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Elaborato scritto per esame Filosofie dell'India e dell'asia orientale
Tipologia: Esercizi
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Il Sāṃkhya è una dottrina dualista che distingue due principi, entrambi reali ed eterni: il puruṣa e la prakṛti (Marchignoli, 2005). Per analizzare meglio il rapporto tra puruṣa e prakṛti, occorre definire le loro caratteristiche così eterogenee e contrastanti: il puruṣa è pura coscienza senza oggetto, intelligente, consapevole, molteplice e non agente mentre la prakṛti è natura manifesta e immanifesta, è agente e non senziente. “La natura prakṛti è realtà incosciente e dinamica la quale, misteriosamente attratta al movimento dallo spirito, che ha una funzione analoga a quella di una calamita, evolve attraverso una serie di principi chiamati tattva” (Franci, 2008). Tuttavia, pur essendo così eterogenei, i due principi si accompagnano come uno zoppo accompagna un cieco, lo zoppo è prakṛti è inconsapevole e in movimento, il cieco è puruṣa consapevole ma immobile: “E tale congiungimento di entrambe è paragonabile a quella di uno zoppo con un cieco. […] Ora l’anima, al pari dello zoppo, destituita com’è dalla potenza di azione, ha bensì la potenza della vista, mentre la natura, al contrario essendo in grado di agire ma non potendo vedere, rassomiglia al cieco” (Sferra, 2018). I due principi, oltre ad accompagnarsi, sembrano anche assumere le caratteristiche l’uno dell’altro. Il testo della Sāṁkhyakārikā ricorre a due esempi per descrivere questa unione: il primo è l’esempio di un vaso a contatto con qualcosa di freddo o caldo: “Poiché come nell’esperienza comune un vaso messo a contatto con il freddo si raffredda mentre si riscalda con il calore, non altrimenti il dissolubile- l’intelletto ecc.- diviene come senziente “in virtù dell’unione con l’anima” (Sferra, 2018). L’altro esempio è quello di un uomo onesto che per il solo fatto di essere visto accanto ai ladri viene spacciato per un ladro: perché “l’anima, pur essendo indifferente, si fa come attiva mercè all’attività propria degli elementi costitutivi”. […]. Come per via d’esempio, è preso un ladro colui che, pur non essendolo, si accompagna tuttavia ai ladri, così che l’anima, per quanto non agente, diviene agente per il contatto con i tre elementi costitutivi” (Sferra, 2018). Quindi la pura coscienza, a contatto con la natura, si concepisce come se agisse e nella natura di produce un effetto di sensibilità. Il puruṣa, comunque, è solo un testimone, non percepisce ma assiste allo svolgersi di un’azione o al prodursi di un evento, ma qual è allora il dolore provocato dall’unione di puruṣa e prakṛti? “Quello che avverte l’anima è la visione d’insieme di processi naturali e singolari, raccolti nel ciclo di vita, con la nascita, la vecchiaia e la morte. L’anima patisce dell’invecchiare e del morire […] in quanto testimone di un processo, l’anima sembra patire dell’insieme del processo stesso” (Pinzolo, 2010 ). Infatti il corpo sottile di prakṛti (ultima sua manifestazione) non è libero perché sottoposto alle leggi del kárman e al doloroso ciclo di morte/rinascita del saṃsāra mentre puruṣa né è assolutamente libero, tuttavia patisce per prakṛti.
Bibliografia Franci G. R. (2008). Yoga , Il Mulino, Bologna. Marchignoli S. (2005). L’India filosofica. Un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano, Dalle origini alla fine del sec.VIII , Eurocopy-Bologna. Pinzolo, L. (2010). Sāmkhya-Yoga filosofia della natura e teoria dell'azione. Sāmkhya-Yoga filosofia della natura e teoria dell'azione , 125-148. Sferra, F. [a cura di] (2018). Filosofie dell’India – Un’antologia di testi. Carocci editore, Roma.