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Il processo di risorgimento italiano, caratterizzato dalla lotta per la libertà politica e la unità nazionale. Dal fallimento dei moti del 1831 al ruolo di figure come Mazzini e la nascita della Giovine Italia, passando per le evoluzioni politiche e le ideologie dominanti, questo documento offre una panoramica dettagliata della storia italiana del primo 800.
Tipologia: Appunti
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Premessa Il primo ’800, come si è detto, è caratterizzato dallo sviluppo del concetto di nazione, fenomeno particolarmente vivo in quelle aree (Polonia, Irlanda, Grecia, ecc.) nelle quali la dominazione di uno stato estero rende importante la riscoperta dell’identità nazionale quale fonte di ispirazione e legittimazione della ricerca della libertà dall’oppressore. Anche l’Italia conosce questo risveglio, che, nel corso di circa un cinquantennio di lotte, conduce alla fine del dominio austriaco ed alla costituzione di uno stato nazionale unitario italiano. Questo processo prende il nome di RISORGIMENTO , che condensa i caratteri di rinascita culturale, politica e spirituale e di riscatto da una condizione di servitù e abiezione in nome del ritorno ai valori ed alla dignità di un glorioso passato (più o meno mitizzato) di libertà e dignità. In realtà, l’Italia non ha mai costituito uno stato unitario, ed anzi, a partire dalle guerre gotiche dell’imperatore bizantino Giustiniano, nel VI secolo, essa ha conosciuto per oltre mille anni una realtà nazionale frammentata e disorganica, nella quale l’idea politica^1 unitaria non è mai stata sentita (tranne che in rari casi, come Machiavelli) con autentica forza, neppure quando, a partire dall’inizio del XVI secolo, la frammentazione è divenuta soggezione alle varie potenze straniere (Francia, Spagna, Impero, ecc.). E’ solo con l’esperienza giacobina e napoleonica che cominciano a sorgere idee indipendentiste e unitarie, che, temporaneamente soffocate dalla necessità di mantenersi nell’orbita francese per difendersi dal ritorno dei vecchi dominatori, hanno potuto però nutrirsi dell’esperienza della Repubblica Italiana e del Regno d’Italia che la politica napoleonica ha istituzionalmente creato. Il ritorno dei sovrani “restaurati” frustra queste idealità nuove, tuttavia i moti del 1820-21 non riescono a saldare al motivo della libertà politica garantita da una costituzione anche il tema della unificazione nazionale. Anche nel programma dei rivoltosi piemontesi e dell’abortito movimento dei Federati, in Lombarda, non si va oltre l’idea di un regno sabaudo che unifichi il solo nord-Italia. (^1) Viva, però, è sempre stata la consapevolezza dell’identità culturale, etnica e linguistica tra le varie aree del paese
I moti del 1831 L’inizio del 1831 è segnato, sulla scia della Rivoluzione francese di Luglio di altri movimenti analoghi in Europa, dallo scoppio di una rivolta nei Ducati di MODENA e di PARMA, nonché in una parte dello STATO PONTIFICIO, quella delle cosiddette LEGAZIONI, ovvero la Romagna e parte delle Marche). Protagonista di questo tentativo è, ancora una volta, la Carboneria, fiduciosa nell’appoggio del DUCA DI MODENA, FRANCESCO IV. Personaggio ambiguo e ambizioso, che spera di costituire un regno unitario dell’Italia centro-settentrionale, il duca, tuttavia, all’ultimo momento si tira indietro e fa arrestare i capi della congiura, tra i quali il commerciante di Carpi CIRO MENOTTI, anima del movimento. Ciò, però, non impedisce lo scoppio dei moti nelle Legazioni e, sulla scia di queste, negli stessi ducati di Modena e Parma, che costringono alla fuga Francesco IV, che porta con sé il Menotti in catene. La base sociale dei rivoltosi non è più esclusivamente militare - come nel 1820-21 - ma più ampiamente coinvolge ceti borghesi e aristocratici di orientamento liberale, esasperati dal malgoverno dello Stato pontificio, in quel momento, per di più, particolarmente debole per la vacanza del trono per la morte di Pio VIII. Come nel 1821, invece, va registrata la tendenza alla frammentazione del fronte rivoluzionario, spaccato da divisioni localistiche, oltre che dal tradizionale contrasto tra moderati e democratici. In questo scenario scatta l’azione repressiva, che non viene praticata dal debole Stato Pontificio, ma dall’energica mano austriaca, che, sotto la guida del maresciallo RADETZKY , sconfigge facilmente i rivoltosi e con una dura repressione (che porta a durissime condanne o addirittura sul patibolo i protagonisti dei moti, primo fra tutti il Menotti, impiccato) ripristina lo status quo ante. Numerosi sono gli insorti che scelgono la via dell’esilio, come già avvenuto un decennio prima. Mazzini e la “Giovine Italia” Tra gli effetti del fallimento dei moti del 1831 va annoverata la crisi irreversibile che colpisce metodi e movimento carbonaro, caratterizzati dall’affidarsi alla ambigua buona volontà dei sovrani e delle potenze straniere, dalla scarsa apertura alla partecipazione popolare, dall’incapacità di agire unitariamente e su scala veramente nazionale. Negli anni ’30, infatti, si diffonde tra i patrioti di orientamento democratico, l’obiettivo dell’unità politica dell’Italia, da conseguirsi attraverso un’autentica lotta di popolo. Alla diffusione di questo ideale partecipa da protagonista il genovese GIUSEPPE MAZZINI , autore di una visione politica personalissima, in cui l’impianto democratico si inquadra in una forte componente mistico- religiosa.
