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I Persiani - Eschilo, Appunti di Storia del Teatro e dello Spettacolo

Sintesi, descrizione e analisi della tragedia I Persiani di Eschilo

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 25/03/2021

m.artina28
m.artina28 🇮🇹

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ESCHILO – I PERSIANI
Il clima generale ad Atene dopo la vittoria sui Persiani è di fratellanze e senso comunitario. Si celebra il
successo dei pochi sui molti, della virtù e della giustizia sulla prepotenza. Si crea una netta divisione tra
“noi” e i “nemici”.
Pericle, corego nel 472, allestisce la regia di questa tragedia e prepara la prima scena. La skenè di Serse è lo
sfondo della tragedia.
Nonostante ciò, non troviamo canti vittoriosi e patriottici: le parole lasciano spazio al silenzio per poter
ascoltare un'altra lingua. La tragedia della polis rappresenta l’identità collettiva di vincitori e di vinti, di
uccisori e di uccisi, di Persiani e di Greci.
Eschilo chiama il pubblico a riconoscersi nel caso del nemico. Eschilo ha combattuto e sa che non c’è cosa
peggiore, per chi ha visto sangue e morte, celebrare la vittoria. Vuole pudore e silenzio. I Persiani contro sé
stessi e il loro destino dicono la tragedia di tutti.
La minaccia orientale della “tirannide” pare uno slogan propagandistico. La tragedia assume la misura del
conflitto e ne contempla le ragioni più radicali; mette in scena il dolore di Serse e riconosce in quel pianto
l'accento di una sofferenza universale, il timbro dell’umano. I greci vincono sul Oriente perché della loro
vittoria fanno una tragedia interpretata dai vinti.
Nei Persiani il “mito” è un fatto di storia. La storiografia – secondo Aristotele – sarà meno seria rispetto alla
poesia, perché è vincolata alla realtà dei fatti. La poesia invece dice quegli stessi eventi, ma assolti dalla
loro particolarità, dalla loro occasionale realtà, perciò è capace di dare una lettura più profonda. I fatti
accaduti, anche quelli recenti, possono essere trame di una tragedia e quindi oggetto poetico. La tragedia
quindi rivela qualcosa di più serio: la paura del riconoscimento in quel nemico eppure la necessità di quella
guerra.
Il quadro tragico dei Persiani è conciliabile solo dalla Giustizia e dalla Necessità (Dike e Ananche).
I persiani sono la prima e più preziosa testimonianza di drammatizzazione delle forme.
1. Il primo espediente di drammatizzazione del mito della sconfitta è l’ambientazione spaziale
dell’azione in terra persiana e la collocazione temporale nella fase mediana (Salamina) del conflitto
(sciagura e presagi). Il teatro è occupato dal nemico. Più la potenza straniante della parola tragica
sta nel mostrare nel caso del nemico un caso assoluto e nel farlo dire al nemico in lingua greca. La
differenza non viene esaltata, ma segnalata. Il nemico viene riavvicinato, presentato come simile.
Non sono i greci a vincere sui persiani, ma la giustizia sulla superbia tracotante di Serse. Lo
spettatore è costretto ad ascoltare parole greche, cioè universali, pronunciate dall’odiato nemico
bellico, costretto a riconoscersi in lui. La scena della battaglia di Salamina instaura un rapporto di
comunicazione tra lo spettacolo e lo spettatore: è l’aristotelica paura e pietà.
2. Un altro momento nella strutturazione del dramma è il rimando alla fortuna di un tempo felice del
passato opposto al disaccordo presente. Allo spettatore greco si chiede la cancellazione del proprio
vanto: non i greci hanno vinto, ma il loro demone, rovino i persiani. Anche questo sforzo di distacco
concorre a dare movimento all’azione. Il demone persiano diventa il primo motore dell’azione
drammatica.
3. Il terzo è l’IRONIA ESPRESSIVA e l’AMBIGUITA’ LOGICA. È la prima volta che si crea tra pubblico e
poeta, escludendo i personaggi. Il coro finge ignoranza (doppi sensi, metafore). Troviamo molti
collegamenti meta e infra-testuali.
4. Il quarto espediente è la STRUTTURA METRICA. C’è un’alternanza del TRIMETRO GIAMBICO (parlato
obiettivo) e il METRO TROCAICO (parlato soggettivo).
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ESCHILO – I PERSIANI

