autonomia, sostanzia come umano ogni ulteriore bisogno. C iò di cui fondamentalmente l’uomo ha bisogno per la pedagogia, è di essere aiutato, attraverso l’educazione, a orientare la propria intenzionalità verso la ricerca dei valori trascendenti, ovvero quegli orientamenti di senso da cui derivare il significato profondo della propria umana esistenza, al fine di realizzare in modo unico e irripetibile la propria umanità. La ricerca e il desiderio di trovare un senso per la propria vita, nel riconoscere nell’ hic et nunc della vita umana il dono di senso presente nei valori trascendenti, è causa di felicità e creatività. La soddisfazione dei bisogni fondamentali di salute e autonomia, va interpretata come precondizione dell’azione e dell’interazione umana: << poiché la sopravvivenza fisica e l’autonomia personale costituiscono in ogni cultura le precondizioni di qualsiasi azione individuale, esse rappresentano i bisogni umani più basilari. La necessaria interdipendenza tra diritto e dovere/potere risulta decisiva per la piena applicazione delle leggi in materia d’integrazione delle persone con disabilità: a partire dalla Legge Quadro per l’assistenza,
l’integrazione sociale, i diritti delle persone handicappate, Legge 5 febbraio 1992, n. 104, G.U. del 17 febbraio 1992. L’azione politica e sociale volta al perseguimento dell’integrazione, non può limitarsi alla proclamazione dei diritti. Risulta necessario un contributo decisivo nella direzione dell’ottimizzazione della risposta al bisogno-diritto. Doyal e Gough affermano che non importa quanto l’ambiente sociale possa essere maturo per la trasformazione, gli individui dovranno impegnarsi virtuosamente nelle proprie attività personali, vocazioni e politiche affinché tale risultato possa essere conseguito. Secondo gli autori autonomia, implica << l’opportunità di partecipare a qualche forma di attività umana. Come osservano diversi autori, la forma di attività umana più significativa al fine di un’integrazione reale del disabile è il lavoro. Sul valore dell’attività lavorativa, specialmente se remunerata, ha insistito anche Freud, ritenendo il lavoro remunerato il più importante legame con la realtà. Anche Barrington Moore insistete su questo punto: << La partecipazione volontaria alla divisone complessiva del lavoro nella propria società è una componente cruciale nell’auto-percezione dei propri meriti>>. Lavoro e relazioni umane significative, sono basi fondamentali dell’autonomia personale. Larocca osserva che <<l’impalpabile muro che divide le persone è sgretolabile solo se una scala di valori ben diversa da quella corrente riesce a riannodare i sottilissimi fili delle relazioni interpersonali>>. Doyal e Gough sono dell’idea che <<senza una concezione universalizzabile del bisogno umano non è possibile costituire le condizioni politiche necessarie per realizzare un progresso durevole>>. Soggettivizzazione Marazzi, chiarisce che è proprio il senso dell’alterità ciò che rende possibile il formarsi del senso d’identità; è dalla consapevolezza della nostra identità che possiamo considerare altro ciò che è esterno a noi. Non sempre l’educazione tiene in considerazione che l’Io è olistico, ovvero un insieme articolato e organico di parti. Non solo, l’Io è anche grèmium , ovvero ciò che è atto a ricevere e tenere in sé; e l’educazione della personalità, si può dire ben fatta solo quando funziona il processo dell’ idénticus, che consiste nella capacità del soggetto di assumere l’altro (come altro da sé) senza tuttavia perdersi in esso. Oggi si sa che le potenzialità del cervello umano sono tali che, anche in presenza di difficoltà di apprendimento o di ritardo mentale, è comunque possibile sviluppare l’intelligenza. Sta all’educazione la responsabilità dello sviluppo di quelle disposizioni (personali e ambientali) che possono consentire anche chi ha una disabilità di raggiungere elevati livelli di sviluppo culturale e umano. Nell’educazione e con l’educazione si può operare per la creazione delle strategie didattiche e relazionali attraverso le quali promuovere percorsi di sviluppo umano, e con essi quei processi di scoperta autonoma di soluzioni entro ambiti di diversi grazie ai quali si sviluppa l’intelligenza in ognuno: compreso in chi ha una disabilità. Nella scuola, l’azione educativa è ciò attraverso cui si può intervenire per aiutare i bambini a sviluppare quelle capacità indispensabili per riuscire ad interpretare la realtà, ad analizzare in forma critica e consapevole, contrastando così l’azione dirompente del pregiudizio e dell’ignoranza. L’azione articolata di pregiudizio e stereotipo, da un lato celano alla coscienza le radici dello “scarto”; dall’altro, impongono soluzioni ipersemplificate della realtà e dei problemi. Stigma= la forma rigida d’impatto tra coscienza e realtà. Il pregiudizio, non appare alla coscienza di chi sta nel pregiudizio. Infatti, ciò grazie a cui può esistere in tal modo nella coscienza di chi ne è vittima, è proprio il fatto che non ha confini ben delineati e visibili. È sul sottofondo semantico in cui trova radici e si genera il pregiudizio che bisogna agire con l’educazione: sia per prevenirne la nascita, sia per contrastarne lo sviluppo e i nefasti effetti. Laddove domina il pregiudizio, le caratteristiche di apertura, positività e dinamismo psichico del bambino in età scolare, subiscono un danno. Nel periodo in cui la mente si apre alla conoscenza, il pregiudizio rischia di insinuarsi e contaminare gli sviluppi del sapere. Per tali ragioni, risulta necessario intervenire quando i << bambini non hanno ancora sviluppato quelle sovrastrutture sociali che da grandi, poi, appesantiscono i pensieri e i modi di concepire la realtà e gli altri>>.
