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Saggio esame Filosofie dell'India e dell'Asia orientale
Tipologia: Prove d'esame
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Shankara è il più noto esponente della scuola filosofica indiana “Advaita Vedanta”. Per comprendere a fondo il pensiero è necessario rifarsi alle antiche Upanishad di cui egli sembra essere il continuatore o, per meglio dire, il commentatore, in quanto la sua attività si basava soprattutto sull’esegesi e sulla discussione di dottrine antiche, quali le Upanishad e la Bhagavadgita. Promulgatore di un estremo e rigoroso monismo, nel quale si afferma la non dualità tra il principio fondamentale dell’universo (brahman) e il sé individuale (atman), Shankara si pone come l’esponente finale di quella filosofia classica dell’India del primo millennio che s’interrogava proprio riguardo i temi dell’essere, dell’Assoluto, dei fenomeni della realtà ed è il punto d’arrivo della teoria riguardo la centralità della coscienza. Il punto di partenza della dottrina di Shankara è la sua estrema radicalizzazione del concetto di brahman, definito come l’assoluto, l’unico esistente, il tutto, oltre che come coscienza e beatitudine, secondo la formula “Sat - cit - ananda” (nonchè essere, coscienza e beatitudine). Per quanto riguarda l’esperienza personale, quella riguardo l’esistenza dell’io, essa viene detta come celata dietro un’illusione, un’ignoranza metafisica totale chiamata avidya. Questo perché ognuno di noi crede di conoscere la realtà, ma quella stessa realtà non è assoluta, non è cosciente né beata, in quanto soggetta all’azione dei sensi che falsano la percezione. Dunque i sensi fanno sì che si possa affermare l’esistenza delle parti, la temporalità e l’alterità. Il compito della filosofia, a questo punto, è quello di rimuovere l’illusione e illuminare, condurre alla Verità che è conoscenza. Per esplicare meglio il concetto di avidya, Shankara ne fa un esempio eloquente nel suo commento alla Bhagavadgita, affermando: <<È evidente che la conoscenza che dissolve la tenebra della nescienza ha come risultato finale l'isolamento, analogamente al risultato della luce di una lampada che dissolva la tenebra della non- conoscenza [che consiste nell'erronea percezione] di un serpente in un oggetto che è una corda (o altri casi
simili). Infatti il risultato della luce è il portare a compimento l'isolamento della corda dall'immagine mentale ( vikalpa ), completamente dissolta, del serpente; e lo stesso [vale per] la conoscenza ( jñāna )>> 1. Ma la dottrina filosofica di Shankara non si ferma a questo, essa, infatti, ammette che, oltre l’aspetto soggettivo dell’ignoranza, ne esiste uno oggettivo, che risiede nell’aspetto fenomenico delle cose che produce “l’apparentemente nuovo”. Per il filosofo, infatti, quel nuovo non è che un falso prodotto del maya (la fattrice). In sintesi, alla base dell’illusione del fenomeno esiste il maya, alla base dell’illusione della conoscenza l’avidya. Allo stesso modo anche Dio Isvara e l’anima individuale sono illusioni della maya e dell’avidya. La conoscenza non è più, dunque, conoscenza di qualcosa, ma eliminazione dell’ignoranza e in questo senso va orientata l’identificazione tra brahman e atman. Si propone, infatti, una dottrina delle due verità: -la verità relativa (illusioni riguardo l’io e il mondo fenomenico); -la verità assoluta (brahman inteso come complesso sat cit ananda). Entrambe esistono in ragione l’una dell’altra. A questo punto è possibile affermare che nel sistema di Shankara l’atman e il brahman sono la medesima cosa e il brahman è il punto di partenza e di arrivo, è il reale, non duale, eterno, privo di qualificazioni, assoluto e non soggetto a cambiamento.Sulla scia dell’insegnamento upanishadico esso è da un lato la causa efficiente e sostanziale del mondo, dall’altro precondizione dell’esperienza, quindi identico all’atman 2. Concludendo, è importante ricordare anche il commento sulla bhagavadgita, intesa come testo della conoscenza, in cui, rifacendosi ai tre yoga Shankara afferma la superiorità dello jnana-yoga rispetto allo bhakti-yoga e al karma-yoga, intesi rispettivamente intendendo la divinità come Brahman assoluto e inutilità delle azioni al fine di realizzazione del sommo bene. 1 1 da Sferra F., Filosofie dell’India, Roma 2018. 2 da Marchignoli S., L’India filosofica: un percorso tra temi e problemi del pensiero indiano, Bologna 2005.