priva di una forte consapevolezza e di una fede che la nutra è priva di senso, altrettanto inadeguata è una predicazione politica che non produca azioni concrete, ma resti solo sul piano teorico. Per questo Mazzini promuove una serie di azioni nel Regno di Sardegna, scoperte e represse sanguinosamente nel ’33 e nel ’34 (fallimentare spedizione in Savoia). Tra i protagonisti di queste azioni, miracolosamente scampato alla cattura, anche il venticinquenne Giuseppe Garibaldi , che riesce a riparare in Sudamerica. Non migliore sorte tocca ad altre iniziative analoghe (insurrezioni nelle Legazioni nel 1845; sbarco dei fratelli Bandiera in Calabria con un vano tentativo di far insorgere le popolazioni locali, finito con la fucilazione dei due coraggiosi mazziniani, nel 1844), sviluppatesi contro la stessa volontà di Mazzini. L’evoluzione degli Stati italiani. Lo scenario politico italiano tra il 1830 e gli anni ’40 cambia poco. Nello Stato pontificio il pontificato di Gregorio XVI si svolge all’insegno della chiusura più rigida verso qualsiasi istanza innovatrice. Anche nel Regno delle Due Sicilie, durante il lungo regno di Ferdinando II (1830-
dallo scontro con le autorità costituite. Tali movimenti, in generale, cercano di conciliare la causa liberale e patriottica con la religione cattolica. Tra essi si segnalano: Il cattolicesimo liberale ( rappresentato da figure di primo piano della cultura letteraria e filosofica, come MANZONI e il sacerdote roveretano ANTONIO ROSMINI), sebbene il suo peso e la sua attività risultino pesantemente penalizzati dalla condanna contro il cattolicesimo liberale di Lamennais Il neoguelfismo , che prende corpo proprio per superare i problemi del cattolicesimo liberale, e trova il suo principale esponente nel sacerdote piemontese Vincenzo Gioberti. Questi, nella sua opera più fortunata (“ Del primato morale e civile degli italiani”, del 1843) riprende la tesi mazziniana della missione del popolo italiano, fondata però non sul principio mistico-politico del genovese (libertà ed emancipazione dei popoli), bensì sul fatto che il popolo italiano, per il suo particolare carattere cattolico derivategli dall’ospitare il papato,deve avere un ruolo attivo e di primo piano nell’incivilimento del mondo. Per poter adempiere a questo scopo, l’Italia, secondo Gioberti, ha bisogno di profonde riforme politiche ed amministrative che le consentano di tornare alla gloria passata. Il suo progetto politico, però, non è strettamente unitario, ma federalista : la nuova Italia deve esse costituita da una federazioni di stati fondata sull’autorità superiore del Papa e sulla forza militare del Regno di Sardegna. Un progetto, certo, utopistico, ( (specie durante il papato del reazionario Gregorio XVI), ma affascinante e rassicurante per l’opinione pubblica moderata Il federalismo , già caratterizzante la proposta giobertiana, si presenta anche in altre proposte politiche, come in quella di Giacomo Durando, che propone un’Italia suddivisa in tre stati (sabaudo a nord, pontificio al centro e borbonico a sud) retti da regimi costituzionali. Più significativa la proposta del lombardo CARLO CATTANEO , che sulla rivista “ Il Politecnico”, da lui diretta, propone una visione federalista democratica e repubblicana, con forti concessioni autonomistiche e dai caratteri moderni molto accentuati (insistenza sul liberismo doganale, sullo sviluppo delle vie di comunicazione, ampliamento dell’istruzione pubblica, ecc.), sul modello della Confederazione Elvetica o degli Stati Uniti. Sempre nell’ottica federalista si pone la riflessione del milanese Giuseppe Ferrari , fortemente critico tanto del neoguelfismo quanto del nazionalismo unitario mazziniano, sostenendo invece la necessità di saldare la questione nazionale con quella sociale, inserendo il moto italiano in un più ampio progetto rivoluzionario europeo centrato in Francia. A completare lo scenario del pensiero moderato-federalista va riportato il contributo di Cesare Balbo , che auspica la formazione di una lega doganale e militare tra gli stati italiani, capace di