Prevenire la frustrazione Osserva Allport che <<il bambino che si sente sicuro e amato qualsiasi cosa egli faccia, che è trattato senza che i genitori esercitino ostentatamente il loro potere, elabora idee improntate alla uguaglianza e alla fiducia. Ogni bambino ha delle qualità di cui deve essere reso consapevole, e rispetto alle quali può sviluppare competenze specifiche. Il raggiungimento di questo obiettivo è l’elemento fondamentale dell’educazione all’autostima. Il circolo vizioso dell’ansia da frustrazione, agisce in questo modo: incapacità di gestione della frustrazione, a cui fanno seguito aggressività, senso di colpa e ansia; oppure esposizione a frustrazioni eccessive, a cui fanno seguito senso di inferiorità e ansia. Il legame frustrazione/ansia, si sviluppa più intensamente laddove è negata ogni forma di reazione o difesa nei confronti dell’esperienza frustrante. Scuola e famiglia, se incapaci di far vivere positivamente le frustrazioni, minacciano lo sviluppo dell’autostima (e con esso lo sviluppo di una personalità tollerante). La gestione positiva dell’esperienza frustrante, avviene laddove gli adulti con cui il bambino entra in relazione, mettono in atto atteggiamenti rinforzanti il positivo, quali:
L’azione educativa, deve spesso avanzare attraverso dilemmi, risolvendoli senza potersi fermare e senza poter esplorare ogni possibilità. Anche l’osservazione educa. Nell’osservare si sceglie e si scarta, si privilegia o si ignora: e in taluni casi si disprezza. L’educatore che desidera costruire una relazione con il suo educando, per entrare in questa relazione deve sapersi aprire alle attese consce e inconsce dell’educando stesso. Anche le attese dell’educando possono operare come fattori invisibili dell’azione educativa. Con condizioni d’esercizio si intende: << indicare i dati di fatto di tipo organizzativo, temporale, spaziale che entrano in gioco e influenzano più o meno direttamente e positivamente l’azione educativa.>> Il nodo di Salomone: necessario intreccio tra teoria e azione Il nodo di Salomone, è sia un simbolo sia un’immagine decorativa in stile geometrico presente in molti mosaici romani, bizantini, greci ecc. La teoria, per quanto valida, se non si avvale dell’azione resta vana. L’azione, per quanto efficace, senza la teoria resta insensata. È in questo intreccio il nucleo del dispositivo funzionale dell’educazione. Come osserva Maurice Blondel, è proprio l’intervento nella realtà, ovvero l’azione, che genera riflessione e ulteriore conoscenza. L’azione, nella ricerca teorica di Blondel, è tale se e solo se dentro v’è un pensiero: anzi la vita stessa del pensiero è l’azione. Teoria e azione non sono però due atti distinti, se non nella riflessione. La teoria educativa si esprime, si convalida e si genera e rigenera nell’azione e con l’azione. L’occulto: il divorzio tra dispositivo funzionale e valori L’educazione è invisibile nelle cause ma visibile negli effetti. L’invisibile, dentro la relazione educativa, risulta essenziale. Infatti, è nell’invisibile che opera tutto ciò che è in grado di suscitare le domande di senso a cui l’educazione, con i suoi interventi, cerca di dare risposte o ne favorisce la ricerca. Musica, droga, sesso sono infatti potenti dispositivi educativi in quanto contengono fortissime provocazioni esistenziali. Parte sesta Pregiudizio e malattia mentale Oltre il pregiudizio sulla follia, la terapia dell’ulteriorità Sanità mentale tra follia e creatività Nel testo Follia e… Creatività, Larocca sostiene che << il problema del limite tra sanità e follia rimane intatto ancor oggi, perché il cambiamento delle condizioni sociali ha cambiato solo le coordinate dell’ambiente psicopatogeno. Sono cambiate, ancora una volta, solo le forme di follia>> Pàthos= dal greco: passione, ma anche sofferenza, pena e affetto intenso. Pedagogia speciale e follia l’ottica con cui la pedagogia speciale guarda alla follia, non può che essere quella della distinzione in essa tra ciò che è deficit, perdita, alterazione, anomalia e ciò che è handicap, resistenza alla riduzione di asimmetria tra essere e dovere/poter essere a carico dell’educazione. l’handicap, da un punto di vista della pedagogia speciale, rappresenta una resistenza all’educazione. laddove si è in presenza di handicap ma non di deficit, è facile che le cause di tale forma di handicap si annidino nel sistema di relazioni che hanno caratterizzato l’ambiente di vita del soggetto. Ogni malattia mentale è anche e soprattutto metamorfosi esistenziale della persona. La malattia mentale, nel suo manifestarsi, appare alla persona quanto l’elaborazione drammatica di un’interiorità. Proprio questo fa dire a Sartre che la follia resta un evento radicalmente umano. Ciò che ne contraddistingue l’essenza è l’intenso patire (da latino patio: soffrire, penare).