Il clima generale ad Atene dopo la vittoria sui Persiani è di fratellanze e senso comunitario. Si celebra il successo dei pochi sui molti, della virtù e della giustizia sulla prepotenza. Si crea una netta divisione tra “noi” e i “nemici”. Pericle, corego nel 472, allestisce la regia di questa tragedia e prepara la prima scena. La skenè di Serse è lo sfondo della tragedia. Nonostante ciò, non troviamo canti vittoriosi e patriottici: le parole lasciano spazio al silenzio per poter ascoltare un'altra lingua. La tragedia della polis rappresenta l’identità collettiva di vincitori e di vinti, di uccisori e di uccisi, di Persiani e di Greci. Eschilo chiama il pubblico a riconoscersi nel caso del nemico. Eschilo ha combattuto e sa che non c’è cosa peggiore, per chi ha visto sangue e morte, celebrare la vittoria. Vuole pudore e silenzio. I Persiani contro sé stessi e il loro destino dicono la tragedia di tutti. La minaccia orientale della “tirannide” pare uno slogan propagandistico. La tragedia assume la misura del conflitto e ne contempla le ragioni più radicali; mette in scena il dolore di Serse e riconosce in quel pianto l'accento di una sofferenza universale, il timbro dell’umano. I greci vincono sul Oriente perché della loro vittoria fanno una tragedia interpretata dai vinti. Nei Persiani il “mito” è un fatto di storia. La storiografia – secondo Aristotele – sarà meno seria rispetto alla poesia, perché è vincolata alla realtà dei fatti. La poesia invece dice quegli stessi eventi, ma assolti dalla loro particolarità, dalla loro occasionale realtà, perciò è capace di dare una lettura più profonda. I fatti accaduti, anche quelli recenti, possono essere trame di una tragedia e quindi oggetto poetico. La tragedia quindi rivela qualcosa di più serio: la paura del riconoscimento in quel nemico eppure la necessità di quella guerra. Il quadro tragico dei Persiani è conciliabile solo dalla Giustizia e dalla Necessità (Dike e Ananche). I persiani sono la prima e più preziosa testimonianza di drammatizzazione delle forme.

  1. Il primo espediente di drammatizzazione del mito della sconfitta è l’ambientazione spaziale dell’azione in terra persiana e la collocazione temporale nella fase mediana (Salamina) del conflitto (sciagura e presagi). Il teatro è occupato dal nemico. Più la potenza straniante della parola tragica sta nel mostrare nel caso del nemico un caso assoluto e nel farlo dire al nemico in lingua greca. La differenza non viene esaltata, ma segnalata. Il nemico viene riavvicinato, presentato come simile. Non sono i greci a vincere sui persiani, ma la giustizia sulla superbia tracotante di Serse. Lo spettatore è costretto ad ascoltare parole greche, cioè universali, pronunciate dall’odiato nemico bellico, costretto a riconoscersi in lui. La scena della battaglia di Salamina instaura un rapporto di comunicazione tra lo spettacolo e lo spettatore: è l’aristotelica paura e pietà.
  2. Un altro momento nella strutturazione del dramma è il rimando alla fortuna di un tempo felice del passato opposto al disaccordo presente. Allo spettatore greco si chiede la cancellazione del proprio vanto: non i greci hanno vinto, ma il loro demone, rovino i persiani. Anche questo sforzo di distacco concorre a dare movimento all’azione. Il demone persiano diventa il primo motore dell’azione drammatica.
  3. Il terzo è l’IRONIA ESPRESSIVA e l’AMBIGUITA’ LOGICA. È la prima volta che si crea tra pubblico e poeta, escludendo i personaggi. Il coro finge ignoranza (doppi sensi, metafore). Troviamo molti collegamenti meta e infra-testuali.
  4. Il quarto espediente è la STRUTTURA METRICA. C’è un’alternanza del TRIMETRO GIAMBICO (parlato obiettivo) e il METRO TROCAICO (parlato soggettivo).
  1. Il quinto è la MIMESIS dell’annuncio drammatico sotto diversi punti di vista: coro, messaggero, regina, Dario, Serse). C’è un’unica azione, ma viva e movimentata.
  2. SERSE è IL CENTRO DEL DRAMMA E DEL MITO. Giunge alla fine, quando ormai non lo si attende più. La trama dei Persiani è ATTESA. Serse quando appare non fa altro che intonare un pianto di lamento.
  3. Il CORO è sempre presente e ha un ruolo centrale.
  4. Nei Persiani NON ACCADE NULLA. È il dramma del “come se”. Quando l’attesa si conclude, avviene la catarsi. La regina si sviluppa nel tempo: dal primo al secondo episodio si coglie l’intensificarsi di uno stato di ansia e di paura, e nel terzo episodio si evidenzia un atteggiamento, mediato anche dal rapporto con Dario, mirato ad alleggerire Serse dal peso della sua responsabilità. La paura della regina aumenta nel secondo episodio però in modo immotivato. Non c’è più un messaggero ad annunciare qualcosa d’altro, neanche un nuovo sogno premonitore. L’accumularsi della paura del coro e della Regina (diverse) crea uno stato generale di attesa e paura. ANALISI vv. 1-64: parodo (no prologo). I Fedeli formano il coro. Si celebra lo sfarzo e il lusso della corte persiana. C’è già un presagio di morte. Vengono elencati i re persiani partiti a combattere. vv. 65-139: Viene raccontato l’errore: Ate (colpa cieca) è stata di spingersi verso il mare quando la moira (destino scelto dagli dèi) aveva concesso ai Persiani solo la terra. Ricorre l’idea del giogo. L’arco è metafora dei Persiani, mentre lancia dei Greci. vv. 140-154: entra la Regina. C’è un’atmosfera di sacralità. La Regina è straziata e angosciata. È in ansia per un evento possibile. vv. 155-175: Episodio: Coro e Regina. Primo scambio di parole. Timore per il futuro, sconsolazione. La Regina è per quasi tutto il tempo bisognosa del conforto e del supporto dei Fedeli. vv. 176-214: Episodio: Regina. Racconto del Sogno. 2 donne, una greca e una persiana. Quella greca si ribella al giogo al quale Serse l’ha legata. Aquila e falco che sbrana l’aquila (Aquila: persiani, falco: greci). vv. 215-248: Episodio Coro Regina. Il coro consiglia di sacrificare qualcosa agli dèi e ai morti per ricevere una buona notizia. La Regina chiede chiarimenti su Atene (dov’è, quant’è grande, perché è importante). vv. 249-289: Commo: Messaggero e Coro. Entra il messaggero e porta la cattiva notizia. Il commo è un lamento condiviso dal coro e dalla scena. Il corifeo è l’iniziatore del lamento funebre. Il messaggero ha visto con i suoi occhi e racconta in modo dettagliato come è avvenuta la sconfitta. vv. 290-531: Episodio: Regina, Messaggero, Coro. Il messaggero è il tramite di comunicazione di due dimensioni che, altrimenti, resterebbero separate. Il messaggero non è un attore, è senza maschera. Non ha personalità drammatica. Il silenzio della Regina è la perfetta espressione del suo sbigottimento. La Regina non sopporta la logica domanda-risposta, solo il silenzio può comprendere l’indicibilità. Serse è vivo. Si cita il demone che ha colpito i Persiani e l’inganno dei Greci. La sconfitta viene raccontata in modo puntiglioso riprendendo il racconto di Erodoto. vv. 532-597: Primo Stasimo. Il coro canta la distruzione e le sue fondate ragioni. Questo stasimo risponde parallelamente al canto strofico della parodo. vv. 598-622: Secondo Episodio: Regina. La Regina annuncia la preparazione del rituale. Si sente ancora sgomento e terrore nelle sue parole.